lunedì 24 aprile 2017

Possibili modelli fisici della coscienza




Possibili modelli fisici della coscienza e loro conseguenze

da Eccles agli psitrioni alla teoria olografica di Pribram

Scritto da: Luigi Maxmilian Caligiuri

Fisica dell'incredibile



Possibili modelli fisici della coscienza e loro conseguenze: da Eccles agli psitrioni alla teoria olografica di Pribram

L’idea di una coscienza materiale non è nuova nel panorama scientifico e risale a più di quarant’anni fa, essendo stata invocata già nell’ambito neurofisiologico e psicoanalitico. Uno dei primi studiosi adevidenziare, già a partire dall’inizio degli anni Ottanta, le contraddizioni insite nell’interpretazione “tradizionale” psicofisiologica della coscienza è stato il grande neurofisiologo John Eccles, insignito del premio Nobel per le sue ricerche sulla trasmissione sinaptica nelle cellule cerebrali corticali. Nel suo trattato intitolato Le basi neurofisiologiche della Mente, Eccles sviluppa il modello che egli definisce come “ipotesi del meccanismo di azione della volontà sulla corteccia cerebrale”. Egli parte dalla constatazione di come uno stesso effetto, anche il più semplice come ad esempio alzare un dito, possa essere provocato attraverso una stimolazione artificiale di opportune aree della corteccia cerebrale ma anche, in maniera totalmente differente, da ciò che si produce quando tale movimento deriva da una precisa volontà di compierlo.

Tale palese constatazione porta ad una ovvia contradizione se interpretata nell’ambito di una teoria che tenga conto del solo sistema nervoso e della formazione dei riflessi condizionati. Eccles propone dunque l’ipotesi secondo la quale l’esercizio della “volontà” produrrebbe, nella corteccia, una modificazione in risposta a una specifica situazione, per cui, anche una lievissima “azione della volontà” su un singolo neurone sarebbe in grado di comportare un cambiamento considerevole dell’attività cerebrale. Ancora, secondo Eccles, la corteccia funzionerebbe semplicemente come un sistema rivelatore di un’ulteriore “struttura”, non (ancora) misurabile per mezzo degli strumenti scientifici disponibili, identificabile con ciò che egli chiama giustappunto Mente. 

Eccles quindi riconosce l’esistenza di due entità distinte: la mente, struttura fisica ancora sconosciuta, e il cervello la cui unica funzione sarebbe quella di rilevare i “campi di influenza” spazio-temporali generati dalla mente e di garantire l’espletamento delle attività fisiologiche necessarie alla vita dell’organismo cosciente.

In particolare, nel modello di Eccles, il ruolo fondamentale è svolto dal processo di exocitosi che consente la trasmissione di segnali nervosi nelle vescicole presinaptiche. Tale processo rappresenta l’attività fondamentale unitaria della corteccia cerebrale per il quale è possibile stabilire una legge di conservazione. Da un punto di vista quantistico tale legge di conservazione può essere spiegata, secondo Eccles, supponendo l’esistenza di specifiche particelle quantistiche denominate “psiconi” che rappresenterebbero le unità fondamentali della coscienza le quali, interagendo tra loro, sarebbero in grado di generare l’esperienza unitaria e soggettiva della coscienza. Il campo quantistico associato a tali psiconi costituirebbe quindi il campo non-materiale, analogo ad un campo di probabilità, che regolerebbe il processo di formazione della coscienza.

Gli psitroni: la coscienza secondo il matematico A. Dobbs

Un altro modello fisico della mente particolarmente interessante è quello proposto dal matematico inglese A. Dobbs nel 1967 secondo il quale la materia pensante risulterebbe costituita da un sistema collettivo composto da unità quantistiche elementari denominate “psitroni”, ovvero di particelle aventi massa propria immaginaria (le particelle “ordinarie” hanno massa a riposo nulla, come i fotoni, o positiva) e, di conseguenza, caratterizzati da una velocità superiore a quella della luce nel vuoto. In un certo senso dunque, gli psitroni di Dobbs potrebbero essere identificati con le particelle superluminali denominate generalmente tachioni, ipotizzate per la prima volta dai fisici Feinberg e Surdashan nel 1966. Tale considerazione risulterà estremamente interessante, come vedremo, nel seguito. In particolare la teoria di Dobbs considera un tempo a due dimensioni: la prima coincidente con quella usualmente considerata, la seconda, di natura esclusivamente matematica, legata al concetto di probabilità di un evento. Egli inoltre introduce un modello dell’interazione tra psitroni e neuroni nel cervello secondo il quale quest’ultimo viene interpretato, analogamente al modello di Eccles, come un insieme di filtri selettivi in frequenza, del tutto analoghi a quelli presenti in un “ricevitore radio”.

Nonostante la teoria di Dobbs appaia, per certi versi, molto elaborata, un modello sostanzialmente più articolato è quello su cui è basata la teoria olografica di K. Pribram.

L’affascinante teoria olografica di Pribram

Questo è senza dubbio uno dei primi e più importanti modelli strutturati di coscienza basato esclusivamente su basi fisiche e in particolare sul concetto di ologramma. Come noto la tecnica olografica permette di registrare su una pellicola la figura d’interferenza prodotta dalla luce riflessa da un oggetto e sulla quale nessuna immagine è apparentemente distinguibile. Tuttavia, illuminando la superficie con un raggio laser, si formerà, come risultato, un’immagine tridimensionale collocata nello spazio. È importante sottolineare che un ologramma contiene effettivamente tutte le informazioni relative al volume dell’oggetto che esso rappresenta nello stesso modo in cui una fotografia rappresenta tutti i dettagli di una determinata faccia di un oggetto tridimensionale.

Secondo Pribram il cervello funziona in maniera olografica grazie alla presenza di cellule specializzate, in grado di eseguire un’operazione del tutto analoga alla funzione matematica nota come trasformata di Fourier.

Questa consente, operando su una funzione matematica del tempo, di passare dal dominio del tempo a quello della frequenza (e viceversa). Secondo Pribram la corteccia cerebrale giocherebbe un ruolo analogo a quello del raggio laser nel caso dell’olografia in modo tale che, agendo nel dominio delle frequenze denominate frequenze “spaziali”, restituirebbe, a partire da uno schema d’interferenza, le “immagini” quadridimensionali che corrispondono agli oggetti fisici a tre dimensioni che percepiamo nel nostro spazio-tempo. Secondo tale modello ciò che chiamiamo realtà fisica non sarebbe altro che una proiezione olografica, realizzata dal cervello attraverso un processo analogo a quello con cui un raggio laser decodifica lo schema d’interferenza impresso su una pellicola.

