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venerdì 10 novembre 2023

Esperienze di pre-morte e coscienza


Esperienze di pre-morte e coscienza: parla il cardiologo Pin Van Lommel

Medicina Integrata

>> https://bit.ly/47vElWN

Pin Van Lommel è un cardiologo olandese di fama internazionale che da decenni studia le esperienze di pre morte (NDE). Insieme alla sua equipe ha pubblicato numerose ricerche su riviste scientifiche analizzando la fenomenologia di queste esperienze alla ricerca di una spiegazione scientifica delle stesse.

Redazione - Scienza e Conoscenza - 09/11/2023

I suoi studi lo hanno portano a interrogarsi sulla natura della coscienza umana e sul suo rapporto con il cervello, campi di indagine scientifica ancora aperti e bisognosi, per essere compresi e studiati, di una scienza capace di andare oltre le proprie basi prettamente materialistiche.

Intervista a cura della redazione:

Redazione: Dottor Van Lommel, come mai ha deciso di indagare senza pregiudizio un tema di confine come quello delle NDE, spesso relegato nei territori della para psicologia? Quali eventi della vita l’hanno avvicinata a questo tema così spinoso e controverso?

Pin Van Lommel: Dal mio punto di vista, le NDE (esperienze di pre-morte) non sono affatto un tema spinoso e controverso; ci sono semmai un grosso tabù e una quantità di pregiudizi all’interno del paradigma materialista a cui la scienza occidentale in maggioranza si attiene ancora, per il semplice fatto che le cause e i contenuti delle NDE non possono essere spiegati dalle teorie materialistiche dominanti.

Com’è cominciato il mio interesse per le NDE? Nel 1969, mentre ero di turno come interno all’ospedale nell’unità coronarica riuscirono a rianimare un paziente con la defibrillazione elettrica. All’epoca era una cosa nuova, entusiasmante, per tutti noi; perlopiù non ci rendiamo conto, oggi, che fino al 1967, 50 anni fa, tutti i pazienti con un arresto cardiaco morivano perché non c’erano ancora le moderne tecniche di rianimazione, come la defibrillazione e la compressione del torace dall’esterno. Quel paziente in particolare riprese conoscenza dopo circa 4 minuti di incoscienza, e noi, il team dei rianimatori, ne fummo estremamente felici, ovviamente. Il paziente, invece era alquanto seccato: mi raccontò di aver attraversato un tunnel, di aver visto una luce e dei colori meravigliosi, e di aver ascoltato della musica... Un evento che non ho mai dimenticato, anche se all’epoca non sapevo cosa farne e non ne feci nulla.

All’epoca non sapevo neppure che di quelle esperienze si fosse parlato in molte culture e religioni, e in tutte le epoche storiche.

Solo diversi anni dopo, nel 1975, Raymond Moody descrisse per primo le cosiddette “esperienze di premorte” o di “quasi morte”, e solo nel 1986 lessi qualcosa sull’argomento, nel libro di George Ritchie Ritorno dall’aldilà, in cui egli raccontava ciò che gli era accaduto nei 9 minuti della sua morte clinica nel 1943, quando ancora studiava medicina. Fu dopo aver letto questo suo libro che cominciai a intervistare i miei pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco: con mia grande sorpresa, 12 sui 50 intervistati nel giro di 2 anni mi raccontarono una NDE.

Tutto è cominciato, per me, dalla curiosità scientifica, perché in base ai concetti attuali della medicina non è possibile avere percezioni coscienti durante un arresto cardiaco, in assenza di circolazione sanguigna e respiro. L’ambiente universitario in cui ero cresciuto mi aveva insegnato che la coscienza era ovviamente il prodotto di un cervello funzionante, e fino a quel momento avevo sempre preso per incontrovertibile questa verità, ma il confronto con il fenomeno delle NDE mi fece sorgere parecchi interrogativi fondamentali: come e perché si produce un’esperienza di NDE? Come si manifesta il contenuto di una NDE? E perché, in seguito, la vita del paziente cambia così radicalmente? La maggior parte delle risposte disponibili mi parevano incomplete, errate o infondate.

Gli studi scientifici longitudinali che mirano a spiegare la causa e i contenuti delle NDE sono cosa recente, e all’epoca c’erano solo studi in retrospettiva, e anche molto selettivi nei confronti dei pazienti.

Alcuni studiosi, basandosi su di essi, ritenevano che le esperienze di premorte fossero imputabili a mutamenti fisiologici nel cervello, risultanti dall’anossia cerebrale (la mancanza di ossigeno); altre teorie parlavano di reazioni psicologiche all’approssimarsi della morte, allucinazioni, sogni, effetti collaterali dei farmaci, o, più semplicemente, di falsi ricordi. Così nel 1988 demmo inizio, in Olanda, a uno studio longitudinale. Nessuno studio longitudinale di vasta scala sulle NDE era ancora stato condotto nel mondo, e il nostro si rivolse a 10 ospedali olandesi, con l’intento di includere tutti i pazienti consecutivi con un infarto acuto del miocardio che fossero sopravvissuti ad arresto cardiaco, e fossero stati dichiarati “clinicamente morti”.

Coscienza oltre la Vita — Libro >> https://bit.ly/47vElWN

La scienza delle esperienze di premorte

Dr. Pim Van Lommel

www.macrolibrarsi.it/libri/__coscienza-oltre-la-vita-libro.php?pn=1567


lunedì 5 febbraio 2018

Esperienze di pre-morte e coscienza





Esperienze di pre-morte e coscienza: parla il cardiologo Pin Van Lommel

Scritto da: Redazione Scienza e Conoscenza

Medicina Non Convenzionale

05/02/2018


Esperienze di pre-morte e coscienza: parla il cardiologo Pin Van Lommel

Pin Van Lommel è un cardiologo olandese di fama internazionale che da decenni studia le esperienze di pre morte (NDE). Insieme alla sua equipe ha pubblicato numerose ricerche su riviste scientifiche analizzando la fenomenologia di queste esperienze alla ricerca di una spiegazione scientifica delle stesse. I suoi studi lo hanno portano a interrogarsi sulla natura della coscienza umana e sul suo rapporto con il cervello, campi di indagine scientifica ancora aperti e bisognosi, per essere compresi e studiati, di una scienza capace di andare oltre le proprie basi prettamente materialistiche.

Redazione: Dottor Van Lommel, come mai ha deciso di indagare senza pregiudizio un tema di confine come quello delle NDE, spesso relegato nei territori della para psicologia? Quali eventi della vita l’hanno avvicinata a questo tema così spinoso e controverso?

Pin Van Lommel: Dal mio punto di vista, le NDE (esperienze di pre-morte) non sono affatto un tema spinoso e controverso; ci sono semmai un grosso tabù e una quantità di pregiudizi all’interno del paradigma materialista a cui la scienza occidentale in maggioranza si attiene ancora, per il semplice fatto che le cause e i contenuti delle NDE non possono essere spiegati dalle teorie materialistiche dominanti.

Com’è cominciato il mio interesse per le NDE? Nel 1969, mentre ero di turno come interno all’ospedale nell’unità coronarica riuscirono a rianimare un paziente con la defibrillazione elettrica. All’epoca era una cosa nuova, entusiasmante, per tutti noi; perlopiù non ci rendiamo conto, oggi, che fino al 1967, 50 anni fa, tutti i pazienti con un arresto cardiaco morivano perché non c’erano ancora le moderne tecniche di rianimazione, come la defibrillazione e la compressione del torace dall’esterno. Quel paziente in particolare riprese conoscenza dopo circa 4 minuti di incoscienza, e noi, il team dei rianimatori, ne fummo estremamente felici, ovviamente. Il paziente, invece era alquanto seccato: mi raccontò di aver attraversato un tunnel, di aver visto una luce e dei colori meravigliosi, e di aver ascoltato della musica... Un evento che non ho mai dimenticato, anche se all’epoca non sapevo cosa farne e non ne feci nulla.

All’epoca non sapevo neppure che di quelle esperienze si fosse parlato in molte culture e religioni, e in tutte le epoche storiche.

Solo diversi anni dopo, nel 1975, Raymond Moody descrisse per primo le cosiddette “esperienze di premorte” o di “quasi morte”, e solo nel 1986 lessi qualcosa sull’argomento, nel libro di George Ritchie Ritorno dall’aldilà, in cui egli raccontava ciò che gli era accaduto nei 9 minuti della sua morte clinica nel 1943, quando ancora studiava medicina. Fu dopo aver letto questo suo libro che cominciai a intervistare i miei pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco: con mia grande sorpresa, 12 sui 50 intervistati nel giro di 2 anni mi raccontarono una NDE.

Tutto è cominciato, per me, dalla curiosità scientifica, perché in base ai concetti attuali della medicina non è possibile avere percezioni coscienti durante un arresto cardiaco, in assenza di circolazione sanguigna e respiro. L’ambiente universitario in cui ero cresciuto mi aveva insegnato che la coscienza era ovviamente il prodotto di un cervello funzionante, e fino a quel momento avevo sempre preso per incontrovertibile questa verità, ma il confronto con il fenomeno delle NDE mi fece sorgere parecchi interrogativi fondamentali: come e perché si produce un’esperienza di NDE? Come si manifesta il contenuto di una NDE? E perché, in seguito, la vita del paziente cambia così radicalmente? La maggior parte delle risposte disponibili mi parevano incomplete, errate o infondate.

