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mercoledì 8 novembre 2023

Talento e frequenze DNA


Cos'è il Talento e perché ha a che fare con le frequenze e il DNA

Psicologia Quantistica

>> http://goo.gl/HRC3XW  

La scienza oggi ha scoperto come le sole indagini molecolari del DNA non siano in grado di svelare la moltitudine di fenomeni biologici che avvengono nel nostro corpo.

Carmen Di Muro - 07/11/2023

Esiste un’informazione sovraordinata, molto più sottile, che controlla l’accensione e lo spegnimento dei geni. Il nostro DNA non solo è depositario dell’informazione necessaria per il funzionamento cellulare dell’organismo, ma in realtà è una struttura di risonanza elettromagnetica dinamica in grado di immagazzinare, trasmettere e modificare informazioni essenziali che riguardano ogni dimensione della nostra esistenza.

Esso, infatti, funge da internet biologico e può essere attivato dalle frequenze a cui, quotidianamente, siamo sottoposti. Campi elettromagnetici di intensità e frequenza ultrabassa possono modulare l’attività proliferativa cellulare, nonché l’azione di anticorpi e neurotrasmettitori. Le cellule del corpo umano hanno codice genetico identico che fa di ciascuno di noi un individuo unico e diverso da tutti gli altri, ma pur contenendo identico DNA, sono differenti tra loro proprio grazie all’azione del codice epigenetico, ossia l’insieme di quei segnali mediati dall’ambiente e, più significativamente, dalle nostre percezioni di quell’ambiente che veicolano e modificano l’informazione all’interno dei nostri geni. Questi segnali non sono soltanto di natura chimica, ma soprattutto elettromagnetica.

Che cos'è il talento?

Ciò è di fondamentale importanza nella comprensione che nella profondità della materia vivente, dove alberga la sequenza prima che determina la nostra unicità genomica, non c’è trascritta soltanto l’informazione che permette al nostro organismo di funzionare in modo perfetto. In essa sono contenute delle tracce vibrazionali di individualissime capacità che ogni individuo di per sé possiede.

Esse altro non sono che singolari e sconosciuti talenti, potenzialità racchiuse nel nostro essere, che possono restare sommerse per tutta la vita senza manifestarsi se non vengono opportunamente stimolate nel corso del tempo. Il talento è un’energia creativa che vive dentro ognuno di noi che, lasciata libera, porta ogni persona alla sua piena e spontanea realizzazione. È l’attitudine a seguire il proprio destino, al quale si può accedere in qualsiasi momento. Ognuno è portatore di questa straordinarietà che ci rende individui unici e irripetibili.

Il saper fare una cosa in modo migliore rispetto ad altre persone, implica che tali sequenze si siano attivate nel corso della nostra vita, perché sono state stimolate dalla giusta frequenza informatizzata che ha permesso loro di esprimersi spontaneamente.

Siamo network biologici in grado di captare, immagazzinare e modificarci in virtù dell’incessante flusso di informazioni a cui siamo esposti nel corso della nostra esperienza di vita.

Siamo come antenne che captano segnali

Nel momento in cui frequentiamo determinati contesti in modo continuativo, la nostra sfera profonda si adatterà inscindibilmente alle frequenze maggiormente presenti intorno a noi. Il problema sorge quando l’ambiente è carico di frequenze basse e disarmoniche. Per esempio, ambienti poco stimolanti, trapuntati da sentimenti di bassa intensità causeranno sin dall’infanzia un addensamento energetico, facendo sì che le vibrazioni personali si adattino radicalmente alla vibrazione dominante del contesto di appartenenza.

La familiarità con vibrazioni di polo negativo, a lungo andare causerà inevitabilmente una sofferenza dell’anima che non sarà più in grado di esprimere pienamente le sue potenzialità, e questa disarmonia si riverserà sul corpo, alterando pian piano la struttura e le catene di congiunzione del DNA.

