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lunedì 27 novembre 2017

Campane tibetane e ipersensibilita' - 3



Campane tibetane e ipersensibilita' elettromagnetica - 3

terza parte

Scritto da: Francesca Brocchetta

Medicina Non Convenzionale



Campane tibetane e ipersensibilità elettromagnetica - terza parte

L'efficacia del massaggio è stata avvertita fin dai primi secondi di trattamento, con un insieme di sensazioni psicofisiche di benessere. Circa la metà del campione intervistato ha dichiarato una riduzione media dell’intensità dei sintomi più ricorrenti e invalidanti pari al 60% (in ordine di intensità sono stati rilevati: irritabilità, stanchezza, irrequietezza, problemi gastrointestinali, tensione muscolare, ansietà). E tra questi, il 39% ha comportato un azzeramento totale dell’intensità del sintomo. Dall’analisi dei questionari e dalla lettura dei polsi si evince come l’utilizzo delle frequenze abbia favorito il recupero degli equilibri del sistema, aprendo i collegamenti bloccati e ristabilendo una circolazione energetica normale ed un corretto equilibrio tra Yin e Yang.  Il dato più significativo è stato la riduzione delle contratture muscolari, riscontrata in tutti i volontari. Si tratta indubbiamente di un fattore decisivo nel ripristino del flusso energetico naturale corporeo.

A conclusione della ricerca, riporto le parole del Prof. Giuseppe Genovesi raccolte durante l’analisi dei polsi: «dopo il trattamento si evince un’apertura dei collegamenti bloccati e quindi il ristabilimento di una circolazione energetica normale. In tutti i pazienti analizzati si evidenzia, in generale, un recupero del collegamento tra i polsi e un’armonizzazione degli stessi. Le alterazioni degli equilibri tra Yin e Yang tendono a essere recuperate con evidente miglioramento del quadro clinico. In particolare il rene Yin, che è molto spesso carente proprio per motivi ambientali, viene quasi sempre recuperato, mentre il rene Yang rimane un po’ più resistente; tuttavia la carenza di Yin recuperata consente di ottenere un maggior equilibrio energetico».

Una sintesi conclusiva del Professor Giuseppe Genovesi

A validare l'approccio funzionale, ed estremamente versatile, del massaggio sonoro con le campane tibetane nel trattamento di disturbi psico-fisici di malattie ambientali, è intervenuto anche il Prof. Giuseppe Genovesi, endocrinologo-immunologo all'Università degli Studi La Sapienza di Roma. «L’obiettivo peculiare del massaggio sonoro», testimonia Genovesi, «è quello di indurre un effetto benefico sull’organismo attraverso la vibrazione e il suono prodotti dalla campana. Il metodo di valutazione della palpazione dei polsi, sebbene molto distante dalla medicina occidentale, ha dimostrato come il massaggio sonoro abbia favorito il recupero degli equilibri del sistema, aprendo i collegamenti bloccati e ristabilendo una circolazione energetica normale.

Se pensiamo ai risultati straordinari degli studi dei professori Carlo Ventura e Livio Giuliani che hanno dimostrato come campi magnetici pulsati a frequenza bassa, campi radioelettrici e la vibrazione sonora, siano in grado di modificare sostanzialmente il destino cellulare, compreso quello delle cellule staminali, risulta semplice comprendere che i presupposti scientifici dell’efficienza delle campane tibetane sulla salute umana siano reali e dovrebbero essere dimostrati attraverso nuove ricerche. Per verificare, ad esempio, l'effetto delle loro vibrazioni rispetto al riequilibrio del rapporto tra campo elettromagnetico e campo atomico/molecolare, e quindi rispetto alla possibilità di ristabilire una coerenza dell’acqua all'interno del nostro organismo, si potrebbe effettuare una risonanza magnetica su un campione esterno di acqua prima e dopo che questo venga sottoposto a trattamento vibrazionale con le campane.

Il principale effetto negativo che ha lo stress ossidativo, presente in maggiore misura nei pazienti affetti da EHS, è quello di ridurre la coerenza sull’acqua citoplasmatica, quindi una terapia che la ristabilisca, potrà agire per la coerenza biologica e il benessere dell'intero organismo. Un ulteriore contributo a questa ricerca potrebbe essere la valutazione ematochimica di parametri infiammatori prima e dopo un determinato trattamento su pazienti che abbiano parametri alterati sulla base di una valutazione preliminare. Una modalità semplice e per certi versi banale che utilizza un linguaggio più occidentale e quindi più comprensibile per chi, nel nostro ambiente, ha bisogno di un rigoroso metodo deduttivo-matematico. Insomma, le basi per fare ricerca ci sono: ponendo attenzione ai concetti della moderna fisica quantistica, distaccandosi dal mero dato analitico dello scienziato classico e ristabilendo un concetto olistico si giungerebbe ad una riconciliazione generale, che esca dalle logiche di interesse parziali, per lo più di natura economica, e rimetta al centro l'armonia complessiva dell'individuo, quel suono per l'appunto, della vibrazione fra Essere e Universo.»

