mercoledì 20 marzo 2019

CHOPIN Prelude n.04 op.28 MIm - Piano Native Tune 432 Hz

martedì 19 marzo 2019

Febbre, dolore e infiammazione




Febbre, dolore e infiammazione

come evitare FANS, paracetamolo e aspirina e utilizzare con successo le Medicine Non Convenzionali


Medicina Non Convenzionale

prima parte

La febbre nel neonato e nel bambino e l’uso della Tachipirina. Perché i bambini sono più soggetti a febbre? Come possiamo combatterla senza compromettere l'organismo dei nostri figli?

di  Domenico Battaglia - 13/03/2019

Tratto dall’articolo Febbre, dolore e infiammazione: come evitare FANS, paracetamolo e aspirina e utilizzare con successo le Medicine Non Convenzionali di Domenico Battaglia, apparso su Scienza e Conoscenza 62.

Quando la febbre si presenta in un neonato nelle prime settimane di vita, è bene dedicare molta attenzione a questi eventi. I neonati possono essere maggiormente soggetti a infezioni specialmente se hanno subito manovre meccaniche durante il parto, o manovre chirurgiche, o in generale un’importante medicalizzazione del parto. In questi casi specialmente, ma più in generale sempre, l’allattamento al seno svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione delle infezioni nei neonati. I bambini allattati al seno sono protetti da molti agenti patogeni e hanno un minor rischio di sviluppare febbri nei primi mesi di vita.

La barriera emato-encefalica è ancora permeabile nelle prime 6-8 settimane di vita: per tale motivo la febbre nei bambini molto piccoli necessita un alto livello di attenzione, in quanto risulta più facile, agli agenti patogeni eventualmente presenti, accedere al sistema nervoso aumentando la probabilità di infiammazioni delle meningi (foglietti protettivi del sistema nervoso).

Naturalmente il medesimo grado di attenzione che si mantiene per le febbri cosiddette “spontanee” andrebbe tenuto per quegli episodi febbrili che vengono indotti a seguito dell'inoculo di sostanze esterne, come per esempio nel caso delle vaccinazioni pediatriche svolte nel periodo delle prime 6-8 settimane di vita.

Infatti in questi casi ancora maggiore deve essere l'attenzione rivolta nei confronti di un eventuale episodio febbrile, sintomo evidente di una reazione immunologica in corso, la cui eventuale soppressione mediante farmaci deve essere attentamente ponderata da parte del medico curante.

Paracetamolo, FANS, aspirina: i falsi amici
Spesso, però, accade che anche in queste occasioni, vengano somministrate sostanze farmacologiche come FANS o Paracetamolo (Acetaminofene) per sopprimere gli eventi febbrili, come anche nel caso di sindromi simil influenzali o dolorifiche, spesso senza che ve ne sia urgenza e soprattutto senza avere esplorato fino in fondo le cause della patologia.

Questi farmaci appartengono alla categoria dei cosiddetti farmaci da banco, quindi fruibili senza prescrizione medica, e dunque massicciamente presenti nelle case di molti cittadini, magari sotto varie forme e denominazioni commerciali non immediatamente riconducibili alla formulazione chimica del prodotto. Questo aspetto può rendere l'uso di questi farmaci così comune da banalizzarne pericolosamente gli eventuali effetti collaterali, specie in situazioni di accumulo per somministrazione sovrapposta di farmaci con formulazioni simili fra loro o che ne dovessero contenere porzioni nella loro composizione chimica finale (1).

Cito da L'Annuario dei Farmaci di Roberto Gava(Ed. Piccin): «Alle dosi terapeutiche, i più comuni effetti del paracetamolo sono: alterazioni ematologiche, vertigini, sonnolenza, difficoltà di accomodazione, secchezza orale, nausea, vomito, […] fenomeni allergici (glossite, orticaria, prurito, arrossamento cutaneo, porpora trombocitopenica, broncospasmo) […] Il paracetamolo possiede anche un’elevata tossicità acuta dose-dipendente. I danni sono principalmente epatici […] con ittero ed emorragie, ma si può avere anche la progressione verso l’encefalopatia, il coma e la morte. […] Ci possono essere pure insufficienza renale con necrosi tubulare acuta, aritmie cardiache, agranulocitosi, anemia emolitica, pancitopenia […].

L’effetto epatotossico è esplicato da un metabolita del paracetamolo (l’N-acetil-p-benzochinone) che viene neutralizzato da un sistema epatico glutatione-dipendente. Dopo che le scorte intraepatotocitarie di glutatione si sono esaurite, il metabolita si lega con le proteine del citosol epatocitario (circa 10 ore dopo l’assunzione del farmaco) e svolge la sua azione epatotossica».La terapia per contrastare l'eventuale tossicità prevede la somministrazione (entro le 10 ore) di acetilcisteina endovena, metionina per bocca o, meglio, glutatione per via parenterale (im o ev) (3).

Ancora più recentemente è stato dimostrato un effetto di tossicità a livello del sistema nervoso centrale non solamente secondario alla tossicità epatica, ma diretto.

La soppressione delle febbri con antipiretici, che siano indotte da tossi-infezioni o vaccinazioni, interferisce con il normale sviluppo immunologico e del cervello, portando a disturbi dello sviluppo neurologico in alcuni individui geneticamente e immunologicamente predisposti.

Gli effetti si possono verificare in utero o in età molto precoce, quando il sistema immunitario è in rapido sviluppo (2). Recenti studi confermano, nel caso di un uso non controllato del paracetamolo in gravidanza, un aumento del rischio di criptorchidismo, asma, nascita pretermine per il nascituro, nonché flebotrombosi ed embolia polmonare per la gestante (8). L'uso di FANS in gravidanza è stato correlato con un aumentato rischio di ritardo della crescita intrauterina, ipertensione polmonare persistente del nascituro, ridotta perfusione renale del feto con conseguente riduzione del volume del liquido amniotico (Oligoidramnios), oltre a un rischio maggiore di aborto spontaneo e malformazioni congenite a livello cardiaco, diaframmatico, gastrico o della parete addominale (ernia ombelicale) (8).

Nelle pubblicità proposte attraverso i mass media, sono molto in voga tutta una serie di messaggi riguardanti i FANS che mirano a far acquistare confezioni cosiddette “convenienza”, che spesso triplicano il contenuto di compresse o bustine, pensate per il consumo collettivo di tutta la famiglia. In questo modo si induce una possibile auto-prescrizione incontrollata che può facilmente portare a sovradosaggi pericolosi per la salute.

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seconda parte

Ancora oggi l'acido acetil salicilico (Aspirina®), appartenente alla categoria degli Acidi Carbossilici, è il farmaco più famoso presso i consumatori appartenente a questa categoria (FANS). Noto e amato soprattutto per i molteplici usi previsti, come ci fa notare la pubblicità sul sito della casa produttrice, viene comunemente utilizzato a cuore leggero per “curare” la febbre, l'infiammazione ed il dolore.

L’acido acetil salicilico una volta era comunemente usato per sopprimere la febbre anche in età pediatrica, fino a quando non è stato collegato alla sindrome di Reye, una malattia che si manifesta con un’infiammazione acuta del cervello e del fegato, spesso con esiti fatali. Motivo per cui, specie in età pediatrica, si è iniziato a somministrare al suo posto l’acetaminofene (o paracetamolo), che a sua volta può essere, come abbiamo visto, la causa principale dell’insufficienza epatica in casi di sovradosaggio, nel bambino come nell'adulto.

Inoltre la gastrolesività, specialmente in pazienti con una storia di ulcera gastrico-duodenale o che risultino positivi alla presenza dell'Helicobacter Pilorii, è un ulteriore situazione che deve fare riflettere riguardo alla diffusione e utilizzo, specie in termini di autoprescrizione da parte del consumatore, di prodotti come l'acido acetil salicilico.

Più spesso i farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS) vengono assunti per sedare le sindromi dolorifiche con svariate etiopatogenesi, come antiinfiammatori e come antiaggreganti piastrinici. Fra questi troviamo i derivati dell'acido acetico (Indometacina, Diclofenac, Ketorolac etc.), i derivati dell'acido propionico (Ibuprofene, Naprossene, Ketoprofene etc.), i derivati dell'acido Enolico (Piroxicam, Meloxicam etc.).

Un altro prodotto molto conosciuto ed al contempo usato senza grandi precauzioni è il Nimesulide (attualmente ritirato dal commercio in vari paesi per tossicità epatica).

