lunedì 25 settembre 2017

L'orecchio come analizzatore critico



L'orecchio come analizzatore critico sonoro

La capacità critica soggettiva e oggettiva dell'orecchio

compilato da Marco Stefanelli, PhD


L'orecchio, come l'occhio, è in grado di "mettere a fuoco" e analizzare particolari bande di frequenze.

Quando si ascolta un'orchestra siamo in grado di concentrare l'attenzione e quindi l'ascolto su alcuni singoli strumenti oppure se ascoltiamo un gruppo di cantanti siamo in grado di individuare il primo tenore, il baritono o il basso.
Cio' è possibile grazie ad una sorprendente capacità della combinazione orecchio/cervello/osservatore, l'osservatore in questo caso corrisponde all'ascoltatore, che in ultima analisi è il nostro sé interiore.

Nel canale uditivo tutti i suoni sono mescolati, come fa l'orecchio a distinguerli?

La superficie del mare può essere agitata da molti tipi di onde, uno dovuto al vento locale, uno ad una tempesta lontana, altri ancora creati dal passaggio di imbarcazioni, ma l'occhio, a differenza dell'orecchio, non è in grado di separare le onde più complesse. Un orecchio ben addestrato è invece in grado di ascoltare una esecuzione di violino di un brano musicale individuando le varie armoniche superiori, distinguendole dalla fondamentale.

Se si ascoltano contemporaneamente suoni a 1000, 1200, e 1400 Hz (Hertz), si percepisce anche un suono con frequenza di 200 Hz. Tale frequenza può essere interpretata come la fondamentale, con 1000 Hz come quinta armonica, 1200 Hz come sesta armonica ecc.

Questo effetto molto interessante ha spiegazioni controverse. Le ipotesi scientifiche più recenti suppongono che il sistema uditivo sappia riconoscere che i segnali superiori sono le armoniche di 200 Hz e che esso fornisca la fondamentale mancante che le avrebbe generate.

La distinzione tra misurazioni fisiche e sensazioni soggettive sembrerebbe escludere la possibilità di usare l'orecchio per misurazioni fisiche. E' vero che non possiamo ottenere letture digitali fissando qualcuno negli occhi o... negli orecchi, ma questi ultimi sono pur sempre in grado di operare confronti molto precisi. Un ascoltatore può riconoscere differenze di livello sonoro di circa 1 dB per quasi tutta la banda udibile se il livello è ragionevole. In condizioni ideali si riesce a percepire anche un cambiamento di un terzo di decibel. A livelli ordinari, per frequenze inferiori a 1000 Hz, l'ascoltatore è in grado di avvertire differenze fra note separate in frequenza solo dello 0,3 %, ovvero di 0,3 Hz a 100 Hz e di 3 Hz a 1000 Hz.

Harvey Fletcher sottolinea come la straordinaria finezza dell'udito umano gli sia stato di grande aiuto nelle sue ricerche sulla sintesi dei suoni.

Studiando i suoni del pianoforte inizialmente pensò che fosse sufficiente misurare la frequenza e l'ampiezza della fondamentale e delle armoniche e poi combinarle con i valori di attacco e di caduta, ma il risultato fu deludente perché gli ascoltatori esperti all'unanimità rilevarono che i suoni sintetici non assomigliavano a quelli di un pianoforte, ma piuttosto alle note di un organo. Altri studi rilevarono il fatto, peraltro già noto da tempo, che le corde del pianoforte sono molto rigide e posseggono le proprietà sia di canne solide che di corde tese. La conseguenza di ciò è che le parziali del pianoforte hanno frequenze non armoniche. Correggendo le frequenze di quelle che si ritenevano essere armoniche (frequenze multiple intere della fondamentale) gli ascoltatori esperti non erano più in grado di distinguere fra il suono del pianoforte sintetizzato e quello reale.

La capacità critica dell'orecchio nel confrontare la qualità del suono aveva fornito la chiave per la soluzione del problema.

Le bande critiche dell'orecchio lo rendono un analizzatore del suono. Queste bande corrispondono approssimativamente a terzi di ottava.

La conoscenza delle bande critiche dell'orecchio con funzione di filtro potrebbe far scattare il desiderio di analizzare rumori con spettro ampio e continuo, come quello del traffico, del sottofondo subacqueo, della risacca del mare, del rumore del ruscello ecc. usando l'apparato uditivo invece di ricorrere ad attrezzature pesanti e costose per l'analisi del suono. E così sarà successo ad Harvey Fletcher, il primo a proporre l'idea delle bande critiche, e a molti studiosi in questo campo che hanno successivamente approfondito l'argomento.

L'approccio generale dell'esperimento è quello di far partire una registrazione del rumore da analizzare e miscelarla con un segnale proveniente da un oscillatore a frequenza variabile. La combinazione viene amplificata e ascoltata in una cuffia con risposta in frequenza piatta. L'oscillatore viene posizionato per esempio a 1000 Hz e l'ampiezza della sua uscita viene regolata fino a quando il segnale è coperto o mascherato dal rumore.

Soltanto il rumore nella banda critica centrata su 1000 Hz contribuisce a mascherare il segnale.
Se la registrazione e tutto il sistema di misurazione (compreso l'orecchio dell'osservatore/ascoltatore) sono calibrati, si possono ottenere livelli assoluti per lo spettro del rumore.

Ciò che conta veramente è avere la consapevolezza che nel nostro orecchio è presente una serie di filtri in grado di realizzare l'analisi del suono, al di là del fatto che questo metodo possa mai sostituire una buona attrezzatura per l'analisi del livello sonoro dotata di filtri da un'ottava e da un terzo di ottava.

