mercoledì 21 agosto 2019

Neutrino: la vera particella di Dio fantasma



Neutrino: la vera particella di Dio fantasma

Scienza e Fisica Quantistica

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Perché possiamo definire il neutrino la vera "particella di Dio"? Quali questioni fondamentali di fisica potrebbero essere risolte con lo studio delle caratteristiche non ancora note di questa particella?

Luigi Maxmilian Caligiuri - 14/08/2019

Mentre scrivo quest’articolo, qualche trilione di neutrini, prodotti dal Sole, generati dalla radioattività terrestre, dai reattori nucleari e dagli elementi radioattivi presenti nel corpo umano, mi attraversa ogni secondo senza che io praticamente me ne accorga. Il neutrino è, infatti, la sola particella elementare, sinora conosciuta, in grado di attraversare la materia senza praticamente “disturbarla”. A puro titolo di esempio basti pensare che un neutrino sarebbe in grado di attraversare molti miliardi di volte una vasca riempita d’acqua lunga quanto la distanza che separa la Terra dalla Luna prima di interagire con una singola molecola d’acqua e che ogni centimetro quadrato della nostra pelle è colpito ogni secondo da circa 65 miliardi di neutrini senza alcuna conseguenza.

Il neutrino è la “vera” particella di Dio

La ragione di siffatto straordinario comportamento è legata alle peculiari caratteristiche di questa enigmatica particella che, oseremo dire, potrebbe essa sì, a ben ragione, essere soprannominata la “particella di Dio”, data anche l’importanza che essa riveste in numerosi processi fisici fondamentali.

Il grande filosofo greco Eraclito era solito affermare che “la natura delle cose ama nascondersi” e il compito e la missione della scienza, e della fisica in particolare, è di scoprire tale natura. Nel caso del neutrino, allora, la strada giusta per conquistarne i segreti passa attraverso l’elaborazione di un modello teorico coerente e non contraddittorio in grado di spiegarne le caratteristiche note e prevederne quelle ancora ignote da un lato e di progettare e realizzare esperimenti in grado di rilevare tali caratteristiche dall’altro.

Sappiamo che i neutrini intervengono in numerosi fenomeni fisici fondamentali, dal funzionamento delle stelle alle reazioni nucleari, e probabilmente in molti altri non ancora ben compresi. Fin dalla sua scoperta fu subito chiaro che lo studio delle sue proprietà si sarebbe rivelato particolarmente ostico anche perché, a causa delle sue caratteristiche, la rilevazione delle sue eventuali interazioni avrebbe in generale richiesto la messa a punto di apparati sperimentali complessi e costosi, oltre che di difficile ubicazione (è necessario, infatti, che i rivelatori usati in tali esperimenti non siano influenzati dal “rumore” dovuto alla presenza di altre particelle in grado di determinare dei falsi positivi), essendo la massa dei neutrini particolarmente esigua (e non risentendo, pertanto, dell’attrazione gravitazionale) ed essendo essi privi di interazioni di tipo elettrico (avendo carica elettrica nulla) e magnetico.

Intorno al 1940 cominciò a farsi strada l’idea, avanzata dal fisico Hans Bethe, che una delle sorgenti più intense dei neutrini, rispetto alla Terra, sarebbe stata da ricercare nelle reazioni nucleari che avvengono all’interno del nostro Sole e qualche anno dopo, un gruppo di ricercatori giapponesi guidati da Shoichi Sakata, dimostrò che ciò che veniva chiamato neutrino, in realtà, dal punto di vista sperimentale, poteva consistere in un insieme di componenti.

Negli anni successivi, una serie di lavori di carattere sia teorico che sperimentale, indicanti chiaramente la natura “nucleare” dei neutrini, modificarono sostanzialmente il quadro allora noto della fisica delle particelle elementari. Circa nello stesso periodo Bruno Pontecorvo ipotizzò che i neutrini emessi dal Sole potessero “oscillare”, durante il loro cammino verso la Terra, trasformandosi e modificando le proprie caratteristiche, possibilità che, come vedremo, si rivelò fondamentale in relazione a un’altra caratteristica peculiare di tale misteriosa particella e per spiegare le anomalie riscontrate nella produzione dei neutrini solari la cui analisi, sin dal 1968, aveva evidenziato un comportamento apparentemente inspiegabile. I calcoli avevano infatti evidenziato che il numero di neutrini rilevati risultata significativamente inferiore rispetto a quelli previsti in base ai modelli teorici disponibili.

A partire dal 1962, lo studio delle caratteristiche di alcune particolari interazioni tra particelle richiese l’introduzione di due ulteriori tipi di neutrini, oltre a quello relativo alle particelle beta (ovvero il neutrino elettronico), rispettivamente associato ad altre due particelle elementari, il tauone e il muone.

Questa necessità evidenzia un’altra caratteristica unica del neutrino, ovvero la sua possibilità di manifestarsi in tre forme (denominate “sapori”) differenti, ognuna accompagnata dalla rispettiva antiparticella (antineutrino).

Neutrini: aveva ragione Dirac o Majorana?

Ancora più interessante, come vedremo meglio nel seguito anche in relazione a ciò che riguarda il mistero dell’asimmetria tra materia e antimateria, risulta la questione riguardo la vera natura dei neutrini, vale a dire se essi rispecchino la descrizione formulata da Paul Dirac o quella, alternativa ed estremamente più affascinante, proposta dal grande Ettore Majorana. Anche i tentativi di inquadrare i neutrini nell’ambito della descrizione più completa delle particelle elementari oggi comunemente accettata, vale a dire il cosiddetto modello standard, conducono a insuperabili contraddizioni poiché questo prevede, per i neutrini, una massa a riposo nulla e dunque una velocità pari a quella della luce nel vuoto.

Tuttavia, già verso la fine del secolo scorso, i dati provenienti dagli apparati atti a misurare le interazioni dei neutrini solari e di quelli generati dalla radiazione cosmica sull’atmosfera terrestre, risultavano incompatibili con le previsioni del modello standard, suggerendo un valore diverso da zero per la loro massa, laddove invece, paradossalmente, le misurazioni eseguite considerando i neutrini prodotti artificialmente sulla Terra e misurati nelle vicinanze delle loro sorgenti, sembravano rispettare tali previsioni (fornendo quindi un valore pari a zero per la loro massa a riposo).

Come discuteremo nel seguito, la risoluzione, almeno parziale, di questo “puzzle” non è stata per nulla semplice da trovare e, possiamo anche dire, non sembra ancora neanche del tutto definitiva.

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Scienza e Conoscenza n. 69 - Luglio/Settembre 2019 - Rivista >> http://bit.ly/2LzQgg5
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venerdì 2 agosto 2019

La medicina è una sola: scienza e serendipity



La medicina è una sola: scienza e serendipity

Medicina Non Convenzionale


Il dottor Stefano Fais ci propone un'interessante riflessione sul vero senso della ricerca scientifica in medicina

Stefano Fais - 02/08/2019

Questo articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 69.

Come scienziato non mi interessa attribuire grande importanza a termini quali non convenzionale, integrata, alternativa quando sono riferiti alla medicina. Per me, nella scienza, la cosa realmente importante è mantenere un approccio alla procedura sperimentale aperto, privo di chiusure aprioristiche e dogmatiche tale per cui ciò che a prima vista potrebbe apparire come un errore, o qualcosa di insignificante, potrebbe rivelarsi una grande scoperta se solo siamo capaci di cambiare l’angolazione, la prospettiva, da cui osserviamo il fenomeno in esame.

Quando si parla di serendipity ci si riferisce alla scoperta di qualcosa mentre si stava cercando qualcos’altro. L’esempio classico, in questi casi, è quello relativo alla penicillina.
Fleming stava studiando lo Staphylococcus influenzae quando una delle sue piastrine di coltura si contaminò e su di essa si sviluppò un’area ben delimitata priva di batteri: il resto della storia lo conosciamo tutti. Nel 2008 il «Financial Time» ha pubblicato un articolo provocatorio sul ruolo della serendipity nel futuro della medicina. In realtà la serendipity ha avuto un ruolo chiave nella scoperta di un’am-pia gamma di farmaci psicotropi, tra cui l’anilina viola, il dietilamide dell’acido lisergico, il meprobamato, la clorpromazina e l’imipramina.

Quando un ricercatore fa una scoperta mediata dalla serendipità deve prestare un alto livello di attenzione a tutto ciò che sta accadendo attorno a lui, a trecentosessanta gradi. Ma questo non basta: per scoprire qualcosa che sia veramente nuovo e fuori dagli schemi occorre mantenere una mente sufficientemente sganciata dalle tradizionali infrastrutture cognitive e culturali che normalmente rendono estremamente focalizzata su un particolare punto di arrivo – spesso predefinito – l’attività di ricerca.

Io credo che un ricercatore in medicina debba mantenere lo sguardo curioso e innocente di un bambino.