Gli studi scientifici longitudinali che mirano a spiegare la causa e i contenuti delle NDE sono cosa recente, e all’epoca c’erano solo studi in retrospettiva, e anche molto selettivi nei confronti dei pazienti.

Alcuni studiosi, basandosi su di essi, ritenevano che le esperienze di premorte fossero imputabili a mutamenti fisiologici nel cervello, risultanti dall’anossia cerebrale (la mancanza di ossigeno); altre teorie parlavano di reazioni psicologiche all’approssimarsi della morte, allucinazioni, sogni, effetti collaterali dei farmaci, o, più semplicemente, di falsi ricordi. Così nel 1988 demmo inizio, in Olanda, a uno studio longitudinale. Nessuno studio longitudinale di vasta scala sulle NDE era ancora stato condotto nel mondo, e il nostro si rivolse a 10 ospedali olandesi, con l’intento di includere tutti i pazienti consecutivi con un infarto acuto del miocardio che fossero sopravvissuti ad arresto cardiaco, e fossero stati dichiarati “clinicamente morti”.

Coscienza oltre la Vita  
Dr. Pim Van Lommel
La scienza delle esperienze di premorte
Amrita

martedì 4 aprile 2017

Coscienza oltre la Vita




Coscienza oltre la Vita

La scienza delle esperienze di premorte

del Dr. Pim Van Lommel



Il primo libro che affronta il tema della vita oltre la morte in maniera sistematica e scientifica, un documento importante firmato da un importante cardiologo!

La coscienza sopravvive o no alla morte?

Un cardiologo di fama internazionale ci illustra le sue strabilianti ricerche.

Proseguendo l’eccezionale percorso intrapreso da Raymond Moody, Jeffrey Long e altri, eccoci di fronte al mistero della vita dopo la vita indagato da una mente scientifica, dalla formazione solidissima e dal metodo inattaccabile, ma aperta ai risultati più sconvolgenti.

Una lettura che fa pensare, documentatissima e ricca di casistica.


Le NDE in ospedale - Estratto da "Coscienza oltre la Vita"

Leggi in anteprima un estratto dal libro del dottor Pim van Lommel e scopri quali sono le sue ricerche da cardiologo esperto sulle esperienze di pre-morte

La prima unità coronarica negli ospedali olandesi venne aperta nel 1966, dopo che il massaggio cardiaco esterno, la somministrazione di ossigeno e la defibrillazione si erano dimostrate efficaci nel trattamento dei pazienti in arresto cardiaco.

L'arresto cardiaco era e rimane la causa di morte più comune nei pazienti colpiti da infarto miocardico acuto: negli Stati Uniti per questo motivo muore una persona al minuto, in Inghilterra ne muore una ogni due.

Con l'introduzione delle moderne tecniche di rianimazione e la creazione delle unità coronariche, il tasso di mortalità, in conseguenza di un arresto cardiaco, si è bruscamente ridotto e, ai giorni nostri, non è insolito che i pazienti sopravvivano.

Cosa accade durante un arresto cardiaco?

Quando lavoravo come cardiologo, mi confrontavo con la morte quasi ogni giorno.

Anche se non avevo mai dimenticato il paziente rianimato nel 1969, e i suoi ricordi del periodo in cui era rimasto in arresto cardiaco, non avevo mai approfondito questa esperienza.

Tutto però cambiò nel 1986, quando lessi un libro sulle NDE (Near-Death Experience) scritto da George Ritchie, intitolato Return Front Tomorrow ("Ritorno dal domani", N.d.T.). Nel 1943, quando era ancora uno studente di medicina, si era ammalato di polmonite doppia e aveva sperimentato un periodo di morte clinica. In quel tempo l'impiego degli antibiotici come la penicillina non era ancora diffuso.

In seguito a un episodio dì febbre molto elevata e a un'estrema costipazione polmonare, egli era "trapassato": aveva smesso di respirare e anche il suo polso si era fermato. Era stato pertanto dichiarato morto da un medico e coperto con un lenzuolo.

Ma un infermiere, che era rimasto molto scosso dalla morte di quel giovane studente di medicina, era riuscito a convincere il dottore a praticargli un'iniezione intratoracica di adrenalina: una procedura assolutamente insolita in quei giorni.

Dopo essere rimasto "morto" per più di nove minuti, George Ritchie era ritornato cosciente, con immenso stupore del dottore e dell'infermiere. Era emerso in seguito che, durante il suo periodo di incoscienza, quello in cui era stato dichiarato morto, aveva avuto un'esperienza estremamente intensa dì cui ricordava moltissimi dettagli.

Sulle prime non era riuscito a parlarne, anche perché era rimasto molto turbato. Ma, successivamente, aveva scritto un libro che parlava dì quanto gli era accaduto in quei nove minuti. Dopo essersi specializzato in psichiatria, Ritchie iniziò a condividere le sue esperienze tenendo conferenze per gli studenti di medicina. Uno degli studenti che frequentavano queste conferenze era Raymond Moody. Moody rimase così affascinato da questa storia che iniziò a condurre ricerche sulle esperienze vissute in situazioni di morte imminente. Nel 1975 scrisse il libro Life After-Life ("La vita oltre la vita"), che divenne un best seller mondiale. In questo libro egli utilizzò per primo il termine Near-Death Experìence (NDE): esperienza di premorte.;

Dopo aver letto il libro di Ritchie, ho iniziato a chiedermi in che modo qualcuno potesse sperimentare uno stato di coscienza durante un arresto cardiaco e se questo fosse un evento comune. Così nel 1986 iniziai a chiedere sistematicamente a tutti i miei pazienti ambulatoriali, a cui era successo di essere riportati in vita, se avessero ricordi legati al loro arresto cardiaco. Fui molto sorpreso di sentire, nell'arco di due anni, ben dodici racconti di esperienze simili verificatesi tra più di cinquanta sopravvissuti a un arresto cardiaco. Da quella prima volta nel 1969 non avevo udito nessun altro racconto del genere: sia perché non avevo mai indagato fino ad allora queste esperienze, sia perché non ero mentalmente pronto a considerarle possibili.;

Ma tutti quei racconti, che adesso stavo ascoltando, suscitarono la mia curiosità. Dopo tutto, le conoscenze mediche ordinarie sostengono che è impossibile che la coscienza possa essere mantenuta una volta che il cuore ha cessato di battere.

Durante l'arresto cardiaco i pazienti sono clinicamente morti. La morte clinica è definita come un periodo d'incoscienza determinato dalla mancanza di ossigeno nel cervello perché o la circolazione o il respiro, o entrambi, si sono fermati. Se non vengono subito iniziate le manovre rianimatorie, le cellule cerebrali andranno incontro, nell'arco di cinque-dieci minuti, a un danno irreparabile e il paziente quasi sempre morirà, anche se l'attività cardiaca si riprendesse successivamente.

Domande sulla funzione cerebrale e sulla coscienza

La molla di tutto fu per me la curiosità: fu questa che mi spinse a porre domande, a cercare di spiegare la correlazione tra i fatti oggettivi e le esperienze soggettive.

Approfondendo le esperienze di premorte sentii sorgere in me un bel numero di quesiti fondamentali. Una NDE è uno speciale stato di coscienza che si verifica durante un periodo di imminente o di effettiva morte fisica, psicologica ed emozionale. Come e perché avviene una NDE? Cosa può causare il verificarsi di una NDE? Come può una NDE cambiare in modo così profondo la vita di alcune persone?

Non potevo accettare le risposte che venivano date a queste domande perché mi sembravano incomplete, imprecise o prive di fondamento. Nell'ambiente accademico in cui ero cresciuto mi era stato insegnato che c'è una spiegazione materialista e riduzionista per qualsiasi cosa. E fino a quel momento l'aveva sempre accettata come una verità inconfutabile.

Dopo essermi immerso negli aspetti personali, psicologici, sociali e scientifici delle NDE, ho scoperto che anche altre domande, che si sentono spesso porre, erano diventate importanti per me: chi sono io? Perché sono qui? Qual è l'origine della mia vita? Quando e come finirà la mia vita? E cosa significa la morte per me? La mia vita continuerà dopo la morte?

In tutti i tempi e in tutte le culture e durante ogni fase della vita - tra cui la nascita di un bimbo o di un nipotino, la morte di qualche persona cara o altri importanti momenti di crisi - queste domande essenziali vengono poste ripetutamente. Probabilmente ve le siete già poste anche voi. Eppure, raramente riceviamo risposte soddisfacenti. Qualunque cosa accada nelle nostre vite - sia che andiamo incontro a successi o a delusioni, e indipendentemente da quanto siano grandi la fama, il potere o le ricchezze che abbiamo raggiunto - non possiamo sfuggire alla morte. Ogni cosa che raccogliamo attorno a noi perirà in un futuro non troppo lontano. La nascita e la morte sono realtà di ogni singolo istante delle nostre vite, perché i nostri corpi subiscono un costante processo di morte e rinnovamento.

Alcuni scienziati non credono alle domande a cui non si può rispondere, ma credono a domande che vengono formulate in modo improprio. Nel 2005 la rivista Science pubblicò uno speciale numero anniversario in cui venivano poste 125 domande a cui gli scienziati fino a quel momento non erano riusciti a dare una risposta. La più importante era: «Di che cosa è fatto l'universo?» Seguita da: «Quali sono le basi biologiche della coscienza?» Mi piacerebbe riformulare questa seconda domanda nel modo seguente: «La coscienza ha una base biologica?» Possiamo anche distinguere tra aspetti temporanei e aspetti non legati al tempo della nostra coscienza. Questo fa sorgere le seguenti domande: «E possibile parlare di un inizio della nostra coscienza? E la nostra coscienza avrà mai fine?»