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lunedì 20 novembre 2017

Campane tibetane e ipersensibilità - 2



Campane tibetane e ipersensibilità elettromagnetica 2

 - seconda parte

Scritto da: Francesca Brocchetta | Medicina Non Convenzionale



Campane tibetane e ipersensibilità elettromagnetica - seconda parte

Prima di presentare nel dettaglio gli effetti del trattamento sul campione di persone individuato, credo sia utile descrivere brevemente le caratteristiche delle campane tibetane. Si tratta di strumenti con la forma di grandi ciotole, con l’apertura verso l’alto, di varie dimensioni e forgiate con leghe di vari metalli (da 7 a 12 metalli). La dimensione influisce sull’altezza del suono, mentre il tipo di metallo incide sulla qualità dello stesso, che può essere ottenuto in due modi, anche in sede di trattamento terapico: con un batacchio di legno si possono esercitare dei rintocchi, oppure si può ottenere una vibrazione sonora lunga e continua sfregandolo lungo il bordo della campana. Il suono ottenuto è potente e dolce allo stesso tempo.

Prima di sottoporre le varie persone al trattamento, ho studiato le caratteristiche acustiche di questi strumenti. Ho scoperto così una loro peculiarità, e cioè che le campane veicolano, cioè fanno ‘sentire’, molti dei suoni armonici che le compongono. Per comprendere il fenomeno, basti pensare che mentre gli strumenti dell’orchestra producono armonici, cioè note formate dalla sovrapposizione contemporanea di suoni in rapporto di ottava, quinta, terza, e così via, il cui suono predominante è quello più grave che dà il nome alla nota di volta in volta prodotta, al contrario nel caso delle campane si sentono chiaramente sia la fondamentale sia il terzo armonico, cioè la quinta, e anche i successivi armonici. È come se le campane producessero sempre degli ‘accordi’ di note tutte perfettamente udibili, molto piacevoli e consonanti.

Spettrogramma di una campana tibetana che produce una nota fondamentale di Sol# (104 Hz). L’intensità del terzo armonico (Re#, 312 Hz) è un picco addirittura più forte della fondamentale.

Nel trattamento al campione di pazienti individuato (5 donne e 1 uomo) ho usato tre campane seguendo il principio dei “tre centri”, una modalità di massaggio sonoro codificata da Mauro Pedone. Le campane utilizzate, sono intonate sulle note Sol# (104 Hz), Re# (156 Hz) e Sol# (196 Hz) sfruttando le proprietà dell’intervallo di quinta anche tra una campana e l’altra. Va sottolineato, infatti, che la quinta è un intervallo fondamentale in musicoterapia perché stimola i principali punti energetici dell’organismo. Fu considerato vitale anche da Rudolf Steiner, e la sua capacità di influenzare favorevolmente il sistema nervoso parasimpatico, e di modificare lo stato di coscienza dell’ascoltatore è stata confermata dalle ricerche dell’Institute of Harmonic Science di Phoenix (Arizona).

Come avviene il massaggio sonoro con le campane tibetane

Durante il massaggio sonoro le campane tibetane vengono appoggiate in vari punti sul corpo della persona sdraiata, oppure vengono fatte ondeggiare a una distanza di circa 20 centimetri sopra varie zone del corpo. Nel momento in cui vengono suonate (per rintocco o sfregamento), producono un effetto vibrazionale che è sia quello sonoro (il suono è fatto di vibrazioni dell’aria), sia quello meccanico, dato dalle vibrazioni del metallo. A contatto con il corpo della persona, o comunque molto vicino, il suono viene ‘sentito’ a più livelli, sia fisico che acustico. Numerose, infatti, sono le strutture biologiche del corpo umano che rispondono per risonanza alla sollecitazione sonora. I tessuti non uditivi in grado di percepire lo stimolo vibratorio e oscillatorio di un suono sono: la pelle, le fibre del tessuto connettivo e muscolare e il sistema di cellule MC (microvilli-ciglia) che comprende i tessuti vestibolari e viscerali, le cellule ependimali, midollari e dendritiche. I tessuti coinvolti nella vibrazione sonora hanno una stretta relazione anche con i centri diencefalici e il sistema nervoso autonomo, strutture deputate alla regolazione della vita vegetativa.

Il suono ha la capacità dunque di “risvegliare” zone del corpo differenti, a seconda dei punti più contratti o con disturbi provocati dalla EHS. Lo scopo del massaggio sonoro è proprio quello di riarmonizzare l’organismo riportandolo alle sue naturali vibrazioni attraverso il principio di risonanza. L’immunologo e batteriologo Edward Bach (noto ai più per i suoi rimedi a base di fiori) affermò che la malattia può essere considerata come una disarmonia, che insorge quando una parte del tutto non vibra più all’unisono con le altre parti. La terapia vibrazionale è una terapia olistica che considera ogni essere vivente all’interno di un flusso di energia circolare con l’ambiente. Secondo la medicina vibrazionale ogni organo e tessuto ha una propria frequenza di risonanza, ecco perché è fondamentale considerare l’insieme armonico di queste frequenze, il nostro distintivo e unico ritmo vibratorio personale.  Anche la fisica quantistica ci insegna che tutto ciò che esiste è costituito da onde di vibrazione e che l’esistenza della materia non può essere separata dalla sua attività vibrazionale.