Si attivano, così, sequenze genomiche disfunzionali, piuttosto che geni funzionali a mobilitare e far emergere i nostri talenti sconosciuti. L’ambiente in cui cresciamo influenza il nostro destino risvegliando geni “addormentati” o lasciandoli per sempre “silenti”. Ai geni serve solo tempo per sincronizzarsi l’uno con l’altro e con l’ambiente, e un talento può modificarsi in un altro, nel momento in cui l’ambiente esterno fornisce le frequenze armoniche adatte al risveglio di geni fino a quel momento addormentati.

Nulla impedisce quindi che un artista diventi uno scienziato, o viceversa, o che si possano scoprire delle capacità anche in tarda età.

Scopri questo articolo completo su Scienza e Conoscenza n. 56

Scienza e Conoscenza - n. 56 >> http://goo.gl/HRC3XW  

Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__scienza-e-conoscenza-n-56.php?pn=1567


martedì 31 gennaio 2023

La musica è iscritta nel nostro DNA


La musica è iscritta nel nostro DNA

Scienza e Fisica Quantistica

>> http://bit.ly/2PLGBoi

Come e perché l’uomo primitivo, a un certo punto, sentì l’esigenza di inventare e adottare un linguaggio nuovo che non parlasse più con parole e gesti, ma con suoni? Difficile trovare risposte certe e testimonianze documentabili. Non abbiamo prove su quale possa essere stato il Big Bang della musica.

Dario Giardi - 30/01/2023

Plausibilmente il primo suono è nato cercando di imitare le voci della natura. Ma cosa ha spinto l’uomo in questa ricerca?

Secondo Herbert Spencer, che affronta la questione in un saggio del 1858, intitolato The Origin and Function of Music, tutto nasce da un’esigenza emotiva. L’uomo ha pensato di esprimere le proprie emozioni usando un linguaggio diverso dalle parole; un linguaggio che potesse comunicare sentimenti forti, che le parole non sarebbero riuscite a esprimere con la stessa efficacia. Secondo questa visione la musica nasce, quindi, come sfogo psichico.

Darwin non accettò mai questa tesi. Nel suo capolavoro del 1871, L’origine dell’uomo e la Selezione Sessuale, sottolinea come la capacità di creare un linguaggio musicale non sia prerogativa dell’uomo. Basta osservare il mondo animale per rendersi conto di come sia insita in tutti gli esseri viventi e il più delle volte legata funzionalmente alla competizione sessuale, alla possibilità dell’individuo di essere scelto dal partner. Darwin, in pratica, afferma che la musica non è, come per Spencer, un’elaborazione culturale tarda, ma una pratica molto più remota, radicata e distribuita nel mondo vivente. In effetti, se osserviamo gli uccelli che cantano senza possedere il linguaggio, allora è plausibile pensare che anche i progenitori dell’uomo, prima di acquisire il potere di esprimersi amore reciproco in un linguaggio articolato, tentassero di affascinarsi con il ritmo e con suoni.

In questo dibattito difficile non schierarsi con Darwin. La musica, d’altronde, è iscritta nel nostro DNA e non solo. Il suono stesso è all’origine delle cose. Secondo la meccanica quantistica, la materia non è mai inerte, ma è costantemente in uno stato di moto, di vibrazione continua. Il fisico austriaco Fritjof Capra diceva: “Ciascuna particella canta perennemente la sua canzone“. Tutto ciò che compone la realtà, vibra. Anche oggetti inanimati e densi come le pietre che ci appaiono materia solida, di fatto, sono forme di energia che vibrano, seppure a frequenze molto lente. Tutto nell’Universo è energia in vibrazione e quindi suono.

Questo articolo è tratto dal libro Viaggio tra le note di Dario Giardi

www.macrolibrarsi.it/autori/_dario-giardi.php?pn=1567

 

Sei interessato alla musica e al suono? Leggi anche:

 

Scienza e Conoscenza n. 66 >> http://bit.ly/2PLGBoi

Rivista - Settembre 2018

Nuove scienze, Medicina Integrata, Coscienza

www.macrolibrarsi.it/libri/__scienza-e-conoscenza-n-66-settembre-2018.php?pn=1567


giovedì 15 settembre 2022

Una nuova teoria dell'EVOLUZIONE


Una nuova teoria dell'EVOLUZIONE, Darwin e' ormai superato

Consapevolezza e Spiritualità

>> https://bit.ly/3wLb1MT

Molti scienziati ci avvertono che l'umanità si trova a un punto cruciale della sua evoluzione, affermando che la nostra tecnologia, e l'ignoranza nel distruggere l'ambiente hanno contribuito al riscaldamento globale e al rapido aumento dell'estinzione di massa di un sesto del mondo. Secondo loro, ora non dobbiamo più chiederci se siamo in crisi, ma se sopravviveremo.