Le bande critiche spiegano il fenomeno del "mascheramento": se in un segnale si trovano più frequenze, tutte comprese in una di queste bande critiche, esso sarà percepito con la stessa intensità di un segnale contenente un solo tono puro di frequenza pari al centrobanda; se la distanza fra le componenti del segnale eccede la banda critica, l'intensità percepita sarà maggiore.

La larghezza di queste bande critiche è più o meno costante prima dei 1000 Hz e segue una legge lineare dopo i 1000 Hz; si va da 100-150 Hz con un centrobanda di 150 Hz a 1300 Hz con un centrobanda di 7 kHz.

Esiste ancora un profondo divario fra giudizio soggettivo sulla qualità del suono, l'acustica di un ambiente ecc. e una misurazione oggettiva. La questione è in continua evoluzione. Si considerino per esempio i termini descrittivi che vengono spesso usati per descrivere l'acustica di una sala da concerto: calore, chiarezza, brillantezza, definizione, risonanza, riverberazione, bilanciamento, pienezza di tono, miscelazione, vitalità, intimità, sonorità, scintillazione ecc.

Che tipo di strumento può misurare la "vitalità" o la "brillantezza"?
E come individuare un test per la loro "definizione"?

Per questo esame prendiamo in considerazione, appunto, la "definizione", che corrisponde alla chiarezza e la distiguibilità di un suono. Essa può essere misurata considerando l'energia di un ecogramma durante i primi 50-80 ms (millisecondi) e rapportandola con l'energia di tutto l'ecogramma.
Ciò permette il confronto tra il suono diretto unitamente ai primi suoni riflessi, che vengono integrati dall'orecchio, e l'intero suono riverberante.
Questa misurazione relativamente diretta di un suono impulsivo generato da una pistola o da un pallone che scoppia, lascia intravedere concrete possibilità di mettere in relazione la definizione del termine descrittivo e una misurazione oggettiva. Ma, probabilmente, ci vorrà molto tempo ancora prima che tutti questi termini soggettivi possano tradursi in misurazioni oggettive, anche se si tratta di questioni fondamentali dell'acustica e soprattutto della psicoacustica.

A un certo punto dell'analisi anche le letture strumentali devono cedere il passo ad osservazioni fatte direttamente dall'uomo e gli esperimenti assumono allora una nuova qualità soggettiva.

Studiando la sensazione, per esempio, agli ascoltatori esperti vengono proposti suoni diversi e ad ognuno viene chiesto di confrontare la sensazione prodotta dal suono A rispetto a quella prodotta dal suono B o di esprimere giudizi critici in altri modi. I dati trasmessi dagli esperti vengono poi sottoposti ad analisi statistica, valutando così la dipendenza di stime umane, come la sensazione, da misurazioni fisiche del livello sonoro.
Se il test è stato condotto correttamente e se è stato coinvolto un numero sufficiente di esperti, i risultati sono attendibili. E' in questo modo che possiamo venire a conoscenza del fatto che non c'è una relazione lineare fra livello sonoro e sensazione, fra altezza e frequenza, oppure fra timbro e qualità del suono.

Il nostro apparato uditivo integra le intensità sonore per brevi intervalli e funziona praticamente come uno strumento di misurazione balistico. In altre parole, se ci troviamo in una sala da concerti, l'orecchio e il cervello mettono in atto la sorprendente abilità di raccogliere tutti i suoni riflessi che arrivano entro 50 ms dal suono diretto e li combinano (integrano) dando l'impressione che tutti questi suoni provengano dalla sorgente originaria, anche se sono presenti suoni riflessi provenienti da altre direzioni. L'energia sonora che viene integrata durante questo periodo fornisce inoltre l'impressione di maggiore sensazione.

Non dovrebbe sorprendere il fatto che l'apparato uditivo umano fonda tutti i suoni che arrivano entro un certo lasso di tempo perché, dopo tutto, anche l'apparato visivo al cinema o alla televisione fonde una successione di fotogrammi, dandoci l'impressione (illusione) di un movimento continuo. La velocità di scorrimento dei fotogrammi è importante: ce ne devono essere almeno 16 al secondo (uno ogni 62 ms) per evitare di vedere una serie di immagini ferme oppure un tremolio continuo. La fusione uditiva, invece, opera al meglio durante i primi 20/30 ms; oltre i 50-80 ms cominciano a dominare eco separate.

Il nostro apparato uditivo è in grado di localizzare con accuratezza la direzione di una sorgente sonora sul piano orizzontale, sul piano mediano verticale la capacità di localizzazione è meno accurata.

Durante un esperimento, Haas dispose degli ascoltatori a 3 m da due altoparlanti, collocati in modo tale da formare un angolo di 45°, con l'ascoltatore sulla bisettrice dell'angolo. Le condizioni erano pressoché anecoiche. Agli ascoltatori veniva richiesto di regolare un attenuatore finché il suono proveniente dall'altoparlante "diretto" pareggiasse quello dell'altoparlante "ritardato". Haas passò poi allo studio degli effetti delle variazioni del ritardo e scoprì che, entro un ritardo compreso fra 5 e 35 ms, il suono proveniente dall'altoparlante ritardato doveva essere aumentato di più di 10 dB rispetto a quello diretto affinché suonasse come un'eco. Si parla in questo caso di effetto precedenza o effetto Haas.