Max Planck disse che la scienza non progredisce perché gli scienziati cambiano idea, ma piuttosto perché gli scienziati attaccati a opinioni errate muoiono e vengono rimpiazzati. Otto Warburg ha usato le stesse parole per commentare il fatto che le sue idee – non mainstream sulla genesi del cancro – faticassero a essere accettate. Personalmente ritengo che le ricerche non mainstream nella scienza vadano incoraggiate e che abbiano avuto – e possano avere – un ruolo fondamentale nello sviluppo della medicina. In questa rubrica che terrò su Scienza e Conoscenza in ogni numero, parleremo sia delle scoperte che sono passate inosservate anche se ricche di prospettiva – una tra tutte il ruolo della vitamina C nella cura dei tumori – sia delle più recenti ricerche guidate da un approccio non mainstream, come ad esempio la scoperta che farmaci antiacidi possono avere un ruolo chiave nelle nuove strategie antitumorali e l’importanza dell’acqua e di antiossidanti nel mitigare l’invecchiamento. Vi aspetto in ogni numero per grandi novità!

Stefano Fais si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1981. Per circa 15 anni ha condiviso l’attività di medico con l’attività di ricerca e nel 1994 ha deciso di dedicarsi completamente ad essa. È attualmente Direttore del Reparto Farmaci Anti-Tumorali dell’Istituto Superiore di Sanità. È autore di più di 200 fra lavori scientifici, monografie e libri ed è nventore di 10 brevetti.

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mercoledì 31 luglio 2019

Perche' il Metodo Di Bella porto' gente in piazza



Perche' il Metodo Di Bella porto' la gente nelle piazze?

Medicina Non Convenzionale

In campo oncologico sta prendendo corpo una nuova scuola di pensiero, una nuova linea di ricerca e metodo multiterapico, che rivalutata e riscopre i concetti basilari, il razionale, la logica, ideate oltre 40 anni fa dal Prof. Di Bella

Redazione Scienza e Conoscenza - 31/07/2019

Tratto dal libro di Giuseppe Di Bella La scelta antitumore

Il fine di contenere e contrastare l’inarrestabile, ormai epidemica, diffusione del cancro, mi ha portato a documentare, spiegare e divulgare un metodo terapeutico basato su evidenze scientifiche non ancora valorizzate nella prevenzione farmacologica e terapia dei tumori, anche se pubblicate sulla massima banca dati biomedica www.pubmed.gov.

L’esponenziale incremento della diffusione del cancro rappresenta la più evidente conferma del fallimento delle attuali misure di prevenzione. Così come le decine di milioni di morti ogni anno per tumore certificano gli attuali gravi limiti della terapia medica del cancro. Ancora oggi le neoplasie del seno rappresentano la prima causa assoluta di morte per le donne, in tutto il mondo.

Se oggi i protocolli oncologici fossero realmente in grado di guarire i tumori solidi (gli altri, le leucemie, sono una stretta minoranza) ovviamente non avrebbe ragione d’essere la chirurgia oncologica, che oggi rappresenta l’unica efficace misura terapeutica in grado di salvare una certa percentuale di ammalati oncologi. Nel 1996, gli esiti positivi del Metodo Di Bella (MDB), avevano creato un crescente interesse da parte dell’opinione pubblica e una progressiva ostilità da parte delle multinazionali del farmaco e dei circoli di potere politici, accademici, finanziari e degli apparati sanitari collegati. Si arrivò così a manifestazioni di piazza per ottenere l’erogazione del MDB.

La ragione vera e profonda della rabbia isterica, dell’ira e dell’odio contro il Prof. Luigi Di Bella risiede essenzialmente nell’aver messo in crisi e delegittimato la dittatura terapeutica − unicamente finalizzata allo sfruttamento della sofferenza e della malattia − attraverso le dirette, numerose e pubbliche testimonianze di troppe persone guarite con le sue cura.

Il movimento di opinione popolare, nato spontaneamente, ha costretto questi poteri a sospendere per 9 anni la dittatura terapeutica. La grossolana falsificazione della sperimentazione del ’98 (come vedremo nel primo capitolo) non ha loro consentito di attuare la delegittimazione del Metodo Di Bella, che è e rimarrà un documentato atto di accusa di una gestione mercantile della medicina ed è sempre più confermato da un crescente numero di pubblicazioni sulle banche dati medico scientifiche internazionali.

Significative, sulla conduzione della ricerca scientifica e dei relativi fallimentari protocolli di cura, le pubbliche dichiarazioni del premio Nobel, Prof. Randy Schekman:

«… la ricerca in campo scientifico non è affatto libera ma in mano a una cerchia ristretta (la cosiddetta “Comunità scientifica”). ALMENO IL 50% DEI DATI MEDICI È CORROTTO… ».

Il riferimento delle istituzioni sanitarie alla tanto celebrata “Comunità scientifica” è continuo:

«Essa pontifica con giudizio infallibile, ma è ormai talmente inquinata, da aver falsificato almeno il 50% del dato scientifico».

Denuncia pienamente condivisa da Richard Horton, caporedattore del Lancet, una delle più prestigiose riviste storiche di medicina, che ha dichiarato:

«Gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere dichiarata semplicemente falsa. La scienza ha preso una direzione verso il buio».

Anche la Prof. Marcia Angell, per 20 anni caporedattrice di un’altra delle massime testate scientifiche internazionali, il New England Medical Journal (NEMJ), ha affermato:

«Semplicemente, non è più possibile credere a gran parte della ricerca clinica che viene pubblicata».

Dichiarazioni da valutare con la massima attenzione, per la competenza, l’esperienza e la cultura, il livello scientifico dei Prof. Schekman, Angel e Horton, Premi Nobel e caporedattori delle massime testate medico scientifiche mondiali non sono pericolosi complottisti, né biechi populisti, ma le rare, forse ultime voci che all’onestà intellettuale associano una grande cultura  e  rilevanti meriti scientifici. «Le evidenze scientifiche che non arricchiscono non sono pubblicate». Per questo una rilevante quantità di dati scientifici definitivamente acquisiti, certificati e incontestabili, sono rifiutati per la pubblicazione dalle grandi riviste biomediche, non sono trasferiti nella clinica e non sono inseriti nei “prontuari”, nelle “linee guida”, nei “protocolli.

Un numero crescente di medici e docenti universitari (alcuni dopo esperienze personali) ha preso coscienza dell’urgente necessità di superare l’attuale stallo nella ricerca e terapia del cancro mediante un radicale rinnovamento dei paradigmi della ricerca oncologica e il loro affrancamento da condizionamenti speculativi.

Oggi sta prendendo corpo una nuova scuola di pensiero, una nuova linea di ricerca e metodo multiterapico, che rivalutata e riscopre i concetti basilari, il razionale, la logica, ideate oltre 40 anni fa dal Prof. Di Bella.

Scopri il libro dai cui è tratto questo articolo!

La Scelta Antitumore — Libro
Prevenzione, terapia farmacologica e stile di vita
Giuseppe Di Bella

martedì 30 luglio 2019

Sai che cos'e' il muscolo PSOAS?



Sai che cos'e' il muscolo PSOAS e perche' e' così importante?

Medicina Non Convenzionale

Lo Psoas è l’unico muscolo dell’organismo umano che collega la parte superiore e quella inferiore del nostro corpo. Forse non ne hai mai sentito parlare, ma la sua tonicità è importantissima per la nostra salute a moltissimi livelli

Redazione Scienza e Conoscenza - 29/07/2019

Tratto dal libro PSOAS. Il muscolo più importante

Lo psoas come meccanismo primario Lo psoas è considerato un muscolo fondamentale del core, ed è posizionato centralmente e superiormente rispetto ai femori e ai muscoli della coscia, che a livello strutturale formano una sorta di “arco rampante”. Questo concetto architettonico di grande rilevanza è anche evidente nella correlazione tra le ossa del bacino e le gambe, che sostengono il corpo umano in modo simile all’arco di un edificio. Lo psoas si estende verticalmente dalla colonna vertebrale alle gambe, e diagonalmente rispetto al bacino. In quanto muscolo scheletrico che passa attraverso più di un’articolazione, diventa biarticolato (si dice di un muscolo che aziona due articolazioni). Tale concetto è molto importante, ma è anche interessante notare un altro ruolo dello psoas: insieme al bacino – simile a una “vasca” – e al pavimento pelvico, esso forma una sorta di “scaffale” che funge da sostegno per gli organi interni.

Ad ogni contrazione, lo psoas stimola e massaggia l’intestino, i reni, il fegato, la milza, il pancreas, la vescica e lo stomaco, e ha un effetto anche sugli organi riproduttivi. Alcuni organi interni, situati in profondità nella parte centrale del corpo, sono detti viscere; ecco perché la comunicazione che avviene tra questi organi e il cervello può essere definita messaging viscerale. Data la sua vicinanza ai principali organi, lo psoas reagisce a questi stimoli e influisce sulle sensazioni istintive o, come vengono comunemente chiamate, “sensazioni di pancia”.