Il massaggio sonoro è stato effettuato su 6 volontari (la durata di ogni seduta individuale è stata di circa 45 minuti) diagnosticati con EHS, ed è avvenuto presso lo studio del Dott. Roberto Alcide di Roma. Ai volontari è stato proposto un questionario in cui dovevano indicare i sintomi manifestati nella settimana antecedente il trattamento e la loro intensità in una scala da 0 a 5; lo stesso questionario è stato proposto dopo il trattamento, per individuare eventuali miglioramenti in seguito al massaggio sonoro.

Prima del trattamento, il Dott. Alcide ha eseguito la lettura del polso secondo la scuola taoista. Nella medicina cinese, l’ascolto del polso consente di diagnosticare l’energia dei principali organi del nostro corpo, lo stato dello yin e dello yang; la complessa analisi, effettuata su punti differenti del polso, fornisce al medico le informazioni necessarie per comprendere come si manifesta la malattia e che organi sono in deficit di funzionamento. Per il massaggio sonoro, ho fatto vibrare la campana di media grandezza lungo i punti energetici a distanza di circa 20 cm, poi ho posizionato la campana sui tre principali centri energetici – ombelico, cuore e testa – facendola risuonare sia per sfregamento che per rintocco. Successivamente ho posizionato le campane sui volontari proni, sempre dalla più grande alla più piccola, su coccige, schiena e testa.

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giovedì 16 novembre 2017

Campane tibetane e ipersensibilita' 1



Campane tibetane e ipersensibilita' elettromagnetica 1

- prima parte

Scritto da: Francesca Brocchetta | Medicina Non Convenzionale



Campane tibetane e ipersensibilità elettromagnetica - prima parte

Sono laureata in Studi linguistici e filologici e il mio percorso di studi mi ha insegnato che la filologia non dà frutti se non si è metodici. Ho anche imparato, però, a rinunciare con gioia alle certezze e a lasciarmi andare, grazie alla mia passione per la chitarra e il jazz. Ho capito nel tempo che se univo la musica al metodo e all’ordine, avrei trovato la condizione che mi consente di vivere in armonia, e di comunicare agli altri questa armonia. Il mio avvicinamento allo studio delle malattie ambientali, come operatrice olistica, è stato uno sbocco naturale. Ho sentito l’urgenza di studiare i disturbi provocati dagli elementi inquinanti dell'ambiente in cui viviamo, e le possibili cure attuabili per mezzo della musica, in particolare attraverso l’utilizzo delle campane tibetane, uno strumento che risale a ben 5000 anni fa utilizzate, pare da sempre, per scopi terapeutici.

Studiare gli effetti del massaggio sonoro vibrazionale sulle persone affette da Ipersensibilità Elettromagnetica

L’interessamento scientifico per questi disturbi è stato sollecitato anche da una profonda necessità personale. Ho infatti sperimentato su me stessa gli effetti della profonda ignoranza imperante in Italia sull’Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS), una patologia che conosco molto bene e purtroppo da vicino da un po’ di tempo.

Con Mauro Pedone – fondatore del Centro Studi la Voce del Carro e autore di numerosi libri, tra cui l’ultimo La danza dell’acqua e le campane tibetane (2017) – ho potuto comprovare una delle attuali pratiche terapeutiche integrate, che dimostra come campane tibetane, medicina cinese e fisica quantistica non siano poi così lontane. Grazie al contributo metodologico della Prof.ssa Laura Corradi (docente presso il Dipartimento di Sociologia dell'Università della Calabria) abbiamo sviluppato una ricerca per studiare gli effetti del massaggio sonoro vibrazionale sulle persone affette da Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS), un progetto che è stato valutato dal Prof. Giuseppe Genovesi, endocrinologo-immunologo dell’Università degli Studi la Sapienza di Roma e vero punto di riferimento della comunità scientifica in fatto di ipersensibilità elettromagnetica.

L’EHS, detta anche Elettrosensibilità (ES), è una condizione che può manifestarsi con effetti saltuari o cronici e a volte divenire invalidante, provocata dalla reazione organica ai campi elettromagnetici presenti nella vita di tutti i giorni. Tra i sintomi si contano debolezza, disturbi del sistema nervoso (insonnia, perdita della memoria, di concentrazione e di apprendimento, depressione, mal di testa, nausea e vertigini), muscolari, cardiovascolari, respiratori, dell’apparato scheletrico, della sfera sessuale, del sistema visivo, acustico, olfattivo, nonché problemi gastrointestinali.

I risultati dei trattamenti effettuati sui pazienti affetti da Elettrosensibilità con le campane tibetane, testimoniano un buon miglioramento dei sintomi soggettivi. La ricerca ha dato segnali incoraggianti che, si spera, possano aprire la strada all'utilizzo di medicine non convenzionali nella cura dei disturbi da inquinamento ambientale. «I presupposti dell’efficacia delle campane sono reali» afferma il Prof. Genovesi «poiché le onde elettromagnetiche hanno una funzione importantissima per l’attività biologica. L’interazione tra frequenze può essere costruttiva o distruttiva. L’interazione con le onde elettromagnetiche di un Wi-Fi, ad esempio, sarà sicuramente interferente e inibente mentre quella con le vibrazioni di una campana tibetana può avere degli effetti molto benefici. In questa terapia il suono diventa uno strumento energetico che trova una sua rispondenza e risonanza vibrazionale all’interno della nostra struttura organica, energetica e nervosa.»

