lunedì 9 dicembre 2019

La fisica quantistica spiegata in modo semplice



La fisica quantistica spiegata in modo semplice

Medicina Non Convenzionale


Che cos'è la fisica quantistica? È la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e di tutte le loro interazioni. Scopri in questo interessante articolo tutto quello che non sapevi sulla fisica quantistica

Antonella Ravizza - 07/12/2019

La fisica quantistica è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e di tutte le loro interazioni viste sia come fenomeni ondulatori sia come fenomeni particellari (dualismo onda-particella), a differenza della fisica classica o newtoniana, basata sulle teorie di Isaac Newton, che vede per esempio la luce solo come onda e l’elettrone solo come particella.

Il dualismo onda–particella

Il dualismo onda–particella è la principale causa della messa in discussione di tutte le teorie della fisica classica sviluppate fino al XIX secolo. Questa teoria si può applicare anche alla luce, infatti Young per dimostrare che la luce si propagava per onde propose un esperimento: un fascio di raggi luminosi colpiva uno schermo in cui erano presenti due fori, o fenditure, molto piccoli, che diventavano due sorgenti omogenee. A questo punto mise uno schermo che raccoglieva la luce proveniente dai due fori e vide nettamente delle frange chiare e scure, molto simili alle onde del mare provenienti da due sorgenti diverse.

Questo fenomeno non si può spiegare con la teoria corpuscolare, ma con la teoria ondulatoria. Due onde della stessa ampiezza possono essere in fase e, se interferiscono, originano un'onda sinusoidale che è somma delle sue sinusoidi componenti; possono però essere in controfase e, se interferiscono, originano un'onda nulla. Questo esperimento è molto importante perché verrà ripreso in seguito da Richard Feynman.

Intanto nel 1803 gli atomi erano considerati i costituenti fondamentali della materia. Nel 1874 G. Stoney scoprì l’elettrone e poi Rutherford il nucleo atomico, caricato positivamente, circondato da elettroni carichi negativamente come il sole in mezzo ai pianeti del sistema solare. Però seguendo la teoria elettromagnetica di Maxwell sulle cariche in moto accelerato, si giunse alla conclusione che l’atomo avrebbe dovuto collassare, invece la materia che osserviamo continuamente è stabile. A cavallo tra il XIX e il XX secolo lo studio dell’effetto fotoelettrico mise in discussione la completezza della meccanica classica, suggerendo che la radiazione elettromagnetica avesse il duplice comportamento ondulatorio e corpuscolare durante l’interazione con la materia.

L'effetto fotoelettrico

Infatti in certe situazioni, come messo in evidenza nel 1905 da Einstein con l'ipotesi del fotone nell'effetto fotoelettrico, la luce si comportava decisamente come composta da particelle. L’effetto fotoelettrico è il fenomeno che si manifesta con l'emissione di particelle elettricamente cariche da parte di un corpo esposto a onde luminose o a radiazioni elettromagnetiche di varia frequenza: gli elettroni vengono emessi dalla superficie di un conduttore metallico (o da un gas) in seguito all'assorbimento dell'energia trasportata dalla luce incidente sulla superficie stessa. Come diceva Planck la radiazione luminosa di frequenza ν è composta da particelle corpuscolari (fotoni) di energia E = h ν (h è la costante di Planck). Per riuscire a strappare un elettrone a una superficie metallica, l’energia del fotone deve essere più grande dell’energia di legame dell’elettrone nel metallo (W). Inserendo ora un amperometro fra anodo e catodo si misura così un passaggio di corrente. Se invece l’energia del fotone è inferiore a W non si ha effetto fotoelettrico, e l’amperometro non registra passaggio di corrente. La teoria ondulatoria classica prevedeva però che, all'aumentare dell'intensità della luce incidente, aumentasse l'energia degli elettroni emessi.

Nel 1902, il fisico tedesco Philipp Lenard mostrò invece che l'energia dei fotoelettroni non dipendeva dall’intensità di illuminazione, ma dalla frequenza (o dalla lunghezza d'onda) della radiazione incidente. L’intensità della radiazione determinava invece l’intensità della corrente, cioè il numero di elettroni strappati alla superficie metallica. Il risultato sperimentale era inspiegabile pensando che la natura della luce fosse solo ondulatoria.
Nel 1905 Albert Einstein spiegò l'effetto fotoelettrico con l'ipotesi che i raggi luminosi trasportassero particelle, chiamate fotoni, la cui energia è direttamente proporzionale alla frequenza dell’onda corrispondente: incidendo sulla superficie di un corpo metallico, i fotoni cedono parte della loro energia agli elettroni liberi del conduttore, provocandone l'emissione. Allora l'energia dell'elettrone liberato dipende solo dall'energia del fotone, mentre l’intensità della radiazione è direttamente correlata al numero di fotoni trasportati dall’onda, e dunque può influire sul numero di elettroni estratti dal metallo, ma non sulla loro energia. Era difficile credere che la luce presentasse una specie di dualismo, apparendo come onda o come particella a seconda degli esperimenti. De Broglie nel 1924 ipotizzò che tutta la materia manifestasse lo stesso dualismo.

L'esperimento della doppia fenditura

Nel 1927 Davisson e Germer ebbero la prova sperimentale di tale comportamento: osservarono figure di diffrazione facendo attraversare un cristallo di nichel da un fascio di elettroni (la diffrazione è un fenomeno associato alla deviazione della traiettoria di propagazione delle onde quando queste incontrano un ostacolo sul loro cammino). Nasceva da qui la possibilità di utilizzare fasci di particelle per eseguire esperimenti di interferenza con due fenditure, proprio come Young aveva fatto con la luce.

L’esperimento delle due fenditure permette di dimostrare la dualità onda-particella della materia. Richard Feynman ripeteva che questo esperimento era la chiave per comprendere la meccanica quantistica. Questa volta vennero usate lastre rilevatrici moderne e una sorgente estremamente debole di luce o elettroni. Aprendo soltanto una fenditura (ad esempio, quella di sinistra), sulla lastra fotografica si ottiene la proiezione della fenditura. Aprendo ora solo la fessura destra si forma una figura speculare a quella precedente. La luce risponde quindi perfettamente alla teoria corpuscolare di Newton. Ora, provando a prevedere che figura risulterebbe dall’apertura contemporanea di entrambe le fenditure, secondo la teoria corpuscolare si verificherebbe la semplice sovrapposizione delle due figure precedenti. In realtà, quella che si genera è una figura di interferenza, ovvero in questo caso la luce si comporta come un’onda meccanica: sulla lastra fotografica avremmo in alcuni punti sovrapposizioni di picchi o ventri, in altri cancellazioni. Ciò dimostra inequivocabilmente l'esistenza del dualismo onda-corpuscolo, sia della materia che della radiazione elettromagnetica.
Niels Bohr introdusse anche il principio di complementarità, secondo il quale i due aspetti, corpuscolare e ondulatorio, non possono essere osservati contemporaneamente perché si escludono a vicenda, ovvero il tipo di esperimento determina il successivo comportamento delle particelle in esso coinvolte.

Ma com’è possibile che un singolo elettrone si comporti come un’onda e faccia interferenza con se stesso?! Fino a quando l’elettrone non viene rivelato sul bersaglio, esso non si trova mai in un punto preciso dello spazio, ma esiste in uno stato potenziale astratto descritto da una funzione di probabilità, che si propaga come un’onda e non secondo una traiettoria definita.

De Broglie e Schrödinger tentarono di descrivere tutto il mondo quantistico in termini di onde, abolendo il concetto di particella. Ma per cogliere l’elettrone sul fatto, dobbiamo rivelarlo. La meccanica quantistica non ci permette di avere contemporaneamente la figura di interferenza e la conoscenza del singolo foro da cui l’elettrone è passato. O l’uno o l’altro: o l’elettrone viene rivelato come particella oggettiva, e quindi non produce interferenza, o è un’onda estesa, ed in tal caso non passa da un solo foro, bensì da tutte e due: è come se fosse passato da tutte e due.

Questo è un po’ come il conosciutissimo paradosso del gatto di Schrödinger: gatto vivo o gatto morto; non si sa fino a che non si vede il gatto effettivamente aprendo la scatola, altrimenti si considera vivo e morto contemporaneamente.
Erwin Schrödinger nel 1935 introdusse il termine di entanglement: se due particelle si fanno interagire per un certo periodo e quindi vengono separate, quando si sollecita una delle due in modo da modificarne lo stato, istantaneamente si manifesta sulla seconda un’analoga sollecitazione a qualunque distanza si trovi rispetto alla prima.

Il fenomeno dell'entanglement viola il «principio di località» per il quale ciò che accade in un luogo NON può influire immediatamente su ciò che accade in un altro. Ecco un esempio: due particelle vengono lanciate in direzioni opposte. Se la particella A, durante il suo tragitto incontra una carica magnetica che ne devia la direzione verso l’alto, la particella B, invece di continuare la sua traiettoria in linea retta, devia contemporaneamente la direzione assumendo un moto contrario alla sua gemella. Questo esperimento dimostra che le particelle sono in grado di comunicare tra di loro trasmettendo ed elaborando informazioni e dimostra anche che la comunicazione è istantanea.

Nell'Ottobre del 1998 il fenomeno dell’entanglement è stato definitivamente confermato dalla riuscita di un esperimento effettuato dall'Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, in California. In conclusione, la meccanica quantistica nel microscopico ci ha condotto ad abbandonare la descrizione della fisica classica deterministica, per arrivare a una descrizione probabilistica in cui gli stati e le proprietà del mondo microscopico non sono determinati, a priori, intrinsecamente, ma acquisiscono realtà solo se vengono misurati o se entrano in contatto con altri “oggetti”.