Per rispondere a queste domande, dobbiamo comprendere meglio la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza. Dobbiamo scoprire se esistono indicazioni che la coscienza sia presente durante il sonno, l'anestesia generale, il coma, la morte cerebrale, la morte clinica, il processo del morire e, infine, dopo che la morte è stata confermata. Se la risposta a qualcuna di queste domande è sì, dobbiamo cercare di trovare delle spiegazioni scientifiche e analizzare la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza in queste situazioni. Ciò solleva una serie di altre domande che troveranno risposta in questo libro:

Dove sono quando dormo? Posso essere consapevole di qualcosa mentre dormo?

Esistono indizi della presenza di coscienza durante l'anestesia generale. Come è possibile che alcuni pazienti in anestesia generale possano più tardi descrivere con precisione cosa è stato detto o addirittura cosa è stato fatto, in genere nel momento in cui sono insorte delle complicazioni durante l'operazione?

Possiamo parlare di coscienza quando una persona è in coma?

Un articolo recente su Science ha avuto come soggetto l'evidenza scientifica della presenza di coscienza in una paziente in stato di coma vegetativo. Questa è una forma di coma in cui sono conservati sia il respiro spontaneo che i riflessi del tronco encefalico. Test cerebrali hanno evidenziato che, quando a questa paziente veniva suggerito di immaginare alcune attività, come giocare a tennis o muoversi per casa, i monitor rilevavano cambiamenti identici a quelli che si verificavano in volontari sani a cui venivano date le stesse istruzioni.

Questo significa che i cambiamenti rilevati potevano essere spiegati solo assumendo che questa paziente, nonostante il suo stato vegetativo, non solo comprendesse le istruzioni verbali, ma anche le portasse a compimento. La ricerca ha dimostrato che questa paziente in coma era consapevole di se stessa e di ciò che aveva intorno, ma che il suo danno cerebrale le impediva di comunicare direttamente al mondo circostante i suoi pensieri e le sue emozioni. Nel suo libro Uit coma ("Fuori dal coma"), Alison Korthals Altes descrive anche di aver visto lo staff medico e la sua famiglia dentro e attorno all'unità di cure intensive durante il coma, durato tre settimane, conseguente a un grave incidente stradale.

Possiamo ancora parlare di coscienza quando una persona è stata dichiarata in stato di morte cerebrale?

Nel suo libro Droomvlucht in coma ("Sogno di volo in coma"), Jan Kerkhoffs ci parla della sua esperienza di coscienza dopo che i neurologi avevano dichiarato la sua morte cerebrale a seguito di complicazioni occorse durante un intervento di chirurgia cerebrale. Solo grazie al fatto che la sua famiglia si era rifiutata di donare i suoi organi, Jan ha potuto scrivere delle sue esperienze, perché, tra 10 stupore generale, ha ripreso conoscenza dopo tre settimane passate in coma.

La morte cerebrale davvero equivale alla morte, o segna invece l'inizio di un "processo del morire" che può durare ore o giorni? Che cosa accade alla nostra coscienza durante questo processo?

La morte clinica equivale alla perdita di coscienza? Molti racconti di NDE presentati in questo libro suggeriscono che durante un arresto cardiaco, cioè durante un periodo di morte clinica, le persone possono trovarsi in uno stato di coscienza eccezionalmente lucida.

Possiamo ancora parlare dì coscienza quando una persona viene "dichiarata morta" e il suo corpo è freddo?

Approfondirò questa domanda in seguito.

C'è ancora coscienza dopo la morte?

Possono le ricerche sulle NDE darci una qualche informazione su cosa accade alla coscienza quando una persona viene dichiarata morta? Dobbiamo cominciare esplorando le risposte alle domande: si può sperimentare la coscienza dopo la morte? E se sì, come? Come possiamo investigare su cosa accade alla nostra coscienza quando siamo morti? Da dove vengono le nostre idee sulla morte? Perché vogliamo sapere di più sulla morte, e sul significato di essere morti?

Il confronto con la morte solleva domande pressanti, perché la morte resta un tabù nella nostra società. Pure è normale che la gente muoia ogni giorno. Oggi circa 6.925 persone moriranno negli USA (375 in Olanda e 1.400 nel Regno Unito), mentre voi state leggendo questo libro. Questo significa che ogni anno muoiono negli USA più di 2.530.00 persone (155.000 in Olanda e 509.000 nel Regno Unito). Nel mondo, ogni anno muoiono più di 70.000.000 di persone. Tuttavia, poiché il tasso di natalità globale supera il tasso di mortalità, la popolazione mondiale continua ad aumentare. In media, negli USA ogni giorno nascono circa 11.000 bambini (515 in Olanda e 1.600 nel Regno Unito). Morire è normale quanto nascere. Eppure la morte è stata bandita dalla nostra società. Le persone muoiono sempre più in ospedale e nelle case di cura, anche se c'è una crescente preferenza di morire in casa o in un hospice.

Cos'è la morte, cosa è la vita, e cosa accade quando sono morto? Perché le persone sono così spaventate dalla morte? Di sicuro la morte può essere un sollievo dopo una malattia dolorosa. Perché i medici spesso percepiscono la morte di un paziente come un fallimento da parte loro? Perché un paziente "perde" la sua vita? Perché alle persone non è più permesso semplicemente di morire per una malattia grave e ormai terminale e invece vengono ventilate e alimentate artificialmente attraverso tubi e flebo? Perché alcune "persone negli stadi finali di una grave malattia tumorale scelgono la chemioterapia, che può prolungare per un po' la vita, ma che sicuramente ne riduce la qualità? Perché il nostro primo impulso è quello di prolungare la vita e posticipare la morte a tutti i costi? E la paura della morte a causare questo? E la paura nasce dall'ignoranza di cosa la morte potrebbe essere? Le nostre idee riguardo la morte sono assolutamente esatte? La morte è davvero la fine di tutto?

Anche nei corsi universitari di Medicina si presta scarsa attenzione a quello che potrebbe essere la morte. Al momento della laurea, i dottori perlopiù non hanno mai preso seriamente in considerazione la morte. Durante la vita nel nostro corpo muoiono 500.000 cellule ogni secondo, 30 milioni ogni minuto e 50 miliardi ogni giorno. Queste cellule vengono completamente rimpiazzate nelle 24 ore e, in questo modo, una persona ha un corpo completamente nuovo ogni due anni. La morte cellulare non coincide pertanto con la morte fisica.

Nel corso della vita, i nostri corpi cambiano costantemente da un secondo all'altro. Eppure noi non lo sentiamo e non ce ne accorgiamo. Come possiamo spiegare la continuità di questo corpo che cambia costantemente? Le cellule possono essere paragonate ai mattoni di una casa, ma chi progetta, pianifica e coordina la costruzione della casa? Non i mattoni stessi. Perciò la domanda ovvia è: come si può spiegare la costruzione e l'organizzazione di un corpo che è in continuo cambiamento da un secondo all'altro? Tutti i corpi, a livello biochimico e fisiologico, funzionano allo stesso modo, eppure tutte le persone sono diverse. La causa di questa diversità non è solo fisica. Le persone hanno caratteri, sentimenti, umori, livelli di intelligenza, interessi, idee e necessità differenti. La coscienza svolge un ruolo fondamentale in questa differenza. E qui sorge la domanda: noi esseri umani "siamo" i nostri corpi oppure "possediamo" i nostri corpi?

Più del 50% della popolazione olandese è convinta che la morte sia la fine di tutto. Queste persone credono che la morte del corpo segni la fine delle nostre identità, dei nostri pensieri, dei nostri ricordi, e che la morte sia la fine della nostra coscienza. In opposizione, una percentuale tra il 40 e il 50% degli olandesi crede in una qualche forma di vita dopo la morte. Negli USA tra il 72 (il 67% dei maschi e il 76% delle femmine) e il 74% delle persone crede nella vita dopo la morte. Nel Regno Unito circa il 58% ci crede. Eppure molte persone non si chiedono mai se le loro idee sulla morte sono davvero corrette, fino a che non si trovano a confrontarsi con il pensiero della propria morte in conseguenza di un lutto, o di un brutto incidente, o di una grave malattia che abbia interessato o un loro congiunto o qualche loro amico intimo.

Studiando tutto quello che è stato pensato o scritto sulla morte nella storia - in tutti i tempi, le culture e le religioni- possiamo essere in grado di formarci un quadro della morte diverso e migliore. Ma lo stesso può essere raggiunto studiando le recenti ricerche scientifiche sulle NDE. L'evidenza ha dimostrato che la maggior parte delle persone perde ogni paura della morte dopo una NDE. Una tale esperienza insegna loro che la morte non è la fine di tutto e che la vita prosegue in un modo o in un altro. Un paziente mi ha scritto dopo la sua NDE: «Io non sono qualificato per discutere di una cosa che può essere provata solo dalla morte. Tuttavia, per me personalmente questa esperienza è stata decisiva nel convincermi che la coscienza sopravvive alla sepoltura. La morte mi si è dimostrata non essere la morte, ma un'altra forma di vita».