Un approccio diverso dalle pratiche di medicina ortodossa perché si basa su una visione olistica dell’essere umano, capaci di cogliere, su base empirica, quel ruolo centrale di governo dell'organismo esercitato dall'intreccio delle "influenze sottili" che sfugge all'occhio analitico dello scienziato classico, ma che può rivelarsi all'indagine guidata dai concetti della moderna fisica quantistica.

Che cos’è l’Ipersensibilità Elettromagnetica

L’Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS), o Elettrosensibilità (ES), è una reazione organica ai campi elettromagnetici (CEM), ovvero a quei fenomeni generati localmente da qualunque distribuzione di carica elettrica variabile nel tempo, che si propagano sotto forma di onde elettromagnetiche. Queste onde, dette a radiazioni non ionizzanti, vengono suddivise in due gruppi di frequenze, in base ai differenti meccanismi biologici di interazione con gli organismi viventi e ai rischi per la salute:

esistono campi di bassa frequenza (0-300Hz), generati principalmente dagli elettrodomestici e dalle linee elettriche, che inducono correnti elettriche all’interno del corpo;
e campi ad alta frequenza (300Hz-300Ghz), generati soprattutto dai telefoni cellulari e dai ripetitori radiotelevisivi che cedono energia ai tessuti sotto forma di calore.

Oltre all’effetto termico, immediatamente rilevabile, l’inquinamento da onde ad alta frequenza ha fatto osservare sull'uomo anche i cosiddetti effetti non-termici, che avvengono senza un apprezzabile riscaldamento delle cellule, là dove la materia vivente reagisce non alla potenza del segnale ma al segnale stesso. Su questi effetti nocivi si è espresso nel 2011 anche lo IARC (Agenzia internazionale di ricerca sul cancro), facente parte dell'OMS, classificando le radiofrequenze come “possibili cancerogene” per l’uomo. Tuttavia, a dispetto della classificazione dell'OMS, la Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, ha deciso di promulgare i limiti di esposizione soltanto sulla base degli effetti a breve termine, ovvero termici, ritenendo non esaustive le evidenze degli studi sugli effetti non-termici a lungo termine fino ad ora condotti.

La sensibilità individuale ai CEM può variare anche di molto da un individuo all’altro. Si stima che il 3% della popolazione mondiale possa dimostrare risposte fisiche anche a livelli estremamente bassi di CEM prodotti dall’uomo: questi individui vengono definiti elettrosensibili. L'esposizione alle alte e basse frequenze di CEM può generare in essi effetti cronici, in grado di manifestarsi a seguito di un’esposizione modesta, ma prolungata nel tempo, anche dopo una lunga latenza. I sintomi possono essere suddivisi in: generali, del sistema nervoso, muscolari, cardiovascolari, respiratori, dell’apparato scheletrico, della sfera sessuale e del sistema visivo, acustico, olfattivo o digestivo.

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Autori Vari


giovedì 7 luglio 2016

Il Potere Nascosto degli Ipersensibili




Il Potere Nascosto degli Ipersensibili

Come trasformare Ansia e Sensibilità in carte vincenti

di Christel Petitcollin



Sensibili ma infelici?

Ecco la soluzione!

Tendi a preoccuparti troppo? Hai un sacco di dubbi? Analizzi tutte le possibili eventualità, soprattutto quelle tragiche? Hai una predisposizione a complicare anche le cose semplici che ti blocca quando devi prendere una decisione?

SE HAI RISPOSTO ALMENO UN SÌ, QUESTO LIBRO È PER TE!

Un libro per tutti coloro che si sono detti almeno una volta

Penso troppo, mi faccio un sacco di paranoie
Mi sento sempre fuori posto
Mi chiedo in continuazione come mi giudicano gli altri
Basta una parola sbagliata e mi prende l'ansia o mi offendo
Mi faccio mille domande e così mi blocco
Basta colpevolizzare le emozioni e l'ansia! Sono alleati potenti per raggiungere la felicità!

Sono sempre di più, sono milioni. Sono persone speciali: super-emotive, ansiose, ipersensibili. Si sentono diverse e temono di non essere amate. Ma in realtà sono geniali e creative, gentili e intuitive. Ecco come canalizzare la loro iperattività interiore e trasformare l'ansia in un'alleata preziosa.


Leggi un estratto dal libro di Christel Petitcollin "Il Potere Nascosto degli Ipersensibili"

Introduzione - Il Potere Nascosto degli Ipersensibili - Libro di Christel Petitcollin

Camille è una studentessa di circa ventanni. Ha preso appuntamento da me per una «mancanza di fiducia in se stessa». Non appena comincia a spiegarmi il suo problema, ecco che le emozioni prendono il sopravvento: si morde le labbra, preme il pugno sulla bocca, trattiene le lacrime e si scusa di continuo per la sua ipersensibilità, mentre si sforza di contenersi e andare avanti con la sua storia.