Questo stravolge la descrizione di un mondo che fino al secolo scorso sembrava sensato e ragionevole. Chissà quali altre stravolgenti scoperte ci riserverà il futuro!

approfondisci:

Scienza e Conoscenza - n. 60 >> https://goo.gl/QZeXCT
Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza
Autori Vari

Scienza e Conoscenza - n. 53 - Rivista Cartacea >> http://bit.ly/372CAl8
Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza
Editore: Scienza e Conoscenza - Editore
Data pubblicazione: Luglio 2015
Formato: Rivista - Pag 80 - 19,5 x 26,5 cm

Scienza e Conoscenza - n. 59 - Rivista Cartacea >> https://goo.gl/QbKsWF
Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza

venerdì 6 dicembre 2019

Quantum Jazz



Quantum Jazz: quando la musica incontra la meccanica quantistica

Scienza e Fisica Quantistica
 

La fisica e la meccanica quantistica sono ancora incomprensibili ai più: Ignazio Licata con il suo concerto Quantum Jazz apre lo spazio all'immaginazione quantistica

Redazione Scienza e Conoscenza - 05/12/2019

Si sa che la fisica quantistica ha rivoluzionato il panorama classico introducendo i quanti, che sono entrati in scena come ipercinetiche figurine di Paul Klee con la musica di Stravinskij. Ma oggi in cui tutto è ormai quantistico – dai campi/particelle fino alla cosmologia – permane la fama di teoria “incomprensibile” ai più.

Tutto questo è dovuto sicuramente al fatto che la meccanica quantistica chiede uno sforzo cognitivo totalmente nuovo, che non è meno arduo per lo specialista come per il profano.

Niels Bohr sosteneva che è impossibile dare una rappresentazione di ciò che è lontano dall’esperienza quotidiana, dove si sono formati il nostro linguaggio e l’intuizione.

Dopo un secolo è ancora vero? Oggi che è possibile manipolare qubit in laboratorio, possiamo farci un’idea dei fenomeni non locali e dei sistemi quantistici?

Il “concerto” Quantum Jazz di Ignazio Licata costituisce un esperimento di comunicazione sui concetti della meccanica quantistica, ma soprattutto una guida all’immaginazione quantistica.


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Un viaggio scientifico attraverso gli universi paralleli, le distorsioni del tempo e la decima dimensione.
Michio Kaku

martedì 3 dicembre 2019

Che cos'e' la sofferenza?



Che cos'e' la sofferenza?

Ce ne parla il professor Guido Giarelli

Medicina Non Convenzionale


Viviamo in un tempo di grande sofferenza, un malessere sociale diffuso talora esplicito e mediatizzato, talora impalpabile, silenzioso e occultato dai mass media: come inquadrare questa situazione di disagio?

Carmen Di Muro - 03/12/2019

Forse come non mai, in questo periodo storico, la salute, la malattia e la medicina costituiscono i punti salienti per una visione privilegiata della società e delle sue trasformazioni, ma soprattutto della condizione umana. Da questa prospettiva di osservazione si colloca il contributo di Guido Giarelli, sociologo e professore di “Sociologia generale e della salute” presso l’Università ‘Magna Græcia’ di Catanzaro, Vice-President of ISA RC15 Sociology of Health, al quale va il merito, oltre di aver operato il superamento della storica frattura tra scienze biomediche e scienze sociali attraverso un nuovo paradigma connessionista – che per la prima volta in Italia ha visto l’inserimento organico delle discipline sociologiche in una Facoltà di Medicina – di donarci spunti dilatati per poter ricomprendere la complessità dell’essere umano e la multidimensionalità del reale, partendo da uno dei temi ontologici fondamentali, quale quello della sofferenza. Viviamo, infatti, in un tempo di grande sofferenza, un malessere sociale diffuso talora esplicito e mediatizzato, talora impalpabile, silenzioso e occultato dai mass media. Da qui prende le mosse il suo discorso scientifico sulla sofferenza che si snoda tra le righe del suo nuovo libro Sofferenza e condizione umana. Per una sociologia del negativo nella società globalizzata edito da Rubbettino, in cui Giarelli offre un’analisi ad ampio raggio della dimensione esistenziale, come radicale significazione conoscitiva del rapporto inscindibile tra sé e mondo attuale, premessa indispensabile per l’iniziazione ad un’azione non moralistica, ma responsabilmente efficace.

Professor Giarelli lei ha scritto numerosi saggi. In rapporto al suo ultimo volume, lei parla di sofferenza come componente intrinseca della condizione umana. Cosa ha motivato il suo viaggio epistemologico?

Sino ad oggi non è esistita una riflessione sociologica, in generale scientifica, sulla sofferenza. Il concetto di sofferenza è stato bandito dalle scienze sociali e questo è abbastanza strano se pensiamo che, in fondo, le scienze sociali sono nate proprio per spiegare quei fenomeni come la povertà e l’alienazione, che in qualche modo implicano sicuramente sofferenza. Uno dei motivi di questa mancata considerazione del concetto di sofferenza nelle scienze sociali parte da una distinzione banale tra il dolore da un lato, visto come fatto puramente sensoriale e relegato all’ambito delle scienze neurologiche e mediche, e la sofferenza dall’altro, interpretata come una categoria più puramente psichica, appannaggio della psicologia e delle scienze sociali. Per superare questa distinzione triviale occorre tener presente, come già Illich ci ha insegnato, che “in ogni dolore c’è un’interpretazione che noi chiamiamo sofferenza”. Questo è il contributo precipuamente umano alla percezione del dolore, per cui quando noi percepiamo il dolore lo traduciamo mentalmente e culturalmente in sofferenza, secondo le categorie della nostra cultura. Viceversa siamo in grado, anche senza provare dolore, di soffrire nel momento in cui riteniamo che una determinata esperienza di vita ci produca sofferenza. La distinzione tra dolore e sofferenza va superata dal momento che tra le due c’è una stretta interconnessione, così come esiste una stretta relazione tra corpo e mente.

Lei è stato uno dei primi nel panorama nazionale a parlare di Medicina Narrativa. Qual è il potere della narrazione in medicina nel trasformare le storie di malattia e di sofferenza in storie di cura?

Preferisco parlare di “narrazione in medicina” piuttosto che di Medicina Narrativa perché, per chi non è addentro a questo ambito, il rischio è quello di intenderla come un approccio terapeutico, e infatti c’è chi utilizza le narrazioni in chiave terapeutica, ma questo non è il vero senso della narrazione in medicina. Si tratta, invece, di utilizzare la narrazione come uno strumento fondamentalmente metodologico che ci consente di tener conto in maniera più completa di quello che è l’incontro terapeutico, al di là della visione riduzionistica di questo incontro, che poi è quella che ha dominato fino ad oggi il panorama biomedico. Il potere della narrazione è il potere del simbolico, ovvero della nostra capacità di pensare alla realtà e di definirla secondo delle categorie culturalmente acquisite attraverso il processo di socializzazione. Da questo punto di vista, se consideriamo la malattia come un evento sociale che si realizza tra soggetto soffrente ed équipe terapeutica, la narrazione ci dona la possibilità di uscire dall’esclusivismo del punto di vista biomedico portandone alla luce molti altri. Non esiste un unico punto di vista sulla malattia, così come non esiste un unico modo di affrontarla, e la prima utilità della narrazione è quella di comprendere questa pluralità. La seconda utilità, che poi è quella fondamentale, è quella di andare a ridefinire la trama dell’incontro terapeutico, ovvero le relazioni che connettono tra di loro questi diversi punti di vista e le azioni conseguenti, in modo tale da mettere “la realtà al congiuntivo”, cioè al possibile, al fine di operare una modificazione dell’esistente tale da mettere in atto la cura e, possibilmente, la guarigione. Questo può avvenire se, una volta utilizzate le narrazioni per capire i diversi punti di vista, si cerca di ridefinire insieme un percorso, una diagnosi, una terapia e una riabilitazione, al fine di risolvere il problema che si sta affrontando.

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Scienza e Conoscenza n. 65 - Luglio-Settembre 2018 >> https://goo.gl/oH72LH
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

lunedì 2 dicembre 2019

Riprogrammare le cellule attraverso il suono



Riprogrammare le cellule attraverso il suono

Nuova Biologia


Ogni cellula produce vibrazioni meccaniche, reagendo a suoni, oscillazioni dei campi magnetiti, luce: si tratta di energia fisica che può essere potenzialmente utilizzata per riprogrammare cellule malate verso l’autoriparazione

Carmen Di Muro - 29/11/2019

È possibile riparare cellule danneggiate con suoni, campi magnetici e luce? Secondo Carlo Ventura laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna, Specialista in Cardiologia e di Ricerca in Biochimica questo sarò uno scenario sicuramente possibile nel prossimo futuro. Presso il laboratorio di Biologia Molecolare del CNR di Bologna, Ventura sta conducendo interessanti e avanguardistici studi sull’effetto delle vibrazioni sonore su cellule staminali umane adulte. Attraverso uno speciale microscopio a forza atomica Ventura ha scoperto come la cellula comunichi attraverso vibrazioni sonore a livello delle sue strutture subcellulari.

«Utilizzando campi magnetici opportunamente convogliati – dichiara Carlo Ventura in un’intervista apparsa su Scienza e Conoscenza 57 ci siamo resi conto che era possibile far acquisire a cellule staminali umane adulte (ottenute per esempio da tessuto adiposo) caratteristiche simil-embrionali, cosa che le ha rese in grado di orientarsi verso destini complessi, quali quello cardiaco, neuronale, muscolare, scheletrico».