Lo psoas può anche influire sull’innervazione, e specialmente sul plesso lombare che lo attraversa. Per via della sua posizione, l’aorta (la più grande arteria del corpo) segue un percorso simile a quello dello psoas; di conseguenza, anche la circolazione sanguigna è correlata a questo muscolo.
Un altro elemento significativo è dato dal fatto che lo psoas e il diaframma, il più importante muscolo respiratorio, si uniscono in un punto noto come plesso solare; non si tratta di una parte anatomica, come ad esempio un organo, un osso o un muscolo, bensì di un’area ubicata all’altezza dell’ombelico, dietro lo stomaco e anteriormente rispetto all’aorta e al diaframma. Il plesso solare, sede di una fitta rete nervosa, è associato all’antico sistema dei chakra, come spiegheremo più dettagliatamente nella sezione del libro dedicata agli aspetti spirituali.

Scopri il libro dai cui è tratto questo articolo!

Psoas - Il Mio Muscolo più Importante — Libro
Gli esercizi per fermare il mal di schiena, dolori a ginocchia e anche, stress, ansia e problemi digestivi
Jo Ann Staugaard Jones

lunedì 29 luglio 2019

I 5 alimenti a più alto contenuto di vitamina C




I 5 alimenti a più alto contenuto di vitamina C

Alimentazione e Salute

Gli alimenti che entrano a fare parte della nostra Top Five della vitamina C arrivano da tutto il mondo, ma sono ormai facilmente reperibili anche nel nostro paese: scopri quali sono e che proprietà hanno

Romina Alessandri - 27/07/2019

1) Camu Camu
Questo frutto straordinario vive nel profondo delle foreste pluviali amazzoniche del Sud America e racchiude una densità di nutrienti incredibile, e ha la fama di essere la fonte più densa di vitamina C nel mondo.
In una porzione di 100 gr, camu camu ha dimostrato di avere fino a 7,5 grammi di vitamina C, il 7,5% del suo peso. Per avere un confronto, fornisce 60 volte più vitamina C di un'arancia in proporzione al peso.

Oltre ad essere la fonte più alta conosciuta di vitamina C, ha anche altri benefici:

Antinfiammatorio
Aiuta a prevenire il cancro
Promuove la salute degli occhi
Migliora l'umore
Aumenta il sistema immunitario
Protezioni contro le infezioni

2) Acerola Cherry
Conosciuto anche come la ciliegia di Barbados, questo frutto ha la sua origine nello Yucatan, ma viene anche coltivato nelle regioni tropicali dei Caraibi così come in Brasile.

In 100 grammi, la ciliegia acerola ha mostrato fino a 4,5 grammi di vitamina C , che è il 4,5 % del suo peso. Una volta raccolta deve essere utilizzata o trasformata molto rapidamente a causa del repentino deterioramento.

Oltre ad essere il secondo alimento con più alto valore di vitamina C , ha anche le seguenti caratteristiche benefiche:

Riduce l'infiammazione intestinale
Cura il raffreddore comune
Riduce la depressione
Allevia le infezioni

3) Guaiava
Originaria del Messico, America Centrale e Sud America, il guaiava è un frutto a forma di pera o tondeggiante verde chiaro, giallo o marrone all'esterno quando è maturo.

In 100 grammi ha circa 0,22 grammi di vitamina C, che è circa il 0,22% del suo peso. Questo valore potrebbe sembrare basso, ma in realtà è pari al 250 % del RDA.

Oltre ad essere la terza fonte più alta conosciuta di vitamina C, ha anche queste caratteristiche:

Buono per la vista
Aiuta con la prevenzione del cancro
Aiuta ad alleviare la diarrea
Aiuta ad alleviare costipazione
Aiuta a curare il raffreddore comune

4) Peperoni
Peperoni e peperoncini rossi sono originari del Messico, America Centrale e Sud America settentrionale e si coltivano in tutto il mondo. Il colore va dal verde al viola, e contengono molte sostanze nutritive.

In 100 grammi, peperoni hanno tra 0,14 e 0,18 grammi di vitamina C, che è di circa 0,14 % al 0,18 % del loro peso. I Peperoni forniscono fino al 200 % del vostro RDA.

Oltre ad essere la quarta fonte più alta conosciuta di vitamina C, ha anche queste caratteristiche:

Migliora la circolazione
Aumenta il metabolismo
Migliora la digestione
Combatte i radicali liberi

5) Cavolo
Ortaggio a foglia verde scuro che viene coltivato in molte aree del mondo. È ben noto nel mondo della salute e proposto in insalate, succhi e snack sani.

In 100 grammi, il cavolo ha 0,12 grammi di vitamina C , che è circa 0,12 % del suo peso. ll cavolo fornisce circa il 135 % del RDA.

Oltre ad essere la quinta fonte più alta di vitamina C, ha anche i seguenti benefici:

Previene le fratture ossee e osteoartrite
È un potente disintossicante
Un'ottimo anti-infiammatorio
Migliora la digestione
Protegge la salute degli occhi e della pelle

Più in basso nella classifica degli alimenti fonti di vitamina C troverete anche: kiwi, arance, meloni, frutti di bosco, ananas, e bucce di agrumi.

Per fare il pieno di vitamina C , le bucce di agrumi disidratati, seppur poco conosciute, sono davvero una buona fonte! Potete utilizzarle a piacere in frullati, tè e bevande fredde.

Fonte originale: naturalnews.com

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Integratore alimentare a base di Vitamina C utile per colmare le carenze alimentari o gli aumentati fabbisogni organici di tale nutriente.

Il Dott. Allan Goldstein della Scuola Universitaria di George Washington ritiene che la Vitamina C combatte le infezioni rendendo più forti i globuli bianchi. Queste cellule fermano l'infezione facendo in modo che altri globuli bianchi circondano e distruggano l'organismo invasore tramite la produzione di anticorpi che immobilizzano questo organismo.

Solo l'uomo, i porcellini d'india, le scimmie, i pipistrelli che si nutrono di frutta e l'usignolo d'oriente non possono sintetizzare la vitamina C dal glucosio.
1000 mg (1 grammo) di vitamina C mantengono il sistema immunitario dell'uomo ad un livello ottimale.
I fumatori hanno il 40% in meno nel livello sanguigno di vitamina C che i non fumatori. I prodotti chimici nel fumo delle sigarette interagiscono con la vitamina C per rimuoverla dal sangue. La vitamina C sembra proteggere i fumatori dal cancro alla vescica al quale sono particolarmente soggetti.
Coloro che abitano in città o chiunque conduca un tipo di vita alquanto stressante ha bisogno almeno di 1000 mg (1 grammo) di vitamina C al giorno.
I Russi raccomandano un minimo di 125 mg di vitamina C al giorno, quasi 3 volte tanto il U.S.D.R.A. Hanno da lungo tempo riconosciuto il potenziale e valoroso effetto della vitamina C nel mantenere una salute ottimale.
Se gli esseri umani fossero dei topi essi produrrebbero tra i 1800 e 4000 mg (4 grammi) di vitamina C giornalmente. Sotto stress ne produrremmo 15.000 mg (15 grammi).

La vitamina C fa calare il colesterolo in individui che ne hanno un alto livello. L'aterosclerosi può essere spiegata come un'insufficienza o un basso livello di vitamina C da molto tempo e che quindi dà come risultato il colesterolo sulle pareti delle arterie.
Le donne che soffrono di mestruazioni eccessive o di perdite fra un ciclo e l'altro possono controllare i vasi capillari deboli facendo uso di vitamina C.
La vitamina C aumenta l'assorbimento di ferro e favorisce la guarigione delle ferite.
Più invecchiamo, più la nostra ghiandola del timo, che controlla le funzioni immunitarie del corpo diventa piccola e produce meno cellule che uccidono le cellule cancerogene ed aiutano ad avere la diretta risposta immunologica. Man mano che queste cellule diminuiscono noi diventiamo più soggetti a malattie come il cancro e le malattie autoimmuni come l'artrite reumatoide. La vitamina C può portare la bilancia il nostro favore aiutando le restanti cellule a funzionare al massimo della loro efficacia.
La vitamina C è essenziale per la formazione della serotonina ( un composto che fa da intermediario ai nostri umori e alle nostre abitudini di riposo ).
Tratto da  "La Bibbia delle vitamine" di Earl L. Mindell dott. 1980.

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mercoledì 24 luglio 2019

La rivoluzione del microbiota



La rivoluzione del microbiota

Medicina Non Convenzionale


Una scoperta relativamente recente sta dando vita a una vera e propria rivoluzione in medicina: scopriamo quanto sono importanti i microrganismi che proliferano nel nostro intestino e perché non possiamo più pensarli solo come dei cattivi compagni da debellare ad ogni costo

Fiamma Ferraro - 23/07/2019

È ancora poco nota al pubblico l’importanza del microbiota (complesso delle cellule microbiche nel nostro organismo, il cui numero è notevolmente superiore a quello delle cellule umane) e del microbioma (complesso dei geni di queste cellule microbiche, geni il cui numero è stimato come di circa 100 volte superiore rispetto ai 23.000 geni umani), ed anche la scienza medica ha iniziato a rendersene conto meno di 20 anni fa.