In una stanza, l'energia sonora riflessa che giunge all'orecchio entro 35 ms viene integrata con il suono diretto e percepita come parte del suono diretto stesso piuttosto che come suono riverberante. Le prime riflessioni di un suono servono dunque ad aumentarne la sensazione, come ha detto Haas, danno luogo a "...una piacevole modificazione dell'impressione sonora nel senso che ampliano la sorgente sonora primaria, mentre la sorgente ecoica non è ancora percepita acusticamente in quanto tale".

In precedenza, alcuni ricercatori avevano scoperto che solo i ritardi molto piccoli (inferiori a 1 ms) influivano sul discernimento della direzione di una sorgente attraverso tempi di arrivo ai due orecchi leggermente diversi. Ritardi maggiori di 1 ms non sembravano avere alcun effetto sul nostro senso direzionale.

La zona temporale di transizione tra l'effetto integrante per ritardi inferiori a 35 ms e la percezione del suono ritardato come eco distinta è graduale e, pertanto, in qualche modo indefinita. Alcuni studiosi ritengono più probabile l'intervallo di 1/16 di s (62 ms), altri quello di 80 ms e altri ancora quello di 100 ms, dopo che la manifestazione dell'eco separata non è più messa in discussione.

Sebbene l'apparato uditivo non sia uno strumento di misurazione oggettivo che fornisce valori assoluti, esso è comunque molto preciso nel confrontare frequenza, livelli e qualità del suono.


Riferimenti web/bibliografici

- Michael Talbot - Smith, Manuale di Ingegneria del suono, Hoepli 2010

- F. Alton Everest - Manuale di acustica, Hoepli 2010

- fisicaondemusica.unimore.it/Bande_critiche.html



Minerali e vitamine per la salute dei denti



Minerali e vitamine per la salute dei denti... e non solo!

Scritto da: Nadine Artemis | Medicina Non Convenzionale



Minerali e vitamine per la salute dei denti... e non solo!

Una domanda che si sente fare spesso è: «Come mantenere bianchi i denti?». Lo sbiancamento non è mai consigliabile. Non esiste un trattamento sbiancante che sia altrettanto efficace quanto sicuro. Prima o poi i prodotti finiscono per intaccare lo smalto, rendendo di conseguenza i denti più opachi e in definitiva più soggetti a macchiarsi. In più, i prodotti candeggianti possono danneggiare il nervo del dente e indurre recessione gengivale. Per un sorriso bianco smagliante è indispensabile che il candore venga da dentro. Invece di pensare a uno sbiancamento cosmetico, è sempre meglio intervenire dall’interno.

La dentina è naturalmente bianca. Lo smalto dentale è trasparente, come il vetro. Uno smalto duro, sano e forte rivela il candore della dentina sana che custodisce al suo interno. La salute della dentina si riflette letteralmente nel colore del dente. Per questo il modo migliore di sbiancare la dentatura viene sempre da dentro. Una dentina che riceve significative quantità di nutrienti, minerali e vitamine liposolubili si riflette in denti forti e bianchi.

Nutrire i denti

Oltre a essere variata e integrale, la dieta ideale per la salute dei denti dovrebbe comprendere alimenti ricchi di minerali e delle vitamine liposolubili E, D3, A e K2. Per assimilare correttamente i nutrienti, l’organismo ha bisogno anche di un intestino ben funzionante, nonché di un’ampia disponibilità di enzimi digestivi e di acido cloridrico. Quando bovini, suini, ovini e pollame hanno la possibilità di nutrirsi in natura, scegliendo autonomamente cosa mangiare, il loro grasso diventa una vera miniera dei nutrienti liposolubili che assimilano con il cibo. Quando consumiamo il grasso delle loro carni, ma anche le loro interiora, oppure le loro uova o i loro latticini, assumiamo contemporaneamente una parte delle vitamine e dei minerali che gli animali hanno accumulato e messo da parte.

I prodotti di origine animale che è più facile procurarsi, in quanto provenienti da allevamenti industriali, contengono quantità insufficienti di questi nutrienti vitali perché l’alimentazione di quegli animali è ristretta, non è specie specifica, e soprattutto è povera di nutrienti.

Diversamente dalla vitamina K1 che assumiamo mangiando verdure come spinaci e cavolo a foglia lunga, la vitamina K2 si trova nella carne e nei latticini. Questa vitamina aiuta a portare il calcio dove serve e a rimuoverlo dai tessuti dov’è presente in quantità eccessiva.

Il tipo di vitamina A che assumiamo mangiando verdure come le carote, è di fatto betacarotene idrosolubile. L’attività biologica del retinolo (vitamina A) che troviamo nelle carni e nei latticini di animali allevati al pascolo è diversa da quella del betacarotene. Entrambe le forme di questa vitamina sono importanti per la salute: il betacarotene è un potente antiossidante mentre il retinolo è cruciale per la salute di occhi, pelle e ossa.

Anche la vitamina E liposolubile promuove la salute delle ossa, soprattutto proteggendo il processo dell’osteogenesi dagli attacchi dei radicali liberi. Per usare in modo efficiente il calcio, il nostro organismo, e in particolare le ossa, hanno bisogno anche di vitamina D; inoltre hanno bisogno della vitamina A per assimilare sia il calcio sia le proteine.

I cibi trattati e raffinati disturbano i processi digestivi e il sistema endocrino, alterando il flusso dei nutrienti ai denti. Un ambiente interno devastato, accompagnato dall’assenza di elementi nutritivi, il tutto condito da diverse generazioni di avi con le riserve di nutrienti esaurite non rappresenta certamente la situazione ideale per denti e gengive.