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giovedì 20 aprile 2017

Tecniche di memorizzazione




Tecniche di memorizzazione: a cosa servono e come metterle in pratica

Scritto da: Nicoletta Todesco

Neuroscienze e Cervello



Tecniche di memorizzazione: a cosa servono e come metterle in pratica

Le tecniche di memorizzazione sono strumenti sempre più importanti in una società ricca d’informazioni come la nostra, in cui siamo chiamati a ritenere con velocità ed è richiesta una maggiore specializzazione e flessibilità. Il tempo a disposizione però è sempre più contratto, e l’elevata mole di dati e di stimoli spesso comportano un incremento dello stress e perdite inutili di risorse.

Si tratta semplicemente di imparare ad imparare e come diceva Dante Alighieri: “Non fa scienza, senza lo ritenere, avere inteso”.

In questo articolo capiremo come funziona l’apprendimento e quali strategie ti permettono di ricordare in modo efficace, veloce e giocoso, le informazioni.

Perché dimentico spesso le cose importanti?

La capacità di apprendimento è perfetta, ciò che manca è un libretto d’ istruzioni per poterla utilizzare al meglio. La memoria può essere paragonata ad un magazzino, ad un contenitore, ad un archivio, in cui quotidianamente depositiamo migliaia di informazioni.

Possono essere informazioni semplici quali un numero di telefono, il nome di una persona, una procedura di lavoro, oppure informazioni molto più complesse, quali un esame universitario, una procedura complicata, una conferenza. La memoria registra tutto: la difficoltà sorge al momento in cui vi è la necessità di recuperare le informazioni.

Quante volte si ha la consapevolezza che i dati siano stati registrati, ma non si riescono a recuperare ? Quante volte capita di dire: «Questa persona l’ho già conosciuta ma… come si chiama?!? ».

Ciò accade perchè quando si immagazzinano i dati, vengono archiviati in modo disorganizzato. L’essere umano ricorda in modo più funzionale e preciso ciò che è organizzato ed archiviato.

Immagina di dover prendere qualsiasi oggetto all’interno della casa: è immediatamente recuperabile perchè ha una sua collocazione. Se cercassi un bicchiere, e ogni giorno lo mettessi in un posto diverso, cosa accadrebbe?

Pensa ad un vocabolario: quante informazioni contiene? Non vi è difficoltà nel consultarlo, perchè vi è un ordine alfabetico. Cosa accadrebbe se un autore bizzarro creasse un vocabolario con lo stesso contenuto, senza ordine alcuno? Sarebbe possibile recuperare con facilità i dati di cui necessitiamo?

Ecco perchè per ricordare è fondamentale creare un ordine durante la fase di acquisizione di informazioni, utilizzando archivi mentali che consentano di organizzare al meglio la memoria. Questo consente di recuperare così con certezza e velocità qualsiasi tipo di dato.

Come funziona la memoria umana?

Un secondo aspetto importante sta nel fatto che gli studi sul cervello hanno evidenziato che la memoria si suddivide principalmente in due parti :

il 18% è quella uditiva, e funziona attraverso la ripetizione. In questo tipo di apprendimento vi è sono alcuni limiti strutturali : il tempo per immagazzinare i dati è molto ampio, e la durata del ricordo è piuttosto labile. Oltre a questo, quando viene interrotta la cantilena mentale attraverso cui si memorizza, si ha difficoltà a riprendere l’informazione. Immagina il tuo numero di telefono : ti è mai capitato di sentirlo ripetere raggruppato in modo diverso rispetto a come sei abituato ? Vi è quasi difficoltà a riconoscerlo. Ad es : 347 34 50 401 è diverso da 347 345 040 1.

l'82% è memoria visiva, e funziona attraverso le immagini, le associazioni di immagini, e le emozioni. Le immagini rappresentano il linguaggio maggiormente riconosciuto dal cervello: si pensa e si riflette utilizzando le immagini perchè sono segni universali, a prescindere dalla lingua di appartenenza. Le associazioni invece facilitano la rete di connessioni neuronali multiple che creano un ricordo. Infine è innegabile che si ricorda meglio ciò che crea una forte sensazione.

Quindi per ricordare abbiamo colto che ci sono due elementi importanti : archiviare le informazioni e organizzarle attraverso la memoria visiva.

Una tecnica di memorizzazione molto antica

I principi di cui abbiamo parlato venivano utilizzati fin dall’antichità : hai mai sentito dire « in primo luogo, in secondo luogo, in terzo luogo? » Risale a Cicerone : per ricordare importanti informazioni posizionava le parole chiave da ricordare nei punti di un percorso conosciuto. Da qui il nome di Loci Ciceroniani.

Vediamo un esempio concreto, che ti consente di ottenere un doppio risultato : il primo è quello di poter applicare la strategia dei loci comprendendo così come funziona, in seconda battuta, apprendiamo una strategia di concentrazione.

Proviamo a ricordare i colori dell’arcobaleno, che sono:

Rosso
Arancione
Giallo
Verde
Blu
Indaco
Viola

Per ricordare i colori immagina in sequenza i punti di un percorso che conosci molto bene. Ecco un esempio :

strada davanti casa
distributore di benzina
bar
casa di un amica
panetteria
ristorante
incrocio

Seguendo il principio tale per cui l’apprendimento avviene quando associo qualcosa che non conosco a qualcosa che conosco, si possono memorizzare in questo modo i colori.

« Immagina di uscire da casa e sulla strada ci sono delle Ferrari (rosso), al distributore di benzina ti offrono una spremuta (arancione), entri al bar e sul bancone ci sono tanti piccoli pulcini (giallo), a casa della tua amica trovi una giungla di piante (verde), entri in panetteria e ti serve il pane grande puffo (azzurro), al ristorante c’è il sindaco che mangia una parmigiana (sindaco per indaco, melanzana per il colore), all’incrocio c’è un sacerdtote con la stola (viola). »

Prova ora a riscrivere i colori, ripensando ai luoghi ad essi associati. Così facendo abbiamo utilizzato la strategia dei loci per memorizzare i colori dell’arcobaleno, utili per entrare in uno stato di alta performance e concentrazione.