Bruce Lipton - 13/09/2022

Quella attuale non è la prima crisi che mette in pericolo la vita della civiltà. Lo storico Arnold Toynbee ha descritto la società come un “organismo” vivente che attraversa determinati ritmi universali di crescita, sviluppo e decadenza. Toynbee ha rivelato che i cicli vita/morte della società sono guidati da modelli di sfida-e-risposta. Ha inoltre affermato che una società si sviluppa velocemente, raggiunge l'equilibrio e infine entra in una situazione di “sbilanciamento” che produce nuove sfide ambientali. Le sfide provenienti dall'ambiente a loro volta provocano una risposta nella società. Le culture che si trovano ad affrontare sfide minacciose, si aggrappano inevitabilmente a idee fisse e modelli rigidi. Quando la struttura sociale di una civiltà e i suoi modelli di comportamento diventano troppo rigidi, quella società soccombe non riuscendo più ad adattarsi alle situazioni mutevoli.

Le attuali crisi globali sono veri presagi di un imminente sconvolgimento che farà vacillare le fondamenta della civiltà. Mentre l'attenzione mondiale si concentra sulla paura dell'estinzione, le intuizioni della nuova scienza di frontiera offrono uno scenario diverso, sostenendo che l'umanità si trova al vertice di un imminente cambiamento evolutivo.

La comunità umana sta affrontando una situazione simile a quella della comunità cellulare contenuta da una larva di farfalla. Miliardi di cellule s'impegnano a tempo pieno nella maturazione della larva che si nutre e cresce ininterrottamente. A un certo stadio di sviluppo, i processi metabolici cominciano a interrompersi e la vita nella prima comunità cellulare attiva della larva comincia a svanire. Tra le cellule morenti della larva, una popolazione emergente di cellule immaginali (imaginal cells) progressive “pensanti” risponde a una nuova consapevolezza. Queste cellule collaborano alla ristrutturazione della loro società per creare una farfalla, una nuova organizzazione che permette di sperimentare il futuro livello superiore della loro evoluzione.

Poiché la luce della nostra civiltà comincia a oscurarsi, le minoranze creative, l'equivalente delle “cellule immaginali” umane, rispondono alle nuove scelte di sostegno vitale. La sopravvivenza è fondata sulle nostre scelte che, a loro volta, sono completamente dipendenti dalla nostra consapevolezza collettiva, le “verità” sulle quali viviamo. Le verità fondamentali che formano collettivamente una società si possono definire i suoi paradigmi di base.

Secondo Thomas Kuhn, un paradigma è una struttura teorica che rappresenta le “verità” alla base di ogni particolare sistema di credenze, sia di natura scientifica che religiosa, economica o politica. In modo particolare, un paradigma di base rappresenta le “verità” accettate da una civiltà nel rispondere a tre domande fondamentali. Come siamo arrivati qui? Perché siamo qui? E…adesso che siamo qui, come possiamo trarne il meglio?

Le culture usano le verità del paradigma di base per comprendere il significato delle esperienze di vita. Se le percezioni di un paradigma sono esatte, ci sarà offerta un'opportunità di usufruire di salute e coerenza. Se le percezioni sono distorte, in tal caso lo saranno anche la vita e la società.