A poco a poco, attraverso quanto mi racconta, si delinea il ritratto di una ragazza brillante e creativa che non ha subito clamorosi fallimenti. Anzi, con suo grande stupore supera un esame dopo l'altro. Tutto va oggettivamente bene. Eppure, più passa il tempo, più lei dubita di sé. Gli altri studenti sembrano acquisire sicurezza man mano che progrediscono negli studi: si confrontano con la facoltà che hanno scelto e riescono a trovare il loro posto nella società. Camille invece si sente sempre «fuori luogo» e si domanda se ha scelto l'indirizzo giusto. Cresce in lei una sensazione di straniamelo.

Anche nella vita sociale si sente diversa dagli altri. I centri di interesse e le conversazioni dei suoi compagni non coincidono mai con quello che a lei sembra davvero importante e stimolante. Quando va alle feste, avverte una strana sconnessione: tutta un tratto si chiede che cosa ci fa lì e come mai gli altri si divertono in un contesto che lei percepisce vano e superficiale. Tutta l'allegria che la circonda le appare artificiosa. E a quel punto non desidera altro che tornarsene a casa al più presto.

È da tanto tempo che Camille cerca di capire che cosa non va in lei. Assalita da dubbi, domande, idee strampalate, continua a rimuginare nella sua testa e sente crescere dentro l'angoscia e lo scoramento. La depressione è ormai dietro l'angolo.

Camille non è certo un caso isolato. Come lei, molte persone, di tutte le età, vengono da me con la stessa sensazione di sfasamento tra loro stesse e l'ambiente che le circonda, con lo svilimento di sé e il surriscaldamento mentale che ne deriva.

Questo libro, come tutti quelli che ho scritto, nasce innanzitutto dalla mia esperienza professionale. Le ore passate ad ascoltare le persone che mi parlano di sé sono diventate ormai anni. Diciassette, per l'esattezza, trascorsi a prestare attenzione, osservare e cercare di capire ognuna di loro.

Ho imparato a praticare quello che lo psicologo canadese Eric Berne, il padre fondatore dell'analisi transazionale, chiamava «l'ascolto marziano». Come un mangianastri difettoso, le orecchie registrano alcune parole o parti di frase più nitidamente di altre, consentendomi di isolare le parole importanti, le frasi chiave e le idee principali all'interno del discorso generale.

Alcune di queste tornavano con regolarità nel linguaggio di alcune persone e hanno catturato il mio interesse.

«Penso troppo.»
«Chi mi sta attorno mi dice che sono complicato/a e che mi faccio troppe domande.» '
«La mia testa non si spegne mai. A volte vorrei staccare la spina al cervello e non pensare più a niente.»
Poi si sono aggiunte altre frasi chiave a completare il profilo.

«Mi sembra di venire da un altro pianeta.»
«Non riesco a trovare il mio posto nel mondo.»
«Mi sento incompreso/a.»
Così si è delineato davanti ai miei occhi un identikit di queste persone che pensano troppo. Pian piano sono riuscita a individuare le componenti della loro sofferenza e ho cominciato a proporre alcune soluzioni. Da quando ho deciso di scrivere questo libro mi sono avvalsa del loro aiuto per rendere più complete le informazioni in mio possesso e capire meglio come funziona la loro mente, per comprendere i loro valori e le motivazioni; e dato che una delle loro caratteristiche principali è l'attitudine a condividere le informazioni, incontro sempre molta disponibilità. Questo libro deve molto al loro contributo, e perciò le ringrazio infinitamente.

Chi mai lo direbbe che essere intelligenti possa far soffrire e rendere infelici? Eppure è proprio quello che accade.

Innanzitutto, non si riconoscono come intelligenti. E poi affermano che la loro mente non li lascia mai tranquilli, nemmeno di notte. Non ne possono più di tutti questi dubbi e domande, della loro acuta consapevolezza delle cose, dei sensi troppo sviluppati a cui non sfugge alcun dettaglio. Vorrebbero spegnere il cervello. Ma soffrono soprattutto perché si sentono diversi, incompresi e feriti dal mondo d'oggi. Ecco perché spesso la conclusione a cui arrivano è: «Non sono di questo pianeta!»

Un turbinio costante di pensieri li porta a interminabili associazioni di idee, e ogni nuova idea ne fa scaturire altre. Nella loro testa va tutto troppo veloce. Per seguirne il flusso finiscono per balbettare oppure tacciono, scoraggiati dalla sovrabbondanza di informazioni. Le parole sono riduttive e non possono rendere la finezza, la complessità del loro pensiero. Lamentano più di tutto la mancanza di certezze su cui basarsi. L'incessante porsi domande rende il loro sistema di valori instabile e angoscioso come sabbie mobili. Ed è verso se stessi che sono più critici: «Perché gli altri non percepiscono ciò che per me è evidente? E se fossi io ad analizzare tutto per il verso sbagliato? E se fossi io a sbagliare?»

La sensibilità, l'emotività e l'affettività sono chiaramente proporzionali all'intelligenza.

Queste persone sono vere e proprie bottiglie di nitroglicerina: al minimo urto esplodono di rabbia o frustrazione, ma soprattutto di afflizione. Combattuti tra un idealismo assoluto e una lucidità estrema, gli iperefficienti intellettivi si ritrovano a dover scegliere tra l'autismo e la rivolta. È per questo che continuano a fare la spola tra voluttuosi sogni a occhi aperti e desolanti constatazioni, tra l'ingenuità e la disperazione. Sono pressoché certi di non poter trovare aiuto dall'esterno perché si rendono conto che la buona volontà non basta, anzi i consigli dei loro cari li fanno stare persino peggio.