Per questo contributo ringraziamo Nicoletta Todesco, formatrice e studiosa di comunicazione, coaching, e crescita personale del network di professionisti olistici Phedros.



martedì 11 aprile 2017

Che cos'e' la coscienza?




Che cos'e' la coscienza?

Nuove ricerche in fisica indagano la natura della coscienza e il suo rapporto con il cervello

Scritto da: Luigi Maxmilian Caligiuri

Fisica dell'incredibile



Che cos'è la coscienza? Nuove ricerche in fisica indagano la natura della coscienza e il suo rapporto con il cervello

La trattazione di problemi fondamentali come il finalismo, il determinismo o il libero arbitrio ha da sempre posto, anche soltanto dal punto di vista strettamente filosofico, una qualche definizione del concetto di coscienza. Tutti i principali modelli filosofici si sono dovuti cimentare, secondo approcci e livelli di approfondimento differenti, con tale questione. Essa appare di tale fondamentale importanza che, a seconda che alla coscienza sia stato associato di volta in volta un significato materiale o spirituale, mortale o immortale, da questo derivasse una diversa concezione dell’Universo e della realtà stessa.

La coscienza è un fenomeno complesso

Nella maggior parte degli studi sinora condotti al fine di definire e comprendere la reale natura della coscienza (e, con essa, delle funzioni mentali superiori tipiche della specie umana quali, ad esempio, la logica, l’intuizione e la fantasia), la coscienza appare come un fenomeno complesso il cui studio si pone in un ambito di intersezione tra il dominio della filosofia, della psicologia, della medicina, della psichiatria ma anche e soprattutto, potremmo oggi dire, della scienze esatte e, in particolar modo, della fisica.

Senza dubbio possiamo affermare che la coscienza è un fenomeno squisitamente soggettivo che costituisce una riserva inesauribile di sensazioni, emozioni e di idee e d’altra parte rappresenta quell’entità “strumentale” attraverso la quale il soggetto cosciente “costruisce” il proprio mondo interiore interpretando la realtà “esteriore”. Invero, nella maggior parte dei casi, le sensazioni sono il risultato di una stimolazione fisica esterna (come, ad esempio, un flusso di fotoni nel caso della sensazione luminosa, o la vibrazione di un mezzo elastico nel caso della sensazione sonora, etc.). È proprio l’insieme di queste sensazioni, che, risultando statisticamente compatibili per tutti gli esseri umani, determina la nostra “immagine” (la nostra “realtà”) del mondo esterno, tramite l’azione mediatrice della coscienza.

Alcune situazioni specifiche rivelano la capacità della coscienza di interagire con l’ambiente esterno: si pensi al caso della misurazione quantistica (in cui, secondo l’interpretazione correntemente accettata, il libro arbitrio dell’osservatore nella progettazione e realizzazione di un esperimento di misura ne influenza in maniera irreversibile l’esito) ma anche alla generazione artificiale di sensazioni “irreali” ovvero non associate a un’effettiva esistenza di cause nel mondo “esterno” (quali, ad esempio, quelle associate alla allucinazioni prodotte dall’uso di droghe, ovvero determinate dall’estasi mistica, o dall’intuizione artistica, etc.). La coscienza, inoltre, è caratterizzata dalla possibilità di manifestarsi in una moltitudine di stati, corrispondenti a un livello più o meno “elevato” di interazione con l’ambiente esterno al soggetto.

La coscienza è solo una manifestazione della corteccia cerebrale?

Tutte queste evidenze suggeriscono che la coscienza non possa essere considerata come una “semplice” manifestazione della corteccia cerebrale ma che essa sia caratterizzata da un’esistenza propria, probabilmente afferente a un livello più profondo della realtà e in grado di interagire con la materia. Ciò indica che la coscienza potrebbe avere essa stessa una connotazione materiale, ma di quale tipo di materia possa trattarsi e a quale dinamica essa risponda è una domanda tutt’altro che semplice a cui rispondere.

Senza dubbio, in quest’ultimo caso, essa dovrebbe essere costituita da una forma di materia avente caratteristiche spazio-temporali specifiche, del tutto differenti da quelle tipiche della materia che conosciamo (del resto, in fisica, l’ipotesi dell’esistenza di materia di tipo non barionico non è nuova, basti considerare l’idea della materia oscura introdotta per rendere conto della velocità di espansione dell’Universo derivante dalle osservazioni astronomiche) e probabilmente non appartenente allo spazio-tempo descritto dalle teorie fisiche comunemente accettate.

Ma come avverrebbe dunque l’interazione tra tale livello della realtà, contenente la coscienza, e la materia ordinaria di cui è fatto il nostro cervello? L’ipotesi più ragionevole è che questa possa manifestarsi in corrispondenza all’interfaccia tra questi due livelli di realtà ad opera, verosimilmente, della corteccia cerebrale e del sistema nervoso. Secondo questa visione, dunque, le strutture nervose superiori agirebbero in maniera simile a uno strumento rivelatore (un analizzatore di spettro o un dispositivo similare) in grado di decomporre un segnale nelle sue componenti di frequenza evidenziandone così la sua reale composizione, nello stesso modo come un prisma scompone la luce bianca nei diversi colori dello spettro.

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lunedì 10 aprile 2017

Il controllo mentale collettivo è possibile?




Il controllo mentale collettivo è possibile? È già in atto?

Marco Pizzuti ci racconta la sua inquietante "Evoluzione non autorizzata"

di Redazione Scienza e Conoscenza

Consapevolezza e Spiritualità



Il controllo mentale collettivo è possibile? È già in atto? Marco Pizzuti ci racconta la sua inquietante "Evoluzione non autorizzata"
Ecco la seconda parte dell'intervista a Marco Pizzuti sul suo ultimo libro "Evoluzione non autorizzata".

Sono oggi disponibili tecnologie che permettono il controllo mentale collettivo? È veramente possibile governare il cervello umano?

I centri di ricerca più avanzati già dispongono della tecnologia per il controllo e la manipolazione mentale sia individuale che collettiva. Non ha ancora un alto grado di efficienza ma la raggiungerà a breve e possiamo ragionevolmente presumere che la ricerca militare sia almeno 20 anni avanti ai risultati raggiunti nei laboratori civili. In pratica è stato scoperto che il cervello umano funziona come un computer biologico che può essere letto, programmato e manipolato artificialmente mediante la ricetrasmissione di informazioni costituite da particolari impulsi elettrici delle onde elettromagnetiche.