Le ricerche di Ventura stanno contribuendo a cambiare il paradigma della medicina, le cui basi, si è rivelato, non sono soltanto chimiche, ma anche e soprattutto fisiche. Ogni cellula infatti produce vibrazioni meccaniche, reagendo a suoni, oscillazioni dei campi magnetiti, luce: si tratta di energia fisica che può essere potenzialmente utilizzata per riprogrammare cellule malate verso l’autoriparazione. L’autoguarigione – la vix medicatrix naturae come la chiamavano gli antichi romani riprendendo un motto di Ippocrate – è insita negli esseri viventi che continuamente riparano e rinnovano le proprie cellule, per fare solo un esempio pensiamo che ogni tre mesi rinnoviamo il 70% delle nostre cellule.

«Noi crediamo – conclude Ventura – che in base al potere diffusivo delle energie fisiche che utilizziamo per riprogrammare le cellule staminali (finora in vitro) sia possibile raggiungere le staminali dove queste si trovano, di fatto in ogni tessuto del corpo umano, senza dover necessariamente ricorrere a un trapianto di cellule esogene, ma piuttosto riattivando la capacità delle cellule staminali tessuto-residenti di innescare un percorso di autoguarigione».

Carlo Ventura ha fondato nel 2011 ha fondato il VID art/science, un movimento internazionale che mira a promuovere un approccio interdisciplinare tra scienziati e artisti, nella convinzione che ogni manifestazione artistica possa parlare alle dinamiche più profonde della nostra biologia.

Approfondisci il tema del suono su Scienza e Conoscenza 66

Scienza e Conoscenza n. 66 >> http://bit.ly/2PLGBoi
Rivista - Settembre 2018
Nuove scienze, Medicina Integrata, Coscienza

approfondimenti:

giovedì 28 novembre 2019

La biochimica delle emozioni - 2



La biochimica delle emozioni - 2

seconda parte

Nuova Biologia


Quando avremo dimostrato la misura in cui le emozioni (espresse tramite molecole e neuropeptidi) influenzano il corpo, diventerà chiaro come esse possono essere una chiave per capire la malattia

Candace Pert - 27/11/2019

A questo punto voglio introdurre nel quadro il sistema immunitario. Ho già spiegato che il sistema degli ormoni, che storicamente è stato considerato separato dal cervello, è concettualmente la stessa cosa del sistema nervoso. Grandi quantità di succhi sono rilasciati e si diffondono molto lontano, agendo tramite la specificità dei recettori in punti assai distanti da quelli che in cui vengono immagazzinati. Quindi, l’endocrinologia e la neuroscienza sono due aspetti dello stesso processo. Ora sosterrò che anche l’immunologia fa parte di questo sistema concettuale e quindi non andrebbe considerata una disciplina separata.

Una proprietà fondamentale del sistema immunitario è che le cellule si muovono. Altrimenti sarebbero identiche alle cellule fisse del cervello, con i loro nuclei, membrane cellulari e tutti i recettori. I monociti, per esempio, che ingeriscono gli organismi estranei, cominciano la vita nel midollo osseo, quindi si spargono viaggiando nelle vene e nelle arterie, decidendo dove andare in base a indizi chimici. Un monocite viaggia nel sangue e a un certo punto arriva sufficientemente vicino a un neuropeptide, e poiché il monocite ha nella sua superficie recettori per il neuropeptide, comincia letteralmente a “strisciare” per chemiotassi verso la sostanza chimica. Di questo esistono molte prove e ci sono ottimi modi per studiare il fenomeno in laboratorio.

Ebbene, i monociti sono responsabili non solo del riconoscimento e dell’eliminazione dei corpi estranei, ma anche della guarigione delle ferite e della riparazione dei tessuti. Quindi, ciò di cui stiamo parlando sono cellule fondamentali, alla base della vita.
La nuova scoperta che qui voglio sottolineare è che ogni recettore di neuropeptide che abbiamo cercato (usando un sistema elegante e preciso sviluppato dal mio collega Michael Ruff) esiste anche nei monociti umani. Questi ultimi hanno recettori per gli oppiacei, per il PCP, per un altro peptide chiamato bombasina, etc. Sembra che queste sostanze biochimiche che influenzano le emozioni controllino il percorso e lo spostamento dei monociti, i quali sono fondamentali per il sistema immunitario. Essi comunicano con le cellule B e T, interagiscono con tutto il sistema per contrastare la malattia, distinguere l’io dal non-io, decidere quale parte del corpo è una cellula tumorale da uccidere mediante cellule killer naturali e quali parti hanno bisogno di essere riparate. Spero che questo quadro vi si sia chiaro.

Un monocite è in circolazione dentro al sangue, quando la presenza di un oppiaceo lo attira, e può connettersi al neuropeptide perché ha il recettore per farlo. Di fatto, esso ha molti recettori per molti neuropeptidi.
Pare, inoltre, che le cellule del sistema immunitario non solo hanno recettori per questi diversi neuropeptidi, ma che producono da sole i neuropeptidi, come sta diventando sempre più chiaro. Esistono sottoinsiemi di cellule immunitarie che creano le beta endorfine, per esempio, e gli altri peptidi oppiacei. In altre parole, queste cellule immunitarie stanno producendo le stesse sostanze che secondo noi controllano l’umore nel cervello. Esse controllano l’integrità dei tessuti nel corpo e producono anche le sostanze chimiche che controllano l’umore. Ancora una volta, corpo e mente.

La mente come insieme di informazioni

Cosa significa questo tipo di connessioni tra corpo e cervello? Di solito a esse ci si riferisce come al potere della mente sul corpo. Per quanto mi riguarda, questa frase non descrive ciò che stiamo facendo. Io mi spingerei più in là. Tutti conosciamo il pregiudizio occidentale secondo cui la consapevolezza è unicamente nella testa. Io credo che le scoperte da me esposte dimostrano la necessità di cominciare a chiederci in che modo la consapevolezza può essere proiettata in varie parti del corpo. Quando avremo dimostrato la misura in cui le emozioni (espresse tramite molecole neuropeptidi) influenzano il corpo, diventerà chiaro come esse possono essere una chiave per capire la malattia. Sfortunatamente, la gente che pensa queste cose di solito non lavora in un laboratorio governativo.
La mia tesi è che le tre classiche aree della neuroscienza, dell’endocrinologia e dell’immunologia, con i loro diversi organi – il cervello (che è l’organo fondamentale studiato dai neuroscienziati), le ghiandole e il sistema immunitario (costituito dalla milza, il midollo spintale, i linfonodi e naturalmente dalle cellule in circolazione nel corpo) – sono in realtà unite da una rete di comunicazioni bi-direzionali e che i “portatori” di informazioni sono i neuropeptidi. Esistono substrati fisiologici ben studiati che dimostrano come la comunicazione avvenga in entrambe le direzioni per ognuna di queste aree e dei loro organi. Alcune ricerche risalgono a molti anni fa, altre sono recenti.

La parola che mi preme sottolineare, in questo sistema integrato, è rete, che viene dalla teoria delle informazioni. Infatti, tutto ciò di cui abbiamo parlato finora sono informazioni. In tale contesto, quindi, potrebbe essere più appropriato enfatizzare la prospettiva psicologica – letteralmente, lo studio della mente – piuttosto che quella della neuroscienza. Una mente è composta di informazioni e ha un substrato fisico, cioè il corpo e il cervello; inoltre, possiede un altro substrato immateriale che ha a che fare con il flusso di informazioni. Quindi, forse la mente è costituita dalle informazioni che scorrono tra tutte queste parti del corpo. Forse la mente è ciò che tiene insieme la rete.

L’Unità della Varietà

L’ultima cosa che voglio dire dei neuropeptidi è davvero sorprendente. Come abbiamo visto, i neuropeptidi sono molecole che mandano segnali. Essi inviano messaggi in tutto il corpo (incluso il cervello). Naturalmente, per avere un tale sistema di comunicazioni, occorrono componenti in grado di parlarsi e ascoltarsi. Nel nostro contesto, i componenti che “parlano” sono i neuropeptidi, mentre quelli che ascoltano sono i loro recettori. Come può essere questo? In che modo cinquanta, sessanta neuropeptidi nascono, viaggiano e parlano a cinquanta, sessanta varietà di recettori in ascolto, situati su vari tipi di cellule? Come mai regna l’ordine anziché il caos?

La scoperta di cui voglio parlare non è totalmente accettata, ma i nostri esperimenti dimostrano la sua validità. Non l’ho ancora pubblicata, ma penso che la sua conferma da parte di tutti sia solo una questione di tempo.
Esistono migliaia di scienziati che studiano i recettori degli oppiacei e i peptidi oppiacei. Essi osservano una grande eterogeneità nei recettori, che hanno chiamato con nomi greci. Ma tutti i dati dei nostri esperimenti lasciano pensare che in realtà esiste un solo tipo di molecola nei recettori oppiacei: una lunga catena di polipeptidi di cui si può scrivere la formula. Questa molecola è capace di cambiare conformazione all’interno della sua membrana, in modo da assumere varie forme.
Di passaggio, noto che tale interconversione può avvenire a velocità così elevata che è difficile dire se in un dato momento la molecola si trovi in uno stato o nell’altro. In altre parole, i recettori hanno allo stesso tempo la natura di onda e di particella, ed è importante osservare che le informazioni vengono memorizzate in base alla forma avuta in quel momento.