I tessuti del cavo orale sono predisposti per essere nutriti dall’interno. Questo implica che la migliore formula per rimanere sani è la seguente: niente cibi industriali, niente zucchero, niente farina bianca, niente bibite gassate, niente saccarina e niente sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio.

I consigli per la salute naturale dei tuoi denti li trovi in questo libro:

Cura i Tuoi Denti in Modo Naturale - Libro
Guida completa alla salute di denti e gengive: l'igiene orale in 8 mosse, la verità su dentifrici, spazzolini e collutori, gli alimenti che nutrono e rinforzano i denti
Nadine Artemis


venerdì 22 settembre 2017

La teoria del Multiverso




La teoria del Multiverso: da Star Trek alla teoria delle stringhe

Scritto da: Isabella Rigillo

Scienza e Fisica Quantistica



La teoria del Multiverso: da Star Trek alla teoria delle stringhe

La teoria dell’inflazione cosmica – secondo cui l’Universo si è espanso in modo esponenziale - ipotizza che viviamo non in un Universo, ma in un Multiverso cioè tanti forse infiniti universi come il nostro: ci muoviamo in punta di piedi poiché è facile andare nella fantascienza o nella filosofia o altrove.
Già Giordano Bruno ipotizzò la presenza di molti mondi abitati e un universo infinito, ci guadagnò come sappiamo il “ Nobel del rogo” a Campo dè Fiori.
Varie sono le teorie scientifiche che si sono occupate degli universi paralleli: in questo breve articolo si tratterà solo di alcune di queste ricerche.
Abbiamo visto nel film “Generazioni” della saga Star Trek una grande stringa che mette a rischio l’Enterprise con tutto l’equipaggio, distrugge un’altra nave spaziale e alcuni dei superstiti raccontano a bordo dell’Enterprise di un mondo chiamato Nexus dove tutto è possibile. Il capitano Jean Luc Picard vi trova la moglie e i figli che avrebbe voluto avere e il nipote che nell’altra realtà era morto.

Infinitamente piccolo e infinitamente grande

La materia è formata da minuscole corde vibranti sospese in uno spazio a più dimensioni: 11. Il nostro mondo ne ha tre di dimensioni, quindi le stringhe ne hanno sette in più. Queste stringhe sono immerse nell’iperspazio (quello nel quale si muovono i nostri miti della fantascienza), a loro volta potrebbero essere unite a membrane a tre dimensioni o anche più, la particolarità è che ogni membrana costituisce un Universo diverso. La cosa interessante è che l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande si “somigliano” con la teoria delle stringhe, poiché a livello microscopico abbiamo stringhe di energia che vibrano a una certa lunghezza d’onda e si aggregano per formare le particelle. Ciò che accade nello spazio lo abbiamo visto ben rappresentato in Star Trek: abbiamo delle super stringhe in movimento cariche di energia. Quando una membrana viene in contatto con un’altra succede un disastro, ricordiamo ancora il Big Bang, qualcuno ipotizza sia stato l’effetto di uno scontro tra membrane. Ci avviciniamo alla teoria delle Superstringhe o teoria del Tutto che avrebbe dovuto unificare e rivoluzionare gli studi della Fisica moderna.

Il Multiverso

Nella teoria del Multiverso si utilizza la capacità delle particelle di stare in più luoghi contemporaneamente, insomma si passa alla Meccanica Quantistica. Tutto ciò che può accadere accadrà. Quindi, negli universi paralleli al nostro, tutto ciò che non riusciamo a portare a termine o a realizzare i nostri doppi, tripli, lo faranno, nel bene e nel male. Inoltre, le regole che rappresentano le leggi fondamentali della natura nel nostro universo in un altro potrebbero avere forme differenti, cioè tipi e proprietà delle particelle elementari possono differire da un universo a un altro. Gli altri universi sono vicini al nostro e sarebbero invisibili perché immersi in uno spazio a più dimensioni, unici elementi che potrebbero saltare da un universo all’altro sarebbero i gravitoni. La forza di gravità risulterebbe debole proprio perché condivisa. Per ora restiamo su un campo teorico da confermare.

Mentre il comportamento delle particelle è stato studiato e registrato da più gruppi di esperti, la presenza dell’osservatore è fondamentale per la misurazione dell’evento e proprio questa porta alla modificazione dello stato della particella che in seguito sarà vista da tutti nello stesso posto. Lo stato quantistico dopo la misurazione è una sovrapposizione di due mondi interi. Nella misurazione un altro universo si è separato dal primo con un risultato diverso dal precedente. L’osservatore stesso si divide in molti osservatori che vivono in molti mondi possibili, paralleli e reali. Studiosi americani stanno lavorando su questa ipotesi e se verrà confermata vorrà dire che le regole del mondo microscopico quantistico saranno valide anche per la definizione dei molti mondi del multiverso. Come conferma di questa teoria si dovrebbe arrivare a dimostrare l’esistenza di una lieve curvatura spaziale negativa nel nostro universo, cioè nello spazio ci si dovrebbe spostare lungo curve e non seguendo linee rette. Un modo per accorciare le distanze e ritornare sull’Enterprise.

Ai Confini dell'Universo - Libro
Un libro lungo 4 metri
Raman Prinja

mercoledì 20 settembre 2017

L'intestino e' chiamato anche "secondo cervello"




Perche' l'intestino e' chiamato anche "secondo cervello"?

Scopriamolo nel libro "Buona Cacca a Tutti"

Scritto da: Redazione Scienza e Conoscenza

Medicina Non Convenzionale



Perché l'intestino è chiamato anche "secondo cervello"? Scopriamolo nel libro "Buona Cacca a Tutti"

Questo articolo è tratto dallo straordinario libro Buona Cacca a Tutti (Macro Edizioni, 2017).