Solo per dare un assaggio ai nostri lettori, ci spieghi brevemente che cos’è Brainet?

Brainet è un’interfaccia neurale che consente di collegare insieme il cervello di diversi esseri umani per creare una mente alveare più potente di quella dei singoli individui che ne fanno parte. Si tratta insomma della tecnologia per la creazione di una super mente biologica artificiale in cui può essere rinchiusa l’umanità intera. Vi ricordate il celebre film Matrix del 1999 in cui gli esseri umani venivano allevati artificialmente dalle macchine che ne sfruttavano l’energia vitale come se fossero delle batterie elettriche? Nella prima versione del film i cervelli umani venivano usati come processori biologici da collegare a una mente virtuale collettiva (Matrix) ed è esattamente ciò che oggi può fare Brainet.

Che cosa sono i biochip?
Fin da piccolo, sono stato abituato a vedere i computer e gli esseri viventi come due cose completamente opposte e distinte tra loro. Le nuove scoperte hanno invece evidenziato che il miglior materiale per archiviare informazioni e elaborare dati è proprio il DNA utilizzato da madre natura per dare vita alle sue creature. Ciò significa che le cellule sono computer biologici hi tech e per questo motivo, anche i computer e i robot più avanzati del mondo vengono costruiti con filamenti di DNA che li rendono incredibilmente simili a noi. Tale somiglianza diverrà una copia perfetta degli esseri viventi non appena la tecnologia dei biochip avrà compiuto ulteriori progressi.

Abbiamo davvero a disposizione la tecnologia per creare macchine intelligenti che possono sostituire gli uomini?

Lo tsunami tecnologico in arrivo sta per avere un impatto devastante sulla nostra società poiché non esiste ancora nessuno strumento di controllo legislativo in grado di porvi un argine. Le grandi multinazionali stanno lavorando in fretta e nella massima discrezione per automatizzare la produzione di beni e servizi prima che le masse possano accorgersi delle loro vere intenzioni su scala globale. La nuova generazione di robot industriali ha ormai un costo molto inferiore a quello di un lavoratore cinese o indiano e i colossi come Amazon hanno già robotizzato quasi tutto il loro sistema di vendita e di consegna. Il passo che resta per raggiungere la completa indipendenza dal lavoro umano è molto breve e non si tratta di un risultato che riguarda una singola azienda, ma del trend generale del processo produttivo di beni e servizi. Ciò significa che diversamente da quanto già visto nel corso della storia moderna, i posti di lavoro persi a causa delle nuove tecnologie non torneranno mai più. Le case automobilistiche stanno per invadere il mercato con auto robot che si autopilotano e appena saranno in commercio vedremo restringersi e poi scomparire del tutto, intere categorie di lavoratori come gli autisti dei taxi, dei camion e dei mezzi pubblici. La distruzione dei posti di lavoro è già iniziata nel massimo riserbo e non riguarda solo i lavori manuali perché i progressi compiuti nel campo dell’intelligenza artificiale consentono per la prima volta di rimpiazzare anche i mestieri dei colletti bianchi. Nonostante sia poco noto, già oggi la metà degli articoli dei quotidiani online di medie dimensioni viene pubblicato da software intelligenti, mentre grandi studi legali internazionali stanno sostituendo interi staff di avvocati con professionisti virtuali che in meno di un secondo possono consultare migliaia di leggi e di sentenze emesse in tutti gli stati del mondo. Le prime professioni che vedremo sparire sono i call center, poiché i nuovi operatori virtuali sono in grado di rispondere alle chiamate con una naturalezza, una competenza e un costo talmente basso da risultare irraggiungibili dai propri colleghi in carne ed ossa. Nessun settore lavorativo può considerarsi al riparo poiché nel 2015, in America è stata inaugurata anche una catena di ristoranti low cost completamente robotizzata e priva di personale umano: i clienti devono semplicemente digitare il loro menù e aspettare che si apra uno sportello per la consegna delle pietanze selezionate. Medici, avvocati, assicuratori, bancari, commercialisti, venditori, operatori di borsa, operai, autisti, piloti, ristoratori e ogni altra categoria di mestiere è destinata ad essere sostituita dai robot e dall’intelligenza artificiale. Ciò che sta per accadere insomma, coglierà tutti di sorpresa e avrà un impatto sociale epocale.

È già possibile manipolare il DNA umano per selezionare individui con particolari caratteristiche?

Ovviamente sì, quello che è già stato fatto sugli animali geneticamente modificati può essere ripetuto sull’uomo. Gli unici ostacoli a questo tipo di sperimentazione non sono di ordine tecnico ma di tipo etico-legislativo e l’industria sa come aggirarli con il pretesto di correggere i difetti e i danni del nostro genoma. Inoltre, sono le stesse coppie di aspiranti genitori che ricorrono alla procreazione assistita a chiedere sempre più spesso ai medici di poter avere un figlio con determinate caratteristiche genetiche (ad esempio un alto quoziente intelligente o una notevole prestanza fisica).

Quali sono i poteri, le élites, che stanno finanziando e spingendo queste ricerche?

Dietro tutte queste ricerche ci sono le multinazionali leader nel settore della genetica e dell’informatica che aspirano a brevettare e a diventare proprietarie esclusive di tali tecnologie. Tuttavia non si tratta solo di una questione economica: i tecnocrati dell’élite finanziaria globale sono in preda a un delirio di onnipotenza e pensano di avere il diritto di imporre il tipo di ordine sociale e di evoluzione della specie a loro più congeniale. In pratica stiamo entrando nell’era dell’eugenetica 2.0 che trasformerà le vecchie generazioni di umani in una specie in via di estinzione.

Evoluzione non Autorizzata - Libro >> https://goo.gl/MBjOv8
Dall’uomo 2.0 alla matrice universale della coscienza - L'uomo che conosciamo oggi è destinato a estinguersi: sono in arrivo le prime generazioni di uomini cyborg
Marco Pizzuti

giovedì 6 aprile 2017

La musica è iscritta nel nostro DNA




La musica è iscritta nel nostro DNA

di  Dario Giardi

Scienza e Fisica Quantistica



La musica è iscritta nel nostro DNA

Come e perché l’uomo primitivo, a un certo punto, sentì l’esigenza di inventare e adottare un linguaggio nuovo che non parlasse più con parole e gesti, ma con suoni? Difficile trovare risposte certe e testimonianze documentabili. Non abbiamo prove su quale possa essere stato il Big Bang della musica.