Secondo le persone che hanno avuto una NDE, la morte non è altro che un diverso modo di vivere, con una coscienza aumentata e più ampia, coscienza che è dovunque contemporaneamente perché non è più legata a un corpo.


Indice

Introduzione

Capitolo 1 - Un'esperienza di premorte (NDE) e il suo impatto sulla vita
Capitolo 2 - Che cos'è un NDE?
Capitolo 3 - Cambiato da una NDE
Capitolo 4 - NDE nell'infanzia
Capitolo 5 - Non c'è niente di nuovo sotto il sole
Capitolo 6 - Ricerche sulle NDE
Capitolo 7 - Lo studio olandese sulle NDE
Capitolo 8 - Cosa accade al cervello quando il nostro cuore si ferma improvvisamente?
Capitolo 9 - Cosa sappiamo della funzione celebrale?
Capitolo 10 - Fisica quantistica e coscienza
Capitolo 11 - Il cervello e la coscienza
Capitolo 12 - La continuità del corpo in mutamento
Capitolo 13 - La coscienza infinita
Capitolo 14 - Alcune implicazioni degli studi sulle NDE
Capitolo 15 - Epilogo
Appendice

Glossario

Bibliografia

Ringraziamenti

Autore


Pim van Lommel, cardiologo olandese, ha iniziato il proprio percorso di ricerca sulle NDE (Near-Death Experiences, o esperienze di premorte) dopo avere notato la quantità di pazienti che, dopo un infarto, dichiaravano di avere avuto visioni dell’aldilà.
Nel 2001 ha pubblicato il primo e celeberrimo studio sulle NDE su The Lancet (una delle più prestigiose riviste mediche internazionali), grazie al quale è diventato il faro per chiunque sia interessato a indagare questo tema da una prospettiva scientifica.


Coscienza oltre la Vita - Libro >> https://goo.gl/hRuk83
La scienza delle esperienze di premorte
Dr. Pim Van Lommel

martedì 21 marzo 2017

C'è vita oltre la vita?




C'è vita oltre la vita?

Un cardiologo di fama internazionale indaga, con rigore scientifico, le esperienze di pre morte (NDE)

Scritto da: Redazione Scienza e Conoscenza

Medicina Non Convenzionale



C'è vita oltre la vita? Un cardiologo di fama internazionale indaga, con rigore scientifico, le esperienze di pre morte (NDE)

Il Dott.Pim van Lommel, cardiologo olandese di fama internazionale, oggi considerato il massimo espero in materia di NDE (Near Death Experience, ossia esperienze di premorte), si occupa ormai a tempo pieno della ricerca sulla relazione fra la coscienza e le funzioni cerebrali.

Le ricerche sulle NDE, intraprese a partire dal 1986, gli hanno procurato numerosi premi e riconoscimenti internazionali fra cui il Bruce Greyson Research Award assegnato dall’International Association of Near-Death Studies nel 2005 e un’onorificenza assegnatagli del presidente dell’India durante il World Congress on Clinical and Preventive Cardiology tenutosi a New Delhi nel 2006.


Conferenza – entrata libera a Torino

26.3.2017 ore 20,30

GAM Galleria civica d'arte moderna - C.so Galileo Ferraris, 30


La conferenza verterà proprio sui contenuti de libro che lo ha reso famoso, Coscienza oltre la vita, in cui espone le sue scoperte scientifiche sulle NDE. Dopo essere stato tradotto in tedesco, inglese, polacco, spagnolo, francese, lituano e cinese uscirà infatti a breve in italiano, a cura di un editore torinese: Amrita.

Ne hanno scritto recensioni entusiaste Raymond Moody (autore di numerosi bestseller internazionali sulle NDE), Kenneth Ring (professore di psicologia e ricercatore di fama internazionale sui legami fra coscienza e dopo-vita), Larry Dossey (uno dei maggiori esponenti della ricerca sui rapporti fra scienza e spiritualità), e molti altri.

Cosa sono le NDE?
Sono le esperienze di premorte. Accade che persone che i medici riconoscono essere clinicamente morte, per esempio a seguito di un intervento, poi tornino in vita, e che le loro testimonianze siano molto simili. Il fenomeno è in crescita e la scienza non lo può ignorare.

Per sapere di più sul suo lavoro e le sue attività: www.pimvanlommel.nl www.consciousnessbeyondlife.com

Info sulla conferenza (occorre prenotarsi anche se è ad entrata libera)

Contatti
Ufficio Stampa Edizioni Amrita
Barbara Curti
cell:+ 39 340 7249681


Descrizione libro

Il primo libro che affronta il tema della vita oltre la morte in maniera sistematica e scientifica, un documento importante firmato da un importante cardiologo!

La coscienza sopravvive o no alla morte?

Un cardiologo di fama internazionale ci illustra le sue strabilianti ricerche.

Proseguendo l’eccezionale percorso intrapreso da Raymond Moody, Jeffrey Long e altri, eccoci di fronte al mistero della vita dopo la vita indagato da una mente scientifica, dalla formazione solidissima e dal metodo inattaccabile, ma aperta ai risultati più sconvolgenti.

Una lettura che fa pensare, documentatissima e ricca di casistica.


Leggi in anteprima un estratto dal libro del dottor Pim van Lommel e scopri quali sono le sue ricerche da cardiologo esperto sulle esperienze di pre-morte

La prima unità coronarica negli ospedali olandesi venne aperta nel 1966, dopo che il massaggio cardiaco esterno, la somministrazione di ossigeno e la defibrillazione si erano dimostrate efficaci nel trattamento dei pazienti in arresto cardiaco.

L'arresto cardiaco era e rimane la causa di morte più comune nei pazienti colpiti da infarto miocardico acuto: negli Stati Uniti per questo motivo muore una persona al minuto, in Inghilterra ne muore una ogni due.

Con l'introduzione delle moderne tecniche di rianimazione e la creazione delle unità coronariche, il tasso di mortalità, in conseguenza di un arresto cardiaco, si è bruscamente ridotto e, ai giorni nostri, non è insolito che i pazienti sopravvivano.

Quando lavoravo come cardiologo, mi confrontavo con la morte quasi ogni giorno.

Anche se non avevo mai dimenticato il paziente rianimato nel 1969, e i suoi ricordi del periodo in cui era rimasto in arresto cardiaco, non avevo mai approfondito questa esperienza.

Tutto però cambiò nel 1986, quando lessi un libro sulle NDE (Near-Death Experience) scritto da George Ritchie, intitolato Return Front Tomorrow ("Ritorno dal domani", N.d.T.). Nel 1943, quando era ancora uno studente di medicina, si era ammalato di polmonite doppia e aveva sperimentato un periodo di morte clinica. In quel tempo l'impiego degli antibiotici come la penicillina non era ancora diffuso.

In seguito a un episodio dì febbre molto elevata e a un'estrema costipazione polmonare, egli era "trapassato": aveva smesso di respirare e anche il suo polso si era fermato. Era stato pertanto dichiarato morto da un medico e coperto con un lenzuolo.

Ma un infermiere, che era rimasto molto scosso dalla morte di quel giovane studente di medicina, era riuscito a convincere il dottore a praticargli un'iniezione intratoracica di adrenalina: una procedura assolutamente insolita in quei giorni.

Dopo essere rimasto "morto" per più di nove minuti, George Ritchie era ritornato cosciente, con immenso stupore del dottore e dell'infermiere. Era emerso in seguito che, durante il suo periodo di incoscienza, quello in cui era stato dichiarato morto, aveva avuto un'esperienza estremamente intensa dì cui ricordava moltissimi dettagli.

Sulle prime non era riuscito a parlarne, anche perché era rimasto molto turbato. Ma, successivamente, aveva scritto un libro che parlava dì quanto gli era accaduto in quei nove minuti. Dopo essersi specializzato in psichiatria, Ritchie iniziò a condividere le sue esperienze tenendo conferenze per gli studenti di medicina. Uno degli studenti che frequentavano queste conferenze era Raymond Moody. Moody rimase così affascinato da questa storia che iniziò a condurre ricerche sulle esperienze vissute in situazioni di morte imminente. Nel 1975 scrisse il libro Life After-Life ("La vita oltre la vita"), che divenne un best seller mondiale. In questo libro egli utilizzò per primo il termine Near-Death Experìence (NDE): esperienza di premorte.;

Dopo aver letto il libro di Ritchie, ho iniziato a chiedermi in che modo qualcuno potesse sperimentare uno stato di coscienza durante un arresto cardiaco e se questo fosse un evento comune. Così nel 1986 iniziai a chiedere sistematicamente a tutti i miei pazienti ambulatoriali, a cui era successo di essere riportati in vita, se avessero ricordi legati al loro arresto cardiaco. Fui molto sorpreso di sentire, nell'arco di due anni, ben dodici racconti di esperienze simili verificatesi tra più di cinquanta sopravvissuti a un arresto cardiaco. Da quella prima volta nel 1969 non avevo udito nessun altro racconto del genere: sia perché non avevo mai indagato fino ad allora queste esperienze, sia perché non ero mentalmente pronto a considerarle possibili.;

Ma tutti quei racconti, che adesso stavo ascoltando, suscitarono la mia curiosità. Dopo tutto, le conoscenze mediche ordinarie sostengono che è impossibile che la coscienza possa essere mantenuta una volta che il cuore ha cessato di battere.