Porsi meno domande? Non chiedono altro!
Ma come fare? Accettare l'imperfezione del mondo? Impossibile!

Consultare uno psicologo è altrettanto difficile. Temono di essere considerati pazzi, ed è una paura - ahimè - fondata: come possono persone che hanno processi mentali normali riuscire a definire questa profusione intellettiva fuori dall'ordinario? Le griglie di analisi psicologica standard frazionano il loro pensiero sottile e potente, lo rendono anormale, patologico.

Sin dalla scuola, il loro modo di essere viene classificato come problematico. Gli iperefficienti mentali vengono definiti iperattivi e incapaci di concentrarsi perché il loro cervello multitasking si annoia a fare una sola cosa alla volta. Si ha la convinzione che «sfarfallino» e si tende a dare per scontato che, data la velocità con cui interiorizzano e approfondiscono più informazioni e argomenti simultaneamente, li abbiano invece trattati solo in maniera superficiale. Molti di loro sono stati definiti con svariati aggettivi, tutti inizianti per «dis-», che li hanno spinti a credere di avere una mente contorta: dislessico, disortografico, discalculico, disgrafico..

In età adulta rischiano di vedersi affibbiare le diagnosi di borderline, schizofrenico, bipolare o maniaco-depressivo. Proprio là dove speravano di ricevere aiuto e trovare finalmente delle soluzioni, gli iperefficienti mentali si ritrovano ancora più incompresi ed etichettati come «disfunzionanti». Il che è l'esatto contrario di ciò di cui avrebbero bisogno per potersi capire e accettare per quello che sono: niente affatto disfunzionanti, ma semplicemente diversi.

D'altra parte, poiché l'iperefficienza mentale è un territorio poco esplorato e dai confini ancora non ben definiti, non esiste un termine che possa contenere questa realtà con esattezza. Potremmo considerare le definizioni di «plusdotato» o «ad alto potenziale cognitivo», ma sono termini così abusati da avere ormai una connotazione pretenziosa, oltre a essere poco graditi agli iperefficienti mentali: l'accezione «più degli altri» suggerita da queste parole li disturba profondamente.

La definizione di «iperefficienza mentale» viene accettata meglio: rappresenta bene ai loro occhi il turbinio intellettivo, l'effervescenza mentale che li sovrasta. Anche il concetto di «cervello destro dominante» riscuote consensi perché, pur rifiutando di riconoscersi un'intelligenza superiore, ammettono comunque un'intelligenza singolare. «Ah, questo è certo, non penso come tutti gli altri!» è un'altra delle frasi chiave che sento spesso.

Ma soprattutto, attraverso questa difficoltà a trovare, e ad accettare, la parola che li definirebbe meglio, traspare il loro enorme bisogno di precisione. Innanzitutto, una parola non può quasi mai essere sinonimo di un'altra, perché ognuna ha la sua sfumatura particolare. E poi è impossibile racchiudere in un solo termine ciò che sono. Allora come si fa?

Jeanne Siaud-Facchin, autrice di L'enfant surdoué, ha rinunciato a chiamarli plusdotati, e ha scelto il termine «zebra». È una parola azzeccata: la zebra è un animale atipico, indomabile e unico, capace anche di mimetizzarsi con il paesaggio. Ma se proprio vogliamo fare paragoni con il mondo animale, in questa definizione mancano il loro lato cane, per la fedeltà, la lealtà, l'attaccamento e la devozione che mostrano, e anche il lato gatto, per la loro delicatezza, l'acutezza dei sensi e la suscettibilità. E non trascuriamo il lato cammello, per la loro incredibile resistenza, e soprattutto il lato criceto, che gira in tondo a tutta velocità sulla sua ruota!

Il GAPPESM (Groupement AssociatiFPour les Personnes Encombrées de Surefficience Mentale, Associazione per le persone sovraccariche di iperefficienza mentale) li chiama PESM, ovvero persone sovraccariche di iperefficienza mentale. È una denominazione piuttosto calzante, che riassume abbastanza bene la loro situazione, ma non tutte queste persone si sentono «sovraccariche». Per quanto riconosca la pertinenza di un simile acronimo, difficilmente potrei utilizzarlo, perché suona come una malattia: essere iperefficienti non significa avere la PESM!

Io sarei del parere di chiamarli plusdotati, perché è il termine più vicino alla realtà, ma se parlassi di «plusdotazione» alla maggior parte dei miei lettori verrebbe un blocco mentale e si affretterebbero a chiudere il libro. I restanti obietterebbero che se fossero così intelligenti saprebbero adattarsi alla società. Nessuno si riconoscerebbe nel cliché veicolato ancor oggi dal termine plusdotato: un bambino brillante, pretenzioso, primo della classe e pronto a dar lezioni. È l'esatto contrario di quello che sono!