Si sperava che con lʼidentificazione del genoma umano, portata a termine con orgoglio nel 2003, e con lʼidentificazione di vari geni responsabili di specifiche malattie, sarebbe stato possibile trovare rapidamente il modo per prevenire o guarire queste malattie. Sembra tuttavia che, anche se sono stati conseguiti dei notevoli successi, i risultati siano finora stati inferiori a quelli sperati. Forse perché, come osserva Asher Mullard su «Nature News», nel cercare di rispondere alla domanda: “chi sono io? non si è arrivati a pensare che forse occorrerebbe invece chiedersi “chi siamo noi?”.

La maggior parte del nostro DNA è di origine batterica

La gran parte del DNA nei nostri corpi è batterico e quindi siamo maggiormente rappresentati, da una prospettiva genetica, dal DNA dei nostri batteri. La ricerca si è pertanto orientata, dopo il completamento dellʼidentificazione del genoma umano, verso lʼidentificazione delle sequenze genetiche dei microrganismi ospitati dall’organismo umano.

Uno di questi ambiziosi progetti, “The Human microbiome project” è stato lanciato, con grandi mezzi, dal National Health Institute negli Stati Uniti, e finalmente sembra che gli scienziati, nell’ultimo quindicennio, abbiano iniziato a interessarsi non più solamente allo studio dei geni prettamente umani ma anche allo studio e identificazione dei geni delle varie specie di microrganismi ospitati nellʼorganismo umano, e cioè allo studio del “microbioma”.
Anche lʼUnione Europea da parte sua si è mossa in questa direzione e la Commissione ha lanciato unʼiniziativa quadriennale, dal nome di “Metagenomica del tratto intestinale umano” (MetaHIT).

Questa nuova scienza del microbioma è stata definita da alcuni come una “rivoluzione della medicina”, paragonabile a quella di Pasteur, e anzi ancora ben più importante. Tra l’altro anche ai tempi di Pasteur la “scienza” dell’epoca aveva a lungo avuto un atteggiamento di rifiuto verso lʼipotesi dellʼesistenza di microbi quali responsabili delle varie malattie e problemi di sa­lute che affliggono lʼuomo. Sono passati circa 200 anni dal momento in cui gli strumenti dellʼepoca avevano consentito per la prima volta di osservare i primi microbi a quello in cui, a seguito degli studi di Pasteur, Koch e altri, la scienza non ha più potuto negare lʼevidenza della responsabilità dei batteri in molte malattie.

Microbi: la maggior parte sono buoni

Pasteur e i successivi scienziati fino a poco tempo fa avevano peraltro identificato solo dei microbi nocivi, e solo recentemente è emerso il fatto che i microbi nocivi costituiscono solo una piccola parte dei microrganismi contenuti in un organismo umano (il microbiota di una persona in buona salute contiene l’80% di microbi che promuovono la salute e solo il 20% di microbi che possono essere nocivi ma che, in un organismo sano, vengono in genere tenuti a bada dall’80% dei microbi benefici).
Con questo complesso enorme di cellule microbiche che ospitiamo ci troviamo pertanto, per la maggior parte del tempo, fortunatamente in una situazione di pacifica convivenza e reciproco sostegno, poiché la stragrande maggioranza di questi microrganismi esercita un effetto benefico sul nostro organismo ed è anzi essenziale per la nostra vita. Si è in effetti ancora oggi ben lontani dal rendersi conto dell’importanza dell’infinità di organismi che ospitiamo nell’intestino e non solo, e delle funzioni vitali che essi svolgono, non solo per la digestione e nutrizione ma per la salute di tutto l’organismo umano. Siamo pertanto un “superorganismo” composto dalle nostre cellule e geni umani e, per una parte notevolmente maggiore, dalle cellule e geni dei microrganismi che ospitiamo.

È questa convivenza simbiotica e di reciproco sostegno ed aiuto a renderci appunto dei “superorganismi”.
Dato l’enorme numero di specie di microbi benefici, di cui è per ora stata identificata solo una piccola parte (se ne scoprono continuamente di nuovi) appare evidente come la “rivoluzione del microbioma/microbiota” sia in effetti molto più importante di quella dei tempi di Pasteur. Ciò nonostante, ancora oggi, quando si parla di “microbi” si continua a pensare solo a quelli che provocano malattie, e non a quelli benefici ed il termine “batteri” o “microbi” viene ancora in genere associato, nella pubblica percezione, a qualcosa di negativo per la nostra salute. Sta tuttavia sempre più rapidamente emergendo il ruolo benefico e vitale che viene svolto per noi dal complesso dei microbi che ospitiamo.

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martedì 23 luglio 2019

Vitamina C: efficace dal raffreddore al cancro




Vitamina C: perche' e' efficace dal raffreddore al cancro

Medicina Non Convenzionale


La vitamina C è in grado di contrastare i processi di ossidazione che avvengono nell’organismo e che sono strettamente correlati con l’invecchiamento e la malattia (incluso il cancro): ma c'è molto altro

Domenico Mastrangelo - 21/07/2019

La vitamina C (acido ascorbico o ascorbato, nel caso in cui ci si riferisca al sale sodico derivato dall’acido) è, com’è noto, un nutriente essenziale per l’organismo dell’uomo che, contrariamente alla stragrande maggioranza degli altri mammiferi, non essendo in grado di sintetizzarla per proprio conto, deve garantirsene l’apporto mediante l’alimentazione.

Quali sono le funzioni della vitamina C?

Contenuta in minime quantità negli agrumi, nella frutta e in molti vegetali, e in maggiori quantità in alcuni frutti “esotici”, la vitamina C assunta con gli alimenti, viene solo in piccola parte assorbita per svolgere le sue funzioni, che sono molto complesse e ancora non del tutto chiarite, ma che, a grandi linee, si possono distinguere in:

A) funzione enzimatica o “antiossidante” o “fisiologica”. La vitamina C, è il coenzima di almeno otto enzimi fondamentali per le cellule dell’organismo. In questo ruolo è coinvolta nel metabolismo dei neurotrasmettitori, dei lipidi e del collagene e, più in generale, il suo effetto antiossidante protegge l’organismo dagli effetti tossici dei radicali dell’ossigeno, che causano danni alle strutture cellulari determinando una vasta gamma di patologie, che spaziano da raffreddore comune alle malattie neurodegenerative, cardiovascolari e neoplastiche;

B) funzione pro-ossidante o “farmacologica”, che, in vitro, si estrinseca con uno straordinario effetto tossico, specifico e selettivo, sulle cellule tumorali.

Vitamina C: scarso interesse per una molecola non brevettabile

Di fatto, le funzioni della vitamina C sono molteplici, complesse e, purtroppo, non ancora definitivamente chiarite, dato lo scarso interesse della “comunità scientifica” per questa molecola, dai costi molto bassi e non brevettabile.

Contrariamente a quanto tramandatoci dalla tradizione della Medicina moderna, questa sorprendente molecola è, al tempo stesso, “riducente” e, “ossidante”, proprietà che ci consente di inquadrarla nel più ampio gruppo di sostanze definite “redox” (dalla combinazione dei termini inglesi "reducing" e "oxidating").

Come tale, la vitamina C, è in grado da un lato di contrastare i processi di ossidazione che avvengono nell’organismo e che sono strettamente correlati con l’invecchiamento e la malattia (incluso il cancro) e dall’altro di combattere il cancro proprio accentuando i processi ossidativi all’interno della cellula tumorale che, diversamente da quella normale, non possiede meccanismi di difesa efficienti contro i processi di ossidazione.

Illustri scienziati, come Irwin Stone, Linus Pauling, Albert Szent-Gyӧrgy e moltissimi altri, raccomandavano l’uso quotidiano di dosi massicce di Vitamina C, per prevenire tutte le malattie e garantire uno stato di salute ottimale; ma, da oltre settant’ anni, continuiamo ad ignorare questo consiglio!