Durante l'arresto cardiaco i pazienti sono clinicamente morti. La morte clinica è definita come un periodo d'incoscienza determinato dalla mancanza di ossigeno nel cervello perché o la circolazione o il respiro, o entrambi, si sono fermati. Se non vengono subito iniziate le manovre rianimatorie, le cellule cerebrali andranno incontro, nell'arco di cinque-dieci minuti, a un danno irreparabile e il paziente quasi sempre morirà, anche se l'attività cardiaca si riprendesse successivamente.

Domande sulla funzione cerebrale e sulla coscienza

La molla di tutto fu per me la curiosità: fu questa che mi spinse a porre domande, a cercare di spiegare la correlazione tra i fatti oggettivi e le esperienze soggettive.

Approfondendo le esperienze di premorte sentii sorgere in me un bel numero di quesiti fondamentali. Una NDE è uno speciale stato di coscienza che si verifica durante un periodo di imminente o di effettiva morte fisica, psicologica ed emozionale. Come e perché avviene una NDE? Cosa può causare il verificarsi di una NDE? Come può una NDE cambiare in modo così profondo la vita di alcune persone?

Non potevo accettare le risposte che venivano date a queste domande perché mi sembravano incomplete, imprecise o prive di fondamento. Nell'ambiente accademico in cui ero cresciuto mi era stato insegnato che c'è una spiegazione materialista e riduzionista per qualsiasi cosa. E fino a quel momento l'aveva sempre accettata come una verità inconfutabile.

Dopo essermi immerso negli aspetti personali, psicologici, sociali e scientifici delle NDE, ho scoperto che anche altre domande, che si sentono spesso porre, erano diventate importanti per me: chi sono io? Perché sono qui? Qual è l'origine della mia vita? Quando e come finirà la mia vita? E cosa significa la morte per me? La mia vita continuerà dopo la morte?

In tutti i tempi e in tutte le culture e durante ogni fase della vita - tra cui la nascita di un bimbo o di un nipotino, la morte di qualche persona cara o altri importanti momenti di crisi - queste domande essenziali vengono poste ripetutamente. Probabilmente ve le siete già poste anche voi. Eppure, raramente riceviamo risposte soddisfacenti. Qualunque cosa accada nelle nostre vite - sia che andiamo incontro a successi o a delusioni, e indipendentemente da quanto siano grandi la fama, il potere o le ricchezze che abbiamo raggiunto - non possiamo sfuggire alla morte. Ogni cosa che raccogliamo attorno a noi perirà in un futuro non troppo lontano. La nascita e la morte sono realtà di ogni singolo istante delle nostre vite, perché i nostri corpi subiscono un costante processo di morte e rinnovamento.

Alcuni scienziati non credono alle domande a cui non si può rispondere, ma credono a domande che vengono formulate in modo improprio. Nel 2005 la rivista Science pubblicò uno speciale numero anniversario in cui venivano poste 125 domande a cui gli scienziati fino a quel momento non erano riusciti a dare una risposta. La più importante era: «Di che cosa è fatto l'universo?» Seguita da: «Quali sono le basi biologiche della coscienza?» Mi piacerebbe riformulare questa seconda domanda nel modo seguente: «La coscienza ha una base biologica?» Possiamo anche distinguere tra aspetti temporanei e aspetti non legati al tempo della nostra coscienza. Questo fa sorgere le seguenti domande: «E possibile parlare di un inizio della nostra coscienza? E la nostra coscienza avrà mai fine?»

Per rispondere a queste domande, dobbiamo comprendere meglio la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza. Dobbiamo scoprire se esistono indicazioni che la coscienza sia presente durante il sonno, l'anestesia generale, il coma, la morte cerebrale, la morte clinica, il processo del morire e, infine, dopo che la morte è stata confermata. Se la risposta a qualcuna di queste domande è sì, dobbiamo cercare di trovare delle spiegazioni scientifiche e analizzare la relazione tra la funzione cerebrale e la coscienza in queste situazioni. Ciò solleva una serie di altre domande che troveranno risposta in questo libro:

Dove sono quando dormo? Posso essere consapevole di qualcosa mentre dormo?

Esistono indizi della presenza di coscienza durante l'anestesia generale. Come è possibile che alcuni pazienti in anestesia generale possano più tardi descrivere con precisione cosa è stato detto o addirittura cosa è stato fatto, in genere nel momento in cui sono insorte delle complicazioni durante l'operazione?

Possiamo parlare di coscienza quando una persona è in coma?

Un articolo recente su Science ha avuto come soggetto l'evidenza scientifica della presenza di coscienza in una paziente in stato di coma vegetativo. Questa è una forma di coma in cui sono conservati sia il respiro spontaneo che i riflessi del tronco encefalico. Test cerebrali hanno evidenziato che, quando a questa paziente veniva suggerito di immaginare alcune attività, come giocare a tennis o muoversi per casa, i monitor rilevavano cambiamenti identici a quelli che si verificavano in volontari sani a cui venivano date le stesse istruzioni.

Questo significa che i cambiamenti rilevati potevano essere spiegati solo assumendo che questa paziente, nonostante il suo stato vegetativo, non solo comprendesse le istruzioni verbali, ma anche le portasse a compimento. La ricerca ha dimostrato che questa paziente in coma era consapevole di se stessa e di ciò che aveva intorno, ma che il suo danno cerebrale le impediva di comunicare direttamente al mondo circostante i suoi pensieri e le sue emozioni. Nel suo libro Uit coma ("Fuori dal coma"), Alison Korthals Altes descrive anche di aver visto lo staff medico e la sua famiglia dentro e attorno all'unità di cure intensive durante il coma, durato tre settimane, conseguente a un grave incidente stradale.

Possiamo ancora parlare di coscienza quando una persona è stata dichiarata in stato di morte cerebrale?

Nel suo libro Droomvlucht in coma ("Sogno di volo in coma"), Jan Kerkhoffs ci parla della sua esperienza di coscienza dopo che i neurologi avevano dichiarato la sua morte cerebrale a seguito di complicazioni occorse durante un intervento di chirurgia cerebrale. Solo grazie al fatto che la sua famiglia si era rifiutata di donare i suoi organi, Jan ha potuto scrivere delle sue esperienze, perché, tra 10 stupore generale, ha ripreso conoscenza dopo tre settimane passate in coma.

La morte cerebrale davvero equivale alla morte, o segna invece l'inizio di un "processo del morire" che può durare ore o giorni? Che cosa accade alla nostra coscienza durante questo processo?

La morte clinica equivale alla perdita di coscienza? Molti racconti di NDE presentati in questo libro suggeriscono che durante un arresto cardiaco, cioè durante un periodo di morte clinica, le persone possono trovarsi in uno stato di coscienza eccezionalmente lucida.

Possiamo ancora parlare dì coscienza quando una persona viene "dichiarata morta" e il suo corpo è freddo?

Approfondirò questa domanda in seguito.

C'è ancora coscienza dopo la morte?

Possono le ricerche sulle NDE darci una qualche informazione su cosa accade alla coscienza quando una persona viene dichiarata morta? Dobbiamo cominciare esplorando le risposte alle domande: si può sperimentare la coscienza dopo la morte? E se sì, come? Come possiamo investigare su cosa accade alla nostra coscienza quando siamo morti? Da dove vengono le nostre idee sulla morte? Perché vogliamo sapere di più sulla morte, e sul significato di essere morti?

Il confronto con la morte solleva domande pressanti, perché la morte resta un tabù nella nostra società. Pure è normale che la gente muoia ogni giorno. Oggi circa 6.925 persone moriranno negli USA (375 in Olanda e 1.400 nel Regno Unito), mentre voi state leggendo questo libro. Questo significa che ogni anno muoiono negli USA più di 2.530.00 persone (155.000 in Olanda e 509.000 nel Regno Unito). Nel mondo, ogni anno muoiono più di 70.000.000 di persone. Tuttavia, poiché il tasso di natalità globale supera il tasso di mortalità, la popolazione mondiale continua ad aumentare. In media, negli USA ogni giorno nascono circa 11.000 bambini (515 in Olanda e 1.600 nel Regno Unito). Morire è normale quanto nascere. Eppure la morte è stata bandita dalla nostra società. Le persone muoiono sempre più in ospedale e nelle case di cura, anche se c'è una crescente preferenza di morire in casa o in un hospice.

Cos'è la morte, cosa è la vita, e cosa accade quando sono morto? Perché le persone sono così spaventate dalla morte? Di sicuro la morte può essere un sollievo dopo una malattia dolorosa. Perché i medici spesso percepiscono la morte di un paziente come un fallimento da parte loro? Perché un paziente "perde" la sua vita? Perché alle persone non è più permesso semplicemente di morire per una malattia grave e ormai terminale e invece vengono ventilate e alimentate artificialmente attraverso tubi e flebo? Perché alcune "persone negli stadi finali di una grave malattia tumorale scelgono la chemioterapia, che può prolungare per un po' la vita, ma che sicuramente ne riduce la qualità? Perché il nostro primo impulso è quello di prolungare la vita e posticipare la morte a tutti i costi? E la paura della morte a causare questo? E la paura nasce dall'ignoranza di cosa la morte potrebbe essere? Le nostre idee riguardo la morte sono assolutamente esatte? La morte è davvero la fine di tutto?