Nei primi tempi in cui ho iniziato a sondare il fenomeno dell'iperefficienza mentale, ho adottato senza esitazione il termine «plusdotato» appioppandolo ai miei pazienti iperefficienti senza andare troppo per il sottile. Presa dall'entusiasmo, non ho tenuto conto della loro enorme sensibilità. Ne ho tramortiti diversi, gettati nel panico altri e ne ho fatti fuggire alcuni a gambe levate. Approfitto di questo libro per scusarmi con loro. Oggi uso più tatto e parlo di cablaggio neurologico differente e di emisfero destro dominante. L'informazione li sconvolge comunque: nonostante sappiano intuitivamente di essere diversi, fanno fatica ad affrontare in modo obiettivo la realtà.

Ho cercato a lungo un termine che potesse sintetizzare al meglio questo profilo e mi sono confrontata con colleghi, parenti e amici. In prima battuta, le definizioni di ADSL e «banda larga» ci sono piaciute e ci hanno divertito. Avrei potuto optare per «spidermind», tanto per la loro rapidità mentale quanto per indicare il loro pensiero a ragnatela. Ma alla fine il termine «iperefficiente» resta il più sobrio e appropriato. Pur rimanendo parzialmente insoddisfatta, mi sembra di avere ottenuto un buon compromesso, oltre a una definizione che non crea grossi blocchi mentali.

A ogni modo, questo libro non vuole certo etichettarvi, ma aiutarvi a capirvi, ad accettarvi per quello che siete e soprattutto a vivere con il vostro pensiero effervescente in tutta serenità.

Poiché pensate troppo, è molto probabile che vi riconoscerete nel profilo dell'iperefficiente mentale. Il vostro cervello è un vero gioiello: la sua finezza, la sua complessità e la sua rapidità sono affascinanti. E ha la potenza di un motore da Formula 1! Ma una vettura di Formula 1 non è un'automobile comune. Affidata a un guidatore maldestro e usata su una strada provinciale si rivelerà inaffidabile e pericolosa. Affinché esprima al meglio il suo potenziale, ha bisogno di una grande padronanza di guida e di un circuito adatto. Finora è stato il vostro cervello a farvi sbandare e a precipitarvi in un incidente dopo l'altro. A partire da ora sta a voi assumere il controllo.

Ho articolato questo libro in tre parti per valorizzare gli aspetti pili rilevanti dell'iperefficienza mentale:

l'ipersensibilità e la proliferazione mentale;
l'idealismo e il reale sfasamento rispetto alla maggior parte delle persone;
le soluzione che propongo.
So per esperienza che gli iperefficienti mentali adorano piluccare i libri qua e là. In generale, questa tecnica consente loro di cogliere lo spirito del libro ed è alquanto frequente che non abbiano bisogno di finire di leggerlo, perché le notizie racimolate in questo modo bastano a far capire loro l'argomento. Ecco perché ci tengo ad avvertirvi: se andate direttamente all'ultima parte vi mancheranno troppi elementi perché possiate giudicare con obiettività la pertinenza delle soluzioni proposte. Perciò vi invito a seguire il sentiero, pagina dopo pagina, senza bruciare le tappe, facendo questa passeggiata così come l'ho ideata per voi.

Concedetevi il tempo per scoprire che la vostra ipersensibilità è del tutto neurologica, per guardare al vostro pensiero che è in fermento continuo e capire in che cosa la vostra intelligenza è davvero diversa. L'idealismo è uno degli aspetti rilevanti della vostra personalità. Un altro aspetto importante (e non dei più trascurabili) è il vostro falso sé, che può rivelarsi tanto impegnativo quanto invalidante a livello relazionale. Lo sfasamento che avvertite nei confronti di chi vi sta attorno è oggettivo: tanto vale capire una volta per tutte da quali differenze concrete è costituito. Quando avrete esplorato tutti questi aspetti del problema, le soluzioni proposte acquisiranno tutto il loro senso.

Avrò raggiunto il mio obiettivo se, dopo aver letto questo libro, vi sarete riconciliati con ciò che siete e con quel magnifico cervello che avete. Per trarne il meglio dovete imparare a pilotarlo. E in questo libro troverete dei corsi di meccanica (neurologica), un codice della strada (emozionale e relazionale) e delle lezioni di guida (mentale).

Se pensate troppo, troverete qui tutte le spiegazioni utili sul vostro modo di funzionare. E anche un'infinità di soluzioni!

Nelle pagine che seguono faccio volentieri riferimento agli autori a cui mi sono ispirata e ai testi su cui mi sono basata. Le opere e tutti gli autori che menziono sono elencati nella bibliografia. Sono particolare grata a Jill Bolte Taylor, Daniel Tammet, Tony Attwood e Beatrice Millétre, che ringrazio per i loro preziosi apporti alle mie conoscenze. Utilissime sono state per me anche le opere di Arielle Adda e Jeanne Siaud-Facchin. Grazie mille a entrambe.