Bibliografia

Irwin Stone: The healing factor: Vitamin C against disease. https://www.amazon.it/Healing-Factor-Vitamin-Against-Disease/dp/0448116936
Domenico Mastrangelo, Lauretta Massai, Leda Lodi, Mariamichela Muscettola, Giovanni Grasso: Vitamina C ad alte dosi nel trattamento del cancro: un’ipotesi suggestiva. M.D. Medicinae Doctor - Anno XXI numero 5 - giugno/luglio 2014
115.   Mastrangelo D, Massai L, Lo Coco F, Noguera NI, Borgia L, Fioritoni G, Berardi A, Iacone A, Muscettola M, Pelosi E, Castelli G, Testa U, Di Pisa F, Grasso G: Cytotoxic effects of high concentrations of sodium ascorbate on human myeloid cell lines. Ann Hematol. 2015 Nov;94(11):1807-16. doi: 10.1007/s00277-015-2464-2. Epub 2015 Aug 12
116.   Noguera NI, Pelosi E, Angelini DF, Piredda ML, Guerrera G, Piras E, Battistini L, Massai L, Berardi A, Catalano G, Cicconi L, Castelli G, D'Angiò A, Pasquini L, Graziani G, Fioritoni G, Voso MT, Mastrangelo D, Testa U, Lo-Coco F: High-dose ascorbate and arsenic trioxide selectively kill acute myeloid leukemia and acute promyelocytic leukemia blasts in vitro. Oncotarget. 2017 May 16;8(20):32550-32565. doi: 10.18632/oncotarget.15925
117.   Mastrangelo D, Pelosi E, Castelli G, Lo-Coco F, Testa U: Mechanisms of anti-cancer effects of ascorbate: Cytotoxic activity and epigenetic modulation. Blood Cells Mol Dis. 2018 Mar;69: 57-64. doi: 10.1016/j.bcmd.2017.09.005. Epub 2017 Sep 21. Review

Leggi un altro articolo di Domenico Mastrangelo su:

Scienza e Conoscenza n. 69 - Luglio/Settembre 2019 - Rivista >> http://bit.ly/2LzQgg5
Nuove scienze, Medicina Integrata

lunedì 22 luglio 2019

Scienza e Conoscenza n. 69



Scienza e Conoscenza n. 69 - Luglio/Settembre 2019 - Rivista

Nuove scienze, Medicina Integrata


L’abbiamo sempre chiamata flora intestinale e siamo stati abituati a prendercene cura sporadicamente, magari dopo un ciclo di antibiotici, con qualche bustina di “fermenti lattici” e poco altro. Con un appellativo che ci riportava a qualcosa di inerte, “vegetale”, non abbiamo mai preso in considerazione il fatto ci fosse un legame profondo tra questa fantomatica vegetazione intestinale e la salute dell’intero organismo, con un particolare collegamento con il sistema immunitario, quello endocrino, e quello nervoso – da qui il nome di secondo cervello spesso utilizzato per l’intestino.

Oggi sappiamo che la flora batterica intestinale non è un qualcosa di “accessorio”, ma una sorta di vero e proprio organo, un super-organismo vivo, popolato da una grande varietà di organismi microbici – sia potenzialmente patogeni che simbionti – che dialogano costantemente tra loro, con i grandi sistemi del corpo e con il nostro DNA. Ed ecco allora che non parliamo più di flora batterica intestinale, ma di microbiota e microbioma, ad indicare rispettivamente l’insieme di virus, batteri e funghi che popolano il tratto intestinale e l’insieme dei geni appartenenti al microbiota.

Dall’equilibrio del microbiota dipende dunque la nostra salute e la salute del microbiota da cosa dipende? Scoprilo in questo numero di Scienza e Conoscenza!

EDITORIALE - Stiamo lavorando per voi

Oggi voglio raccontarvi il comitato scientifico di «Scienza e Conoscenza». Il nostro comitato scientifico è fatto di persone speciali: per la grande professionalità che le contraddistingue, per il grande cuore che mettono nel loro lavoro e per la passione con cui hanno aderito al progetto di «Scienza e Conoscenza».

Sono ricercatori indipendenti, professionisti della salute, medici e scienziati che ci sostengono nel nostro lavoro in redazione, condividendo con noi la visione di un nuovo modo di fare scienza, in cui le varie discipline si aprono alla collaborazione, all'ascolto e a tutto ciò che di nuovo c'è ancora da scoprire. Il loro apporto è fondamentale per la realizzazione della rivista e ci permette di omini i contenuti più all'avanguardia e di presentarvi le figure più incisive del nuovo paradigma che si sta affacciando all'orizzonte nella scienza e in medicina: l'olismo scientifico.

C'è chi è con noi da tantissimi anni, come Valerio Pignatta, storico collaboratore di Gruppo Editoriale Macro, direttore di collana per i temi della salute, il quale ha visto nascere questa pubblicazione e ha contribuito a portarla dov'è ora. E c'è chi accompagna il nostro viaggio da meno tempo - come il dottor Antonio Morandi e Stefano Fais, arrivato quest'anno ma il cui contributo e il cui slancio è di fondamentale importanza. Grazie anche a Gioacchino Pagliaro, che ha aderito al nostro progetto quando ancora per molti sarebbe stato difficile credere che saremmo arrivati sino a qui, e a Luigi Maxmilian Calighili, i cui articoli di "fisica dell'incredibile" sono un appuntamento fisso da tanti anni per i nostri lettori.

Insieme a loro progettiamo ogni uscita di «Scienza e Conoscenza», analizziamo nuovi contenuti e autori, pensiamo a strategie promozionali e a nuovi possibili sviluppi editoriali. Ogni volta ci sorprendiamo della volontà di tulli di mettersi in gioco e di donare tempo, energie e risorse alla rivista: per questo a tutti loro va il nostro grazie, di cuore. Un ultimo ringraziamento lo dedichiamo a Carmen Di Muro e a Paolo Giordo, che hanno fatto parte del comitato fino all'inizio del 2019 e il cui apporto è stato fondamentale per la crescita della rivista: con loro non è stato un addio, ma semplicemente un arrivederci dato che le nostre strade sono ancora legate e lo saranno sempre.

Romina Alessandri e Marianna Gualazzi

 Indice

SIAMO FATTI DI BATTERI

Fatti di batteri - La Redazione
Alla ricerca dell'equilibrio - Intervista a Simone Grazioli Schagerl a cura di Romina Alessandri
Funghi medicinali, i nuovi probiotici - Stefania Cazzavillan
A fior di pelle - Intervista ad Antonio Del Sorbo a cura di Marianna Gualazzi
Il Microbioma secondo l'Ayurveda - Antonio Morandi
Mangiare ayurvedico non significa mangiare indiano - Barbara Bergnach
Piante felici - Intervista a Domenico Prisa a cura di Marianna Gualazzi
Pesticida Killer - Saverio Pipitone

MEDICINA INTEGRATA

Cancro, questione di sistemi complessi - Antonio Mazzocca
L'amico del cuore - Davide Terranova

SCIENZA DI FRONTIERA

La ricerca difficile - Domenico Mastrangelo
Neutrino: la particella fantasma - Luigi Maxmilian Caligiuri
Il segreto della musica è nei numeri - Dario Giardi

RUBRICHE

La medicina è una sola - Stefano Fais
Questioni di cuore - Davide Terranova
Psicologia quantistica - Carmen Di Muro
I nostri autori più amati - Gregg Braden e Bruce Lipton

Scheda Tecnica

Editore Macro Edizioni
Data pubblicazione         Luglio 2019
Formato              Rivista - Pag 92 - 19.5 x 26.5 cm
ISBN      8878694851
EAN       9788878694859

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lunedì 15 luglio 2019

Che cos'e' la Non Localita' - 2



Che cos'e' la Non Localita' - 2

seconda parte

Scienza e Fisica Quantistica


Un'analisi della non località in teoria quantistica dei campi e gli approcci non locali in gravità quantistica

Davide Fiscaletti - 13/07/2019

La maggior parte delle interpretazioni della fisica quantistica tendono a derivare la non-località da situazioni locali usando concetti continui come spazio-tempo o ambiente, correndo il rischio di incorrere in paradossi simili, per così dire, a quelli che caratterizzano le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il linguaggio ondulatorio e l’interpretazione statistica possono funzionare soltanto quando si ha a che fare con un gran numero di processi virtuali di creazione/distruzione di particelle. Per esempio, lo stato fondamentale dell’atomo di idrogeno può essere visto come una sorta di media su molte interazioni virtuali tra il campo elettrico nucleare e l’elettrone orbitante. La teoria quantistica dei campi è la figlia più matura della meccanica quantistica e fornisce la sintassi più generale che conosciamo per descrivere le forze. La meccanica quantistica può essere considerata una buona approssimazione della teoria quantistica dei campi per sistemi a bassa energia quando il numero dei quanti in considerazione è conservato.

Vediamo allora di comprendere quale tipo di lettura della meccanica quantistica è fissata dalla teoria quantistica dei campi. Dalla teoria quantistica dei campi sappiamo che il mondo fisico è una rete di transizioni energetiche e che il nostro linguaggio basato su onde e particelle è un linguaggio approssimato. Seguendo la terminologia di Penrose, la struttura della meccanica quantistica è data dagli operatori di evoluzione e dai processi di creazione o distruzione di particelle. Alla luce della teoria quantistica dei campi, il mondo fisico è descritto da una rete di vertici di interazioni dove alcune proprietà (posizione spazio-temporale, impulso, spin, ecc…) sono create e distrutte. La misura di tali proprietà è tutto ciò che conosciamo del mondo fisico da un punto di vista operazionale. Ogni altra costruzione in fisica, come la nozione stessa di spazio-tempo continuo o gli operatori associati alle variabili fisiche che descrivono l’evoluzione, ha il ruolo di connettere in modo causale le proprietà misurate.