Più recentemente sono stati immessi sul mercato i cosiddetti inibitori selettivi delle COX-2 (cicloossigenasi 2: enzima responsabile del processo infiammatorio) che si prefiguravano come una grande rivoluzione nel trattamento del dolore e dei processi flogistici, anche perché promettevano un'assenza di gastrolesività rispetto alle precedenti formulazioni. Dopo l'immissione in commercio questi farmaci hanno invece dimostrato una gastrolesività quasi paragonabile ai precedenti prodotti e la comparsa di effetti collaterali gravi a livello cardiovascolare, anche con esiti fatali. Per questi motivi sono stati ritirati dal commercio.

Le sindromi febbrili, infiammatorie e dolorose dunque, eccetto in casi selezionati con la guida del medico di fiducia, dovrebbero essere assecondate nel loro decorso piuttosto che soppresse. Ciò non sempre è possibile da realizzare con la farmacologia di sintesi, specialmente se si vogliono ridurre i rischi di tossicità insiti nel farmaco stesso, o di insorgenza degli effetti collaterali, o se per esempio si hanno delle intolleranze ai principi attivi o ai loro adiuvanti.

In questi casi è possibile optare per strategie terapeutiche con un minor impatto tossicologico, ma che comunque portano l'organismo verso il processo della guarigione.

Tachipirina, Paracetamolo e altri Farmaci per Abbassare la Febbre: Sì o No? - Libro >> http://bit.ly/2Ty3uOf
Stefano Montanari, Antonietta Gatti

Scienza e Conoscenza - n. 62 - Rivista >> https://goo.gl/L8cGc8
Rivista trimestrale di Scienza Indipendente
Autori Vari

lunedì 11 marzo 2019

Che cosa e' veramente la febbre?



Che cosa e' veramente la febbre?

Medicina Non Convenzionale


Abbiamo sempre considerato la febbre come una malattia da combattere, scopriamo finalmente che cos'è veramente la febbre e da cosa è scatenata

Redazione Scienza e Conoscenza - 08/03/2019

Estratto dal libro Tachipirina, Paracetamolo e altri Farmaci per Abbassare la Febbre: Sì o No? Di Stefano Montanari, Antonietta Gatti

Probabilmente non esiste nessuno che nel corso della vita non abbia avuto esperienza di alterazioni in rialzo della temperatura: la febbre o, per chi vuole parlare difficile, la piressia.

Il fenomeno, di natura molto complessa e su cui non ci addentreremo se non al volo, è dovuto all’azione dei cosiddetti pirogeni (bella parola derivata dal greco “generatori di fuoco”).Questi possono essere divisi in due grandi categorie: i pirogeni endogeni e i pirogeni esogeni. I primi sono sostanze contenute in un tipo di globuli bianchi chiamati granulociti che vengono prodotte quando ci sia la presenza d’infezioni o di certi fenomeni legati al cancro; i secondi sono proteine estranee all’organismo e particelle solide particolarmente piccole (nanoparticelle) e, comunque, minuscole entità che non appartengono all’organismo tra cui batteri vivi o morti. Le febbri più comuni, certo non le sole, sono proprio quelle che vengono da un attacco da parte di batteri vivi o di virus tra quelli con cui noi non riusciamo a convivere pacificamente.

Sì, perché con la maggior parte di essi noi, come, del resto, tutti gli esseri viventi, abbiamo stabilito una sorta di patto di non belligeranza e di mutua convivenza e, insomma, non ci diamo fastidio l’un l’altro. A scanso d’incomprensioni, esistono batteri e virus che convivono tranquillamente con certi animali e che, invece, provocano malattie gravissime in altri.

Un esempio è il virus chiamato SV40 che convive senza problemi con certe scimmie e che, invece, è cancerogeno nell’uomo che pure delle scimmie è parente stretto. Se nel grandissimo numero di queste entità la maggior parte di loro è innocua - e, anzi, ci sono non pochi batteri che noi ospitiamo nei nostri organi, l’intestino in particolare, che sono indispensabili alla nostra vita - con alcuni non andiamo proprio d’accordo, e questo con grande dispiacere prima di tutto per loro perché, una volta che sono penetrati nel nostro corpo, vengono combattuti. Idem per i virus, particelle piccolissime, di norma invisibili al microscopio ottico e visibili solo a quello elettronico, fatte di proteine e acidi nucleici.

Se i batteri sono sconfitti, muoiono (i virus non sono propriamente esseri viventi), mentre se stravincono uccidono chi, pur del tutto controvoglia, li ospita. L’ovvia conseguenza è che, morto l’ospite, muoiono pure loro. Insomma, come capita anche in altri campi della vita comune, una convivenza serena è interesse di tutti. Però a volte c’è la guerra. Così arrivano gl’invasori, l’ipotalamo sposta in alto la sua soglia di “normalità” termica da mantenere e il sangue mobilita un esercito fatto di globuli bianchi. Si tratta dei monociti, i globuli bianchi più grossi che abbiamo, con un diametro che può arrivare a 18 micron (come abbiamo già detto, un micron è un millesimo di millimetro), che si “militarizzano” diventando macrofagi, cioè cellule specializzate di cui abbiamo accennato in precedenza la cui funzione principale è la cosiddetta fagocitosi, vale a dire la capacità d’inglobare gl’invasori, siano essi virus, batteri o piccole particelle estranee. Fatto questo, se ne vanno a morire con il loro contenuto di “prigioniero catturato”. La sorte è quella di subire una specie di dissoluzione che finisce con l’eliminazione naturale dei suoi prodotti da parte dell’organismo.

Nel corso della loro attività i macrofagi producono delle sostanze proteiche chiamate citochine.

Le citochine sono piccole proteine che si legano alla membrana cellulare comunicando alla cellula un’istruzione che può essere lo stimolo a crescere o a differenziarsi o a morire. Queste inducono diversi effetti e, tra loro, l’innalzamento della temperatura di cui sono responsabili alcune prostaglandine, sostanze di natura acida prodotte dalla maggior parte delle membrane cellulari, che vanno a modificare la termoregolazione. L’organismo mette in atto anche meccanismi apparentemente semplici come i brividi che altro non sono se non rapide contrazioni muscolari che, come fossero un’azione sportiva, innalzano la temperatura. Un altro espediente che l’organismo usa è quello della vasocostrizione periferica: i vasi sanguigni di mani e piedi vengono ridotti di calibro in modo da convogliare il sangue in zone centrali dove è indispensabile per i fenomeni di contrasto agli invasori. È così che, pur avendo una temperatura corporea alta, si sente freddo alle mani e ai piedi.

L’innalzamento della temperatura è un fenomeno indispensabile che, in maniera quanto mai complessa e raffinata, l’organismo mette in atto per potersi opporre all’invasione di ospiti non certo graditi. Di fatto tutti i farmaci febbrifughi, e il paracetamolo fra loro, inibiscono la formazione di una quantità di sostanze di difesa, opponendosi così all’innalzamento della temperatura. Il che significa inevitabilmente rendere più difficile l’azione che l’organismo saggiamente organizza e, in definitiva, ostacolare la guarigione.

Ma l’organismo, per quanto opera mirabile, non è perfetto o, almeno, non lo è se noi lo consideriamo dal nostro punto di vista personale e decisamente egoistico. Mentre la Natura ha un piano infallibile per ucciderci, lasciando così spazio alla nuova vita, noi, pur coscienti dell’inevitabilità della sorte che ci toccherà, non abbiamo nessuna intenzione di morire e nemmeno di ammalarci. Ma, se proprio ci ammaleremo, non vogliamo subire l’incomodo dei sintomi della malattia.

I sintomi sono alterazioni della percezione che il soggetto ha dello stato che per lui è quello di benessere. Dunque, qualcosa di soggettivo diverso da quelli che sono i segni clinici che, a loro volta, sono aspetti oggettivamente anormali riscontrabili nel paziente (facendo attenzione a che cosa consideriamo “normale”). E, allora, magari non proprio in modo saggio, cerchiamo qualche mezzo capace di restituirci la percezione che ci piace e forse il mezzo più frequentato è proprio quello di sopprimere la febbre.

Vero è che a volte l’organismo esagera con le sue azioni di contrasto agli invasori e la guerra rischia di comportare effetti che possono rivelarsi deleteri per l’organismo che ospita quella guerra. Uno di quelli è il raggiungimento di una temperatura corporea eccessiva che può essere certamente utile ai fini della guerra in corso ma che può avere effetti deleteri addirittura irreparabili come provocare condizioni quali, ad esempio, l’epilessia o l’autismo. È in questi casi che si ricorre razionalmente ad un farmaco come il paracetamolo, principio attivo che ritarda sì la guarigione dalla malattia che ha provocato la temperatura eccessiva ma che previene effetti collaterali potenzialmente catastrofici.