Un cambiamento nelle credenze paradigmatiche di base produce inevitabilmente uno sconvolgimento e una riorganizzazione drammatica della civiltà umana. La storia della civiltà occidentale rivela l'ascesa e la caduta di tre varianti culturali precedenti, ognuna definita dal proprio paradigma di base unico. Il carattere di queste culture è descritto come Animista, quello che rappresenta le culture aborigene come i Nativi Americani (o Indiani d'America) o i Druidi Celtici; Politeista, esemplificato dalle culture Egiziane, Greche e Romane, e Monoteista, ossia la cultura Giudeo-Cristiana formata dalle “verità” della Chiesa. Con il Monoteismo, le eterne domande della civiltà ottennero come risposta le seguenti “verità”: Come siamo arrivati qui? Per intervento Divino. Perché siamo qui? Per compiere azioni di moralità. E, Adesso che siamo qui, come possiamo trarne il meglio? Vivendo secondo le leggi della Bibbia.

Quando tutte le culture oltrepassarono i limiti della comprensione e dell'influenza del proprio paradigma, si arrivò all'evoluzione di nuove credenze, che a loro volta provocarono la futura versione della civiltà. L'ultimo sconvolgimento culturale avvenne quasi centocinquanta anni fa quando la civiltà rifiutò le credenze paradigmatiche Monoteiste della Chiesa e, al loro posto, adottò le “verità” offerte dalla Scienza Moderna.

Per oltre due secoli la scienza aveva creato i “miracoli” tecnici superando quelli della Chiesa, ma le “verità” scientifiche non riuscirono a sostituire la Chiesa come dispensatrice di verità. La Chiesa mantenne la sua posizione potente solo perché la Scienza non fu in grado di fornire una risposta soddisfacente alla prima domanda del paradigma: “Come siamo arrivati qui?”

Darwin e il destino dell'attuale civiltà

Ma tutto cambiò nel 1859 quando Darwin pubblicò la sua opera, Le Origini della specie: per mezzo della selezione naturale o il preservarsi delle razze favorite nella lotta per la vita. [Il pubblico preferì immediatamente le intuizioni di Darwin, sull'origine della vita avvenuta in milioni di anni di variazioni ereditarie, rispetto alla “verità” sostenuta in passato della storia della Genesi e difesa dalla Chiesa.] Adottando la teoria scientifica dell'evoluzione e non quella delle origini divine, la civiltà passò ufficialmente dall'era del Monoteismo a quella attuale del Materialismo Scientifico.

Due dogmi fondamentali della teoria di Darwin modificarono drammaticamente il destino e il carattere della civiltà attuale. In primo luogo, la teoria mise in evidenza che le variazioni ereditarie, responsabili dell'evoluzione da una specie a un'altra, nascono a seguito di mutazioni random (per es., mutazioni genetiche). Definendo le mutazioni ereditarie “incidenti”, la scienza soppresse il ruolo di Dio nel formare la biosfera, e in modo particolare, nel provvedere alla nostra esistenza. Fondamentalmente, la Scienza sostiene che l'unica ragione o scopo della nostra esistenza è nientemeno che un'avventura genetica rischiosa e incerta. Come “turisti casuali”, non abbiamo alcuna responsabilità verso il pianeta o l'uno verso l'altro.

La seconda caratteristica della teoria Darwiniana che regola la cultura si esprime nel concetto della selezione naturale. Non tutte le mutazioni ereditarie sono uguali, alcune aumentano la sopravvivenza, alcune la minacciano, mentre la maggior parte è neutra. La selezione naturale indica che la Natura favorisce la sopravvivenza degli individui più adatti. Nel capitolo finale dell' Origine della Specie, Darwin riporta di un'inevitabile “lotta per la vita”, e di un'evoluzione guidata dalla “guerra della natura, contro la carestia e la morte”. Aggiungete ciò all'opinione Darwiniana sulla casualità dell'evoluzione e avrete un mondo, descritto poeticamente da Tennyson, che possiamo definire “rosso di zanne e artigli”, una serie di lotte insignificanti e cruente per la sopravvivenza.

Per Darwin, la lotta e la violenza non sono solo parte della natura animale (umana), ma costituiscono le “forze” principali che guidano il progresso evolutivo. A causa della sua influenza sul paradigma di base della società, la teoria Darwiniana ha avuto un impatto profondo sulla formazione dello stato attuale della civiltà. Nell'era del Materialismo Scientifico, gli esseri umani hanno acquisito le seguenti “verità” per rispondere alle solite domande:

Come siamo arrivati qui? Attraverso un'evoluzione casuale. Perché siamo qui? Siamo solo incidenti genetici, perciò la nostra esistenza non ha alcun motivo. E… adesso che siamo qui, come possiamo trarne il meglio? Vivendo secondo la legge della giungla, mentre combattiamo nella lotta per la sopravvivenza.