Plausibilmente il primo suono è nato cercando di imitare le voci della natura. Ma cosa ha spinto l’uomo in questa ricerca?

Secondo Herbert Spencer, che affronta la questione in un saggio del 1858, intitolato The Origin and Function of Music, tutto nasce da un’esigenza emotiva. L’uomo ha pensato di esprimere le proprie emozioni usando un linguaggio diverso dalle parole; un linguaggio che potesse comunicare sentimenti forti, che le parole non sarebbero riuscite a esprimere con la stessa efficacia. Secondo questa visione la musica nasce, quindi, come sfogo psichico.

Darwin non accettò mai questa tesi. Nel suo capolavoro del 1871, L’origine dell’uomo e la Selezione Sessuale, sottolinea come la capacità di creare un linguaggio musicale non sia prerogativa dell’uomo. Basta osservare il mondo animale per rendersi conto di come sia insita in tutti gli esseri viventi e il più delle volte legata funzionalmente alla competizione sessuale, alla possibilità dell’individuo di essere scelto dal partner. Darwin, in pratica, afferma che la musica non è, come per Spencer, un’elaborazione culturale tarda, ma una pratica molto più remota, radicata e distribuita nel mondo vivente. In effetti, se osserviamo gli uccelli che cantano senza possedere il linguaggio, allora è plausibile pensare che anche i progenitori dell’uomo, prima di acquisire il potere di esprimersi amore reciproco in un linguaggio articolato, tentassero di affascinarsi con il ritmo e con suoni.

In questo dibattito difficile non schierarsi con Darwin. La musica, d’altronde, è iscritta nel nostro DNA e non solo. Il suono stesso è all’origine delle cose. Secondo la meccanica quantistica, la materia non è mai inerte, ma è costantemente in uno stato di moto, di vibrazione continua. Il fisico austriaco Fritjof Capra diceva: “Ciascuna particella canta perennemente la sua canzone“. Tutto ciò che compone la realtà, vibra. Anche oggetti inanimati e densi come le pietre che ci appaiono materia solida, di fatto, sono forme di energia che vibrano, seppure a frequenze molto lente. Tutto nell’Universo è energia in vibrazione e quindi suono.


Musica Indiana - Libro
Teoria e considerazioni da una prospettiva occidentale
Patrizia Saterini

La Musica di Pitagora - Libro
La nascita del pensiero scientifico
Kitty Ferguson

martedì 4 aprile 2017

Coscienza oltre la Vita




Coscienza oltre la Vita

La scienza delle esperienze di premorte

del Dr. Pim Van Lommel



Il primo libro che affronta il tema della vita oltre la morte in maniera sistematica e scientifica, un documento importante firmato da un importante cardiologo!

La coscienza sopravvive o no alla morte?

Un cardiologo di fama internazionale ci illustra le sue strabilianti ricerche.

Proseguendo l’eccezionale percorso intrapreso da Raymond Moody, Jeffrey Long e altri, eccoci di fronte al mistero della vita dopo la vita indagato da una mente scientifica, dalla formazione solidissima e dal metodo inattaccabile, ma aperta ai risultati più sconvolgenti.

Una lettura che fa pensare, documentatissima e ricca di casistica.


Le NDE in ospedale - Estratto da "Coscienza oltre la Vita"

Leggi in anteprima un estratto dal libro del dottor Pim van Lommel e scopri quali sono le sue ricerche da cardiologo esperto sulle esperienze di pre-morte

La prima unità coronarica negli ospedali olandesi venne aperta nel 1966, dopo che il massaggio cardiaco esterno, la somministrazione di ossigeno e la defibrillazione si erano dimostrate efficaci nel trattamento dei pazienti in arresto cardiaco.

L'arresto cardiaco era e rimane la causa di morte più comune nei pazienti colpiti da infarto miocardico acuto: negli Stati Uniti per questo motivo muore una persona al minuto, in Inghilterra ne muore una ogni due.

Con l'introduzione delle moderne tecniche di rianimazione e la creazione delle unità coronariche, il tasso di mortalità, in conseguenza di un arresto cardiaco, si è bruscamente ridotto e, ai giorni nostri, non è insolito che i pazienti sopravvivano.

Cosa accade durante un arresto cardiaco?

Quando lavoravo come cardiologo, mi confrontavo con la morte quasi ogni giorno.

Anche se non avevo mai dimenticato il paziente rianimato nel 1969, e i suoi ricordi del periodo in cui era rimasto in arresto cardiaco, non avevo mai approfondito questa esperienza.

Tutto però cambiò nel 1986, quando lessi un libro sulle NDE (Near-Death Experience) scritto da George Ritchie, intitolato Return Front Tomorrow ("Ritorno dal domani", N.d.T.). Nel 1943, quando era ancora uno studente di medicina, si era ammalato di polmonite doppia e aveva sperimentato un periodo di morte clinica. In quel tempo l'impiego degli antibiotici come la penicillina non era ancora diffuso.

In seguito a un episodio dì febbre molto elevata e a un'estrema costipazione polmonare, egli era "trapassato": aveva smesso di respirare e anche il suo polso si era fermato. Era stato pertanto dichiarato morto da un medico e coperto con un lenzuolo.

Ma un infermiere, che era rimasto molto scosso dalla morte di quel giovane studente di medicina, era riuscito a convincere il dottore a praticargli un'iniezione intratoracica di adrenalina: una procedura assolutamente insolita in quei giorni.

Dopo essere rimasto "morto" per più di nove minuti, George Ritchie era ritornato cosciente, con immenso stupore del dottore e dell'infermiere. Era emerso in seguito che, durante il suo periodo di incoscienza, quello in cui era stato dichiarato morto, aveva avuto un'esperienza estremamente intensa dì cui ricordava moltissimi dettagli.