5. Gli acidi nucleici sono composti chimici la cui acidità è piuttosto debole formati da grosse molecole presenti nel nucleo cellulare di tutti gli organismi viventi. Si tratta di sostanze importantissime per quanto riguarda l’informazione genetica e la sua trasmissione di generazione in generazione. Rivestono pure grande importanza nella sintesi delle proteine...

Tachipirina, Paracetamolo e altri Farmaci per Abbassare la Febbre: Sì o No? - Libro >> http://bit.ly/2Ty3uOf
Stefano Montanari, Antonietta Gatti

martedì 5 marzo 2019

La risonanza fisica



La risonanza fisica

Fisica dell'incredibile


Cos'è la risonanza fisica? Scopriamo insieme perché il ponte di Takoma situato negli Stati Uniti d’America crollò. Quale spiegazione fisica ci fu dietro al crollo?

di Antonella Ravizza - 04/02/2019

Avete mai sentito parlare del crollo del ponte di Takoma, negli Stati Uniti d’America, avvenuto il 7 novembre 1940? Il ponte, sotto l’azione di un vento a 70 km/h, incominciò a vibrare e a oscillare fino a quando la torsione del piano stradale lo fece rompere e crollare.

Cerchiamo di capire cosa è successo e perché, cioè quale fenomeno fisico c’è alla base del crollo. Si chiama risonanza fisica e in genere provoca un aumento significativo dell’ampiezza delle oscillazioni, con conseguente accumulo di parecchia energia all’interno del sistema sollecitato.

I ponti in particolare tendono ad essere estesi molto di più in una dimensione rispetto alle altre, quindi sono particolarmente sensibili alle oscillazioni trasversali e di torsione. Per questo bisogna prestare molta attenzione allo studio della risposta in frequenza di queste strutture ed è fondamentale porre in atto accorgimenti costruttivi tali da smorzare le risonanze pericolose.

La risonanza fisica si verifica quando un sistema oscillante forzato è sottoposto a sollecitazione periodica di frequenza pari all'oscillazione propria del sistema stesso. La risonanza caratterizza tutti i sistemi che abbiano inerzia ed elasticità. La frequenza propria in un moto armonico è l'inverso del periodo: T= 2  ω= 2 .

Il fenomeno è studiato da tantissimi anni, infatti già nel 1665 il fisico e matematico Christian Huygens vide che posizionando uno a fianco all’altro due pendoli sulla stessa parete, essi tendevano a sintonizzare il loro movimento oscillatorio, si dice che uno fa risuonare l’altro alla propria frequenza. Questo succede perché un sistema interagisce con una forza periodica esterna che trasmette energia ad un corpo che si muove di moto armonico.

Così succede per esempio ad un bambino su un’altalena. Chiamiamo eccitatore colui che spinge l’altalena e risonatore l’insieme del bambino e dell’altalena. Il valore che deve avere la spinta dipende dalle caratteristiche del risonatore. Se l’eccitatore e il risonatore sono in sincronismo, con una spinta di una certa intensità, l’altalena raggiungerà un’altezza maggiore ad ogni spinta; ma se si accumula troppa energia, la risonanza può distruggere tutto il sistema.

Negli oscillatori reali, smorzati dalla forza di attrito viscoso dell’aria, la massima ampiezza delle oscillazioni indotte al sistema si ottiene quando la frequenza di oscillazione è di poco inferiore alla frequenza propria. Se un corpo è in grado di vibrare con una certa frequenza, quando viene investito da un'onda della stessa frequenza, inizia a vibrare, ma tutti gli altri no.

Allora, cosa ha fatto crollare il ponte? Il vento non era particolarmente forte ma aveva una frequenza molto simile alla frequenza a cui il ponte oscilla naturalmente attorno alla sua posizione di equilibrio. Questa frequenza dipende dalle caratteristiche fisiche del ponte. L'energia del moto armonico che si ottiene si può conservare o può diminuire progressivamente in presenza di forze dissipative come l'attrito o la resistenza del mezzo. In quest'ultimo caso il moto armonico è detto smorzato. Se un qualsiasi oggetto è sottoposto ad una forza esterna periodica di pulsazione ω', quando la pulsazione della forza si avvicina alla pulsazione propria del sistema oscillante, l'energia del sistema aumenta tantissimo, facendo aumentare l'ampiezza delle oscillazioni.

Allora che cosa è successo al ponte? Il vento soffiava con raffiche vicine alla frequenza propria del ponte, facendolo andare in risonanza. Le oscillazioni del ponte continuarono ad aumentare fino a farlo crollare. Naturalmente un ponte, come tutte le altre costruzioni, dovrebbe essere progettato in modo da evitare che una risonanza sia eccitata in condizioni operative, perché essa espone la struttura a rischio di danneggiamento e, nel peggiore dei casi, la rende instabile.

Il fenomeno della risonanza è molto importante anche nella musica, dove ha effetti positivi; per esempio quando vibra la corda di un violino si pone in risonanza il sistema formato dal violino, dall'aria contenuta al suo interno e si ottiene un suono molto intenso che la corda da sola non avrebbe potuto produrre. Il fenomeno si può osservare molto bene anche utilizzando un diapason, strumento che produce onde ad una frequenza fissa. Prendendo per esempio un diapason che produce onde di 440 Hz, corrispondenti alla nota musicale LA, e posizionandolo vicino ad un altro diapason silenzioso, sentiremo che dopo pochissimo tempo anche il secondo diapason incomincerà a vibrare.

Sembra strano ma anche gli oggetti, a modo loro, sanno comunicare: questo rende ancora più affascinante lo studio del mondo che ci circonda e dei fenomeni naturali che lo governano!

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Dai quanti all'Universo a 26 dimensioni
Antonella Ravizza

lunedì 4 marzo 2019

ASMR Soundscape 32 Alpha 528 Hz | Relax | Meditation

L'universo un gigantesco ologramma 2



L'universo potrebbe essere un gigantesco ologramma 2

Seconda parte

Fisica dell'incredibile


Secondo una teoria che prende il nome di principio olografico, l’universo sarebbe simile ad un gigantesco ologramma

di Fausto Bersani Greggio

Tre ricercatori bolognesi, Giulio Pozzi, Gian Franco Missiroli e Pier Giorgio Merli, utilizzarono un dispositivo (intensificatore di immagine) così sensibile da poter visualizzare la traccia di un singolo elettrone alla volta. L’esperimento, pubblicato nel 1976, riuscì a mettere in evidenza, nello stesso tempo, le tracce dei singoli elettroni e la formazione, su uno schermo posto dietro le fenditure, di frange di interferenza a partire dall’accumulo di queste tracce, un risultato previsto dalla meccanica quantistica, ma mai sperimentato prima a questo livello di precisione, peraltro ritenuto dai più irraggiungibile.

Qualora una delle due fenditure venisse chiusa, si passa da una figura di interferenza ad una di diffrazione, che, seppur strutturalmente diversa, conferma anche in questo caso un comportamento ondulatorio della materia.

Una versione moderna (2008) di tale esperimento è stata realizzata da Giulio Pozzi, e Stefano Frabboni e Gian Carlo Gazzadi (Università di Modena), con fenditure della dimensione di alcune decine di nanometri (miliardesimi di metro), risultato che sarebbe stato totalmente fuori dalla portata delle tecnologie degli anni ’70/’80.

In particolare si può dimostrare che l’entropia è aumentata a causa di un maggiore grado di imprevedibilità e di disordine del sistema. Il disordine ha molte più configurazioni dei pochi stati che chiamiamo “ordinati”, e pertanto risulta più imprevedibile.

Un risultato significativo che è emerso dai miei calcoli è legato al fatto che tale variazione di entropia dipende dalla superficie totale delle due fenditure, inizialmente entrambe aperte.

Il sistema di fatto “ricorda” lo stato iniziale e ci permette di verificare che, anche se l’impostazione dell’esperimento è cambiata, l’informazione iniziale si è conservata.

Ancora una volta emerge un risultato relativo all’entropia la quale dipende da una superficie bidimensionale che, in qualche modo, nasconde un volume: nella fattispecie lo spazio tridimensionale che si trova tra le fenditure e lo schermo. In sostanza si ripresenta un principio olografico in ambito quantistico.

La tridimensionalità non è l'unica caratteristica interessante degli ologrammi: se l'ologramma di una mela viene tagliato a metà e poi illuminato da un laser, si scopre che ciascuna metà contiene ancora l'intera immagine della mela. Anche continuando a dividere le due metà, vedremo che ogni minuscolo frammento di pellicola conterrà in sé (-gramma) sempre una versione più piccola, ma intatta, di tutte le informazioni dell’intera (olo-) immagine. Si riscontra pertanto una proprietà di self – similarità della figura ottenuta.