Mentre la Scienza misura il successo evolutivo in termini di sopravvivenza di un individuo, tuttavia non stabilisce i “mezzi” necessari per ottenerlo. La vita viene percepita solo come una “lotta” con vincitori e vinti. Un Uzi (pistola mitragliatrice israeliana) è un potente mezzo per assicurarsi la sopravvivenza, come lo è possedere una grande cervello o esprimere amore. In questo mondo basato sulla competizione, spesso la moralità viene considerata un impedimento alla realizzazione del “successo” evolutivo.

La teoria Darwiniana, valutando in modo erroneo il significato di evoluzione, la descrive come una inevitabile “gara” per la sopravvivenza. I leader mondiali, nello sforzo di aderire a questa filosofia, si sono impegnati per assicurare la sopravvivenza, incoraggiando la competizione basata sulla violenza nella “lotta per la sopravvivenza” così come viene percepita. È proprio questa convinzione, in origine selezionata per il suo valore di sopravvivenza, ad aver sollecitato la violenza e lo sconvolgimento ecologico che oggi sta distruggendo la nostra civiltà.

Sempre più problematica, la nostra esistenza “senza scopo” ha inciso profondamente sull'armonia globale allontanandoci dall'ambiente e l'uno dall'altro. Nell'inseguire il suo destino Darwiniano, la civiltà ha contribuito a un numero sempre maggiore di crisi globali, sfide ambientali che minacciano la nostra sopravvivenza collettiva. Come ha rivelato Toynbee, le sfide ambientali provocano una reazione nella società.

La luce all'uscita dal tunnel

A insaputa del grande pubblico, una rinascita biologica sta profondamente sfidando le credenze paradigmatiche correnti che regolano la civiltà contemporanea. Le recenti scoperte scientifiche forniscono una nuova storia impellente talmente diversa (in originale out of the box, ndr) dall'opinione prevalente che anche per la scienza è difficile accettare le sue implicazioni. È una storia di armonia e relazione, di vita e d'amore. Curiosamente, le “nuove” intuizioni riecheggiano una “verità” fornita all'umanità cinquant'anni prima che Darwin formulasse la sua teoria.

Il biologo francese Jean-Baptiste de Lamarck fornì nuove interpretazioni sul significato della vita pubblicando il primo rapporto scientifico sulla teoria dell'evoluzione (1809). Per chi ricorda vagamente la biologia studiata alle superiori, il nome Lamarck rimarrà associato per sempre all'opinione che le giraffe svilupparono colli lunghi perché “desideravano” raggiungere foglie e frutti sospesi troppo in alto. L'idea che gli organismi primitivi abbiano una coscienza con cui possono influenzare la propria evoluzione è ridicola e fa passare Lamarck per un pazzo.

Fu proprio questa l'intenzione del massimo scienziato francese Baron Cuvier, un Creazionista, che diffamò volutamente Lamarck e screditò la sua teoria per “mantenere” il controllo della Chiesa sul paradigma Monoteista. Se Lamarck aveva ragione circa l'evoluzione, allora la “verità” della versione biblica della Creazione, sostenuta dalla Chiesa, era sbagliata.

Se Lamarck fosse stato vivo per difendersi, avrebbe messo in evidenza che l'evoluzione era basata su un'interazione collaborativa “istruttiva” tra gli organismi nella biosfera che permette alle forme di vita di sopravvivere, adattandosi ai mutamenti ambientali dinamici. Questo è evidente quando si osserva la relazione perfetta tra gli organismi e i loro ambienti; gli orsi polari non vivono nei tropici e le orchidee non crescono nell'Artico. Lamarck sosteneva che l'evoluzione era il risultato di organismi che acquisiscono e superano le mutazioni ambientali, dovendo affermare la loro sopravvivenza in un mondo in costante cambiamento.