Come ho detto, l’armonia molecolare dei recettori è straordinaria. Considerate il tetrahymena, un protozoo che è uno degli organismi più semplici. Nonostante la sua semplicità, il tetrahymena può fare praticamente tutto ciò che noi sappiamo fare: mangiare, avere attività sessuali e naturalmente produrre gli stessi neuropeptidi di cui sto parlando. Il tetrahymena sintetizza l’insulina e le beta endorfine. Abbiamo preso le membrane del tetrahymena e studiato in particolare i recettori degli oppiacei presenti in esse; abbiamo studiato il recettore degli oppiacei anche nel cervello dei topi e nei monociti umani.

Crediamo di aver dimostrato che la sostanza molecolare di tutti i recettori oppiacei è la stessa. La molecola del recettore degli oppiacei nel cervello umano è identica a quella di quel semplicissimo animale, il tetrahymena. Spero che le implicazioni di ciò siano chiare. Il recettore degli oppiacei nel mio e nel vostro cervello è, alla radice, fatto della stessa sostanza molecolare del tetrahymena.
Questa scoperta ci fa riflettere sulla semplicità e l’armoniosità della vita. È paragonabile alle quattro coppie di base del DNA che codificano la sintesi di tutte le proteine, che sono il substrato fisico della vita. Ora sappiamo che in questo substrato fisico esistono solo circa sessanta molecole segnalatrici, i neuropeptidi, che regolano la manifestazione fisiologica delle emozioni o, se preferite, il modo in cui esse vengono espresse o, ancora meglio, il flusso di energia. Il protozoo tetrahymena dimostra che i recettori non diventano più complessi man mano che un organismo è più evoluto. Le stesse componenti molecolari alla base del flusso delle informazioni si conservano per tutta l’evoluzione. L’intero sistema è semplice, elegante e può benissimo essere completo.

La mente è nel cervello?

Abbiamo parlato della mente, e sorge la domanda: dove si trova? Nel nostro lavoro, la consapevolezza è emersa studiando il dolore e la sua modulazione operata dai recettori degli oppiacei e dalle endorfine. Molti laboratori stanno misurando il dolore e siamo tutti d’accordo nel dire che l’area chiamata grigio periacqueduttale, situata intorno al terzo ventricolo del cervello, è piena di recettori oppiacei che ne fanno una sorta di area di controllo del dolore. Abbiamo anche scoperto che il grigio periacqueduttale è pieno di recettori per praticamente tutti i neuropeptidi studiati.
Ebbene, tutti sanno che esistono yogi capaci di avvertire o meno il dolore, grazie al modo in cui strutturano la loro esperienza. Le partorienti fanno la stessa cosa. Apparentemente, queste persone sembrano capaci di attingere al loro grigio periacqueduttale. In qualche modo ne hanno accesso – tramite la loro consapevolezza, credo – e cancellano il dolore. Osservate quanto sta avvenendo. In queste situazioni, una persona ha un’esperienza che porta con sé dolore, ma una parte di quella persona fa consapevolmente qualcosa per cui non avverte il dolore. Da dove viene questa consapevolezza – questo io conscio – che in qualche modo ha accesso al grigio periacqueduttale, rendendo lui/lei capace di non avvertire una cosa?
Vorrei tornare all’idea di rete. Una rete è diversa da una struttura gerarchica in cui esiste un vertice. Teoricamente puoi entrare in una rete in un punto qualsiasi e dirigerti dove preferisci. Secondo me, questa idea è utile per spiegare il processo tramite il quale una consapevolezza riesce a raggiungere il grigio periacqueduttale, usandolo per controllare il dolore.

Gli yogi e le partorienti usano entrambi una tecnica simile per controllare il dolore: il respiro. Anche gli atleti vi fanno ricorso. Il respiro è estremamente potente. Io ipotizzo che dietro questi fenomeni ci sia un substrato fisico, i nuclei del tronco encefalico. Direi che ora dovremmo includere questi ultimi nel sistema limbico, perché sono punti nodali fittamente ricoperti di neuropeptidi e dei loro recettori.
L’idea, quindi, è questa: il respiro ha un substrato fisico che è anche un punto nodale; questo punto nodale fa parte di una rete di informazioni in cui ogni parte conduce a tutte le altre parti e così, dal punto nodale dei nuclei del tronco encefalico, la consapevolezza può, tra le altre cose, avere accesso al grigio periacqueduttale.

Penso che ora sia possibile concepire la mente e la consapevolezza come un prodotto del processo di elaborazione delle emozioni; in quanto tali, mente e consapevolezza sembrano indipendenti dal cervello e dal corpo.

eBook - La Mente e la Medicina Quantistica >> http://bit.ly/35oSg0G
L’incontro tra le Teorie Quantistiche, la Mente e la Spiritualità
Gioacchino Pagliaro

martedì 26 novembre 2019

La biochimica delle emozioni - 1



La biochimica delle emozioni - 1

prima parte

Nuova Biologia


Il pionieristico studio dei neuropeptidi e dei loro recettori, compiuto dalla dottoressa Pert, mostra come le emozioni si sviluppano nel corpo e come sia impossibile una netta distinzione tra cervello e corpo

di Candace Pert - 25/11/2019

Nel mio intervento esporrò una serie di nuove e affascinanti scoperte sulle sostanze chimiche del corpo chiamate neuropeptidi. Basandomi su queste scoperte, avanzerò l’idea che i neuropeptidi e i loro recettori formino una rete d’informazioni all’interno del corpo. Forse sembra un’ipotesi senza importanza, ma in realtà è gravida di conseguenze. Io credo che i neuropeptidi e i loro recettori rappresentino una chiave per comprendere in che modo la mente e il corpo siano interconnessi e come le emozioni si possano manifestare in tutto il corpo. In realtà, più si approfondiscono le nostre conoscenze sui neuropeptidi, più diventa difficile pensare al corpo e alla mente in termini tradizionali. È sempre più appropriato parlare di una sola entità integrata, un corpo-mente.
Parlerò soprattutto di scoperte di laboratorio, di dati rigorosamente scientifici. Ma è importante ricordare che lo studio scientifico della psicologia si basa tradizionalmente sull’apprendimento e la cognizione animali. Ciò vuol dire che se date un’occhiata all’indice dei testi classici di psicologia, non troverete molto spesso termini come consapevolezza, mente o emozioni. Questi argomenti non fanno parte della tradizionale psicologia sperimentale, la quale studia soprattutto il comportamento, perché esso può essere visto e misurato.

La specificità dei siti recettori

C’è un settore della psicologia in cui la mente – almeno la consapevolezza – viene studiata oggettivamente da almeno venti anni. È la psicofarmacologia, nell’ambito della quale i ricercatori hanno sviluppato metodi molto rigorosi per misurare gli effetti dei farmaci e degli stati alterati di consapevolezza.
Le ricerche in questo campo sono partite dall’assunto che nessun farmaco può avere effetto se non è fissato, cioè se in qualche modo non si attacca al cervello. Quindi, all’inizio i ricercatori hanno immaginato ipotetici tessuti costituenti ai quali un farmaco potrebbe legarsi – più o meno come una chiave entra in una serratura – e li hanno chiamati recettori. Così, l’idea di specifici recettori cerebrali per i farmaci divenne una teoria centrale della farmacologia. Si tratta di un’idea vecchissima.
In anni recenti un passo avanti fondamentale è stato la scoperta di tecniche per legare i farmaci a questi recettori e per studiare sia la loro distribuzione nel cervello sia la loro concreta struttura molecolare.

Cominciai a lavorare in questo campo nel laboratorio di Solomon Snyder alla Johns Hopkins Univesity, dove concentrammo l’attenzione sull’oppio, una droga che come è noto altera la consapevolezza ed è usata in Medicina per alleviare il dolore. Ho lavorato duramente, con molti insuccessi iniziali, al fine di creare un metodo per misurare la materia cerebrale con cui l’oppio interagisce producendo i suoi effetti. Per semplificare un discorso lungo e complicato, dirò che abbiamo usato delle sostanze radioattive grazie alle quali siamo riusciti a identificare l’elemento recettore dell’oppio nel cervello. Potete immaginare, quindi, una molecola di oppio che si attacca a un recettore, e da questo piccolo legame vedete svilupparsi dei grandi cambiamenti. In seguito si scoprì che l’intera classe di farmaci cui appartiene l’oppio – che sono chiamati oppiacei e che includono, oltre all’oppio, morfina, codeina ed eroina – si fissa allo stesso recettore. Poi scoprimmo che i recettori erano diffusi ovunque, non solo in tutto il cervello.
Dopo aver scoperto il recettore per gli oppiacei esterni, il nostro pensiero si spinse un passo oltre. Se il cervello e le altre parti del corpo hanno un recettore per qualcosa che viene assunto dall’esterno, sembra lecito supporre che anche all’interno del corpo esista qualcosa che si fissi al recettore. Altrimenti, perché esisterebbe il recettore?
Questa intuizione portò all’identificazione di una delle forme di oppiaceo presente all’interno del cervello, una sostanza chimica chiamata beta endorfina. La beta endorfina è sintetizzata nelle cellule nervose del cervello e consiste di peptidi, quindi è un neuropeptide. Inoltre, i peptidi si sviluppano direttamente dal DNA, che immagazzina le informazioni per creare il nostro cervello e il corpo.