E’ interessante notare che tale proprietà è tipica dei frattali. In una mia altra pubblicazione, sempre su questa rivista [2], dimostrai che, partendo dalle immagini bidimensionali delle mappe dell’universo neonato inviate dal satellite Planck, le micro perturbazioni termiche presenti ad un’epoca di circa 380000 anni dopo il big bang, mostravano la stessa dimensione frattale delle strutture cosmiche che si sarebbero poi andate a formare nello spazio tridimensionale.

Spingendoci oltre, possiamo notare come queste stesse strutture formate da ammassi e superammassi di galassie mostrino un’impressionante somiglianza con la conformazione delle cellule cerebrali di un uomo, al punto da apparire quasi indistinguibili.

Il cervello umano contiene oltre 10^11 neuroni, stesso ordine di grandezza del numero di galassie stimato nell’universo osservabile. Molti di tali neuroni hanno migliaia di connessioni con altri neuroni esattamente come avviene per le galassie a livello cosmologico con una serie di filamenti di collegamento, tenendo comunque presente che un ammasso galattico è circa 10^28volte più grande del soma (parte centrale) di un neurone.

Una sorta di principio olistico in cui sembra che, sia a livello microscopico che a livello macroscopico, ogni frammento dell’universo abbia in sé l’immagine del “tutto”, in buona sostanza come se tutto facesse parte di un unico grande ologramma in cui tutto compenetra tutto.

Sebbene la natura umana cerchi di categorizzare, classificare e suddividere i vari fenomeni, ogni suddivisione risulterebbe necessariamente artificiale e tutta la natura non sarebbe altro che una immensa rete ininterrotta di informazioni. La grandissima mente di Leonardo Da Vinci diceva:

“Il genio sta nella consapevolezza di capire che tutto è collegato a tutto”.


Bibliografia



Il segreto dell'Universo >> http://bit.ly/2IGjCZu
Mente e materia nella scienza del terzo millennio
Fabrizio Coppola

giovedì 28 febbraio 2019

ASMR Soundscape42 RM8 V1 Relax & Meditation - HRM & BWE 8 Hz based

L'universo un gigantesco ologramma



L'universo potrebbe essere un gigantesco ologramma #1

- Prima parte

Fisica dell'incredibile


Secondo una teoria che prende il nome di principio olografico, l’universo sarebbe simile ad un gigantesco ologramma

Fausto Bersani Greggio - 27/02/2019

Secondo una teoria che prende il nome di principio olografico, l’universo sarebbe simile ad un gigantesco ologramma: proprio come una manipolazione della luce permette di registrare un’immagine tridimensionale su una pellicola in due dimensioni, il nostro universo, in apparenza tridimensionale, potrebbe essere totalmente equivalente a un «dipinto» su un’immensa superficie lontana.

Un ologramma è un tipo speciale di fotografia che genera un’immagine tridimensionale quando viene illuminata in modo appropriato. Tutta l’informazione che descrive la scena tridimensionale è codificata e vive su una pellicola bidimensionale

Il principio olografico afferma che una situazione analoga si può applicare nella descrizione di un qualunque sistema che occupi una regione tridimensionale purché la teoria fisica che lo descrive operi solamente sul suo confine bidimensionale. Il concetto di ologramma, inteso in modo generale, può essere quindi esteso come una rappresentazione a D – 1 dimensioni di un oggetto D dimensionale.

La fisica dei buchi neri – concentrazioni di massa incredibilmente dense con campi gravitazionali talmente intensi che neppure la luce riesce ad evadere – dà un’indicazione di come questo principio potrebbe essere vero anche a livello astrofisico, se non addirittura cosmologico.

Dallo studio dei buchi neri si ricava una conclusione sorprendente: l’entropia, che è connessa al contenuto di informazione di una qualsiasi regione dello spazio, è definita non dal suo volume ma dall’area della sua superficie.

Alcuni fisici ritengono che questo risultato sorprendente possa essere un indizio in direzione di una teoria definitiva della realtà.

Il secondo principio della termodinamica afferma che l’entropia di un sistema fisico isolato non può mai diminuire. Tuttavia quando la materia scompare in un buco nero l’entropia dell’Universo sembrerebbe scomparire per sempre: un buco nero assorbe materia ed energia dallo spazio circostante e quindi “mangia” informazione.

Il secondo principio sembra pertanto essere violato.

Sennonché, negli anni ’70, venne dimostrato un teorema in virtù del quale l’area totale di un buco nero, per un qualsiasi evento, non diminuisce mai. Di conseguenza, se si suppone che l’entropia di un buco nero sia proporzionale alla superficie del suo orizzonte, si può pensare che quando la materia cade al suo interno, l’aumento di entropia di quest’ultimo compensi l’entropia “persa” dalla materia scomparsa, una sorta di generalizzazione del secondo principio della termodinamica. Questo assunto fu effettivamente dimostrato da Bekenstein.

E fin qui non ci sarebbe un immediato problema se l’informazione rimanesse confinata all’interno dell’orizzonte degli eventi. Tuttavia Hawking nel 1974 pubblicò un articolo in cui sosteneva che un buco nero può emettere spontaneamente radiazione termica fino ad “evaporare”, fenomeno peraltro, al momento, mai osservato.

Cosa accade all'informazione caduta precedentemente nel buco nero quando esso evapora?

Ed inoltre, che dire del teorema dell’area il quale, a fronte di un’eventuale evaporazione del buco nero risulterebbe evidentemente violato data l’inevitabile scomparsa del buco nero stesso?

Anche se l’idea di Bekenstein, di un’entropia generalizzata data dalla somma dell’entropia dei buchi neri e della materia esterna ad essi, salva la seconda legge della termodinamica, rimane tuttavia aperto il problema del teorema dell’area e dell’informazione.

L’ipotesi di Hawking di un buco nero che possa evaporare pone una serie di problemi teorici, conosciuti con il nome di “paradosso dell’informazione”, poiché nel lavoro originale la radiazione di Hawking è puramente termica, col risultato che dell’informazione viene distrutta per sempre: si pensi ad esempio ad alcune proprietà delle particelle catturate all’interno di un buco nero come la massa, la carica elettrica, lo spin, l’energia, la quantità di moto, ecc. tutti dati che andrebbero completamenti persi.

Fintanto che nulla poteva uscire da un buco nero, si poteva pensare che l’informazione, non più accessibile, continuasse comunque ad esistere confinata al suo interno, ma nel momento in cui questo non è più vero allora nascono delle difficoltà di interpretazione a livello quantistico. Infatti in meccanica quantistica l'informazione non viene mai distrutta. I tentativi di spiegazione allo stato attuale risultano alquanto contorti, poco convincenti e sicuramente incompleti.

Personalmente ritengo che il problema possa essere spiegato diversamente.

In una mia precedente pubblicazione su questa rivista [1] dimostrai che il ragionamento di Hawking è affetto da un errore e che in realtà un buco nero non potrà mai evaporare provando quindi che il teorema dell’area è assolutamente generale e non presenta violazioni salvaguardando anche il contenuto dell'informazione nascosta.

E’ stato dimostrato, come si è detto, che l'entropia di un buco nero è proporzionale all'area del suo orizzonte degli eventi. Essa risulta misurata in unità di Planck
ossia, pixel infinitesimi (10^-66 cmq) che rappresentano il limite estremo della nostra capacità di indagare l’infinitamente piccolo. L'idea è che lo spazio-tempo potrebbe non essere perfettamente liscio, esattamente come un’immagine digitale che evidenzia i propri limiti di risoluzione quando si zooma fino a dimensioni dell’ordine di grandezza dei suoi pixel.

L'informazione può essere quindi codificata sullo schermo olografico della sua superficie, il che corrisponde ad una caratteristica particolare: studiare la fisica della superficie olografica equivale a studiare la fisica del volume in essa racchiuso. Lo schermo olografico conserva una sorta di “memoria” o di “archivio”, se si preferisce, delle proprietà della materia contenuta al suo interno.

Un processo analogo si verifica anche nel noto esperimento delle due fenditure, l’esperimento premiato nel 2002 dalla rivista Physics World come il più bello della fisica, in cui venne realizzata una figura di interferenza non con onde classiche, come sarebbe lecito attendersi, bensì con particelle, per l’esattezza elettroni.