La teoria secondo la quale esista uno “scopo” per l'evoluzione è collegata alla visione di Lamarck. Quando un organismo entra in un ambiente, la sua esistenza e i processi vitali modificano tale ambiente. Mentre le modifiche cambiano l'ambiente, le nuove condizioni che ne derivano offrono un'opportunità all'origine di nuove specie, per “bilanciare” quei cambiamenti ambientali. Un esempio è l'evoluzione della fotosintesi delle piante che conduce a uno squilibrio ambientale.

La fotosintesi, che preleva biossido di carbonio (anidride carbonica) e libera ossigeno di scarto nell'atmosfera, era rischiosa. L'eccesso di ossigeno nell'atmosfera avrebbe provocato inevitabilmente una combustione spontanea, incendiando il mondo! Tuttavia, alti livelli di ossigeno fornirono una nuova nicchia permettendo l'evoluzione di animali che respirano ossigeno e liberano biossido di carbonio di scarto. Di conseguenza, l'evoluzione animale “bilanciò” le mutazioni ambientali prodotte dalle piante.

Le false credenze sulla teoria di Lamarck era fondata sulla voluta interpretazione erronea di Cuvier della parola francese besoin, che significa sia bisogno che desiderio. Lamarck usò la parola besoin per intendere “bisogno”, per esempio: “gli animali hanno bisogno di evolversi”. Cuvier  insinuò che Lamarck usasse besoin per intendere “desiderio”, in modo da ottenere una nuova interpretazione della frase:  “gli animali hanno il desiderio di evolversi”. Alla luce della denigrazione di Cuvier, le idee di Lamarck sull'evoluzione erano ridicole.

Ora, dopo oltre 175 anni dalla morte di Lamarck e le diffamazioni di Cuvier, la scienza sta scoprendo che “l'intenzione evolutiva” può essere molto più vicina alla verità di quanto lo stesso Lamarck avrebbe immaginato. [Quando cinquant'anni dopo Darwin introdusse la sua versione di evoluzione affermò che i cambiamenti ereditari nascono da un “avvenimento” casuale. Di conseguenza, l'idea di Lamarck sulle caratteristiche acquisite provocate dall'ambiente diventò un argomento fortemente contestato dai proponenti della teoria Darwiniana. Ancora una volta, Lamarck con la sua teoria sarebbe stato ingiustamente insidiato, e stavolta non da un creazionista, ma da un evoluzionista.

Il biologo tedesco August Weismann, con i suoi tentativi di invalidare l'evoluzione “adattiva” contribuì al tramonto di Lamarck. Weismann tagliò via le code di topi maschi e femmine e poi li fece accoppiare, dimostrando che se la teoria di Lamarck fosse stata esatta, i genitori avrebbero trasmesso la loro condizione di animali senza coda alle generazioni future. La prima generazione di topi nacque con la coda, perciò Weismann usò la prole e ripeté l'esperimento per altre 21 generazioni. In cinque anni di esperimenti, non nacque alcun topo senza coda.

Gli esperimenti dei topi senza coda servirono a ridimensionare Lamarck alle giuste e relegarlo al classico mucchio di fandonie, anche se le conclusioni di Weismann fossero scientificamente ingiustificate. Lamarck sosteneva che i cambiamenti evolutivi impiegano “enormi periodi di tempo”, migliaia di anni. Chiaramente l'esperimento di Weismann, durato cinque anni, non era stato abbastanza lungo per poter verificare la teoria di Lamarck.

L'esperimento di Weismann fu anche più imperfetto fondamentalmente, in quanto Lamarck non affermò mai che tutti i cambiamenti avrebbero attecchito negli organismi sottoposti a esperimento. Lamarck sosteneva che gli organismi mantengono i tratti che favoriscono la sopravvivenza. Anche se Weismann pensava che i topi non avessero bisogno della coda, non considerò se i topi “pensavano” di possedere code attinenti alla loro sopravvivenza!  Gli esperimenti di Weismann sostenevano la teoria Darwiniana e alla fine Lamarck perse il consenso del pubblico.