Se immaginate una comune cellula nervosa, potete visualizzare il meccanismo generale. Al centro (come in ogni cellula) c’è il DNA, e una “stampa” diretta del DNA porta alla produzione di un neuropeptide, che a quel punto attraversa gli assoni della cellula nervosa per venire immagazzinato nelle piccole sfere poste all’estremità, in attesa di particolari eventi elettro-fisici che lo libereranno. Il DNA produce anche i recettori, che sono composti della stessa sostanza dei peptidi, ma sono molto più grandi. Ciò che va aggiunto a questo quadro è il fatto che sono stati identificati da cinquanta a sessanta neuropeptidi, ognuno dei quali specifico come il neuropeptide beta endorfina. Siamo di fronte dunque a un sistema enormemente complesso.
Fino a tempi recenti si pensava che le informazioni del sistema nervoso fossero distribuite nello spazio tra due cellule nervose, chiamato sinapsi. Ciò significava che la vicinanza delle cellule nervose determinava ciò che poteva essere comunicato.
Ma ora sappiamo che la maggior parte delle informazioni provenienti dal cervello non dipende direttamente dalla sovrapposizione fisica delle cellule nervose, ma dalla specificità dei recettori. Quello che veniva ritenuto un sistema lineare altamente rigido sembra invece dotato di schemi di distribuzione molto più complessi.

Dunque, quando una cellula secerne i peptidi oppiacei, questi possono agire a “chilometri” di distanza sulle altre cellule nervose. Lo stesso vale per tutti i neuropeptidi. In qualsiasi momento, molti neuropeptidi possono scorrere all’interno del corpo, e ciò che li rende capaci di fissarsi al giusto recettore è, lo ripetiamo, la specificità di quest’ultimo. Quindi, i recettori sono il meccanismo che regola lo scambio di informazioni nel corpo.

La biochimica delle emozioni

Dove ci porta tutto ciò? A un concetto affascinante: i recettori dei neuropeptidi sono in realtà la chiave per capire la biochimica delle emozioni. Negli ultimi anni i ricercatori del mio laboratorio hanno formalizzato questa idea in molti documenti teorici, e ora farò una sintesi delle prove a sostegno di questa tesi.

Devo dire che alcuni scienziati potrebbero essere inorriditi da questa idea. In altre parole, essa non fa parte delle conoscenze acquisite. Di fatto, venendo da una tradizione in cui i libri di testo non contengono nemmeno la parola emozioni nell’indice, non è senza trepidazione che abbiamo osato cominciare a parlare del substrato biochimico delle emozioni.
Comincerò facendo notare un fatto su cui i neuroscienziati si sono dichiarati d’accordo per molti anni: le emozioni sono mediate dal sistema limbico del cervello. Il sistema limbico include l’ipotalamo (il quale controlla i meccanismi omeostatici del corpo e talvolta viene chiamato il “cervello” del cervello), la ghiandola pituitaria (che regola gli ormoni del corpo) e l’amigdala. Noi parleremo soprattutto dell’ipotalamo e dell’amigdala.

Gli esperimenti che dimostrano il legame tra le emozioni e il sistema limbico vennero fatti per la prima volta da Wilder Penfield e altri neurologi che lavoravano su individui consci e svegli. I neurologi scoprirono che usando elettrodi per stimolare la corteccia sopra l’amigdala si poteva suscitare un’ampia gamma di emozioni: rabbia, dolore, piacere associati ad antichi ricordi, con tutte le corrispondenti manifestazioni somatiche. Il sistema limbico venne identificato per la prima volta, quindi, grazie a esperimenti psicologici.

Ebbene, quando abbiamo cominciato a individuare l’ubicazione dei recettori dell’oppio nel cervello abbiamo scoperto che il sistema limbico ne era ricco (in seguito avremmo scoperto che ciò valeva anche per altri recettori). L’amigdala e l’ipotalamo, entrambi tradizionalmente considerati i componenti principali del sistema limbico, sono in realtà pieni di recettori oppiacei: essi ne contengono quaranta volte di più delle altre aree del cervello.

Questi “punti caldi” corrispondono a nuclei o gruppi cellulari molto specifici che psicologi e fisiologi hanno identificato come mediatori di processi quali il comportamento sessuale, l’appetito e l’equilibrio dell’acqua nel corpo. Il punto importante è che la nostra mappa dei recettori ha confermato ed espanso in modo significativo gli esperimenti psicologici che definivano il sistema limbico.
Ora vorrei parlare di altri neuropeptidi. Ho già detto che oggi vengono considerate neuropeptidi da cinquanta a sessanta sostanze. Da dove vengono? Molte di loro sono analoghi naturali delle droghe psicoattive. Ma un’altra fonte importante – davvero inaspettata – sono gli ormoni. Storicamente, si è sempre pensato che gli ormoni fossero sintetizzati dalle ghiandole, non dalle cellule nervose. Un ormone, presumibilmente, era immagazzinato in un punto del corpo, poi viaggiava verso i suoi recettori in altre parti del corpo. L’ormone fondamentale è l’insulina, che è secreta dal pancreas. Ma ora si è scoperto che l’insulina non è soltanto un ormone. Di fatto, l’insulina è un neuropeptide, sintetizzato e immagazzinato nel cervello, e nel cervello vi sono recettori dell’insulina. Facendo la “mappa” delle posizioni dell’insulina, troviamo di nuovo punti caldi nell’amigdala e nell’ipotalamo. In breve, è diventato sempre più chiaro che il sistema limbico, sede delle emozioni nel cervello, è anche il punto focale dei recettori per i neuropeptidi.
Un altro punto critico. Studiando la distribuzione di questi recettori, abbiamo scoperto che il sistema limbico non è solo nel proencefalo, la classica ubicazione dell’amigdala e dell’ipotalamo. Sembra che nel corpo ci siano altri punti che contengono recettori per molti diversi neuropeptidi, punti nei quali avviene un’intensa attività chimica e che abbiamo chiamato punti nodali. Dal punto di vista anatomico, essi sono localizzati in luoghi in cui avviene una grande modulazione delle emozioni.

Un punto nodale è il corno dorsale della spina dorsale, che è il punto da cui entrano le informazioni sensoriali. Questa è la prima sinapsi nel cervello dove vengono elaborate le informazioni sensoriali. Abbiamo scoperto che, praticamente, per tutti i sensi di cui conosciamo l’area di ingresso, quest’ultima è sempre un punto nodale di recettori di neuropeptidi. Credo che queste scoperte siano importantissime per capire e apprezzare ciò che le emozioni sono e possono fare. Considerate la sostanza chimica angiotensina, un altro classico ormone che è anche un peptide e che ora è considerato un neuropeptide. Quando facciamo la mappa dei recettori dell’angiotensina nel cervello, ci imbattiamo nuovamente in punti caldi nell’amigdala. Da molto tempo si sa che l’angiotensina controlla la sete: infatti, impiantando un tubicino nell’area del cervello di un topo ricca di recettori di angiotensina e versandovi un po’ di quest’ultima, entro dieci secondi il topo comincerà a bere, anche se è totalmente sazio di acqua. Quindi, dal punto di vista chimico, l’angiotensina crea uno stato alterato di consapevolezza, uno stato che fa dire agli animali (e agli uomini): “Voglio acqua”. In altre parole, i neuropeptidi ci portano in uno stato di consapevolezza e in stati alterati di quest’ultimo.

Ugualmente importante è il fatto che i recettori dei neuropeptidi non sono soltanto nel cervello, ma anche nel corpo. Abbiamo dimostrato dal punto di vista biochimico che nei reni vi sono recettori dell’angiotensina uguali a quelli del cervello, e che i recettori situati nei reni conservano l’acqua in modi non ancora ben compresi. Il punto è che il rilascio del neuropeptide angiotensina porta sia a bere sia a conservare acqua nel corpo. Questo è un esempio di come un neuropeptide – che forse corrisponde a uno stato d’animo – può integrare ciò che avviene nel corpo con ciò che avviene nel cervello (un ulteriore, importante punto che qui mi limito ad accennare è che l’integrazione generale del comportamento sembra concepita per facilitare la sopravvivenza).

Il mio ragionamento fondamentale è che i neuropeptidi forniscono la base fisiologica delle emozioni. Come io e i miei colleghi abbiamo scritto in un articolo sul Journal of Immunology: “La singolare distribuzione dei recettori dei neuropeptidi nelle aree del cervello che regolano l’umore, così come il loro ruolo nel mediare la comunicazione in tutto l’organismo, fa dei neuropeptidi i primi candidati alla mediazione biochimica delle emozioni. Potrebbe anche essere che i neuropeptidi influenzano il processo delle informazioni solo quando occupano i recettori nei punti nodali del cervello e del corpo. Se è così, ogni neuropeptide può evocare un solo «tono», equivalente a uno stato di animo”.

All’inizio del mio lavoro, pensavo realisticamente che le emozioni erano nella testa o nel cervello. Ora direi che esse sono anche nel corpo. Si esprimono nel corpo e fanno parte del corpo. Non riesco più a fare una netta distinzione tra il cervello e il corpo.

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L’incontro tra le Teorie Quantistiche, la Mente e la Spiritualità
Gioacchino Pagliaro


lunedì 25 novembre 2019

Paura di innamorarsi?



Paura di innamorarsi?

Psicologia Quantistica


Consapevole del potenziale in esso racchiuso, la cultura ha sempre tentato di imbrigliare l’amore, fino addirittura a soffocarlo. Oggi siamo liberi di vivere l'amore come vogliamo, ma molti hanno ancora paura del sentimento più potente che muove l'uomo: perché?

Carmen Di Muro - 23/11/2019

Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 70

Che l’amore sia una forza potentissima lo sappiamo tutti: ci catapulta fuori dal nido sicuro della famiglia, trasforma una persona ignota nell’essere più adorabile che esista, ci fa condividere emozioni, per non dire che in nome dell’amore molti mentono, tradiscono e qualcuno arriva addirittura a uccidere. E forse è proprio in virtù di questa forza che l’amore ha impiegato secoli per affermarsi come elemento fondamentale del rapporto tra persone.