Il segreto dell'Universo >> http://bit.ly/2IGjCZu
Mente e materia nella scienza del terzo millennio
Fabrizio Coppola

venerdì 22 febbraio 2019

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Masticare bene cura l'intestino




Masticare bene cura l'intestino

Curarsi con l'Omeopatia

Per proteggere il nostro intestino e quindi il nostro microbioma intestinale è molto importante masticare bene e a lungo. Come? Con alcuni semplici passi, vieni a scoprirli insieme a noi

Andrea Giulia Pollini - 21/02/2019

Per avere un intestino sano, e quindi un buon microbioma intestinale, bisogna analizzare il primo gesto che compiamo quando mangiamo ovvero la masticazione. Masticare bene è determinante per una digestione adeguata: spesso mangiamo senza masticare e ingurgitiamo velocemente cibo e bevande ignorando le conseguenze di questa cattiva abitudine sul nostro organismo.

Perché masticare è così importante?

Masticare bene aumenta il senso di sazietà.
Masticare bene permette alla muscolatura dello stomaco di distendersi per accogliere il cibo.
Masticare bene consente un buon inizio di digestione.
È importante ricordare che lo stomaco è un muscolo con una mucosa morbida e al suo interno contiene rughe e pieghe, non ha denti. Se non mastichiamo noi, nessuno lo farà. Una buona masticazione dipende da due azioni fondamentali: tritare il cibo con i denti e lasciare che il cibo si unisca alla saliva. Masticando attiviamo le ghiandole salivari che producono la saliva, le ghiandole salivari se attivate correttamente rilasciano circa 1-1,5 l di saliva al giorno. La prima parte della digestione inizia dentro la nostra bocca ed è molto importante capire come funziona.

La saliva inoltre contiene la mucina che è fondamentale per la scissione degli amidi e del cibo. Quindi la masticazione unita alla saliva permette di trasformare il cibo in poltiglia e di farlo arrivare all’intestino che, a questo unto, riesce a sintetizzarlo meglio.  Anne Katharina Zschocke spiega perfettamente questo passaggio nel suo libro Batteri Intestinali:

“Masticando accuratamente, dunque, ci prendiamo cura del nostro stomaco e del nostro intestino, ma anche di tutti i batteri che lì vivono. Facciamo in modo di mantenere inalterato il nostro strato mucoso intestinale che ci protegge da una troppo grande permeabilità del tessuto epiteliale dell’intestino e di conseguenza da malattie. Masticare accuratamente mantiene in movimento i processi di disintossicazione”.

Oggi sappiamo che masticare bene rinforza anche il sistema immunitario e il nostro microbioma intestinale. Il microbioma intestinale funziona da barriera contro i patogeni, regolando l’assorbimento dei nutrienti, la produzione di vitamine ed energia e le difese immunitarie. Inoltre nel 2010 uno studio ha rivelato che la saliva contiene un’endorfina endogena, l’opiorfina, che ha un potere antidepressivo e antidolorifico. Possiamo immaginare che un domani la masticazione potrebbe essere prescritta come cura contro la depressione.

Come masticare nel modo giusto?

Quasi 100 anni fa Horace Fletcher, mercante d’arte, si trovò all’età di 60 anni talmente sovrappeso che l’assistenza sanitaria si rifiutò di assisterlo. Così Fletcher per dimagrire decise di provare a masticare lentamente: un boccone doveva essere masticato per 33 volte. Passo dopo passo dimagrì notevolmente e scrisse alcuni consigli che troviamo nel libro Batteri Intestinali di Anne Katharina Zschocke, e che possiamo ancora tenere in considerazione per masticare nel modo giusto:

“bisogna fare bocconi piccoli e masticarli tanto a lungo,fino a che non sono ridotti in poltiglia o non sono diventati liquidi;
concentrarsi completamente sulla masticazione e nel farlo prendere coscienza del cambiamento nel gusto (contare i movimenti di masticazione può aiutare a mantenere la concentrazione);
ciò vale anche per i liquidi;
a questo punto i bocconi ridotti in poltiglia vanno consapevolmente inghiottiti;
solo in seguito prendere un altro boccone e masticando, non mettere il boccone sulla forchetta ma godersi rilassati il momento con piacere”.
Ancora oggi questi sono ottimi consigli da seguire per masticare nel modo corretto, perché per avere un buon microbioma e di conseguenza un intestino sano è importantissimo masticare bene e a lungo. Quindi per ricordarti di masticare a lungo ti propongo una nuova versione di un noto scioglilingua: “33 trentini entrarono a Trento…”.  Non entrare a Trento, ma conta 33 trentin e poi deglutisci. Il tuo corpo ti ringrazierà.

eBook - I Batteri Intestinali
Come prevenire, curare e guarire allergie, sovrappeso, diabete, colon irritabile, autismo, depressione e molto altro
Anne Katharina Zschocke

lunedì 18 febbraio 2019

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La riscoperta della coscienza animale e umana 3


La riscoperta della coscienza animale e umana 3

- terza parte

Consapevolezza


Diversi studi sugli scimpazè dimostrano che sono capaci di pensiero riproduttivo e produttivo. Possiamo dire quindi, che gli animali possiedono una coscienza?

Angelo Tartabini - 17/02/2019

Allora, per quali ragioni, da questo universo di stati mentali, soprattutto quelli della coscienza, debbano essere esclusi gli animali? Perché, ad esempio, alle scimmie antropomorfe, deve essere negata la possibilità di avere delle credenze, di provare delle emozioni, oppure, perché no, di sentirsi orgogliose per aver difeso con successo un alleato nella lotta per la leadership?

Inoltre, molti animali sanno “leggere” le intenzioni e il pensiero dei loro compagni e possono reagire ai loro stati intenzionali (teoria della mente), ad esempio, ai loro inganni, predisponendosi al contro-inganno (Tartabini, 2012). Per esempio, gli scimpanzé possono fare inferenze (a dire la verità, anche molti altri animali ne sono capaci); sono capaci di pensiero riproduttivo, produttivo e di ristrutturare il loro campo cognitivo. Possono distinguere una figura geometrica da un'altra e possono risolvere euristicamente molti problemi.

Hanno una memoria sensoriale, una memoria a breve e a lungo termine e anche procedurale. Sentono il bisogno di sicurezza (vedi attaccamento) di stima, di considerazione e possono provare le nostre stesse emozioni. Per quanto riguarda la creatività, chi non è più creativo di uno scimpanzé nella costruzione di strumenti, per esempio di bastoncini che vengono infilati nei termitai per l'estrazione degli insetti. Molti scimpanzé conoscono il valore terapeutico di alcune erbe per curare dissenterie e mal di pancia. Altri, in laboratorio, hanno acquisito il significato di un certo numero di ideogrammi della scrittura giapponese quando venivano abbinati a dei lessi grammi e hanno anche distinto dei colori: rosso, giallo, arancione, verde rosa e blu. Altri ancora hanno saputo esprimere, attraverso il linguaggio dei segni, desideri del tipo: “Voglio una penna di colore rosso”, “voglio due penne verdi” (Matsuzawa, et al., 2006).

Tutte queste scoperte hanno proiettato una nuova luce sulla definizione di umanità, sul concetto di coscienza, su quello di altruismo, empatia, senso di colpa, gelosia, sdegno e ripugnanza. Per esempio, per interiorizzare il senso di colpa è necessario possedere una forma di coscienza, di consapevolezza, per aver commesso un errore o qualcosa che non doveva essere fatto. Il senso di colpa, probabilmente, è un punto importante sul quale si sono basate le società dei primi ominidi che hanno presto dovuto discernere, per sopravvivere, il bene dal male. Tutto questo, nel corso dell'evoluzione, si è diffuso anche tra le nostre cugine, le scimmie, sebbene in maniera più sfumata rispetto all’uomo.

Per quanto riguarda la morale o coscienza morale, Darwin ne “L'origine dell'uomo” (1871) sostenne, con parole molto semplici, che tra noi uomini e molte specie animali, esiste una sorprendente continuità evolutiva. Aggiunse che gli animali possono provare compassione nei confronti del dolore altrui e che gli elementi fondamentali della moralità animale sono costituiti dalle risposte emozionali che ogni individuo è capace di dare in una qualsiasi forma di solidarietà empatica. La solidarietà favorisce gli animali che la manifestano nei gruppi di appartenenza e quella cooperativa si fonda su dei vantaggi reciproci. Quando la solidarietà in una società viene meno, si sgretolano i rapporti sociali e in questi casi gli individui rimangono soli, melanconici, meno reattivi, soggetti a malattie ed ad un peggioramento delle condizioni mentali, perché psicologicamente più deboli e senza motivazioni.