Come ha mostrato in modo preciso Licata nel suo recente articolo Transaction and non-locality and quantum field theory, l’interpretazione della meccanica quantistica che forse si addice di più al linguaggio della teoria quantistica dei campi è la teoria transazionale, rilettura geometrodinamica realistica dei processi quantistici originariamente proposta da Cramer in alcuni articoli degli anni ’80 e poi estesa recentemente in un approccio più fondamentale da Ruth Kastner (nonché da Chiatti e Licata in ambito cosmologico). In questo approccio, ciascuna particella risponde a tutte le sue future possibilità. A un livello fondamentale soltanto le transazioni tra opportuni "modi" del campo hanno luogo, e la funzione d’onda semplicemente contiene un’informazione statistica riguardo a un gran numero di transizioni elementari. Nell’ambito dell’interpretazione transazionale possibilista suggerita dalla Kastner, lo spazio-tempo non è una sostanza pre-esistente, ma piuttosto emerge come un insieme di attualizzate transazioni risultanti in trasferimenti di energia da un emettitore a un assorbitore. Le transazioni sono oggetti che in qualche maniera trascendono la struttura spazio-temporale, in altre parole in questo quadro sono l’espressione della natura non-locale dei processi quantistici.

Alla luce del linguaggio transazionale, il vuoto dei processi quantistici può essere immaginato non solo come lo stato di minima energia, ma anche come la rete di tutte le possibili transazioni dei modi di campo in una "totalità indivisa", e deve essere considerato come uno stato radicalmente non-locale. Nell’approccio transazionale sviluppato da Chiatti e Licata, l’arena fondamentale dell’universo è un vuoto quantistico arcaico, atemporale, non-locale in cui le uniche "cose" realmente esistenti nel mondo fisico sono gli eventi di creazione e distruzione (o, in altre parole, di manifestazione e de-manifestazione) di certe qualità. In questo approccio, il vuoto è la fabbrica da cui tutte le strutture fisiche emergono attraverso processi di riduzione e tali strutture influenzano a loro volta l’attività del vuoto, in un feedback quantistico. In questo approccio, il teorema di Bell non solo individua i limiti delle teorie a variabili nascoste, ma fornisce la porta di una teoria in grado di spiegare la non-località come un effetto residuale che emerge, in particolari condizioni, dalle manifestazioni del vuoto primordiale atemporale. La non-località dei processi quantistici di laboratorio appare in ultima analisi come un caso particolare della totalità atemporale associata al vuoto primordiale.

Gli approcci non-locali in gravità quantistica

L’idea di una struttura di relazioni sottesa alle forme osservabili di materia e di energia e allo spazio-tempo è stata definita da J. A. Wheeler "schiuma quantistica" dello spazio-tempo, proprio con l’intento di evocare l’erosione delle nozioni tradizionali lungo la discesa verso la scala di Planck tipica della gravità quantistica. A questo proposito, le varie versioni della teorie della stringhe che, pur non disponendo di un principio unificatore, hanno avuto un certo successo nel superare alcuni impasse della fisica delle particelle, comportano che la struttura spazio-temporale sia il risultato dell’interazione tra configurazioni vibrazionali in p dimensioni chiamati p-brane (dove p=10 nella versione più accreditata). In particolare, nella versione matriciale della cosiddetta teoria M le brane derivano da un background non-locale il quale permette di ottenere una meccanica quantistica analoga a quella di Bohm.

In realtà, la maggior parte delle versioni delle stringhe sono costruite su uno spazio-tempo piatto minkowskiano, mentre una corretta teoria autenticamente relativistica (nel senso della relatività generale), dovrebbe essere indipendente dal background, ossia non presupporre alcuna metrica. Ci sono diverse teorie che possiedono questi requisiti. Una di queste è, per esempio, la teoria dei twistors di Penrose. Per usare le stesse parole di Penrose, “un twistor è un oggetto simile a un giano bifronte, unitario ma con una faccia rivolta verso la meccanica quantistica e l’altra verso la relatività generale”. La struttura dei twistors permette di rendere conto in modo preciso della dinamica intrinsecamente non-locale dello spazio-tempo.

Inoltre, alla luce di alcuni importanti approcci introdotti per unificare relatività generale e meccanica quantistica, il background spazio-temporale dei fenomeni risulta essere soggetto a fluttuazioni quantistiche e, in particolare, emerge da una rete non-locale di celle elementari alla scala di Planck. A questo proposito, una teoria molto elegante che ha i giusti requisiti relativistici è la "loop quantum gravity" (gravità quantistica ad anelli) di Rovelli e Smolin. I loops sono linee di campo chiuse che non dipendono dal sistema di riferimento e forniscono quindi la base per una descrizione relazionale dello spazio-tempo nello spirito di Mach-Leibniz. La gravità quantistica ad anelli prevede che gli operatori associati ad area, angolo, lunghezza e volume risultano avere uno spettro discreto alla scala di Planck e, sulla base di alcuni risultati recenti ottenuti da Gambini dell’università di Montevideo e Pullin dell’università della Louisiana, introduce un quadro olografico nella forma di incertezza nella determinazione di volumi che cresce in modo radiale.

Inoltre, riguardo al carattere olografico del tessuto quantistico fondamentale alla scala di Planck, un modello recente molto rilevante è quello di Jack Ng dell’università della North Carolina, in cui la struttura del background dei processi, vale a dire della schiuma spazio-temporale è determinata dall’accuratezza con cui viene misurata la sua geometria. Nel modello di Ng, come conseguenza del carattere olografico, i gradi di libertà della schiuma spazio-temporale, alla scala di Planck, devono essere considerati infinitamente correlati, con il risultato che la localizzazione di un evento perde il suo significato invariante. In altre parole, la schiuma spazio-temporale dà luogo a una non-località fondamentale. In questo approccio, sono proprio le caratteristiche non-locali della schiuma spazio-temporale che consentono di includere la gravitazione nella teoria.
È infine importante menzionare che, nell’ambito di una teoria nota come Quantum Graphity, in cui la geometria e la gravità emergono da una rete di grafi di spin, Caravelli e Markopoulou del Perimeter Institute of Theoretical Physics di Waterloo hanno recentemente suggerito un modello esplicito di schiuma quantistica, uno spazio-tempo quantistico con legami spaziali non-locali. Gli stati quantistici che descrivono questo background non-locale dipendono da due parametri: la grandezza minima del legame e la loro densità rispetto a questa lunghezza.

Conclusioni

Alla luce dei risultati della fisica quantistica e, in particolare, di alcuni rilevanti approcci elaborati recentemente (sia in ambito non-relativistico sia di teoria quantistica dei campi sia di gravitazione quantistica), a un livello fondamentale i comportamenti delle interazioni possono essere visti come la conseguenza di una geometria ricca e complessa, la cui proprietà fondamentale sembra essere la non-località. Questa geometria permea le strutture profonde dello spazio-tempo, in modo tale che gli stessi fenomeni fisici sono per così dire immersi in una sorta di tessuto geometrico, ed è precisamente dalla dinamica non-locale inerente a esso che emergono le diverse forme di materia e le varie forze che le muovono come altrettanti effetti possibili delle fluttuazioni quantistiche, in parte effimere e aleatorie, e delle diverse entità che condizionano la geometria quantica del mondo fisico alla scala fondamentale. Sulla base degli approcci non-locali illustrati in questo articolo, emerge la prospettiva che, così come non possono esistere delle particelle materiali (i fermioni), né delle particelle messaggere (i bosoni) senza interazioni, nello stesso modo le interazioni non potrebbero aver luogo senza la geometria non-locale sottostante che "tesse" lo spazio-tempo (o le diverse forme dello spazio-tempo) e propaga l’azione delle forze fondamentali attraverso il mondo microscopico e l’intero universo.

I rapporti tra l’explicate order della struttura spazio-temporale e le teorie che indagano la struttura fine della schiuma quantistica ci offre così la possibilità di un’interessante riflessione di carattere epistemologico e cognitivo. L’intera storia della fisica può essere considerata come un progressivo raffinamento dei modelli di spazio-tempo, da quello assoluto di Newton alle geometrie che caratterizzano le varie geometrodinamiche quantistiche e relativistiche. L’analisi svolta in questo articolo mostra che la non-località può essere considerata la carta di visita fondamentale della fisica quantistica, sia in ambito non-relativistico di prima quantizzazione, sia in teoria quantistica dei campi per arrivare infine alla gravitazione quantistica. Emerge la prospettiva di una struttura fondamentalmente non-locale in cui la geometria e la dinamica coesistono e dalla quale si codeterminano continuamente.