Oggi tutti sono finalmente liberi di amare chi e come vogliono, ma non tutti riescono ad affrontare adeguatamente questo sentimento, nel senso di gioire fino in fondo o di arginare il dolore che può provocare. Perché questa stonatura? Consapevole del potenziale in esso racchiuso, la cultura ha sempre tentato di imbrigliare l’amore, fino addirittura a soffocarlo. Troppo a lungo siamo stati abituati a non esprimere i nostri sentimenti e a reprimere le nostre naturali esigenze affettive, e ora siamo disorientati, incapaci di padroneggiarle. Una sorta di “vertigine di libertà” che ci spiazza di fronte ai sentimenti, e che per molti si traduce in un passivo abbandono all’eccesso, per altri in un bisogno disperato di punti di sostegno, e per altri ancora, in una profonda paura di perdersi nelle braccia dell’altro.

Tante paure una sola radice

Sono di varia natura i timori che impediscono di innamorarsi (Tallis, 2005). Alcuni sono consapevoli, altri celati. Diversa è anche la loro entità: in alcuni casi sono solo timori lievi, in altri vere e proprie fobie, cioè forme patologiche di paura. Alcune persone temono, dichiaratamente, di perdere la propria libertà e diventare dipendenti, perché concepiscono le relazioni amorose non come esperienze in grado di arricchire la loro vita, ma come un vincolo, una catena che blocca i desideri personali.

Talvolta si arriva a questa conclusione in seguito a un’esperienza familiare negativa, dominata da un genitore che si è comportato da despota e ha controllato eccessivamente la vita del figlio. Oppure, in seguito a precedenti relazioni con partner aggressivi o gelosi, con la tendenza a schiavizzare l’altro con richieste assurde o a limitarne la libertà. Inoltre, la paura di innamorarsi può anche dipendere dal timore di perdere il controllo sulle proprie reazioni emotive e di lasciarsi coinvolgere troppo, smarrendo la propria stabilità. Anche un simile atteggiamento è, spesso, il risultato di esperienze precedenti che sono finite male e in cui è stata tradita la fiducia, o di legami familiari troppo stretti che hanno impedito alla persona di spiccare il volo verso l’autonomia. Hanno paura di innamorarsi, inoltre, anche le persone timide e introverse, ipersensibili al rifiuto, che temono di soffrire se la persona che li attrae non dovesse, per qualunque motivo, ricambiare il loro interesse.

Per quanto ognuno abbia personalità ed esperienze completamente diverse, c’è però un unico filo che le collega tutte: la natura di questa paura. Il fulcro affonda in larga parte in memorie antiche, nell’intensità dell’informazione emotiva legata alle primissime fasi dello sviluppo, nelle tracce indelebili lasciate su di noi dall’atteggiamento delle persone che ci hanno accudito, nonché nelle informazioni di campo generazionali, trasmesse per via genetica, che hanno plasmato profondamente i nostri tessuti cerebrali.

Vittime della neocorteccia

Dal punto di vista biologico, numerose ricerche sono concordi nell’affermare che in questi soggetti è probabile che l’amigdala, primo centro di reazione emozionale, sia costantemente tenuta sotto scacco dalla neocortex, la cosiddetta parte pensante, che la disattiva sistematicamente (Le Brecht & Badre, 2008). È il caso di persone che esercitano il massimo grado di autocontrollo e che sin dalla nascita hanno imparato, inconsciamente, ad autoregolarsi a livello del SN (Sistema Nervoso), bloccando gli stimoli che provengono dall’altro (Schore, 2003). Nel caso in cui, infatti, dovesse scattare un piccolo segnale di innamoramento, per esempio un fastidioso batticuore, o qualche pensiero di troppo riguardo a una certa persona, l’amigdala riconosce quell’informazione come risonante con sentimenti spiacevoli e di sofferenza provati in passato, facendo sì che vengano messi in atto comportamenti di fuga o altre strategie analoghe per evitare il coinvolgimento affettivo.

Come aiutare queste persone? Senza dubbio, un percorso di consapevolezza volto al superamento delle memorie antiche di dolore, attraverso l’accoglienza del pieno sentire che alberga dentro di sé – energia capace di rimodellare il funzionamento dei centri cerebrali e le successive reazioni comportamentali che da questi provengono – potrebbe far ritrovare alla persona la giusta apertura nei confronti della ventata di novità che può entrare nella vita quando ci si abbandona pienamente all’amore. E sebbene il potere di questo sentimento sia ancora un enigma nelle sue infinite coloriture affettive, la comprensione dei meccanismi sottili attraverso i quali si estrinseca non può che aiutarci nella conoscenza di questa forza misteriosa, che tocca gli animi e i nervi, stimola il funzionamento degli ormoni e ottenebra anche le menti più lucide.

Per contatti

BIBLIOGRAFIA
Lebrecht S & Brade D, 2008. Emotional regulation, or: how I learned to stop worrying and love the nucleus accumbens. Neuron; 59(6): 841-3.
Schore A.N. (2003). Affect regulation and the repair of the self (norton series on interpersonal neurobiology). WW Norton & Compan.

Tallis F, 2005. Love Sick. Love is a mental illness. Thunder’s Mounth Press.

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giovedì 21 novembre 2019

Epigenetica e PNEI in medicina



Epigenetica e PNEI in medicina

intervista al professor Giovanni Abbate Daga

Medicina Non Convenzionale


Che cosa sono la PNEI e l'epigenetica e in che modo stanno cambiando la scienza e la medicina? Lo scopriamo in questa intervista al professor Giovanni Abbate Daga - psichiatra e direttore del Master di I livello in PNEI che si tiene presso l’Università di Torino

Carmen Di Muro - 21/11/2019

Epigenetica e PNEI stanno cambiando i paradigmi in medicina e nelle scienze umane: alla luce di queste discipline possiamo rivedere e arricchire percorsi eziologici, diagnostici e terapeutici. Per capire quali prospettive si stanno aprendo, soprattutto nell’indagare quanto la madre, prima, e i genitori, poi, possano “influire” sulla salute fisica ed emotiva del nascituro abbiamo incontrato Giovanni Abbate Data, psichiatra e ricercatore in ambito PNEI.

Ci può spiegare come, a suo avviso, la PNEI sta cambiando la medicina e, più in generale, le scienze umane?

La PNEI, ovvero la Psicoconeuroendocrinoimmunologia, è una concezione diversa di approcciare il paziente e di concepire il "sistema uomo", che viene visto non più con una prevalenza della mente sul corpo o del corpo sulla mente, ma con l'idea che esso sia un'interazione di sistemi diversificati e in continua e complessa connessione tra loro. Questi sistemi si regolano, si parlano, cooperano, qualche volta si contraddicono.

Tutto questo ha un impatto molto forte sull'aspetto medico, perché possiamo pensare che agendo su un sistema si interagisca anche con gli altri.

Facciamo un esempio: da un punto di vista clinico, una dieta non cura solamente gli esami, non fa solo scendere o aumentare di peso, ma può curare la salute mentale. Sarebbe lungo e complesso darne qui la spiegazione scientifica, basti dire che vi sono alcuni studi secondo i quali una dieta mediterranea impostata in un certo modo è in grado, in un determinato lasso di tempo, di dimezzare il rischio depressione.

E l’epigenetica? È anch’essa una rivoluzione?

Più che una rivoluzione, l'epigenetica è un passo in avanti. Da quando, negli anni Cinquanta, è stato scoperto il DNA, la genetica ci affascina molto. Nei primi anni Duemila abbiamo scoperto e codificato il genoma umano: il vero problema è non tanto sapere cosa siano i geni, ma come interagiscono fra di loro, quando si attivano e quando si disattivano. La genetica fornisce una serie di strumenti di base, diversificati fra gli esseri viventi e gli esseri umani, ma poi la vera differenza la fa l'utilizzo di questi strumenti.

In questo contesto l'epigenetica è come l'esperienza della vita, i quando ci aiuta e ci insegna a utilizzare il DNA; questo vale sia per attivazioni e disattivazioni rapide, ma anche – e questo è più importante per la medicina – per il fatto che l'epigenetica può avere dei fattori costanti e che si mantengono nel tempo. Questo avviene per tutti gli eventi che intervengono nella nostra vita, soprattutto in gravidanza, nel periodo prenatale o nei primi anni di vita, dove la regolazione dei sistemi impara i suoi pattern. Cosa significa tutto questo? Oggi sappiamo che alcuni eventi, modificando in parte il DNA (si parla di acetilazione, si parla di metilazione di alcuni geni), rendono alcuni geni più attivi o meno attivi in certi momenti o per tutta la vita, cosa che può modificare il nostro approccio, ad esempio, allo stress.

Faccio un esempio caro al mio mestiere, in quanto faccio lo psichiatra. Da più di cent'anni la psicologia, la psicanalisi e la psichiatria conoscono il fatto che gli eventi precoci incidono notevolmente sulla nostra vita futura. Gli eventi precoci, nel mondo attuale, sono soprattutto eventi di interazione umana: l'importanza del rapporto con la madre, con il padre, con la famiglia, ma anche gli eventi traumatici o meno. Un evento traumatico – l'esempio classico è quello dell'abuso che un bambino può subire – può permanentemente metilare l'espressione di alcuni geni che hanno a che fare con i recettori del cortisolo a livello ippocampale. In sintesi possiamo affermare che un bambino abusato sarà un adulto più sensibile agli stimoli stressanti, con meno risorse su questo fronte.