Conclusioni

In conclusione le scimmie vivono stati emozionali come noi, sanno essere altruiste, hanno una cultura, sono empatiche, hanno una teoria della mente, provano vergogna e hanno una morale sociale. In sostanza possiedono una coscienza, sebbene nei limiti delle loro capacità cognitive e intellettive. Però le scimmie non inquinano e non distruggono il loro ambiente, come invece facciamo noi esseri umani. Su quest’ultimo punto abbiamo un’infinità di brutti esempi. In un solo paese, l’Indonesia, le multinazionali del legno, ogni 25 secondi, radano al suolo un’area della foresta equatoriale grande quanto un campo di calcio (10 mila metri2)(in un solo giorno sono 60 ettari di foresta).

Noi uomini dobbiamo coscientemente riflettere su quello che stiamo facendo, perché la natura non è inesauribile e sostituibile.

Riferimenti bibliografici

Darwin, C. 1871. The discent of man, and selection in relation to sex.
       London, John Murray (tr. it. L’origine dell’uomo. Roma, Editori
       Riuniti, 1971).
Damasio, A.R. 1994. Descartes’ error, reason and the human brain. New
          York, Grosset/Putman (tr. it. L’errore di Cartesio. Milano, Adelphi,
          1995).
Damasio, A.R. 1999. The feelings of what happens. New York, Harcourt
        Brace (tr. it. Emozioni e coscienza. Milano, Adelphi, 2000).
Damasio, A. R. 2017. The strange order of things: Life, feeling, and the
          making cultures. New York, Pantheon Books (tr. it. Lo strano ordine
         delle cose. Milano, Adelphi, 2017).

Dennett, D. 1991. Consciousness explained. Boston, Little Brown (tr. it.
         Coscienza. Milano, Rizzoli, 1993).
Edelman, G. 1887, Neural Darwinism. New York, Basic Books, (tr. it.
         Darwinismo neurale. Torino, Einaudi, 1995).
Humphrey, N. 2006. Seeing red: a study in consciousness. Cambridge,
      MA., Belknapp Press/Harvard University Press (tr. it. Rosso. Uno
      studio sulla coscienza. Torino, Codice Edizioni, 2007).
Koch, C. 2004. The quest for consciousness: A neurobiological approach.
         San Francisco, CA., W.H. Freeman & Co. (tr. it. Alla ricerca della
        coscienza: una prospettiva neurobiologica. Torino, UTET, 2007).
Massimini, M. & Tononi, G. 2013. Nulla di più grande. Milano, Baldini &
          Castoldi,.
Matsuzawa, T., Tomonaga, M. & Tanaka, M. 2006. (Eds.). Cognitive
          development in chimpanzees. New York, Springer.
Penfield, W. 1975. The mistery of the mind: A critical study of
        consciousness and the human brain. Princeton, Princeton University
        Press (tr. it. Il mistero della mente: studio critico sulla coscienza e sul
        cervello umano. Firenze, Vallecchi, 1991).
Penrose, R. 1989. The Emperor’s new mind. Oxford, Oxford University
        Press (tr. it. La mente nuova dell’imperatore. Milano, Rizzoli, 1992).
Sacks, O. 2017. The river of conscousness. London, Pan Macmillan (tr. it.
        Il fiume della coscienza. Milano, Adelphi, 2018).
Savoldi, F., Ceroni, M. & Vanzago, L. 2014 (a cura di). La coscienza:
       Contributi per specialisti e non specialisti tra Neuroscienze, Filosofia
       e Neurologia. Fano, Aras Edizioni.
Searle, J. 1992. The rediscovery of the mind. Boston, MA., Massachusetts
        Institute of Technology (tr. it. La riscoperta della mente. Torino,
        Bollati Boringhieri, 1994).
Searle, J. 1997. The mistery of consciousness. New York, New York
       Review of Books (tr. it. Il mistero della coscienza. Milano, Cortina
      Editore, 1998).
Tartabini, A. 2012. Fondamenti di Psicologia evoluzionistica. Napoli,
        Liguori Editore.
Wundt, W. 1896. Grundriss der Psychologie. Leipzig, Engelmann (tr. it.
        Compendio di Psicologia. Torino, Clausen, 1900).

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venerdì 15 febbraio 2019

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La riscoperta della coscienza animale e umana 2



La riscoperta della coscienza animale e umana 2

seconda parte

Consapevolezza


Analizziamo i due tipi di coscienza secondo Damasio: nucleare o primaria e coscienza estesa o di ordine superiore. Quali sono le differenze?

di Angelo Tartabini - 14/02/2019

La Coscienza secondo Damasio

Quindi, nel tempo, molti studiosi si sono espressi sulla coscienza, ma più concretamente, una voce autorevole in questo campo è stata quella, non di un filosofo, come era da aspettarsi, ma di un neuroscienziato: Antonio Damasio (1994-1999-2017). Egli fece subito una distinzione. Per lui non esiste una coscienza unitaria, ma principalmente due diversi tipi di coscienza: una coscienza nucleare o primaria (Core consciousness) e una coscienza estesa o di ordine superiore (Extended consciousness).

Quella nucleare è una coscienza momentanea di un evento sensoriale immediato, cioè di qualcosa che attiva hic et nunc uno dei nostri organi di senso. Essa viene ricondotta al funzionamento delle strutture corticali più antiche (di cui dispongono anche gli animali), cioè quelle del sistema limbico, della formazione reticolare, quelle che regolano l'omeostasi, il ciclo sonno/veglia, l'attenzione, le emozioni, come la gioia, la tristezza, la paura, la rabbia, la sorpresa.

Quest’ultime sono tutte risposte neurali emozionali fondamentali ai fini della conservazione degli individui, animali o umani che siano. Ci aiutano a prendere decisioni vitali immediate, inconsapevoli, prima di essere sopraffatti da un evento negativo e devastante.

Il secondo tipo di coscienza (Extended consciousness), secondo Damasio, viene invece ricondotta principalmente alla memoria autobiografia, al ricordo delle nostre esperienze passate, soprattutto quelle più importanti e formative, al funzionamento dei lobi frontali e parietali, cioè a capacità mentali “superiori” (per esempio, il linguaggio che ci consente di articolare le nostre esperienze soggettive).

A dire il vero, il linguaggio articolato ha solo favorito lo sviluppo della coscienza, ma non è stato assolutamente indispensabile per farla emergere, nostante il numero dei neuroni corticali coinvolti nella coscienza dell’essere umano sia più di 20 miliardi, mentre, per esempio, quelli del cane, che ovviamente non parla, sono circa 400 milioni, cioè  50 volte  meno.

Noi uomini nel sistema nervoso centrale abbiamo complessivamente 100 miliardi di neuroni: un numero enorme, ma ne sfruttiamo solo una sua piccola parte, appena 1/5. In sostanza, non dobbiamo mai fare dei confronti tra specie sul piano della qualità della coscienza (la qualità è la stessa). Vale a dire che, non è assolutamente vero che la coscienza umana sia una cosa e quella animale sia un’altra cosa.

Negli animali la coscienza ha dei limiti solo sul piano della estensione ed ecco perché Damasio (1994-1999) ha parlato di Coscienza estesa nell’uomo. Damasio con questa distinzione (nucleare/estesa) chiarì quindi un punto su cui tuttora si fa molta confusione quando si parla di coscienza animale e quando soprattutto la si mette a confronto con quella umana. Questo paragone, non ha nessun senso, in quanto si sta parlando di specie che operano cognitivamente e evolutivamente su piani quantitativamente diversi.

A questo punto è facile pensare che, sul piano della coscienza, non ci si possa fermare solo a quella nucleare ed estesa. Infatti, Damasio aggiunge che la coscienza estesa genera quella morale, che non è un manuale di regole scritte o parlate (per esempio con il linguaggio articolato), ma un insieme di strategie comportamentali che servono a mantenere unito un gruppo d’individui, per esprimere solidarietà e rispetto per il prossimo.

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mercoledì 13 febbraio 2019

La riscoperta della coscienza animale e umana 1



La riscoperta della coscienza animale e umana 1

prima parte

Gli animali hanno una coscienza come noi umani? In questo articolo parliamo di uno dei quesiti che ci poniamo più frequentemente e a cui spesso non riusciamo a dare una risposta


di Angelo Tartabini - 12/02/2019

Il modo migliore per dissolvere il “mistero” della coscienza è di comprendere nella sua totalità i processi del cervello che a essa sottostanno. Ciò che per ora si può dire è che la coscienza, qualsiasi cosa essa sia, è, e rimane una caratteristica fondamentale della mente con stati di sensibilità e consapevolezza che iniziano quando ci svegliamo al mattino e si spengono quando ci addormentiamo. Ora, il punto è chiedersi se la coscienza esista anche negli animali, cioè se la coscienza, nella somiglianza, e nella diversità, ontologicamente soggettiva e indivisibile per noi esseri umani, lo sia anche per gli animali.