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Dalla non-località a una visione unificantedi spazio, materia, mente e vita
Davide Fiscaletti

Bibliografia

A. Aspect, J. Dalibard e G. Roger, “Experimental tests of Bell’s inequalities using time-varying analyzers” Physical Review Letters 49, 25, 1804-1807 (1982).
J. S. Bell, “On the Einstein-Podolski-Rosen paradox”, Physics 1, 3, 195-200 (1965).
D. Bohm, “A suggested interpretation of the quantum theory in terms of hidden variables, parts I and II”, Physical Review 85, 2, 166–193 (1952).
D. Bohm and B. J. Hiley, The undivided universe: an ontological interpretation of quantum theory, Routledge, London (1993).
F. Caravelli and F. Markopoulou, “Disordered locality and Lorentz dispersion relations”, arXiv:1201.3206v3 [gr-qc] (2012).
R. W. Carroll, Fluctuations, Information, Gravity and the Quantum Potential, Springer, Dordrecht (2006).
J. G. Cramer, “Generalized absorber theory and the Einstein–Podolsky–Rosen paradox”, Physical Review D 22, 362–376 (1980).
J. G. Cramer, “The arrow of electromagnetic time and the generalized absorber theory”, Foundations of Physics 13, 887–902 (1983).
J. G. Cramer, “The transactional interpretation of quantum mechanics”, Reviews of Modern Physics 58, 647–88 (1986).
J. G. Cramer, “An overview of the transactional interpretation”, International Journal of Theoretical Physics 27, 227 (1988).
D. Fiscaletti, I fondamenti nella meccanica quantistica. Un’analisi critica dell’interpretazione ortodossa, della teoria di Bohm e della teoria GRW, CLEUP, Padova (2003).
D. Fiscaletti, I gatti di Schrödinger. Meccanica quantistica e visione del mondo, Muzzio Editore, Roma (2007).
D. Fiscaletti, “The geometrodynamic nature of the quantum potential”, Ukrainian Journal of Physics 57, 5, 560-572 (2012).
D. Fiscaletti, “The quantum entropy as an ultimate visiting card of de Broglie-Bohm theory”, Ukrainian Journal of Physics 57, 9, 946-963 (2012).
D. Fiscaletti, “Bohm e l’entropia quantistica”, Scienza e Conoscenza 43, 68-73 (2013).
R. Gambini and J. Pullin, “Holography in Spherically Symmetric Loop Quantum Gravity”, arXiv:0708.0250 [gr-qc].
S. A. Huggett and K. P. Todd, An Introduction to Twistor Theory, Cambridge University Press, Cambridge (1994).
I. Licata, “Vision of oneness. Space-time geometry and quantum physics”, in Vision of oneness, I. Licata and A. Sakaji editors, Aracne Editrice, Roma (2011).
I. Licata and L. Chiatti, “The archaic universe: big bang,
cosmological term and the quantum origin of time in projective cosmology”,  International Journal of Theoretical Physics 48, 4, 1003-1018 (2009).
I. Licata and L. Chiatti, “Archaic universe and cosmological model:
"big-bang" as nucleation by vacuum”, International Journal of Theoretical Physics 49, 10, 2379-2402 (2010).
I. Licata, “Transaction and non-locality in quantum field theory”, European Physical Journal (2013).
Y. J. Ng, “Holographic Foam, Dark Energy and Infinite Statistics”,  Physics Letters B 657, 10-14 (2007).
Y. Jack Ng, “Spacetime foam: from entropy and holography to infinite statistics and non-locality”, Entropy, 10, 441-461 (2008).
Y. Jack Ng, “Holographic quantum foam”, arXiv:1001.0411v1 [gr-qc] (2010).
Y. Jack Ng, “Various facets of spacetime foam”, arXiv:1102.4109.v1 [gr-qc] (2011).
C. Rovelli, Quantum Gravity, Cambridge University Press, Cambridge (2007).
V. I. Sbitnev, “Bohmian split of the Schrödinger equation onto two equations describing evolution of real functions”, Kvantovaya Magiya 5, 1, 1101-1111 (2008). URL http://quantmagic.narod.ru/volumes/VOL512008/p1101.html.
V. I. Sbitnev, “Bohmian trajectories and the path integral paradigm. Complexified lagrangian mechanics”, International Journal of Bifurcation and Chaos 19, 7, 2335-2346 (2009); e-print arXiv:0808.1245v1 [quant-ph] (2008).
F. Shojai and A. Shojai, “Understanding quantum theory in terms of geometry”, e-print arXiv:gr-qc/0404102 v1 (2004).

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Davide Fiscaletti

giovedì 11 luglio 2019

Carboidrati resistenti alla digestione e microbiota



Carboidrati resistenti alla digestione e microbiota

Cosa sono i carboidrati resistenti alla digestione e cosa c'entrano con il microbiota?

Medicina Non Convenzionale    

Le fibre insolubili in acqua non sono digeribili dal nostro intestino, ma possono essere fermentate dal microbiota intestinale e ne costituiscono infatti il principale carburant: ce ne parla la biologa nutrizionista Simone Grazioli Schagerl

Redazione Scienza e Conoscenza - 11/07/2019

Le recenti evidenze scientifiche mostrano come alla base di una buona salute ci sia un intestino in salute. Quella che abbiamo sempre chiamato flora batterica ora ha un nuovo nome: il microbiota intestinale, ovvero l'insieme dei microrganismi che vive nel nostro intestino.
Il microbiota deve essere vario ed equilibrato nella sua composizione per coadiuvare al meglio la funzione immunitaria: come fare perché ciò accada? Quali stili di vita - soprattutto a tavola - dobbiamo adottare per nutrire al meglio il nostro microbiota? Cosa dobbiamo dargli da mangiare?

"I carboidrati resistenti alla digestione - ci spiega Simone Grazioli Schagerl, biologa nutrizionista laureata all'Università di Vienna - sono le fibre indigeribili dall’apparato digerente umano. Questi residui alimentari sono invece fermentabili dal microbiota intestinale e rappresentano il loro principale combustibile.

Si tratta perlopiù delle fibre insolubili in acqua: le cellulose e le emi-cellulose dei vegetali (ad esempio la crusca del grano, la parte fibrosa delle verdure, dei semi, dei frutti e dei legumi, ecc.), e delle fibre solubili vegetali (come le pectine e le mucillagini contenuti in avena, frutta, legumi, semi, ecc.).

In generale i vegetali contengono entrambi tipi di fibra, ma in una composizione particolare: le pesche e i broccoli, ad esempio, possiedono entrambi tipi di fibra in parti quasi uguali, i fagioli borlotto sono più ricchi in fibra solubile, i fagioli rossi più ricchi in fibra insolubile.

L'importante è mangiare molti vegetali variandoli. Studi recenti suggeriscono che un regime alimentare ricco in vegetali è in grado di stimolare l’attività delle specie benefiche presenti nel microbiota intestinale, ma l'assunzione di fibra dovrebbe essere a livelli superiori alle attuali raccomandazioni dietetiche ed arrivare fino a 25-30 g al giorno".

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martedì 9 luglio 2019

Che cos'e' la Non Localita' - 1



Che cos'e' la Non Localita' - 1

prima parte

Scienza e Fisica Quantistica


Scopriamo insieme una delle stranezze più affascinanti della fisica quantistica, la non località, in una rassegna critica: dal teorema di Bell all’esperimento di Aspect, agli approcci non-locali del tessuto quantistico

Davide Fiscaletti - 09/07/2019

La meccanica quantistica può essere considerata la teoria fondamentale della scienza moderna che più ha contribuito a modificare la nostra comprensione dell’universo. Per quanto riguarda la geometria del mondo fisico, si può dire che la teoria quantistica introduce prospettive molto più ampie di quelle offerte da ogni teoria fisica precedente. In particolare, l’elemento più sorprendente ed intrigante che emerge dal formalismo quantistico sta nel fatto che le particelle subatomiche sono in grado di comunicare tra di loro informazioni in modo istantaneo, in altri termini sono connesse in modo non-locale.

Riguardo al fenomeno della non-località, tutto è iniziato a partire dalla pubblicazione nel 1935 da parte di Einstein, Podolski e Rosen, di un famoso articolo dal titolo La descrizione quantistica della realtà può considerarsi completa? in cui è stato sviluppato quello che è poi stato chiamato il paradosso, o meglio, argomento EPR (dalle iniziali dei tre autori). Consideriamo due particelle A e B che hanno condiviso una particolare esperienza di accoppiamento alla loro nascita e che poi vengono allontanate e portate in estremi opposti dell’universo; allora, in base al formalismo della meccanica quantistica, se ad un certo istante effettuiamo una misura sulla particella A, è possibile conoscere istantaneamente lo stato della particella B, a prescindere dalla distanza che c’è tra di esse.