Per far capire meglio la differenza tra genetica ed epigenetica sono state coniate alcune metafore particolarmente esemplificative. Una metafora interessante è quella dello spartito musicale e dell'esecuzione dello spartito. Nella tradizione musicale, dall’antichità ai giorni nostri, ci sono casi in cui abbiamo solo qualche traccia di spartito, come ad esempio per le tragedie greche e il coro, e non sappiamo nulla di come quello spartito venisse eseguito. Abbiamo perduto per sempre quella musica in quanto non sappiamo, effettivamente, come gli antichi greci cantassero e suonassero. Laddove, invece, abbiamo una cultura che si è mantenuta – pensiamo al Settecento, a Bach, a Beethoven – non c'è solo lo spartito che ci dice com’è quella musica, ma c'è anche l'esecuzione. L'esecuzione è qualcosa che si impara. L'orchestra si esercita a lungo per poter eseguire una sinfonia e tale esercizio è la segnatura epigenetica dei pezzi e dell'interazione dei sistemi. Pertanto, la genetica sta allo spartito, così come l'epigenetica sta poi all'esecuzione, che l'orchestra impara. Cito anche Francesco Bottaccioli, che invece utilizza la metafora del libro: la genetica è il libro e l'epigenetica sono gli appunti a margine che si annotano per tutta la durata della vita.

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lunedì 18 novembre 2019

6 passi per guarire se stessi



6 passi per guarire se stessi

Medicina Non Convenzionale


Guarigioni miracolose e remissioni spontanee di mali diagnosticati come incurabili: cosa c'è dietro questi eventi anomali e cosa può favorirli? In che modo il nostro atteggiamento emotivo e mentale può influire sulla guarigione?

Lissa Rankin - 16/11/2019

Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 70.

Da quando ho finito di scrivere il mio libro La mente supera la medicina - Mind Over Medicine, nel 2011, ho imparato molte cose e ho verificato di essermi spesso sbagliata. Ogni scienziato che vuol dirsi tale deve essere disposto ad affermare un’ipotesi, testarla, e poi raccogliere prove che dimostrino o smentiscano l’ipotesi stessa, senza avere attaccamenti rispetto al fatto che essa sia giusta o sbagliata. Quando ho iniziato a fare ricerca sulle remissioni spontanee e sull’effetto placebo nel tentativo di analizzare e forzare la guarigione, ho ipotizzato cosa potrebbe rendere il corpo pronto e maturo per un miracolo. Da quando ho finito di scrivere quel libro, e mentre vado raccogliendo evidenze per il mio nuovo lavoro, Sacred Medicine, la mia ricerca sui misteri della guarigione continua. Come risultato di questa ricerca ancora in corso e con l’acquisizione di nuove conoscenze e nuova comprensione, ora insegno gli step de “Guarire se stessi in sei passi”, riportati in La mente supera la medicina, in modo diverso. In questo blog, vorrei condividere con voi alcune cose nuove che ho imparato negli ultimi otto anni.

I sei passi per guarire se stessi

Per prima cosa, lasciatemi riepilogare il modo in cui ho insegnato questi sei passi nel libro La mente supera la medicina, e poi passerò brevemente in rassegna cosa ho imparato da allora.

Passo 1 – Credi di guarire

Passo 2 – Trova il giusto sostegno

Passo 3 – Ascolta il tuo corpo e il tuo intuito

Passo 4 – Diagnostica le vere cause della tua malattia

Passo 5 – Scriviti la Prescrizione

Passo 6 – Lascia andare l’attaccamento ai risultati

Passo 1 – Credi di guarire
Il primo passo è nato dalla mia comprensione dell’effetto placebo. La mia definizione di effetto placebo in quel primo libro era «la potente combinazione tra credenze positive e cure amorevoli da parte dei medici». Credo ancora che le credenze positive aiutino, ma ora penso che siano meno importanti di altri fattori. Mentre sono d’accordo con ciò che Bruce Lipton, Ph.D., insegna nel suo La biologia delle credenze – su come preparano la coltura cellulare a livello corporeo che influisce poi sui cambiamenti epigenetici quando si hanno pensieri positivi sulla salute – ora ho acquisito nuovi dati che mi fanno pensare che l’effetto placebo potrebbe non essere così semplice. Sono anche venuta a conoscenza di dati che suggeriscono che non c’è bisogno di credere in un trattamento affinché funzioni. Uno scettico, per esempio, sembra essere in grado di ricevere un trattamento energetico di guarigione e anche di sperimentarne il massimo beneficio. Mentre la convinzione probabilmente ha un suo ruolo, ora ritengo che, per esempio, se si rimuove un proprio trauma non guarito si potrebbe essere risanati, anche se non si crede che ciò sia possibile.

Passo 2 – Trova il giusto sostegno

Il passo 2 è pieno di paradossi, come “Puoi guarire te stesso, ma non puoi farlo da solo”. Anche questo step è nato dalla mia comprensione dell’effetto placebo, e ora credo che esso sia molto più importante di quanto avevo afferrato un tempo. La conclusione cui sono arrivata è che l’amore guarisce. Punto. Scienziati e ricercatori continuano a cercare di separare l’amore e la medicina. Vogliamo verificare che la chemioterapia funzioni, non la persona che la somministra. Io, non mi sento affatto a disagio nel concludere che trovare il giusto sostegno e sentirsi amati è essenziale per il processo di guarigione. Ma non mi dire... È abbastanza ovvio, non è vero? È anche abbastanza scientifico. Quando ci si sente amati, ci si sente al sicuro. Quando ti senti al sicuro, il tuo sistema nervoso si rilassa favorito dall’attività del sistema nervoso parasimpatico, e solo allora i meccanismi naturali di autoguarigione del corpo si attivano e svolgono la loro gloriosa missione.

Quindi sì, penso ancora che il passo 2 sia essenziale, e se non vi sentite amati dai vostri operatori sanitari, trovatevene di nuovi. La competenza è gran cosa, ma non è sufficiente per una guarigione permanente. Le persone che sperimentano remissioni radicali si sentono amate dal loro team di supporto.

Passo 3 – Ascolta il tuo corpo e il tuo intuito

Il passo 3 riguarda il collegamento con quella che io chiamo la tua Luce Pilota Interiore. Ho appena scritto un intero libro, The Daily Flame, su come la connessione con il proprio medico interiore, mentore, terapeuta, genitore, con l’Amato nonché con un sistema di guida è fondamentale per l’autoguarigione. Ora ho più strumenti di quanti ne avevo quando ho scritto La mente supera la medicina rispetto a ciò che in realtà assicura questa Divina connessione con il nostro vero centro. Senza di essa, tutti gli sforzi del mondo non ottimizzeranno il processo di guarigione. Nessuno al di fuori di te stesso può sapere cosa è meglio per il tuo cammino di guarigione. Proprio come ho descritto nella storia del mio viaggio di guarigione, dopo che sono stata ferita da un cane che mi ha aggredito due anni fa, la tua Luce Pilota Interiore conosce la tua strada. E la tua strada è unica per te solo.

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giovedì 14 novembre 2019

Cos'e' il Reiki e che benefìci puo' apportare?



Cos'e' il Reiki e che benefìci puo' apportare?

Medicina Quantistica e Bioenergetica


Il Reiki è un’antica tecnica spirituale che affonda le sue radici in Giappone ed è utilizzata per migliorare le condizioni psico-fisiche e ridurre lo stress

Sara Raggini - 14/11/2019

Il termine Reiki deriva da due parole giapponesi: rei’ (spirituale) e ki (energia) le quali esprimono l’energia spirituale su cui si basa questa disciplina.

I principi teorici del Reiki prevedono che nell’universo vi sia un'energia vitale e che questa energia possa essere utilizzata per scopi terapeutici. Durante la seduta l’operatore effettua una scansione del corpo del paziente per identificare le aree che presentano squilibri di energia: queste zone possono essere energeticamente stressate, sovraccariche o spente. A seconda delle modalità scelte dall’operatore, l’energia vitale verrà trasferita sul paziente attraverso picchiettamento, strofinamento o semplice pressione delle mani sulle zone interessate.

Reiki e energia universale

È bene sottolineare che il Reiki si distanzia dalla Pranoterapia: mentre in quest’ultima utilizza direttamente l’energia dell’operatore, tanto che al termine della seduta esso può avere l’esigenza di ricaricarsi; nel Reiki l’operatore fa scorrere l’energia vitale esterna attraverso le sue mani sul ricevente. Il reikista dunque non utilizza la propria energia, ma attinge dall’inesauribile fonte di energia alla base dell’universo che viene fatta scorrere lungo le braccia, per poi uscire attraverso le mani, pronta per essere trasferita a se stessi o agli altri.

Ma come è possibile che la sola energia possa curare e perfino guarire?

Secondo la visione olistica, l’uomo è composto da corpo, anima e mente; in questo senso, la mattia è considerata come un disallineamento di questi tre elementi. Durante la malattia l’energia universale non scorre più libera all’interno del corpo, ma si crea un disequilibrio che crea malessere e turbamenti.

Il reiki agisce proprio su questa asimmetria: l’utilizzo delle mani, sull’operatore stesso o su altri, ristabilisce il corretto fluire dell’energia universale, stimolando la capacità del corpo di rigenerarsi e ritrovare l’equilibrio perso. Così come la malattia influisce sulla totalità dell’uomo, allo stesso modo il reiki apporta benefici sia fisici che emotivi e spirituali.

Che benefìci apporta il Reiki sull'organismo?