In questo articolo dimostreremo che gli animali (scimmie in particolare) sono coscienti di se stessi e delle loro azioni, di quello che capita loro attorno, delle loro condizioni sociali, eccetera. Per dimostrarlo faremo degli esempi, parleremo di molti esperimenti e citeremo molte opinioni di autorevoli scienziati e filosofi, anche se il dibattito su questo tema non si è ancora chiuso e chissà se mai si chiuderà.

 La coscienza si sta studiando in diversi campi della ricerca, in primo luogo in filosofia, poi nelle scienze cognitive, per esempio, con l’intelligenza artificiale e il computazionalismo, anche nelle neuroscienze, quindi, con orientamenti e prospettive scientifiche abbastanza diverse tra loro. Sulla coscienza sono stati scritti molti libri e articoli scientifici, ma per ora la conclusione è che nessuno può spiegare che cosa sia veramente (Penfield, 1975; Dennett, 1991; Searle, 1997; Koch, 2004; Humphrey, 2006; Massimini & Tononi, 2013; Savoldi et al., 2014; Sacks, 2017).

Non esiste ancora una “teoria del tutto” sulla coscienza e, forse, mai ci sarà. Ciò che si può dire, per ora, è che la coscienza è una funzione psicologica privata, vissuta in prima persona, irriducibilmente soggettiva e una proprietà che emerge causalmente dalle attività neurali (Searle, 1992).

La coscienza è estesa nel tempo, ma non ha una dimensione spaziale; sopravviene sul fisico, ma non è che si possa ridurre ai corrispondenti stati neurofisiologici del nostro organismo, soprattutto del cervello che la sottintende. Fisico e sopravvenienza per la coscienza, sembrano parole antitetiche, ma nella realtà non lo sono, e qui sta il punto.

Se questo è lo stato delle cose, che cosa possiamo dire? Ciò che si può affermare è che saremo in grado di capire che cosa sia veramente la coscienza quando capiremo come funziona il cervello nella sua totalità e complessità biologica (naturalismo biologico della coscienza). Nulla di più, nulla di meno (Searle, 1997).

Le diverse teorie della coscienza

Come fanno i processi neurobiologici che avvengono nel cervello a causare la coscienza? Rispondere non è facile e per spiegarlo sono state messe in campo molte teorie, addirittura un tentativo sulla base della meccanica quantistica che studia l’attività subneurale e quindi di parti infinitamente piccole delle cellule nervose (Penrose, 1989).

Per quanto quest’ultima idea sia avvincente, il risultato è che essa, per ora, non ci ha portati da nessuna parte. Per altri ricercatori, invece, la coscienza è solamente un prodotto dell’evoluzione, un processo che è maturato nel tempo, addirittura dal Cambriano, più di 500 milioni di anni fa, in poi, quindi molto prima che noi umani apparissimo sulla faccia della Terra.

Attraverso la pressione selettiva di alcuni gruppi neurali (mappe neurali) (Edelman, 1987), cioè meccanismi cerebrali minimi, furono indispensabili per dar vita alla coscienza, anche se, sarebbe meglio dire dei nuclei del tronco encefalico, del telencefalo e dell’ipotalamo che si trovano sotto la corteccia cerebrale.  

Altri studiosi dicono che le leggi che regolano gli eventi mentali, quindi anche la coscienza, e gli eventi fisici, siano identiche (teoria dell'identità (Davidson, 1990), anche se, il linguaggio usato dall’uomo, con tutti i suoi limiti, per descrivere la coscienza, non può essere sempre ricondotto al linguaggio della fisica.

E per la Psicologia, che cos’è la coscienza?

La coscienza è stato il primo oggetto d’indagine della psicologia moderna che l’ha definita come un insieme di processi che vanno dai riflessi agli atti volontari, dalle sensazioni alla formazione delle immagini, dalle emozioni alla memoria, dall'attenzione alle motivazioni, dalla percezione ai sentimenti: in sostanza, tutto l’insieme delle funzioni psicologiche che caratterizzano l’essere umano.

Nel 1878 Wilhelm Wundt, il fondatore della psicologia scientifica moderna e autonoma, fino ad allora la psicologia era stata fortemente e negativamente condizionata dalla metafisica, definì la coscienza “sintesi creativa” (Wundt, 1896)(Kant la chiamò l’Unità trascendentale dell’appercezione).

In conclusione, la coscienza non è nulla di ben definito, sebbene si sappia benissimo che ci consente di possedere un’infinità di stati mentali, per esempio la gioia, l’affetto materno, la sofferenza, l’ammirazione, la gratitudine, l'innamoramento, la saggezza.

Ci consente inoltre di vivere stati motivazionali come quelli agonistici, sessuali, cooperativi, affiliativi e infine ci permette di provare dei sentimenti attraverso le esperienze del nostro corpo in una sorta di automatismo omeostatico (come recentemente ha sostenuto Antonio Damasio, 2017), in sostanza di mantenere in equilibrio le nostre attività funzionali con l’ambiente, soprattutto quando si tratta di proteggere il nostro organismo da influenze negative esterne.

La coscienza, inoltre, ci consente di prenderci cura di noi stessi e degli altri, di essere intelligentemente altruisti, di divertirci, ma anche di nutrirci. A proposito del nutrimento, il filosofo analitico americano John Searle (1992), un giorno, scrisse che “gli eventi e i processi mentali, quindi anche la coscienza, fanno parte della nostra storia naturale non meno della digestione, della mitosi o della secrezione enzimatica”.

L’idea di Searle sembra una provocazione, ma in realtà non lo è; Searle non intendeva nemmeno alludere ad un riduzionismo biologico. La sua era un’idea semplicemente realistica, anche se non sono stati pochi coloro che la rifiutarono. Il fatto è che il materialismo scientifico negli ultimi due/trecento anni, insieme al dualismo che ancora pervade la nostra cultura e quindi anche il nostro linguaggio, che resiste ancora ad una visione di una mente come idea del corpo, come fu la visione anticipatrice di Baruch Spinoza, addirittura nel XVII Secolo, insieme, nei nostri giorni, all’invasione dell’intelligenza artificiale, dei media e dei telefonini, per non parlare dell’identificazione della coscienza con l’anima o lo spirito, hanno reso praticamente impossibile spiegare scientificamente che cosa sia veramente.

Quindi l’idea di una coscienza come prodotto di un’attività neurale, ancora non esiste nel pensiero dell’uomo. Il fatto invece che qualsiasi sistema capace di elaborare simboli, come fa un calcolatore o un robot, operi come la nostra mente, è un’idea diffusissima. Questo modo di pensare non ci ha culturalmente arricchiti, ma ci ha portati a un impoverimento della nostra condizione e ci sta spersonalizzando. Ha fatto venire meno il nostro senso critico e, quel che è più grave, sta promuovendo un analfabetismo culturale di ritorno gravissimo. Sta avvantaggiando la mediocrità. Ci sta avviando verso una crisi irreversibile di valori umani autentici.

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martedì 12 febbraio 2019

Le piramidi in Bosnia e l'energia orgonica



Le piramidi in Bosnia e l'energia orgonica

Intervista a Sam Osmanagich: le piramidi in Bosnia e l'energia orgonica


Le piramidi della Bosnia sono una tra le scoperte più controverse dell'archeologia e in esse si trova un'alta concetrazione di energia orgonica

Redazione Scienza e Conoscenza - 06/02/2019

Nel 2005 Sam Osmanagich ha scoperto le prime piramidi europee nei pressi della cittadina di Visoko, Bosnia-Erzegovina, e ha dato inizio agli scavi archeologici, poi condotti dalla Archaeological Park: Bosnian Pyramid of the Sun Foundation da lui istituita. Tra il 2008 e il 2014 ha organizzato le Conferenze Scientifiche Internazionali di Sarajevo sulla ricerca svolta alle piramidi bosniache, eventi che hanno alimentato le controversie sulla sua scoperta, dividendo la comunità archeologica internazionale. Affascinanti e misteriose, le Piramidi della Bosnia hanno stregato decine di ricercatori e centinaia di volontari:chi ha visitato il sito parla di un’energia straordinaria che scaturisce da questo luogo particolare. Abbiamo avuto il piacere di intervistare il dottor Osmanagich che ci racconta della sua scoperta.