Sulle prime non era riuscito a parlarne, anche perché era rimasto molto turbato. Ma, successivamente, aveva scritto un libro che parlava dì quanto gli era accaduto in quei nove minuti. Dopo essersi specializzato in psichiatria, Ritchie iniziò a condividere le sue esperienze tenendo conferenze per gli studenti di medicina. Uno degli studenti che frequentavano queste conferenze era Raymond Moody. Moody rimase così affascinato da questa storia che iniziò a condurre ricerche sulle esperienze vissute in situazioni di morte imminente. Nel 1975 scrisse il libro Life After-Life ("La vita oltre la vita"), che divenne un best seller mondiale. In questo libro egli utilizzò per primo il termine Near-Death Experìence (NDE): esperienza di premorte.;

Dopo aver letto il libro di Ritchie, ho iniziato a chiedermi in che modo qualcuno potesse sperimentare uno stato di coscienza durante un arresto cardiaco e se questo fosse un evento comune. Così nel 1986 iniziai a chiedere sistematicamente a tutti i miei pazienti ambulatoriali, a cui era successo di essere riportati in vita, se avessero ricordi legati al loro arresto cardiaco. Fui molto sorpreso di sentire, nell'arco di due anni, ben dodici racconti di esperienze simili verificatesi tra più di cinquanta sopravvissuti a un arresto cardiaco. Da quella prima volta nel 1969 non avevo udito nessun altro racconto del genere: sia perché non avevo mai indagato fino ad allora queste esperienze, sia perché non ero mentalmente pronto a considerarle possibili.;

Ma tutti quei racconti, che adesso stavo ascoltando, suscitarono la mia curiosità. Dopo tutto, le conoscenze mediche ordinarie sostengono che è impossibile che la coscienza possa essere mantenuta una volta che il cuore ha cessato di battere.

Durante l'arresto cardiaco i pazienti sono clinicamente morti. La morte clinica è definita come un periodo d'incoscienza determinato dalla mancanza di ossigeno nel cervello perché o la circolazione o il respiro, o entrambi, si sono fermati. Se non vengono subito iniziate le manovre rianimatorie, le cellule cerebrali andranno incontro, nell'arco di cinque-dieci minuti, a un danno irreparabile e il paziente quasi sempre morirà, anche se l'attività cardiaca si riprendesse successivamente.

Domande sulla funzione cerebrale e sulla coscienza

La molla di tutto fu per me la curiosità: fu questa che mi spinse a porre domande, a cercare di spiegare la correlazione tra i fatti oggettivi e le esperienze soggettive.

Approfondendo le esperienze di premorte sentii sorgere in me un bel numero di quesiti fondamentali. Una NDE è uno speciale stato di coscienza che si verifica durante un periodo di imminente o di effettiva morte fisica, psicologica ed emozionale. Come e perché avviene una NDE? Cosa può causare il verificarsi di una NDE? Come può una NDE cambiare in modo così profondo la vita di alcune persone?

Non potevo accettare le risposte che venivano date a queste domande perché mi sembravano incomplete, imprecise o prive di fondamento. Nell'ambiente accademico in cui ero cresciuto mi era stato insegnato che c'è una spiegazione materialista e riduzionista per qualsiasi cosa. E fino a quel momento l'aveva sempre accettata come una verità inconfutabile.

Dopo essermi immerso negli aspetti personali, psicologici, sociali e scientifici delle NDE, ho scoperto che anche altre domande, che si sentono spesso porre, erano diventate importanti per me: chi sono io? Perché sono qui? Qual è l'origine della mia vita? Quando e come finirà la mia vita? E cosa significa la morte per me? La mia vita continuerà dopo la morte?

In tutti i tempi e in tutte le culture e durante ogni fase della vita - tra cui la nascita di un bimbo o di un nipotino, la morte di qualche persona cara o altri importanti momenti di crisi - queste domande essenziali vengono poste ripetutamente. Probabilmente ve le siete già poste anche voi. Eppure, raramente riceviamo risposte soddisfacenti. Qualunque cosa accada nelle nostre vite - sia che andiamo incontro a successi o a delusioni, e indipendentemente da quanto siano grandi la fama, il potere o le ricchezze che abbiamo raggiunto - non possiamo sfuggire alla morte. Ogni cosa che raccogliamo attorno a noi perirà in un futuro non troppo lontano. La nascita e la morte sono realtà di ogni singolo istante delle nostre vite, perché i nostri corpi subiscono un costante processo di morte e rinnovamento.

Alcuni scienziati non credono alle domande a cui non si può rispondere, ma credono a domande che vengono formulate in modo improprio. Nel 2005 la rivista Science pubblicò uno speciale numero anniversario in cui venivano poste 125 domande a cui gli scienziati fino a quel momento non erano riusciti a dare una risposta. La più importante era: «Di che cosa è fatto l'universo?» Seguita da: «Quali sono le basi biologiche della coscienza?» Mi piacerebbe riformulare questa seconda domanda nel modo seguente: «La coscienza ha una base biologica?» Possiamo anche distinguere tra aspetti temporanei e aspetti non legati al tempo della nostra coscienza. Questo fa sorgere le seguenti domande: «E possibile parlare di un inizio della nostra coscienza? E la nostra coscienza avrà mai fine?»

Per rispondere a queste domande, dobbiamo comprendere meglio la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza. Dobbiamo scoprire se esistono indicazioni che la coscienza sia presente durante il sonno, l'anestesia generale, il coma, la morte cerebrale, la morte clinica, il processo del morire e, infine, dopo che la morte è stata confermata. Se la risposta a qualcuna di queste domande è sì, dobbiamo cercare di trovare delle spiegazioni scientifiche e analizzare la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza in queste situazioni. Ciò solleva una serie di altre domande che troveranno risposta in questo libro:

Dove sono quando dormo? Posso essere consapevole di qualcosa mentre dormo?

Esistono indizi della presenza di coscienza durante l'anestesia generale. Come è possibile che alcuni pazienti in anestesia generale possano più tardi descrivere con precisione cosa è stato detto o addirittura cosa è stato fatto, in genere nel momento in cui sono insorte delle complicazioni durante l'operazione?

Possiamo parlare di coscienza quando una persona è in coma?

Un articolo recente su Science ha avuto come soggetto l'evidenza scientifica della presenza di coscienza in una paziente in stato di coma vegetativo. Questa è una forma di coma in cui sono conservati sia il respiro spontaneo che i riflessi del tronco encefalico. Test cerebrali hanno evidenziato che, quando a questa paziente veniva suggerito di immaginare alcune attività, come giocare a tennis o muoversi per casa, i monitor rilevavano cambiamenti identici a quelli che si verificavano in volontari sani a cui venivano date le stesse istruzioni.