Il paradosso EPR era, in realtà, una critica di Einstein all’idea che la meccanica quantistica sia una teoria completa nel descrivere la natura. I fisici hanno cercato di spiegare questo fenomeno assumendo che ci sia una sorta di "messaggero" che parte dalla particella A per raggiungere la particella B e informarla di assumere un certo comportamento. Ma l’informazione arriva istantaneamente e quindi l’idea di un ipotetico messaggero non solo non funziona, ma sembra avere poco senso.

Le correlazioni non-locali tra particelle subatomiche che caratterizzano esperimenti di tipo EPR risultano essere inspiegabili e incomprensibili all’interno di uno schema classico. Fenomeni di questo tipo hanno tuttavia trovato una loro compiuta spiegazione e formalizzazione in un noto teorema dimostrato nel 1964 dal fisico irlandese John Stewart Bell (che è considerato da molti esperti nel campo dei fondamenti concettuali della meccanica quantistica come il più importante recente contributo alla scienza): “Quando due particelle sono emesse in direzioni opposte e le proprietà di una di esse sono attualizzate da una misurazione, le proprietà dell’altra particella – anche esse misurate – saranno correlate indipendentemente dalla distanza che le separa”. La dimostrazione del teorema di Bell implica che un’esperienza avvenuta nel passato tra due particelle subatomiche crea tra di esse una forma di "connessione" per cui il comportamento di ciascuna delle due condiziona in modo diretto ed istantaneo il comportamento dell’altra a prescindere dalla distanza che c’è tra di esse.

Ai giorni nostri, non è stata trovata ancora alcuna contro-argomentazione significativa in grado di mettere in discussione la validità del teorema di Bell. Tutti gli esperimenti effettuati finora – e particolarmente significativi sono, in questo senso, gli esperimenti di Alain Aspect (1981) al laboratorio di ottica di Orsay, di Yanhua Shih (2001) dell’Università del Maryland e di Nicolas Gisin (2003) dell’Università di Ginevra – hanno confermato il risultato ottenuto da Bell, vale a dire che la non località deve essere considerata una caratteristica fondamentale e irrinunciabile del mondo microscopico, che le particelle subatomiche sono capaci di comunicare istantaneamente a prescindere dalla loro distanza.

D’altra parte, nell’interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica la non-località emerge di fatto come un ospite inatteso nascosto dietro l’interpretazione puramente probabilistica della funzione d’onda e il meccanismo di "casualità" ad essa associato. Tuttavia, se si tiene conto dei risultati sperimentali sopra menzionati (nonché di risultati simili ottenuti da altri autori), bisogna ammettere che la non-località costituisce la carta di visita fondamentale della geometria del mondo quantistico e, di conseguenza, dovrebbe essere introdotta fin dall’inizio, come principio fondamentale, all’interno di ogni teoria volta a descrivere l’arena dei processi quantistici. I risultati sperimentali suggeriscono che la non-località deve essere considerata la proprietà essenziale che sta alla base del comportamento delle particelle subatomiche e della geometria del mondo quantistico. In questo articolo, ci proponiamo di sviluppare una rassegna critica degli approcci non-locali presenti nella letteratura volti a descrivere l’arena dei processi quantistici, il cosiddetto "tessuto spazio-temporale" della fisica quantistica.

La geometria non-locale nell’approccio del potenziale quantico di Bohm

L’idea del potenziale quantico, introdotta originariamente da David Bohm negli anni '50, può essere considerata la via più semplice e naturale per introdurre la non-località nel mondo quantistico. Nell’ambito dell’interpretazione di Bohm della meccanica quantistica, il potenziale quantico informa ogni particella dove andare, come se dietro alla realtà fenomenica spazio-temporale fatta di materia ed energia, esistesse un piano nascosto che la guida e la unisce a tutte le altre particelle in un’unica simbiosi cosmica. L’espressione matematica del potenziale quantico indica che l’azione di questo potenziale è di tipo spazio, vale a dire crea sulle particelle un’azione istantanea, proprio quella richiesta per comprendere i processi di tipo EPR.

Il potenziale quantico contiene un’informazione globale sui processi fisici, che può essere definita come "informazione attiva", contestuale al sistema sotto osservazione e al suo ambiente, la quale non è "esterna" allo spazio-tempo, ma piuttosto è un’informazione geometrica "intessuta" nello spazio-tempo. A questo proposito, possiamo dire che l’evoluzione dello stato di un sistema quantistico modifica l’informazione attiva globale e questa influisce a sua volta sullo stato del sistema quantistico ridisegnando la geometria non-locale dei processi. In questo quadro geometrodinamico possiamo anche dire che il potenziale quantico rappresenta le proprietà geometriche dello spazio dalle quali la forza quantistica, e quindi il comportamento delle particelle quantistiche, derivano.

Bibliografia

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Descrizione libro

Il percorso della conoscenza – sosteneva Anassimandro nel VI sec. a.C. – deve essere basato sulla ribellione contro certezze che appaiono ovvie, sul fatto che la nostra immagine del mondo può essere sempre perfezionata, che il mondo può essere diverso da come ci appare, che il nostro punto di vista sul mondo è limitato dalla piccolezza della nostra esperienza. La scienza – sosteneva Anassimandro – nasce da ciò che non sappiamo («che cosa c’è dietro la collina?») e dalla messa in discussione di qualcosa che credevamo di sapere, in altre parole la scienza consiste nel guardare più lontano, nell’esplorazione continua di nuove forme di pensiero per concettualizzare il mondo.

Compatibilmente con la visione della scienza come entità dinamica, che è in costante evoluzione e riorganizzazione, in grado di generare percorsi evolutivi i quali si possono intrecciare l’uno con l’altro, i saggi pubblicati in questo libro intendono mostrare come, pur partendo dalla convinzione che nel corso della storia la scienza ci ha portato teorie d’immane bellezza ed eleganza con enormi benefici sul piano tecnologico, sia possibile investigare nuovi scenari, in particolare si possano aprire nuove prospettive riguardo all’immagine del mondo, alla visione della realtà che ci circonda, le quali mettono in discussione idee che, nell’ambito del nostro approccio limitato all’esperienza, appaiono ovvie.
Davide Fiscaletti

 Indice

Introduzione

PRIMA PARTE - Non località: da Bohm alla nuova fisica della complessità

Capitolo 1 - La teoria di Bohm può aprire nuovi orizzonti
Capitolo 2 - Bohm e l’entropia quantistica
Capitolo 3 - Cos’è la non-località?
Capitolo 4 - Senza tempo. Sull'arena dell'universo: da Bohm allo spazio atemporale ondulatorio
Capitolo 5 - Dalla “Maestà” di Simone Martini alla fisica quantistica
Capitolo 6 - La luce: da Leonardo a Einstein, verso la nuova fisica
Capitolo 7 - Dalla matematica di Leonardo alla teoria della complessità

SECONDA PARTE - L’interpretazione della mente e della consapevolezza

Capitolo 8 - Io sono quello. L'osservatore e la consapevolezza
Capitolo 9 - Questione di Frequenze. Materia, consapevolezza, spazio: in una sinfonia cosmica d'unione d'intenti
Capitolo 10 - Oltre il pianeta mente. Alla conquista dello spazio-consapevolezza
Capitolo 11 - Vibrare alla stessa frequenza dell’Universo

Davide Fiscaletti

Marchigiano, laureato in fisica all’università di Bologna, è docente di matematica e fisica e membro ricercatore del centro di ricerca indipendente SpaceLife Institute (San Lorenzo in Campo). Si occupa di fondamenti della fisica teorica, segnatamente di interpretazioni della meccanica quantistica, relatività, teoria quantistica dei campi e gravità quantistica.

È autore dei libri I fondamenti nella meccanica quantistica. Un’analisi critica dell’interpretazione ortodossa, della teoria di Bohm e della teoria GRW (CLEUP, Padova, 2003), I gatti di Schrödinger (1° edizione: Muzzio, Roma, 2007; nuova edizione aggiornata: Editori Riuniti University Press, Roma, 2015), Prospettive alla ricerca del graal. Verso una visione unitaria di spazio, materia e vita (Aracne, Roma, 2010), The timeless approach: frontier perspectives in 21st century physics (World Scientific, Singapore, 2015), Il quadro olografico. Le frontiere non-locali della fisica moderna (Di Renzo Editore, Roma, 2017), The geometry of quantum potential. Entropic information of the vacuum (World Scientific, Singapore, 2018) e di molti articoli apparsi in numerose riviste scientifiche.

È inoltre co-autore, assieme ad Ignazio Licata, del volume Quantum potential. Physics, geometry and algebra (Springer-Verlag GmbH, Heidelberg, 2013) e, assieme ad Amrit Sorli, del libro The infinite history of now. A timeless background for contemporary physics (Nova Science Publishers, New York, 2014).

Scopri il libro di Davide Fiscaletti

eBook - Universo Iperconnesso >> http://bit.ly/2LKWsB6
Dalla non-località a una visione unificantedi spazio, materia, mente e vita
Davide Fiscaletti