Anche nei corsi universitari di Medicina si presta scarsa attenzione a quello che potrebbe essere la morte. Al momento della laurea, i dottori perlopiù non hanno mai preso seriamente in considerazione la morte. Durante la vita nel nostro corpo muoiono 500.000 cellule ogni secondo, 30 milioni ogni minuto e 50 miliardi ogni giorno. Queste cellule vengono completamente rimpiazzate nelle 24 ore e, in questo modo, una persona ha un corpo completamente nuovo ogni due anni. La morte cellulare non coincide pertanto con la morte fisica.

Nel corso della vita, i nostri corpi cambiano costantemente da un secondo all'altro. Eppure noi non lo sentiamo e non ce ne accorgiamo. Come possiamo spiegare la continuità di questo corpo che cambia costantemente? Le cellule possono essere paragonate ai mattoni di una casa, ma chi progetta, pianifica e coordina la costruzione della casa? Non i mattoni stessi. Perciò la domanda ovvia è: come si può spiegare la costruzione e l'organizzazione di un corpo che è in continuo cambiamento da un secondo all'altro? Tutti i corpi, a livello biochimico e fisiologico, funzionano allo stesso modo, eppure tutte le persone sono diverse. La causa di questa diversità non è solo fisica. Le persone hanno caratteri, sentimenti, umori, livelli di intelligenza, interessi, idee e necessità differenti. La coscienza svolge un ruolo fondamentale in questa differenza. E qui sorge la domanda: noi esseri umani "siamo" i nostri corpi oppure "possediamo" i nostri corpi?

Più del 50% della popolazione olandese è convinta che la morte sia la fine di tutto. Queste persone credono che la morte del corpo segni la fine delle nostre identità, dei nostri pensieri, dei nostri ricordi, e che la morte sia la fine della nostra coscienza. In opposizione, una percentuale tra il 40 e il 50% degli olandesi crede in una qualche forma di vita dopo la morte. Negli USA tra il 72 (il 67% dei maschi e il 76% delle femmine) e il 74% delle persone crede nella vita dopo la morte. Nel Regno Unito circa il 58% ci crede. Eppure molte persone non si chiedono mai se le loro idee sulla morte sono davvero corrette, fino a che non si trovano a confrontarsi con il pensiero della propria morte in conseguenza di un lutto, o di un brutto incidente, o di una grave malattia che abbia interessato o un loro congiunto o qualche loro amico intimo.

Studiando tutto quello che è stato pensato o scritto sulla morte nella storia - in tutti i tempi, le culture e le religioni- possiamo essere in grado di formarci un quadro della morte diverso e migliore. Ma lo stesso può essere raggiunto studiando le recenti ricerche scientifiche sulle NDE. L'evidenza ha dimostrato che la maggior parte delle persone perde ogni paura della morte dopo una NDE. Una tale esperienza insegna loro che la morte non è la fine di tutto e che la vita prosegue in un modo o in un altro. Un paziente mi ha scritto dopo la sua NDE: «Io non sono qualificato per discutere di una cosa che può essere provata solo dalla morte. Tuttavia, per me personalmente questa esperienza è stata decisiva nel convincermi che la coscienza sopravvive alla sepoltura. La morte mi si è dimostrata non essere la morte, ma un'altra forma di vita».

Secondo le persone che hanno avuto una NDE, la morte non è altro che un diverso modo di vivere, con una coscienza aumentata e più ampia, coscienza che è dovunque contemporaneamente perché non è più legata a un corpo.


Indice

Introduzione

Capitolo 1 - Un'esperienza di premorte (NDE) e il suo impatto sulla vita
Capitolo 2 - Che cos'è un NDE?
Capitolo 3 - Cambiato da una NDE
Capitolo 4 - NDE nell'infanzia
Capitolo 5 - Non c'è niente di nuovo sotto il sole
Capitolo 6 - Ricerche sulle NDE
Capitolo 7 - Lo studio olandese sulle NDE
Capitolo 8 - Cosa accade al cervello quando il nostro cuore si ferma improvvisamente?
Capitolo 9 - Cosa sappiamo della funzione celebrale?
Capitolo 10 - Fisica quantistica e coscienza
Capitolo 11 - Il cervello e la coscienza
Capitolo 12 - La continuità del corpo in mutamento
Capitolo 13 - La coscienza infinita
Capitolo 14 - Alcune implicazioni degli studi sulle NDE
Capitolo 15 - Epilogo
Appendice

Glossario

Bibliografia

Ringraziamenti

Autore


Coscienza oltre la Vita - Libro >> https://goo.gl/kt13Qg
La scienza delle esperienze di premorte
Dr. Pim Van Lommel


venerdì 11 marzo 2016

Lo Stato Intermedio




Lo Stato Intermedio

di Franco Battiato, Gianluca Magi



Lo Stato Intermedio - Libro

In questo libro, Franco Battiato e Gianluca Magi si interrogano sulla morte, sul morire e sulla paura da parte della società occidentale nei confronti di questo passaggio, che costituisce il momento più importante di tutta la nostra vita. 

«La nostra società teme la morte.
È tanatofobica, dannatamente tanatofobica.
La morte è il tabù della nostra società».

Franco Battiato e Gianluca Magi


Indice

Per una cartografia degli stati di coscienza extracorporei nello stato intermedio

Fuori il superfluo. Solo l'essenziale.

Visioni Mistiche

Gli autori


Estratti dal Libro

Il passaggio dalla vita a quella che chiamiamo morte è l'argomento rimosso dei nostri tempi.
Ma in realtà la morte non è fine, non è inizio, ma passaggio.
Franco Battiato

La morte è un velo gettato sugli occhi dei vivi. Se accettiamo le nostre trasformazioni, siamo immortali.
Gianluca Magi

Nulla è come sembra. Siamo infiniti ed eterni quanto il cosmo. In realtà siamo prigionieri delle nostre abitudini, paure e potenti illusioni. Dunque non riusciamo a considerare consapevolmente di essere parte dell'uno universale.
Franco Battiato


Anteprima del Libro "Lo Stato Intermedio" di Franco Battiato e Gianluca Magi

Attraversando il Bardo apre la porta che la società tecnologica vuole tenere chiusa. La nostra cultura rifiuta la morte, ha paura della morte, vive sempre proiettata nel futuro, proiettata in avanti. E probabile che il malessere di fondo della nostra cultura nasca dal rifiuto della morte.

La società tecnologica esorcizza, rimuove in tutti i modi ciò che dimora sotto il nostro tetto: la morte.

La nostra società teme la morte. È tanatofobica, dannatamente tanatofobica. La morte è il tabù della nostra società.

La morte nella nostra società è come gravata da inibizione comunicativa. Parlarne significa infrangere le convenzioni e commettere una specie di gaffe.

Le sanzioni applicate sono le medesime di quando, a tavola, si parla di escrementi, ovvero: interruzione del discorso, indignazione, atteggiamento forzato, cambiamento di argomento.

Se non ci credi, fai questo esperimento pratico. A pranzo o a cena con i tuoi amici, tra un boccone e l'altro, a un certo punto, imbandisci una conversazione molto speciale: la morte. Ma non solo la morte in generale, la morte che riguarda sempre gli altri, ma la morte di ciascuno dei partecipanti al banchetto. L'idea per cui tutto ciò su cui si posa il tuo sguardo un giorno si dissolverà. Noterai immediatamente un certo irrigidimento, un certo imbarazzo. Se prosegui imperterrito, e chiedi l'opinione dei commensali, l'imbarazzo si farà irritazione. E l'irritazione, sgomento. Nel migliore dei casi i partecipanti inizieranno a toccare ferro... o altro! E dovrai cambiare argomento. Per non passare da menagramo!

Anche per chi crede nella sopravvivenza oltre il confine estremo della vita, il fare i conti con la propria morte angoscia. Sempre valido è l'epitaffio sulla tomba di Marcel Duchamp, composto da lui stesso: «D'altronde, sono sempre gli altri che muoiono». Epitaffio che fa rimbalzare alla mente quella barzelletta che raccontava Sigmund Freud: Un marito dice alla moglie: «Se uno di noi due muore, io mi trasferisco a Parigi».

A proposito di mangiare e tabù della morte, il mangiare in modo smodato rispetto alla naturale esigenza è un atto di esorcismo della morte. Una volta a cena, prima di un concerto, a Franco, che mangia in modo frugale, nella quantità per un cardellino, dico: «Talvolta, se non spesso, c'è chi mangia più di quanto il suo corpo realmente necessiti». Franco a bruciapelo: «È la paura di morire!»

Quando si mangia oltremodo cresce un'equazione alimentare inconscia: più mangio, più mi aggrappo alla vita.

Questo è proprio un atto di esorcismo dell'inquietudine che procura il pensiero della morte. La paura della morte non è effettivamente ciò che sembra, cioè il timore che la vita si arresti. Se sperimento la vita come possesso, io ho paura della morte, ovvero di perdere ciò che ho. Avverto cioè la paura di perdere il mio corpo, il mio Io, la mia identità, mia moglie, i miei figli, il mio lavoro, i possessi che ho accumulato, etc; la paura di affrontare l'abisso della non identità, dell'essere perduto.

Oggi l'adulto prova, presto o tardi, e sempre più presto, la sensazione di avere fallito. La sensazione di non aver realizzato nessuna delle promesse della propria adolescenza si fa strada nella vita dell'adulto. Questa sensazione di scacco vitale sembra essere all'origine del clima di depressione diffusosi nelle società industriali.