Questo significa che i cambiamenti rilevati potevano essere spiegati solo assumendo che questa paziente, nonostante il suo stato vegetativo, non solo comprendesse le istruzioni verbali, ma anche le portasse a compimento. La ricerca ha dimostrato che questa paziente in coma era consapevole di se stessa e di ciò che aveva intorno, ma che il suo danno cerebrale le impediva di comunicare direttamente al mondo circostante i suoi pensieri e le sue emozioni. Nel suo libro Uit coma ("Fuori dal coma"), Alison Korthals Altes descrive anche di aver visto lo staff medico e la sua famiglia dentro e attorno all'unità di cure intensive durante il coma, durato tre settimane, conseguente a un grave incidente stradale.

Possiamo ancora parlare di coscienza quando una persona è stata dichiarata in stato di morte cerebrale?

Nel suo libro Droomvlucht in coma ("Sogno di volo in coma"), Jan Kerkhoffs ci parla della sua esperienza di coscienza dopo che i neurologi avevano dichiarato la sua morte cerebrale a seguito di complicazioni occorse durante un intervento di chirurgia cerebrale. Solo grazie al fatto che la sua famiglia si era rifiutata di donare i suoi organi, Jan ha potuto scrivere delle sue esperienze, perché, tra 10 stupore generale, ha ripreso conoscenza dopo tre settimane passate in coma.

La morte cerebrale davvero equivale alla morte, o segna invece l'inizio di un "processo del morire" che può durare ore o giorni? Che cosa accade alla nostra coscienza durante questo processo?

La morte clinica equivale alla perdita di coscienza? Molti racconti di NDE presentati in questo libro suggeriscono che durante un arresto cardiaco, cioè durante un periodo di morte clinica, le persone possono trovarsi in uno stato di coscienza eccezionalmente lucida.

Possiamo ancora parlare dì coscienza quando una persona viene "dichiarata morta" e il suo corpo è freddo?

Approfondirò questa domanda in seguito.

C'è ancora coscienza dopo la morte?

Possono le ricerche sulle NDE darci una qualche informazione su cosa accade alla coscienza quando una persona viene dichiarata morta? Dobbiamo cominciare esplorando le risposte alle domande: si può sperimentare la coscienza dopo la morte? E se sì, come? Come possiamo investigare su cosa accade alla nostra coscienza quando siamo morti? Da dove vengono le nostre idee sulla morte? Perché vogliamo sapere di più sulla morte, e sul significato di essere morti?

Il confronto con la morte solleva domande pressanti, perché la morte resta un tabù nella nostra società. Pure è normale che la gente muoia ogni giorno. Oggi circa 6.925 persone moriranno negli USA (375 in Olanda e 1.400 nel Regno Unito), mentre voi state leggendo questo libro. Questo significa che ogni anno muoiono negli USA più di 2.530.00 persone (155.000 in Olanda e 509.000 nel Regno Unito). Nel mondo, ogni anno muoiono più di 70.000.000 di persone. Tuttavia, poiché il tasso di natalità globale supera il tasso di mortalità, la popolazione mondiale continua ad aumentare. In media, negli USA ogni giorno nascono circa 11.000 bambini (515 in Olanda e 1.600 nel Regno Unito). Morire è normale quanto nascere. Eppure la morte è stata bandita dalla nostra società. Le persone muoiono sempre più in ospedale e nelle case di cura, anche se c'è una crescente preferenza di morire in casa o in un hospice.

Cos'è la morte, cosa è la vita, e cosa accade quando sono morto? Perché le persone sono così spaventate dalla morte? Di sicuro la morte può essere un sollievo dopo una malattia dolorosa. Perché i medici spesso percepiscono la morte di un paziente come un fallimento da parte loro? Perché un paziente "perde" la sua vita? Perché alle persone non è più permesso semplicemente di morire per una malattia grave e ormai terminale e invece vengono ventilate e alimentate artificialmente attraverso tubi e flebo? Perché alcune "persone negli stadi finali di una grave malattia tumorale scelgono la chemioterapia, che può prolungare per un po' la vita, ma che sicuramente ne riduce la qualità? Perché il nostro primo impulso è quello di prolungare la vita e posticipare la morte a tutti i costi? E la paura della morte a causare questo? E la paura nasce dall'ignoranza di cosa la morte potrebbe essere? Le nostre idee riguardo la morte sono assolutamente esatte? La morte è davvero la fine di tutto?

Anche nei corsi universitari di Medicina si presta scarsa attenzione a quello che potrebbe essere la morte. Al momento della laurea, i dottori perlopiù non hanno mai preso seriamente in considerazione la morte. Durante la vita nel nostro corpo muoiono 500.000 cellule ogni secondo, 30 milioni ogni minuto e 50 miliardi ogni giorno. Queste cellule vengono completamente rimpiazzate nelle 24 ore e, in questo modo, una persona ha un corpo completamente nuovo ogni due anni. La morte cellulare non coincide pertanto con la morte fisica.

Nel corso della vita, i nostri corpi cambiano costantemente da un secondo all'altro. Eppure noi non lo sentiamo e non ce ne accorgiamo. Come possiamo spiegare la continuità di questo corpo che cambia costantemente? Le cellule possono essere paragonate ai mattoni di una casa, ma chi progetta, pianifica e coordina la costruzione della casa? Non i mattoni stessi. Perciò la domanda ovvia è: come si può spiegare la costruzione e l'organizzazione di un corpo che è in continuo cambiamento da un secondo all'altro? Tutti i corpi, a livello biochimico e fisiologico, funzionano allo stesso modo, eppure tutte le persone sono diverse. La causa di questa diversità non è solo fisica. Le persone hanno caratteri, sentimenti, umori, livelli di intelligenza, interessi, idee e necessità differenti. La coscienza svolge un ruolo fondamentale in questa differenza. E qui sorge la domanda: noi esseri umani "siamo" i nostri corpi oppure "possediamo" i nostri corpi?

Più del 50% della popolazione olandese è convinta che la morte sia la fine di tutto. Queste persone credono che la morte del corpo segni la fine delle nostre identità, dei nostri pensieri, dei nostri ricordi, e che la morte sia la fine della nostra coscienza. In opposizione, una percentuale tra il 40 e il 50% degli olandesi crede in una qualche forma di vita dopo la morte. Negli USA tra il 72 (il 67% dei maschi e il 76% delle femmine) e il 74% delle persone crede nella vita dopo la morte. Nel Regno Unito circa il 58% ci crede. Eppure molte persone non si chiedono mai se le loro idee sulla morte sono davvero corrette, fino a che non si trovano a confrontarsi con il pensiero della propria morte in conseguenza di un lutto, o di un brutto incidente, o di una grave malattia che abbia interessato o un loro congiunto o qualche loro amico intimo.