In che modo avete scoperto e misurato la presenza di energia orgonica nel sito archeologico di Visoko?

Il progetto delle Piramidi Bosniache è un’indagine scientifica interdisciplinare che coinvolge scienze classiche come archeologia, geologia, pedologia, discipline ad alta tecnologia (ricerca geofisica, analisi geotermica e georadar, LIDAR) e misurazioni di energia (campi elettrici e magnetici, ultrasuoni e infrasuoni, risonanza Schuman, concentrazione di ioni negativi, livello di ossigeno, campi magnetotellurici ed elettrodinamici).

Tra gli altri strumenti, abbiamo utilizzato il misuratore sperimentale di energia vitale LM3, prodotto dall’azienda americana Heliognosis. Questo strumento che si basa sullo stesso principio del dispositivo di Wilhelm Reich (Orgone Field Meter). In breve, ha la capacità di rilevare l’elettromagnetismo su una scala da 0% a100%.

State conducendo degli studi al riguardo?

A partire dal 2012 sono state effettuate regolari misurazioni dell’energia orgonica nella Valle delle Piramidi Bosniache e la strumentazione LM3 ha registrato i seguenti valori:

Piramide bosniaca del Sole (struttura piramidale artificiale): 100%
Piramide bosniaca della Luna (struttura piramidale artificiale): 100%
Tumulo di Vratnica (collina artificiale conica): 100%
Labirinto sotterraneo Ravne (rete artificiale preistorica di gallerie e camere): 100%
Collina Bell Tower (collina a forma conica nel parco “Ravne 2”): 100%

Ti risulta che in altri siti archeologici sia presente una concentrazione altrettanto significativa di energia orgonica?

I relativi valori di energia vitale o orgonica (o chi, prana, energia punto zero) variano a seconda dei luoghi: nelle città inquinate si aggirano intorno al 20-25%, nei villaggi al 50-60% e sulle strutture piramidali (artificiali o naturali) i valori arrivano al 100%.

Quali conclusioni relative alle conoscenze possedute dai costruttori di queste antiche costruzioni possiamo trarre dalla presenza di queste concentrazioni energetiche?
Nel caso dei tunnel delle piramidi bosniache, abbiamo misurato gli effetti benefici dell’energia che sono dovuti ai seguenti fattori: migliore elettromagnetismo, migliore frequenza ultrasuoni di 28 kHz, risonanza Schuman di 7,83 Hz, alta concentrazione di ioni negativi fino a 50.000 ioni/c3, assenza di radiazioni cosmiche dannose, di radioattività naturale, di campi Wi-Fi e di segnali di telefonia mobile. Se a tutto ciò sommiamo il 100% di energia orgonica, possiamo stabilire che i tunnel sono un luogo perfettamente protetto e ricco di energia benefica, dove il nostro organismo riacquista l’equilibrio e da il via al processo di autoguarigione. Gli antichi artefici delle piramidi sapevano individuare i luoghi migliori in cui costruirle, luoghi con potenti emissioni di energia. Le piramidi aumentano la quantità di energia emessa dalle fonti naturali esistenti, pertanto sono amplificatori di energia. Da sottolineare un fatto estremamente positivo: amplificano le frequenze energetiche naturali a noi benefiche, così come amplificano, o forse generano, l’energia orgonica. Sembra che la piramide a quattro facce, sia la più adatta al nostro Pianeta. Questa particolare forma migliora la struttura molecolare dell’uomo, della flora, della fauna, dell’acqua, del cibo e degli ambienti, offrendoci sempre una maggiore quantità dell’invisibile ma onnipresente energia vitale.

approfondisci il tema:

Scienza e Conoscenza n. 65 - Luglio-Settembre 2018 >> https://goo.gl/oH72LH
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

martedì 5 febbraio 2019

Fisica dei quanti: se non fossero palline?



Fisica dei quanti: se non fossero palline?

Medicina Quantistica e Bioenergetica


L’universo appare come un DVD dove l’informazione si attiva nel tempo e le particelle vengono descritte come eventi. Insieme a Ignazio Licata scopriamo la verità sui quanti

Redazione Scienza e Conoscenza - 04/02/2019

Estratto dall'articolo Particelle come eventi di Ignazio Licata tratto da Scienza e Conoscenza 67

In Fisica e oltre. Incontri con i protagonisti (1920-1965), Werner Heisenberg ricorda una chiacchierata con Einstein: «Mi fece notare che nella mia formulazione matematica era del tutto assente la nozione di “traiettoria dell’elettrone”, che è in realtà un qualcosa di direttamente osservabile in una camera a nebbia. Gli sembrava assurdo affermare che la traiettoria esistesse nella camera ma non dentro l’atomo. L’idea di traiettoria, dopo tutto, non può dipendere dalle dimensioni dello spazio in cui avvengono i moti dell’elettrone. Cercai di difendere la mia posizione giustificando con dettagli tecnici la necessità di abbandonare del tutto il concetto nel contesto atomico: in realtà non osserviamo una traiettoria vera, ma registriamo solo le frequenze della luce emessa dall’atomo, le loro intensità e probabilità di transizione, ma non un vero «cammino». E poiché il principio di razionalità impone di accogliere in una teoria solo le quantità direttamente osservabili, l’idea di traiettoria dell’elettrone non doveva trovarvi posto. Con mia sorpresa, Einstein non fu affatto convinto».

Una frattura e le sue derive

In questo breve passaggio ci sono già in luce non soltanto gli aspetti più radicali della frattura tra fisica classica e quantistica (MQ), ma, come deriva culturale, anche una bella fetta delle stranezze, paradossi e magie che abitano gran parte della divulgazione. È il caso di convenire con Marx che nella storia le cose si presentano la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Del resto, sembra evidente che una MQ raccontata in termini di “misteriose azioni a distanza” e altri elementi esotici è più vendibile nel supermarket della scienza. E c’è già una scusante per questo tipo di narrazione: la MQ sarebbe troppo ardua tecnicamente per non far ricorso al paradosso. In questo caso il paradosso consisterebbe nella contraddizione con il senso comune. Ci chiediamo qui se questo conflitto è davvero necessario, preso atto che è estremamente pericoloso per chi si accosta alla fisica, e proveremo a suggerire un modo di pensare i sistemiquantistici senza “stranezze”. Per tentare questo esperimento concettuale faremo a meno del formalismo, ma ci rifaremo direttamente a ciò che effettivamente dicono gli assiomi della MQ. In altre parole non abbozzeremo qui un’interpretazione (ce ne sono fin troppe!), piuttosto cercheremo di prendere alla lettera la MQ e trasformeremo in immagini i suoi postulati. Soltanto alla fine indicheremo al lettore in quale misura questo esperimento mentale porti a una estensione della MQ che implica una riflessione sulla nozione di temporalità.

La lezione di Niels Bohr

Com’è noto, Einstein aveva portato a compimento la fisica classica: nel teatro di coordinate dello spazio-tempo, campi e particelle modellano il mondo in ossequio a uno stretto determinismo, mitigato dalla complessità degli effetti non-lineari. Con la Relatività Generale (RG) aveva proposta una teoria metrica della gravitazione che unificava spazio-tempo e materia, stimolando le teorie unificate. È comprensibile che l’abbandono del concetto di localizzabilità nello spazio-tempo (della posizione di una particella, di un valore di campo) lo rendesse critico nei confronti della nuova fisica, all’affermazione della quale pure aveva dato un importante contributo (fotone, effetto fotoelettrico, calore specifico nei solidi) e del cui valore pratico non dubitava. Come L. de Broglie non era però intenzionato ad abbandonare la rappresentazione spaziale di oggetti e processi. Per contro Heisenberg, tra i discepoli di Bohr, fu quello che portò alle estreme conseguenze il pensiero del suo maestro e amico. Il pensiero di Bohr è molto sottile, saldamente stratificato attorno ad alcuni cardini, ma diversificato in mille rivoli. Per questo motivo Bohr resta – per i più – il creatore di un modello semi-classico dell’atomo e del concetto di complementarietà, che per i nostri scopi possiamo qui riassumere dicendo che un sistema quantistico mostra, in relazione all’apparato di misura, aspetti ondulatori e aspetti particellari, non osservabili entrambi in un singolo esperimento. Così espresso naturalmente appare frustrante sotto almeno tre punti di vista: non ci dice il perché di una situazione così singolare, non offre vie di scampo all’immaginazione e fa aleggiare sull’osservatore l’ombra di un misterioso potere di scelta.

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Scienza e Conoscenza n. 67 - Gennaio/Marzo 2018 >> http://bit.ly/2FFrLu7
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