Quando siamo stressati per un esame sediamo sul gabinetto con la diarrea, quando cambiamo sede, invece, non funziona più niente. Se soffriamo di stitichezza siamo di cattivo umore, quando siamo di cattivo umore siamo spesso costipati, la paura ci fa venire mal di pancia. Dietro a tutto ciò si nascondono i nervi: per l’esattezza l’influsso del sistema nervoso vegetativo.

Se il tratto digerente svolgesse il suo lavoro in completa autonomia ad ogni ora del giorno o della notte, con calma o sotto tensione, ciò da una parte sarebbe un bene, dall’altra sarebbe però antieconomico, per lo meno per quel che riguarda l’energia che rimane disponibile per il resto dell’organismo. Proprio per questo motivo entra in scena il sistema nervoso vegetativo, il controllo dal cervello che noi non riusciamo a influenzare.

Per questo motivo dobbiamo sapere un pochino di più sul sistema nervoso. Il sistema nervoso autonomo del tratto digestivo, denominato enterico, è solo una parte di questo sistema nervoso detto vegetativo o anche autonomo, che consta di tre parti. Inconsapevolmente esso regola le nostre funzioni vitali, dunque la pressione sanguigna, il battito cardiaco, la respirazione, il metabolismo, le attività sessuali e anche, appunto, la digestione.

Le altre due parti vengono chiamate sistema nervoso simpatico e parasimpatico. All’opposto c’è il sistema nervoso somatico che controlla le nostre reazioni consapevoli.

Il sistema nervoso simpatico, detto anche solo simpatico, un tempo, quando andavamo a caccia di bufali, regolava le nostre funzioni vitali. Oggi ci pilota quando siamo stressati, quando andiamo al lavoro, quando litighiamo col vicino. Ci prepara per le prestazioni eccessive che ci stanno aspettando. Questo processo ha effetti anche sull’intestino. Quest’ultimo viene inibito dagli stimoli provenienti dal simpatico perché in queste situazioni di stress le energie vengono utilizzate diversamente. Se lo stress prende il sopravvento l’intestino reagisce con dolori, nausea oppure rutti perché non riesce più a essere all’altezza dei propri compiti. Lo stomaco non si svuota, la peristalsi nell’intestino tenue viene limitata, solo l’intestino crasso può, in alcune persone, diventare più attivo. Lo stress continuo impedisce in questo modo la corretta digestione dei nostri alimenti. Ciò si può manifestare con diarrea o stitichezza, viene stimolata la produzione di sostanze tossiche nell’intestino, le pareti intestinali diventano permeabili. L’attacco tossico e i meccanismi di difesa da esso scatenati potrebbero spiegare alcuni stati depressivi.

Il parasimpatico invece controlla tutte le funzioni in situazioni di calma e di rigenerazione. Anche se il tratto digestivo ha il suo proprio sistema nervoso esso viene stimolato dal parasimpatico a produrre maggiori quantità di succhi gastrici, ad avere una migliore peristalsi e un’evacuazione più facile. Quest’ultima sarebbe stata molto poco pratica durante la caccia al bufalo e avrebbe certamente avuto come conseguenza che non ne avremmo mai fatto fuori uno.

Torniamo al “secondo cervello”: l’intestino regola e controlla la maggior parte del proprio lavoro tramite il suo proprio sistema, mentre i suoi fratelli, il simpatico e il parasimpatico, intervengono dal cervello quando l’energia serve da un’altra parte.

Tutto ciò si svolge per lo più in maniera inconscia. Potete sicuramente immaginare che la nostra coscienza sarebbe completamente oberata con tutte le informazioni provenienti dall’intestino; per questo motivo le informazioni da questa regione arrivano alla nostra coscienza solo quando qualcosa non va per il verso giusto, quando i nervi del nostro sistema nervoso somatico segnalano del dolore.

La stessa cosa accade a molte persone che soffrono di colon irritabile. La soglia percettiva, la soglia che determina quando le informazioni vengono percepite, è abbassata nelle persone colpite da questo problema. In un esperimento si è gonfiato nell’intestino di pazienti che soffrono di colon irritabile un palloncino fino al momento in cui questi non iniziavano a percepire dolore. Contemporaneamente venivano misurate le attività cerebrali e si è scoperto che, al contrario di quanto avviene nei soggetti sani, queste informazioni giungevano maggiormente in un’area del cervello che definiamo sistema limbico. Questa è l’area in cui elaboriamo i sentimenti. Nei pazienti che soffrono di attacchi di paura si sono osservate simili elevate attività proprio in quest’area.

In seguito a quanto spiegato sopra risulta chiaro come l’ampio spettro degli stimoli che vanno dallo stress alla calma, attraverso il sistema nervoso vegetativo, abbia effetti sulla digestione. E grazie alla nostra esperienza personale sappiamo inoltre che non solo lo stress ma anche altri forti sentimenti, come amore, lutto, paura o rabbia, possono avere ripercussioni sullo stomaco. Viceversa ci accorgiamo anche quando “qualcosa ci sta sullo stomaco”: riceviamo un riscontro sullo stato della digestione, ci sentiamo oppressi o abbiamo addirittura “le farfalle” nello stomaco.

Noi stessi possiamo essere sicuri che le emozioni e il nostro tratto intestinale vivono in interazione e che il sistema limbico “comunica” con la digestione. Sappiamo infatti che le nostre emozioni vengono rielaborate nel sistema limbico del nostro cervello, proprio come le informazioni che lì vengono inviate dall’intestino.