Studiando tutto quello che è stato pensato o scritto sulla morte nella storia - in tutti i tempi, le culture e le religioni- possiamo essere in grado di formarci un quadro della morte diverso e migliore. Ma lo stesso può essere raggiunto studiando le recenti ricerche scientifiche sulle NDE. L'evidenza ha dimostrato che la maggior parte delle persone perde ogni paura della morte dopo una NDE. Una tale esperienza insegna loro che la morte non è la fine di tutto e che la vita prosegue in un modo o in un altro. Un paziente mi ha scritto dopo la sua NDE: «Io non sono qualificato per discutere di una cosa che può essere provata solo dalla morte. Tuttavia, per me personalmente questa esperienza è stata decisiva nel convincermi che la coscienza sopravvive alla sepoltura. La morte mi si è dimostrata non essere la morte, ma un'altra forma di vita».

Secondo le persone che hanno avuto una NDE, la morte non è altro che un diverso modo di vivere, con una coscienza aumentata e più ampia, coscienza che è dovunque contemporaneamente perché non è più legata a un corpo.


Indice

Introduzione

Capitolo 1 - Un'esperienza di premorte (NDE) e il suo impatto sulla vita
Capitolo 2 - Che cos'è un NDE?
Capitolo 3 - Cambiato da una NDE
Capitolo 4 - NDE nell'infanzia
Capitolo 5 - Non c'è niente di nuovo sotto il sole
Capitolo 6 - Ricerche sulle NDE
Capitolo 7 - Lo studio olandese sulle NDE
Capitolo 8 - Cosa accade al cervello quando il nostro cuore si ferma improvvisamente?
Capitolo 9 - Cosa sappiamo della funzione celebrale?
Capitolo 10 - Fisica quantistica e coscienza
Capitolo 11 - Il cervello e la coscienza
Capitolo 12 - La continuità del corpo in mutamento
Capitolo 13 - La coscienza infinita
Capitolo 14 - Alcune implicazioni degli studi sulle NDE
Capitolo 15 - Epilogo
Appendice

Glossario

Bibliografia

Ringraziamenti

Autore


Pim van Lommel, cardiologo olandese, ha iniziato il proprio percorso di ricerca sulle NDE (Near-Death Experiences, o esperienze di premorte) dopo avere notato la quantità di pazienti che, dopo un infarto, dichiaravano di avere avuto visioni dell’aldilà.
Nel 2001 ha pubblicato il primo e celeberrimo studio sulle NDE su The Lancet (una delle più prestigiose riviste mediche internazionali), grazie al quale è diventato il faro per chiunque sia interessato a indagare questo tema da una prospettiva scientifica.


Coscienza oltre la Vita - Libro >> https://goo.gl/hRuk83
La scienza delle esperienze di premorte
Dr. Pim Van Lommel

venerdì 24 marzo 2017

Mal di schiena: e se dipendesse dai denti?




Mal di schiena: e se dipendesse dai denti?

Scritto da: Antonio Di Chiara

Terapie e trattamenti olistici



Mal di schiena: e se dipendesse dai denti?

In questo percorso, che abbiamo intrapreso, stiamo scoprendo che il mal di schiena è di per sé un problema multifattoriale.
Cosa significa multifattoriale? Questo termine intende il fatto che ci possono essere tante cause all'origini del nostro mal di schiena che, in parte, abbiamo visto insieme ovvero:

appoggio del piede,
emotività individuale interna,
sofferenza degli organi.
Occlusione mandibolare e mal di schiena

Quest’oggi parleremo di una causa cosiddetta discendente, ovvero che, dall’alto, crea problemi posturali verso il basso, e non ascendente quindi dal basso verso l’alto, come poteva essere il caso dell’errato appoggio podalico. I protagonisti di oggi sono i nostri denti! Spesso si afferma che ad ogni dente corrisponde una vertebra. Seppur vero, la nostra disamina è molto più ampia e generica.

Si tratta, infatti, della cattiva occlusione mandibolare che, qualora confermata, può portare tensioni muscolari che come vedremo si ripercuotono lungo tutto il corpo con un ordine ben preciso. A sua volta la cattiva occlusione mandibolare rientra tra le problematiche della cosiddetta ATM, articolazione temporo mandibolare, la quale ha la funzione di unire la mandibola alle ossa occipitali del cranio.

I sintomi di una cattiva funzionalità dell’ATM sono vertigini, acufeni, difficoltà a deglutire o a masticare quindi con problemi conseguenti all’apparato gastro intestinale causato da cibi mal digeriti. Ma come è possibile che una non buona occlusione dentale porti significativi problemi di postura? La spiegazione risiede nel fatto che spesso e volentieri questa problematica porta tensioni muscolari dapprima cervicali, che sono le più diffuse nel genere, ed ovviamente per compensazione, nel tempo, a tutto il resto della colonna vertebrale.

Come alleviare le tensioni muscolari cervicali

Come è mia consuetudine cerco sempre di fornire alcuni consigli utili al fine di alleviare queste tensioni. Nel caso di problematiche posturali strutturali, come in questo caso, è necessario procedere con una visita gnatologica e/o con trattamenti di un bravo osteopata. È possibile inoltre affiancare le sedute con i seguenti tre esercizi che perfettamente si integrano con l’operato sia del posturologo che dell’osteopata:

lavoro di distensione muscolare di tutto il tratto cervicale con dolci rotazioni della testa privilegiando la distensione cervicale portando, per intenderci, il mento verso il proprio sterno;
afferrare la testa e portarla dolcemente verso la spalla destra e sinistra. Una buona esecuzione è data tentando, nel corso dell’esercizio, di portare alternativamente l’orecchio destro e sinistro il più vicino possibile alla spalla di riferimento. In questo caso notate ed annotate quale parte fa più difficoltà e riportate il risultato al professionista che vi segue;
cercare nell’arco della giornata di non serrare in continuazione i denti e notare se si tende al bruxismo notturno di cui parlaremo nei prossimi articoli.