Quanto a inquietudine, si dice che Meister Eckhart abbia visto l'inferno. Meister Eckhart ha detto che la sola cosa che brucia all'inferno è la parte di te che rimane aggrappata alla vita: i ricordi, gli affetti. Ti bruciano via tutto. Non lo fanno per punirti -sosteneva - ma per liberarti l'anima. A suo modo di vedere, se abbiamo paura di morire e ci aggrappiamo di più alla vita, vedremo i diavoli strapparcela via. Ma se raggiungiamo la pace, i diavoli diventeranno degli angeli. Ci liberano dalle cose umane.

E' dunque solo un problema d'approccio. Quindi non preoccupiamoci.


Franco Battiato, Gianluca Magi
Lo Stato Intermedio - Libro >> http://goo.gl/EpRlvg
Editore: L'Arte di Essere
Data pubblicazione: Febbraio 2016
Formato: Libro - Pag 84 - 12 x 18 cm



venerdì 7 agosto 2015

Esperienze di premorte e fisica quantistica

Esperienze di premorte e fisica quantistica

La Fisica Quantistica ci viene incontro nel fornire delle solide basi teoriche ai fenomeni che intercorrono nelle esperienze di premorte

di Francesco Albanese - 06/08/2015



Esperienze di premorte e fisica quantistica

La teoria centrale della sopravvivenza alla morte ruota attorno al concetto di memoria quantica (Goswami, 2011). L’idea è che parte della nostra memoria sia non locale, vale a dire che non risieda localmente nel cervello, ma in “un luogo” privo di spazio-tempo. L’antico termine sanscrito per questo “luogo” è Akasha, quello più moderno è Campo Quantistico, quello più metafisico è Coscienza. Secondo la filosofia dell’idealismo monista (Goswami e altri, 1993), è la Coscienza la base di tutta l’esistenza, non la materia: sia il mondo materiale che quello mentale emergono dalla Coscienza. La Coscienza perciò non è un epifenomeno del cervello, ma quella base dell’esistenza che contiene tutte le possibilità di manifestazione (di ciò che è mentale e di ciò che è materiale), incluso il cervello stesso (Goswami, 2011). Non è allora il cervello a creare la Coscienza, in quella catena di causalità verso l’alto in cui crede la Scienza dualistica, secondo la quale le particelle subatomiche e le loro interazioni creano l’atomo, insiemi di atomi creano le mole-cole, insiemi di molecole formano le cellule, alcune delle quali sono neuroni, collettività di neuroni costituiscono il cervello e il cervello genera i processi mentali, tra cui la Coscienza (Goswami, 2004). Il cervello non può creare la Coscienza, perché è solo un oggetto. E dato che, nell’ottica della fisica quantistica, gli oggetti sono solo onde di probabilità che “si materializzano” nel momento in cui con l’osservazione facciamo collassare una funzione d’onda, è più corretto dire che è la Coscienza a creare il cervello (Goswami, 2015).

In vita, la Coscienza trova un correlato neurofisiologico nei processi quantistici coerenti di strutture cerebrali chiamate microtubuli, processi che sembrano regolare l’attività delle membrane sinaptiche (Hameroff e Penrose, 2014). Con la morte, e la conseguente cessazione dell’attività cellulare, l’informazione legata ai processi quantistici dei microtubuli si libera, venendo meno l’associazione col corpo fisico. L’informazione non si disperde nel nulla, ma viene trasferita non localmente alla Coscienza. Se questo è ciò che possiamo chiamare anima, allora la nostra anima è costituita dello stesso tessuto con cui è fatto l’universo.

NDE e fisica quantistica

Lette attraverso le leggi che regolano il mondo dell’infinitesimamente piccolo, le esperienze caratteristiche delle NDE acquistano un significato diverso da quello di essere mere allucinazioni o meccanismi di difesa del cervello contro la paura:

la visione del proprio corpo dall’alto, o dalla prospettiva dei soccorritori, può essere spiegata dal principio di non località: il soccorritore guarda il corpo senza vita ed “acquisisce le informazioni” della scena, mentre la Coscienza fa collassare una realtà simile tra le tante possibili, in un fenomeno molto simile a quello della telepatia (Goswami, 2011);

dopo la morte si verifica una transizione della Coscienza dal mondo materiale, che opera a una velocità inferiore a quella della luce, a un mondo che opera ad una velocità maggiore, quello spirituale, o superluminale. È molto probabile che questa transizione produca un effetto tunnel (il tunnel descritto nei racconti), nel-lo stesso identico modo in cui sembra prodursi quello che gli astrofisici chiamano buco nero (Wolf, 1998);

l’assenza di spazio e di tempo è una caratteristica peculiare del Campo Quanti-stico/Coscienza. Il Campo anticipa lo spazio e il tempo, perché spazio e tempo emergono dal Campo. Pertanto “il ritorno” alla Coscienza, al di fuori della mate-ria, libera dal costrutto dello spazio e dal trascorrere del tempo;

l’assenza di spazio e di tempo che caratterizza il Campo Quantistico è anche la spiegazione più plausibile della capacità di comunicare istantaneamente e senza parole di cui racconta chi ha sperimentato una NDE. Nel Campo, la trasmissione di informazione non avviene nel modo tradizionale in cui siamo abituati a speri-mentarla ogni giorno, ma in maniera non locale. Quindi non vi è alcuna trasmis-sione di informazione, alcun passaggio diacronico da un punto ad un altro di qualche tipo di segnale in un determinato tempo. Piuttosto, ciò che si verifica è il cambiamento sincronico dello stato quantico delle particelle;

infine, la ricapitolazione della propria vita e l’accesso a una conoscenza assoluta equivalgono ad aver avuto accesso allo stesso campo di informazione che tutto con-tiene, che trascende ogni limite spazio-temporale, che collega non localmente ogni singola particella dell’Universo, in ogni luogo e in ogni tempo: il Campo Quantistico, o se preferiamo, l’Akasha.

Conclusioni

Assieme ai racconti delle vite passate acquisiti mediante ipnosi regressiva, Le esperienze di premorte sono una forte prova indiziaria del fatto che qualcosa sopravviva alla morte, sia che si voglia chiamare anima, spirito, o Coscienza. La Fisica Quantistica ci viene incontro nel fornire delle solide basi teoriche ai fenomeni che intercorrono nelle NDE, aprendo una concreta possibilità di lettura alternativa, rispetto a quella data negli ultimi tre secoli, da Cartesio in poi, e che ha trovato ascolto esclusivamente nella sfera della religione e della spiritualità. Anche in questo caso si parla di teorie, certo. E per questo si parla di prove indiziarie. Ma, allo stesso modo, di teorie si parla nel ritenere che la Coscienza non sia altro che il risultato di qualche scarica elettrica in una matassa di neuroni. La Scienza ha bisogno di risposte certe per poter costantemente demarcare i propri progressi, ma forse il progresso più grande sarebbe rappresentato dalla risposta sincera ad una sola domanda: “Se non sappiamo esattamente cosa la Coscienza sia, co-me possiamo parlare della sua morte?”

Bibliografia
Elsaesser-Valarino, E. (2014). Straordinarie Esperienze. Una breve saggio sulle esperienze transpersonali legate alla morte fisica. Barzanò: Edizioni Stazione Celeste.
Goswami, A. (2015). Comunicazione personale con l’autore. In “Dieci minuti con Amit Go-swami”. Intervista di Albanese, F. Varignana (BO): 29 Marzo 2015.
Su www.quanticamente.net/?p=132 e youtu.be/IjZoQ6yCuQo
Goswami, A. (2011). Physics of the soul. The Quantum Book of  Living, Dying, Reincarnation, and Immortality. Charlottesville, VA: Hampton Roads Publishing Company, 2013.
Goswami, A. (2004). The Quantum Doctor. A Quantum Physicist Explains the Healing Power of the Integrative Medicine. Charlottesville, VA: Hampton Roads Publishing Com-pany, 2011.
Goswami, A., Reed, R.E. e Goswami, M. (1993). The Self-Aware Universe. How Conscious-ness Creates the Material World. New York: Jeremy P. Tatcher/Putnam, 1995.
Hameroff, S. e Penrose, R. (2014). Consciousness in the universe. A review of the ‘Orch OR’ theory. Physics of Life Reviews, 11: 39–78
Laszlo, E. (2007). Science and the Akashic Field: An Integral Theory of Everything. Inner Tra-ditions; 2nd edition. Trad. it: La scienza e il campo akashico. Connessione e me-moria nel cosmo e nella coscienza: una teoria integrale del tutto. Milano: Urra, 2009.
Moody, R.A. (1976). Life after life. Investigation of a Phenomenon-Survival of Bodily Death. New York: Bantam. Trad. It.: La vita oltre la vita. Studi e rivelazioni sul fenome-no della sopravvivenza. Milano: Oscar Mondadori, 1977-2013.
Wolf, F.A. (1998). The Soul and Quantum Physics. In Rosen, E.J. (a cura di). Experiencing the Soul: Before Birth, During Life, After Death. Carlsbad, CA: Hays House, pp. 245-252

Francesco Albanese
Perché mi Capita? - Libro >> http://goo.gl/zmKBbP
Alla ricerca del senso nascosto della Vita
Editore: Editoriale Programma
Data pubblicazione: Settembre 2015
Formato: Libro - Pag 120 - 15 x 21 cm

Davide Vaccarin
NDE - Visioni Premorte >> http://goo.gl/ybaczo
Confine tra ignoto e scienza
Editore: Editoriale Programma
Data pubblicazione: Aprile 2011
Formato: Libro - Pag 192 - 14x21



giovedì 6 agosto 2015

Esperienze di premorte (NDE): anche la scienza inizia a parlarne

Esperienze di premorte (NDE): anche la scienza inizia a parlarne

Cosa sono le esperienze di premorte? Come possono essere classificate e spiegate? Vediamo come la scienza si approccia a questo fenomeno border line

di Francesco Albanese - 05/08/2015


Esperienze di premorte (NDE): anche la scienza inizia a parlarne

Cosa accade realmente dopo la morte? Dopo quell’istante che demarca il confine tra la vita e la non-vita? Tra l’esistenza della persona e la sua non-esistenza? Cosa accade dopo che il cuore ha dato il suo ultimo battito, e che l’ultima molecola di anidride car-bonica è stata spinta fuori dai polmoni? La medicina occidentale non ha dubbi: “dopo la morte, cessa irreversibilmente ogni funzione biologica dell’organismo, e prendono avvio i processi di autolisi e di decomposizione.” Quindi, dal momento della morte in poi, le cellule che costituiscono i vari tessuti dell’organismo vivente cominciano a staccarsi dai tessuti stessi e ad “autodigerirsi”, nella generale tendenza a ritornare a forme più semplici, meno organizzate, di materia.