Possiamo dunque essere proprio sicuri che un intestino sano contribuisce all’equilibrio emotivo e che viceversa stati emotivi a lungo trattenuti, come paura o stress, hanno effetti negativi sulla nostra digestione. Grazie a terapie che portano a rilassarsi e ad avere un equilibrio emotivo, come yoga, training autogeno e meditazione, possiamo fare del bene alla digestione e quindi migliorare anche le nostre condizioni di salute.

Continua la lettura!

Buona Cacca a Tutti! - Libro
Un intestino sano per migliorare la nostra salute fisica e mentale - Con l'esclusivo programma "Detox intestinale in 10 giorni"
Adrian Schulte

lunedì 18 settembre 2017

Meditazione e fisica quantistica




Cosa c'entra la meditazione con la fisica quantistica?

Scritto da: Carmen Di Muro | Psicologia Quantistica



Cosa c'entra la meditazione con la fisica quantistica?

Vorrei chiedere un parere alla dott.ssa Di Muro in merito alla meditazione. Noi sappiamo che la meditazione agisce internamente nella biologia del praticante, ma non si parla mai, o quasi mai, degli effetti fuori di noi. Pratico discipline olistiche da più di 15 anni e gli effetti sono modesti. Forse esistono interazioni diverse (ambientali). Forse esistono discipline più efficaci. Sto cercando nelle culture antiche e non nelle scienze moderne una risposta efficace. Chiedo un parere sul tema, ossia: erano meglio le discipline degli antichi taoisti?

Grazie
M.

Gent.mo M.,

il termine “meditazione” può avere molteplici definizioni, non sempre coincidenti tra loro a causa delle diverse connotazioni che essa assume in base alle tradizioni culturali a cui fa riferimento. Ma pur essendole attribuite molteplici accezioni essa può essere sintetizzata come una serie di pratiche volte a sviluppare una maggiore coscienza di se stessi, agendo beneficamente sul piano mentale, fisico e spirituale della persona. La scienza non è in antitesi alla via meditativa, ma al contrario diviene uno strumento indispensabile al fine di aumentare la consapevolezza.

Si può essere consapevoli di sé senza conoscere come siamo fatti e come funziona il nostro organismo? Del perché la nostra esistenza sia scandita, il più delle volte, da uno spazio mentale dove non regna mai il silenzio e l’armonia?

Moltissime evidenze scientifiche mostrano che attraverso l’utilizzo della meditazione si assiste alla liberazione degli automatismi mentali e all’incremento di un maggior senso di equilibrio emotivo, che oltre ad essere salutare per la biochimica del nostro organismo, si riversa nel rapporto con l’esterno, con ovvie conseguenze positive nella qualità delle relazioni. Meditare, pregare e pensare positivamente entrano oggi a pieno diritto nella medicina, ufficializzando ciò che una moltitudine di tradizioni sapienzali hanno sempre sostenuto. Ma ciò non è tutto. Ad allargare questo scenario verso uno panorama di senso nuovo che possa guidarci concretamente a trarre benefici riscontrabili, ma e soprattutto praticabili nella nostra vita quotidiana, ci aiuta la fisica quantistica, i cui attuali sviluppi contribuiscono a rivedere l’uomo come un campo di energia unificata che costantemente scambia informazioni a livello sottile con tutto ciò che lo circonda. Ciò è importante, in quanto avere la consapevolezza dell’unitarietà del nostro essere come sistema energetico integrato, permette di trarre dati interessanti circa le vie che i nostri pensieri e le emozioni seguono nell’influenzare non solo i sistemi fisiologici, ma anche il contesto ambientale in cui siamo inseriti.

Scrivi a Carmen Di Muro!

Da oggi Carmen Di Muro, psicologa e psicoterapeuta, risponde alle domande dei lettori relative ai temi sopra illustrati.

Per inviare la tua domanda a Carmen Di Muro scrivi via mail a

Stando a questo, pensieri ripetitivi, rimuginazioni su accadimenti non digeriti, sofferenze accumulate durante periodi di vita stressanti, creerebbero all’interno del nostro essere sedimenti di energia tossica che andrebbero a distorcere il nostro campo elettromagnetico personale (indispensabile per il mantenimento sano delle reazioni biochimiche presenti nell’organismo), veicolando all’ambiente il tipo di informazione di cui siamo portatori. Per esempio, se in un determinato arco esistenziale stiamo vivendo nella preoccupazione tenace per qualcosa o qualcuno, questo dialogo interiore drenerà energia mentale  e nervosa per essere continuamente attivo, sfibrando tutte le nostre risorse che andrebbero investite in altro. Questa perdita di energia costante, se lasciata a se stessa, innesca tutta una serie di attriti con la realtà impedendoci di viverla al meglio e non consentendoci di creare situazioni vantaggiose. Ogni processo di cambiamento, invece, passa attraverso l’attenzione, ovvero l’osservazione pura e semplice di ciò che accade dentro e fuori di noi, che ci permette di far leva sulla realtà, modificandola a nostro piacimento.

Se nella nostra sfera mentale si svolge un ininterrotto dialogo, come si fa ad essere partecipi pienamente delle cose che viviamo ad ogni istante direzionandoci verso la strada giusta? Il qui ed ora, è ciò che ci permette di scegliere se cambiare le cose, è quel punto di informazione immediata, di entanglement quantistico tra particelle elementari. Scegliere, significa decidere cosa pensare e in che tempo vivere, tenendo presente che i pensieri diventano realtà nel presente in quanto sono energia non locale che si accorda allo stesso tipo di frequenza presente nell’ambiente.