A livello fisico questa tecnica favorisce il riequilibrio energetico dell’organismo, il rilassamento e in generale la riduzione dello stress. Il benessere fisico si accompagna a quello mentale ed emozionale: l’azione del Reiki agisce nella più profonda interiorità dell’essere umano, indaga gli eventi spiacevoli del passato, le rigidità, gli schematismi, calmando dunque l’ansia e stati depressivi.

Il Reiki conduce ad una importante crescita interiore: il soggetto si riconnette con il proprio io, con la propria essenza e riesce a riconoscersi, riscoprirsi e accettarsi, ri-conquistando la consapevolezza che lo stato di sofferenza aveva sottratto.

Oggi il Reiki è praticato in numerosi ospedali in tutta Italia e nel il mondo come terapia di supporto alla medicina tradizionale: i pazienti che hanno usufruito di questa pratica hanno affermato di averne tratto beneficio psico-fisico. Questa tecnica è stata ampiamente utilizzata con pazienti oncologici, i quali hanno evidenziato un considerevole calo dell’ansia sostituita da un effetto di rilassamento generale e da un notevole miglioramento dell’umore.

Ospedali in Italia dove viene praticato il Reiki sui pazienti:
Regina Elena di Roma
San Carlo Borromeo di Milano
San Giovanni Battista di Torino
Cardinal Massaia di Asti

Reiki Terapia — DVD >> http://bit.ly/2NMqsgB
La vita quotidiana dell’energia
Ian Welch

Descrizione DVD

Per tutti coloro che hanno completato  il corso di base di reiki,

questo videocorso offre un orizzonte più ampio

su come integrare l'energia dei reiki nella vita di tutti i giorni.

Eccellente strumento realizzato per tutti coloro che hanno completato un corso base di Reiki, questo videocorso, non solo potenzia gli insegnamenti essenziali di questa disciplina orientale mente-corpo, ma offre un orizzonte più ampio su come integrare le energie del Reiki nella vita di tutti i giorni.

Il Master Reiki Ian Welch mostra, con semplicità e chiarezza, attraverso nuove pratiche centrate sulla visualizzazione e i chakra, come creare nel quotidiano uno spazio sacro protettivo attraverso cui radicarsi e canalizzare l’energia necessaria per guarire e far guarire.

Attraverso il metodo insegnato da Welch e introdotto nel video, si mostra anche come effettuare una terapia “a distanza”.

Il corso spiega inoltre come il Reiki possa essere utilizzato per curare non solo persone ma anche animali, piante, cibo e oggetti. Una rilassante meditazione guidata conclude il videocorso

Il processo di sintonizzazione con le energie del Reiki può dare a tutti la capacità di curare e Ian Welch mostra come apprenderlo e usarlo nella vita quotidiana.

Attraverso la sua guida potrete scoprire come guarire usando le varie posizioni delle mani vicino al corpo del paziente durante il trattamento. Il videocorso costituisce un ottimo punto di partenza per chi desidera avvicinarsi ai molteplici benefici del Reiki illustrandoci che cos’è, la sua storia, come è possibile curare con il Reiki, che cosa aspettarsi da un trattamento, come diventare Master Reiki, che cosa accade quando si riceve la sintonizzazione con le energie del Reiki.

Potrete conoscere questa terapia seguendo le istruzioni pratiche del maestro: il Reiki può migliorare in modo naturale il vostro benessere emotivo, fisico e mentale.

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La vita quotidiana dell’energia
Ian Welch

mercoledì 13 novembre 2019

A cosa serve la fisica quantistica nel quotidiano?



A cosa serve la fisica quantistica nel quotidiano?

Scienza e Fisica Quantistica


Bizzarro, illogico, surreale: sono questi alcuni degli aggettivi utilizzati dai fisici per descrivere ciò che accade nella dimensione subatomica. Dimensione che non smette mai di stupire e sorprendere, anche perché i metodi utilizzati per studiare la materia macroscopica qui risultano inutili

Gioacchino Pagliaro - 12/11/2019

Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza 53

Si resta effettivamente stupiti quando ci si avvicina per la prima volta alle descrizioni della materia subatomica, poi, pian piano, nonostante il susseguirsi di shock, la mente si apre a una modalità profondamente differente da quella a cui siamo abituati. Ma vediamo alcuni di questi aspetti sorprendenti di cui i fisici sono protagonisti mentre osservano i processi subatomici.

Le caratteristiche della materia subatomica

Il primo aspetto consiste nel fatto che i cosiddetti costituenti solidi dell’atomo sono al loro interno spazi privi di materia. La solidità svanisce e questi spazi vuoti sono in realtà contraddistinti da frequenze e informazioni che costituiscono campi energetici e mentali appartenenti a un campo sovraordinato. Ciò ha implicato la deduzione che ogni forma materiale nella sua essenza sia costituita da campi energetici e da informazioni.

Il secondo aspetto sorprendente è che a livello subatomico la materia si presenta come un fenomeno temporaneo, nel senso che esiste in un certo momento e poi scompare. Per essere più precisi, come hanno dimostrato gli esperimenti, la materia esiste come tendenza, possibilità o probabilità, questo perché nei quanti non vi sono entità materiali assolute.

Il terzo aspetto riguarda la nuova descrizione della dimensione subatomica nel suo complesso. I campi energetici dotati di informazione e intelligenza sono descritti come un grande campo energetico unificato fatto di intrecci, connessioni e interazioni caratterizzato dalla non località, in cui tutto è interrelato interdipendente e indivisibile. È la Mente Universale, è ciò che il fisico Amit Goswami chiama il livello Mentale Sovraordinato in cui tutto, visibile e invisibile, è parte di esso. È l’origine, la fine e la rinascita di ogni entità e di ogni forma. È ciò che in questo articolo chiamerò Mente.

Il quarto aspetto riguarda un dato ancora più sorprendente, poiché si è scoperto che quando si osservano le particelle queste osservazioni, rilevazioni, misurazioni influiscono sul loro comportamento e addirittura lo modificano. Accade infatti che quando un osservatore, cercando un elettrone, porta l’attenzione su un punto qualunque del campo quantistico dell’energia, questo compare realmente lì dove lo sta cercando. E se distoglie lo sguardo, la materia subatomica scompare per tornare energia. L’osservazione a livello subatomico svolge un'azione creatrice ancora più potente di quella evidenziata dal paradigma della complessità applicato nello studio dei fenomeni biologici, psichici e sociali.

Tale paradigma sostiene che non può esistere un osservatore neutrale in grado di descrivere fenomeni oggettivamente dati, preesistenti all’osservazione, e che ogni teoria usata dall’osservatore contribuisce alla creazione di una percezione/rappresentazione del fenomeno attraverso i suoi presupposti e la sua autoreferenzialità. Ma se le teorie producono rappresentazioni che percepiamo come realtà oggettive nel mondo macroscopico, ciò che emerge dagli studi sulla dimensione subatomica è ancora più inaspettato, sconvolgente e al tempo stesso affascinante: la capacità creativa della mente di agire sugli eventi e di influenzare la materia (A. Goswami, 2013).

La mente può dominare la materia?

Questi aspetti, derivanti da importanti esperimenti di laboratorio, dimostrati attraverso formule matematiche e studi, portano a sostenere che sia possibile un dominio della mente sulla materia, infatti nella dimensione subatomica la mente esercita un effetto creando anche realtà materiali. La mente non solo interagisce con la dimensione particellare, può anche diventare temporaneamente materia, poiché la materia è solo una forma più densa dell’energia della mente

Ma tutto questo è ascrivibile solo al livello sub atomico? Pare proprio di no, visto che a livello molecolare e perfino cellulare ci sono numerosi esperimenti e diverse teorie che sostengono l’esistenza di comunicazioni e azioni non locali (Pagliaro, 2008).
E a livello umano cosa accade? La mente umana è in grado di svolgere un'azione creatrice nella realtà macroscopica? La risposta che stordisce piacevolmente pare orientarsi verso un sì.

L’uomo è costituito da energia, corpo e mente. Dove la mente non è solo la mente biografica, la coscienza e il corpo (che esistono nella dimensione spazio temporale), ma pure il livello mentale sovraordinato (che esiste al di fuori della dimensione spazio temporale) che, in quanto eterna ed infinita, li sostiene. Corpo, mente individuale ed energia sono l’espressione di diversi livelli di densità della mente sovraordinata. La materia, pur essendo energia espressa nella forma grossolana, è energia molto densa, ed è dotata di un campo energetico. Attraverso questi campi vibrazionali tutte le entità sono interrelate in un grande campo energetico, caratterizzato da frequenze, il quale scambia in continuazione informazioni tra l’interno e l’esterno e viceversa, tra il naturale e lo spirituale. Nell’organismo umano le cellule, attraverso l’energia/informazione e la mente di cui sono dotate e di cui è dotato l’intero organismo, trasmettono informazione all’interno del corpo attraverso una rete elettromagnetica e veicolano informazioni verso l’esterno e dall’esterno.

Un ruolo molto importante in queste comunicazioni è svolto dai sistemi di credenze, dalle convinzioni, dagli atteggiamenti mentali, dai pensieri e dalle emozioni che, attraverso i campi elettromagnetici di cui dispongono, influenzano le cellule e comunicano con loro. Siamo un network di informazioni interconnesso e interdipendente con il campo di energia/intelligenza/informazione sovraordinato della Mente.

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Scienza e Conoscenza - n. 53 - Rivista Cartacea >> http://bit.ly/372CAl8
Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza
Editore: Scienza e Conoscenza - Editore
Data pubblicazione: Luglio 2015
Formato: Rivista - Pag 80 - 19,5 x 26,5 cm