Il punto di vista della medicina occidentale ci lascia però con la sensazione di esserci persi qualcosa per strada. Insomma, tutto il resto, dove è andato a finire? Dove è andata a finire la persona che amava passeggiare in riva al mare, che sorrideva davanti a un ge-sto gentile, o che scoppiava di rabbia quando qualcosa non andava come voleva? Che fine hanno fatto i suoi ricordi, i suoi gusti, le sue attitudini, le sue paure? In altre parole, che fine hanno fatto la sua personalità, la sua mente, la sua coscienza?

In linea di massima, ogni religione ci assicura che qualcosa sopravvive alla morte, un qualcosa che possiamo tout court chiamare anima. La scienza di matrice riduzionista, quella più organicista, tende invece a identificare la persona col suo cervello, e il cervello con la persona. Per questa scienza, tutti i fenomeni psichici sono un prodotto del cervello: è il cervello che crea i pensieri, è il cervello che crea i ricordi, è il cervello che crea le emozioni, è il cervello che crea la coscienza, e così via. Pertanto, morto il cervello, morta la persona, morta la coscienza (che è un po’ come dire che quando l’auto è parcheggia-ta non esiste più il guidatore…).

Questa impostazione, adottata dalla scienza figlia di Cartesio, deriva essenzialmente dall’aver applicato per secoli un modello dualistico-deterministico per la lettura e la comprensione del mondo. L’aver ampiamente provato che la stimolazione elettrica di specifiche aree cerebrali produce altrettanto specifici fenomeni psichici (ad esempio l’evocazione di ricordi, o di odori), e l’aver ripetutamente constatato che lesioni di specifiche aree portano alla perdita delle funzioni del corpo da esse controllate (ad esempio la vista, o il movimento), ha portato alla conclusione che siano le stesse aree cerebrali a produrre i fenomeni e le funzioni.

Ancora oggi si cade nello stesso equivoco, e si continua a ricercare, adesso con sofisticati sistemi di rilevazione come la PET o la fRMI, quale sia l’area cerebrale dell’amore, o della morale, o addirittura della coscienza, e così via. Ma il fatto che con tecniche di neuroimaging si sia in grado di rilevare che determinati processi di pensiero accadono simultaneamente a cambiamenti metabolici in specifiche aree cerebrali, non dimostra affatto che i processi cerebrali siano generati da questi cambiamenti. In altre parole, l’osservare che le funzioni del cervello sono associate alla coscienza non equivale a dire che il cervello crei la coscienza (Laszlo, 2009). Allora, non c’è motivo oggettivo di pensa-re, né modo di verificare, che la mente, e soprattutto la coscienza, nascano dalla materia, e con la materia muoiano.

Nonostante i racconti di esperienze NDE riportati in tutto il mondo, e in tutti i tempi, condividano similitudini che vanno al di là del sesso, della cultura, della religione e del-la razza, la Scienza ha sempre guardato con scetticismo a questi fenomeni. Così, la Scienza materialista continua per la sua strada, sostenendo fermamente la propria posi-zione, secondo la quale, con la morte, finisce ogni attività biologica e mentale dell’organismo. Come accade per un sofisticato televisore, stacchi la spina e finiscono le trasmissioni.
Ma sembrano esserci prove che confermano proprio il contrario.

Esperienze di premorte

Le NDE (Near Death Experience), o esperienze di premorte, sono fenomeni vissuti da persone in coma, o dichiarate clinicamente morte. Alcune di queste ricordano la loro esperienza tra il momento della morte e il ritorno alla vita e riportano descrizioni molto simili, accomunate da elementi ricorrenti (Moody, 1975; Elsaesser-Valarino, 2014):

1.    l’uscita dal corpo, un vero e proprio distacco dal corpo fisico, che raccontano di aver visto dall’alto, o dalla prospettiva dei soccorritori;
2.    l’attraversamento di un tunnel buio a velocità vertiginosa, alla fine del quale si trova una luce intensa e mai accecante;
3.    la sperimentazione di una gioia infinita;
4.    la sperimentazione dell’assenza di spazio e di tempo;
5.    l’incontro con amici o parenti defunti, o altre persone, venuti incontro per fare da guida, con le quali è possibile comunicare istantaneamente e senza parla-re;
6.    la ricapitolazione della propria vita, rivissuta quasi istantaneamente, con gli stessi stati d’animo di allora, esperendo contemporaneamente gli stati d’animo vissuti al tempo dei fatti dalle altre persone coinvolte;
7.    l’accesso a una conoscenza assoluta (sia dal punto di vista delle nozioni che della conoscenza dei fatti passati e futuri, dell’intero Universo);
8.    la visione di una soglia, oltre la quale il ritorno nel corpo sarebbe stato impos-sibile. E la scelta, o l’imposizione, di tornare in vita.

Le spiegazioni della scienza

Di fronte a questi racconti, la Scienza dualista sorride: niente di concreto, niente da misurare, da pesare. Niente che obbedisca alle leggi che regolano il mondo che cono-sciamo. Niente che dimostri una sorta di sopravvivenza di qualcosa alla morte. Le NDE, dice questa Scienza, sono spiegabili da più di una teoria basata su evidenze cliniche che ne giustificano l’esistenza, senza dover ricorrere a concetti metafisici come l’anima.
La teoria più accreditata è quella delle allucinazioni, create dal cervello in ri-sposta ai cambiamenti metabolici che intervengono nel momento della morte: carenza di ossigeno o eccesso di anidride carbonica, o la somministrazione di farmaci o anestetici, come la ketamina, sarebbero i fattori scatenanti di risposte cerebrali anomale, da cui scaturirebbero i vissuti tipici delle NDE.

Un’altra teoria, anch’essa piuttosto accreditata, è quella dell’epilessia del lobo temporale: la fenomenologia che si manifesta durante una NDE non sarebbe al-tro che l’effetto di un’attività elettrica anomala dei lobi temporali del cervello, notoriamente associata alla percezione distorta degli eventi, ad allucinazioni articolate, a déja vu, alla perdita di memoria, all’aura epigastrica, fino all’attacco di panico.

Le teorie psicologiche, infine, suggeriscono che le esperienze vissute durante una NDE, benché appaiano del tutto reali, siano un artefatto della mente. In punto di morte, la mente metterebbe in atto dei meccanismi di difesa per “tutelarsi” dallo shock, e costruirebbe ciò che la persona, più o meno cosciente-mente, si aspetta di affrontare al momento della morte. I vissuti di derealizza-zione e depersonalizzazione (tipici degli attacchi di panico), anche questi si-stemi di difesa dalla minaccia della morte, giustificherebbero alcuni aspetti delle NDE; mentre, nello specifico, l’esperienza del tunnel non deriverebbe al-tro che dalla ricerca di conforto nel richiamare alla memoria il vissuto dell’esperienza della nascita.

Nessuna di queste teorie, però, sembra essere soddisfacente. Si pongono infatti una serie di problemi e di paradossi che fanno vacillare la loro pseudo-solidità:
Innanzi tutto, non dimentichiamo che si parla di teorie, e soprattutto che le te-orie psicologiche devono  essere ancora sottoposte a verifica sperimentale.
Secondariamente, le NDE sono vissute allo stesso modo da persone morte in circostanze diverse, mentre la teoria delle allucinazioni potrebbe, al limite, a-dattarsi a circostanze specifiche (ad esempio, a tutti i casi in cui sono stati somministrati anestetici).

Infine, ogni teoria focalizza soprattutto l’aspetto allucinatorio, trascurando il fatto che spesso chi ha vissuto una NDE è in grado di riferire dettagli su ciò che stava accadendo attorno al suo corpo, nell’arco temporale in cui risultava clinicamente morto.
Ma come possono i neuroni del cervello di una persona dichiarata clinicamente morta, e quindi priva di ogni attività fisiologica, scambiarsi informazioni elettrochimiche e generare nuove configurazioni per creare nuove memorie? Come potrebbe una persona dichiarata clinicamente morta vedere i medici affannarsi sul proprio corpo se la mente e la coscienza stessero realmente nel cervello?

Francesco Albanese
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Davide Vaccarin
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