Se dissociamo la pratica meditativa dal nostro vivere quotidiano, considerandola esclusivamente come uno spazio a sé dove trovare quiete e tranquillità momentanea, nulla potrà cambiare. L’attenzione sulle cose e sull’ambiente sarà altalenante, nella più piena incoerenza vibrazionale non capace di mobilitare e trasformare il reale. Al contrario, portando stabilmente l’ascolto su se stessi in modo da comprendere che ogni pensiero e ogni sensazione pur essendo un emergere e uno sparire che si dissolve nel momento del suo accadere, al contempo intonano il sottofondo sonoro delle nostre giornate su una frequenza dominate piuttosto che su un’altra, diventa il modo per iniziare a fare esperienza di alcuni intervalli di consapevolezza duraturi nel nostro flusso mentale. Essi rappresentano il nostro stato naturale di comunione con la vita, un flusso energetico informato capace di trasformare tutto ciò che si muove intorno a noi (situazioni, eventi e persone). Questa condizione non soltanto innalza la frequenza del nostro campo elettromagnetico, ma ci permette di entrare in risonanza con eventi, situazioni e persone intonate dalla stessa carica e di riconoscere e recidere  il filo sottile con contesti che invece sono caratterizzati da un altro tipo di frequenza.

La vita stessa si trasforma in un perenne flusso di meditazione e, quando ciò accade, non siamo più sotto il dominio dei pensieri o delle emozioni disturbanti, ma siamo sotto i dettami dell’energia dell’anima, della nostra più intima natura che ci spinge a vivere in uno stato di serenità duratura capace di accogliere tutte le esperienze, anche le più dolorose, non come nemici da evitare, ma come scalini indispensabili per la nostra crescita.

La comprensione delle silenti dinamiche energetiche ci portano pian piano a scoprire quale sia il nostro ruolo attivo, così da poterci instradare sempre più luminosamente verso la realizzazione personale, quello che i Taoisti, per esempio, chiamano Ming: “il mandato da portare a compimento”. Così come non esiste differenziazione tra noi e gli altri, in quanto espressione di un Campo di Informazione Interconnesso al di là dei regni della materia, dello spazio e del tempo, così non esiste tradizione o disciplina migliore delle altre, ma ognuna diventa funzionale, in base alle caratteristiche e alle predisposizioni individuali, per la crescita e per il raggiungimento della gioia e della serenità interiore.

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Anima Quantica - Libro
Nuovi orizzonti della psiche e della guarigione
Carmen Di Muro

venerdì 15 settembre 2017

Che cos'e' una teoria scientifica?




Che cos'e' una teoria scientifica?

Scritto da: Redazione Scienza e Conoscenza

Scienza e Fisica Quantistica



Che cos'è una teoria scientifica?

Questo articolo è tratto dal libro L'Enigma Quantico.

Mettiamo in chiaro quali sono i criteri che ci permettono di accettare come scienza affidabile una teoria. Ci faranno molto comodo quando rifletteremo sull’accettazione della teoria quantistica con la sua controintuitività.

Ma prima un appunto sulla parola “teoria”. Si parla di teoria quantistica ma di leggi di Newton. “Teoria” è il termine moderno. Non ci viene in mente alcuna “legge” nata nel XX o nel XXI secolo, in fisica. Anche se, a volte, il termine “teoria” si usa per indicare un’idea speculativa, ciò non implica necessariamente incertezza. La teoria quantistica è, per quanto ne sappiamo finora, assolutamente corretta. Le leggi newtoniane sono invece un’approssimazione.

Per ottenere consenso, una teoria deve innanzitutto elaborare previsioni verificabili, producendo risultati che possano essere presentati in modo obiettivo. Deve indossare sul petto una targhetta che scoraggi i potenziali confutatori.

«Se sei buono andrai in paradiso». È una previsione che può anche essere corretta, ma non è oggettivamente testabile. Le religioni, le correnti politiche e le filosofie non sono generalmente teorie scientifiche. La teoria di Aristotele sulla caduta, secondo cui un sasso che pesa 1 kg precipita il doppio più velocemente di un sasso che pesa 0,5 kg, è una teoria scientifica (anche se errata).

Una teoria che produce previsioni verificabili è candidata a diventare una scienza affidabile. Le sue previsioni devono essere verificate per mezzo di esperimenti che la mettano in discussione cercando di contraddirla. E tali esperimenti devono risultare convincenti persino per i più scettici. Per esempio, le teorie che suggeriscono l’esistenza della percezione extrasensoriale (ESP) permettono di elaborare previsioni, ma, finora, gli esperimenti condotti non sono stati in grado di convincere chi nutre dubbi a riguardo.

Per poter essere considerata una scienza affidabile, una teoria deve produrre svariate previsioni confermate e non può incappare nemmeno in una singola confutazione. Una singola previsione sbagliata significa che la teoria va modificata o abbandonata. Il metodo scientifico ci va giù pesante con le teorie. Una mossa falsa e sei fuori! In realtà, nessuna teoria scientifica è sempre del tutto affidabile. È sempre possibile che esperimenti futuri la confutino. Una teoria scientifica è, nel migliore dei casi, provvisoriamente affidabile.

Il metodo scientifico, dati gli standard elevati che pone in termini di verifiche sperimentali, è spietato nei confronti delle teorie. Ma può anche essere spietato nei nostri confronti. Se una teoria rispetta tali requisiti, siamo infatti obbligati ad accettarla come scienza affidabile indipendentemente da quanto possa entrare in contrasto con il nostro intuito o il nostro buonsenso. È esattamente il caso della teoria dei quanti.