 Indice

PARTE PRIMA
Un’organizzazione mentale naturalmente sofisticata

1. Sensori ipersensibili

Allerta permanente
Come un microscopio
Il colore dei giorni
Stravaganze sensoriali
Il sogno di spegnere il cervello
2. Dall’ipersensibilità all’iperlucidità

L’ipersensibilità
L’iperaffettività
L’iperempatia
L’iperlucidità
3. Un cablaggio neurologico differente

Le differenze tra cervello sinistro e cervello destro
L’iperefficienza mentale
Le varie forme di iperefficienza mentale
Bisogna fare un test del QI?
PARTE SECONDA
Una personalità originale
1. Il vuoto identitario  

L’autostima
La paura del rifiuto
Strategie di adattamento
Il falso sé
2. L’idealismo

Una sete di assoluto
Le pecche del sistema di valori
3. Una relazionalità difficile

Dipendenza psicologica
Un’intelligenza scomoda
Chi sono i normopensanti?
Vivere sotto il giudizio dei normopensanti
Trovate la vostra famiglia d’anime
L’amore con la A maiuscola
Professione: diapason
PARTE TERZA
Vivere bene con la propria iperefficienza
1. Lo choc della rivelazione

Il sollievo
Le montagne russe  
Ufficio reclami chiuso per sempre
2. Riordinare e organizzare i pensieri

Mappe mentali per organizzare il pensiero
I livelli logici
3. Restaurare la propria integrità

Come si riacquista l’autostima?
Come fa una persona a sapere se ha un buon livello di autostima?
4. Ottimizzare il funzionamento del cervello

Vivere in leggero surmenage
I cinque bisogni fondamentali del cervello destro
5. Vivere bene l’iperefficienza in società

Addomesticare la solitudine
Gestire le critiche
Curare la ferita del rifiuto
Inquadrare la propria benevolenza
Vivere l’iperefficienza in coppia
Conclusioni. Perché?

Bibliografia


Il Potere Nascosto degli Ipersensibili - Libro >> http://goo.gl/5CWfPp
Come trasformare Ansia e Sensibilità in carte vincenti
Christel Petitcollin


giovedì 28 maggio 2015

Cosa significa essere ipersensibili?

Cosa significa essere ipersensibili?

Come capire se si è ipersensibili e imparare a gestire questa natura

di Eleonora Poletti - 27/05/2015



Cosa significa essere ipersensibili?

L’ipersensibilità è la predisposizione innata a percepire gli stimoli in modo più inteso e differenziato rispetto agli altri. La psicologa Elaine N. Aron per prima negli anni ‘90 la scoprì e se ne occupò, da un punto di vista scientifico e specialistico. Ciò nonostante la scienza non si è mai occupata sufficientemente di questo argomento.
La particolarità che contraddistingue le persone ipersensibili risiede nella capacità di percepire un numero incredibile di stimoli ed elaborare una grande quantità d informazioni.

La caratteristiche delle persone ipersensibili

Le persone ipersensibili sono più aperte a capire se stesse e il mondo. Sono spesso le prime ad individuare soprusi o ingiustizie. Tuttavia necessitano di un maggiore sforzo mentale se vogliono mantenersi sani a livello psichico e affermarsi a livello privato e professionale.
L’ipersensibilità è una dote ma questo non presuppone che chi la possiede, sappia sfruttarla al meglio. Gli ipersensibili sono spesso convinti di non essere compresi e di rimanere soli al mondo. Ma questa condizione in realtà è più diffusa di quanto non si creda, ne è interessato circa il 20 % della popolazione. Per quanto riguarda le sue origini sappiamo dalla letteratura scientifica attuale che tale caratteristica è spesso ereditaria e collegata all’incapacità del genitore sensibile di insegnarne una corretta gestione al figlio.
L’ipersensibile per sua natura è costantemente incentrato sugli stimoli esterni e sui giudizi altrui, così facendo però perde la percezione del proprio corpo e con essa l’accesso ai propri bisogni. Il corpo è percepito solo quando procura fastidi e dolori fisici. In questo modo possono formarsi malattie talvolta croniche. Negli scambi sociali vivono rapporti conflittuali ed eccessivamente empatici, arrivando spesso al punto di rinunciare del tutto alle relazioni con l’altro.

Come gestire l'ipersensibilità

Molte persone ipersensibili soffrono per questo loro aspetto caratteriale e si sentono più vulnerabili, soggetti a stress e insicure.

Questa condizione può però divenire un vantaggio se si impara a gestirla e ad attuare alcuni accorgimenti che andranno man mano, nel tempo, raffinati e consapevolizzati:

imparare a gestire le proprie energie;
dosare l’empatia;
non immedesimarsi troppo nell’altro;
essere centrati su se stessi;
imparare a dire no senza sensi di colpa;
stabilire dei limiti invalicabili;
stabilire dei confini fisici nel dialogo con l’altro;
ascoltare i propri segnali fisici;
accettare la propria diversità;
valorizzare le proprie caratteristiche;
non ingigantire specifiche situazioni;
ridurre l’adrenalina e favorire la formazione di ossitocina, tramite una leggera attività sportiva.

L’ipersensibilità è un dono caratterizzato da una visione più ampia e profonda della realtà. L’ipersensibile può a differenza degli altri vivere con maggiore intensità le esperienze, ciò significa vivere in modo più profondo sia sofferenze sia gioie e avere una maggiore consapevolezza e maturità interiore. Solo imparando ad accettare questa natura è possibile vivere in modo pieno e sereno. Il più grande vantaggio di una persona ipersensibile è quello di arricchire la propria vita e quella altrui.


Lucio Della Seta
Debellare l'Ansia e il Panico - Libro >> http://goo.gl/Rs0uJt
Editore: Oscar Mondadori
Data pubblicazione: Aprile 2015
Formato: Libro - Pag 120 - 13,5 x 20,0 cm