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L'Enigma Quantico - Libro
Quando la fisica incontra la coscienza
Bruce Rosenblum, Fred Kuttner

giovedì 14 settembre 2017

Intestino e autismo: quale relazione?



Intestino e autismo: quale relazione?

Scritto da: Sabina Bietolini

Medicina Non Convenzionale



Intestino e autismo: quale relazione?

Le infezioni perinatali, la precoce esposizione agli antibiotici (anche attraverso carni e latte vaccino da allevamenti intensivi) e l’ospedalizzazione, in quanto in grado di alterare il microbiota intestinale sin dai primi giorni di vita, sono considerati fattori di rischio per la sindrome da spettro autistico (ASD).

Nei bambini autistici è stata dimostrata un’alterazione della permeabilità intestinale e quindi, non a caso, molti dei bambini autistici soffrono di problemi gastro-intestinali, tra i quali gonfiori e stitichezza. Se la mucosa intestinale viene cronicamente compromessa o danneggiata ne risulterà una maggiore permeabilità della mucosa stessa. Di conseguenza qualsiasi tipo di sostanza antigenica potrebbe attraversare liberamente la barriera intestinale, avviando reazioni immunitarie e permettendo l'assorbimento sistemico di sostanze che potrebbero influenzare negativamente le funzioni organiche e cerebrali.

La relazione tra microbiota e malattie neurologiche, come, ad esempio, autismo o sclerosi multipla, era, fino a pochi anni fa, pressoché sconosciuta e attualmente sta ricevendo sempre maggiori attenzioni al fine di individuare strategie preventive adeguate e precoci.

Si parla infatti di asse gut-brain (intestino-cervello) che ha un ruolo determinante per la salute dell’individuo, e, nel caso specifico di bambini affetti da ASD, le disfunzioni del tratto gastrointestinale sono state associate a maggiori livelli di irritabilità, comportamenti aggressivi e disturbi del sonno. Studi recenti suggeriscono che percorsi neuroimmunologici possano contribuire alla sintomatologia ASD attraverso l’asse gut-brain. L’approccio integrativo con probiotici è risultato positivo, migliorando la sintomatologia e riducendo l’infiammazione della mucosa intestinale. Tuttavia, risalire alle origini delle anomalie gastrointestinali risulta più opportuno, valutando, ovviamente, anche il ruolo della dieta.

A tale scopo, è di grande rilevanza osservare che alcuni alimenti, digeriti, danno luogo alla formazione di sostanze, derivate dal cibo, e definite peptidi oppioidi oppure esorfine.

Tale termine viene utilizzato per quelle sostanze ad attività morfino-simile che agiscono legandosi ai recettori degli oppioidi presenti sulle cellule nervose. Si formano a partire da glutine, caseina e altre sostanze; esercitano effetti sull’epitelio intestinale, ma possono anche entrare nel circolo sistemico e attraversare la barriera emato-encefalica, interferendo con la funzione cerebrale, con i processi cognitivi, comportamentali e con il sonno. Riescono quindi a esercitare la loro influenza sulle funzioni nervose, digestive e sul sistema immunitario tramite i recettori oppioidi. Questi peptidi svolgono un ruolo cruciale nella risposta al dolore e allo stress, ma alcuni di essi, derivati dall’alimentazione, possono accumularsi e inibire, nei giovani soggetti, la normale maturazione del sistema nervoso centrale, determinandone una progressiva disfunzione e contribuendo allo sviluppo di neuropatologie.

Tra gli alimenti il latte bovino, costantemente presente nella dieta umana, in precedenza per necessità, data la scarsa disponibilità di alimenti, ma dal dopoguerra eletto ad alimento indispensabile (seppure non lo sia affatto), ha un ruolo determinante nella produzione di esorfine. Le proteine del latte contengono quattro tipi di caseine: α1, α2, β e κ-caseina. Esse sono fonti di peptidi con bioattività. Uno di questi peptidi è la beta-casomorfina (BCM) che appartiene a un gruppo di peptidi con le suddette proprietà oppioidi, rilasciata durante la digestione gastrointestinale, o con processi industriali, della beta-caseina.

Poiché la BCM interagisce con i recettori oppioidi endogeni e con quelli della serotonina, che sono i modulatori della sinaptogenesi, viene suggerito che l'esposizione prolungata a livelli elevati di BCM bovina possa compromettere precocemente lo sviluppo del bambino, ponendo le basi per i disturbi autistici.

Veniamo al grano e al ben noto glutine, proteina originata dall’unione di gliadina e glutenina. È stato riscontrato, nei soggetti autistici, l'aumento della risposta anticorpale anti-gliadina e la sua associazione con sintomi gastro-intestinali. Ciò sta ad indicare un meccanismo che coinvolge il potenziale immunologico con associate anomalie della permeabilità intestinale e, degno di nota, tale reattività degli anticorpi alla gliadina non sembra correlata alla malattia celiaca, rientrando invece in una entità separata: la sensibilità al glutine non celiaca.

Una riduzione della capacità antiossidante indotta dai peptidi oppioidi derivati dal latte bovino e dal grano, con conseguente stress ossidativo sistemico causato da bassi livelli di glutatione, può predisporre gli individui sensibili a fenomeni infiammatori e ad ossidazione sistemica, dando un razionale significato ai benefici di una dieta senza glutine e senza caseina bovina riscontrata in pazienti con ASD.

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