Dopo Weismann, i biologi abbandonarono l'idea del ruolo influente dell'ambiente nel creare mutazioni genetiche e formare percorsi evolutivi. Nel 1943, alcuni studi sulla genetica batterica condotti da Salvador Luria e Max Delbruck confermarono l'enfasi data da Darwin al carattere casuale delle mutazioni. I due biologi aggiunsero una soluzione di batteriofagi, virus che infettano e alla fine uccidono i batteri, a numerose colture innestate con batteri geneticamente identici.  Mentre questo processo porta a morte quasi certa i batteri, ogni tanto quelli resistenti al virus sopravvivevano sviluppandosi in colonie.

Se le mutazioni di sostegno vitale fossero state prodotte da una innata reazione batterica “adattiva” ai virus, in ogni capsula si sarebbe rivelato un numero simile e costante di colonie sopravvissute. In contrasto, se le mutazioni fossero state il risultato di processi casuali, allora il numero di colonie sopravvissute sarebbe stato vario tra le capsule. I risultati mostrarono una differenza significativa nel numero di colonie sopravvissute da una capsula di Petri alla successiva. Luria e Delbruck arrivarono alla conclusione che le mutazioni sono solo degli eventi casuali e imprevedibili, e non hanno niente a che fare con qualsiasi probabile necessità, attuale o futura, dell'organismo. Poiché questi cambiamenti provocano un'evoluzione, la scienza fu costretta a concludere che un'evoluzione guidata in modo casuale non ha alcun scopo.

Il lavoro di Cairns

Nel 1988, l'opinione affermata dalla Scienza sull'evoluzione casuale fu fortemente sfidata dalla sorprendente ricerca di John Cairns, genetista di fama internazionale. I nuovi studi di Cairns sui batteri, dal nome eccentrico The Origin of Mutants, furono pubblicati nel prestigioso giornale britannico Nature. Cairns scelse batteri con un gene “anomalo” che riproduceva una versione difettosa dell'enzima lattasi necessario per digerire il lattosio. Poi inoculò questi batteri lattasi-deficienti nei “piatti di coltura” dove l'unica sostanza nutriente era il lattosio. Incapaci di metabolizzare questo nutriente, i batteri non dovrebbero crescere né riprodursi. Non era stata prevista la comparsa di alcuna colonia, in nessun “piatto di coltura”.

Con grande sorpresa, una grande quantità di colture mostrò la crescita di colonie batteriche.[ Quando Cairms campionò i batteri nell'inoculum originale, nessuno di loro aveva mutato i propri geni difettosi di lactasi. Lo scienziato concluse che le mutazioni riparatrici dei geni di lactasi seguivano e non precedevano l a loro esposizione al nuovo ambiente. Gli esperimenti di Luria e Delbruck contavano sull'uccisione relativamente “istantanea” dei batteri da parte dei virus. Al contrario, l'esperimento di Cairns sostanzialmente affamava i batteri fino alla morte, un processo più lungo e più lento. Cairns concesse ai batteri stressati il tempo necessario di esecuzione per avviare i meccanismi innati che producevano la mutazione e servivano alla loro sopravvivenza.

Nello studio di Cairns, le mutazioni a sostegno della vita apparvero come risposta diretta alla crisi ambientale di questi batteri. Ulteriori analisi rivelarono che, in questi batteri “traumatizzati”, furono colpiti solo i geni associati al metabolismo della lattasi. Inoltre tutti i batteri sopravvissuti espressero lo stesso identico tipo di mutazione con una possibilità su cinque diversi meccanismi di mutazione.] Chiaramente i risultati del suo esperimento non sostengono l'ipotesi di mutazioni “casuali” e di evoluzione senza scopo!

Cairns si riferì a questo meccanismo appena scoperto come a una mutazione orientata. La sola idea che l'informazione ambientale potesse eseguire una retroazione e riscrivere i geni fu un affronto per i proponenti della teoria Darwiniana. La risposta da parte della scienza fu rapida e ostile. [Sia il giornale britannico Nature che quello americano Science pubblicarono violenti articoli contro i risultati di Cairns. Il titolo di quello americano, a grandi caratteri e in neretto, dichiarava: “Un'eresia nella biologia molecolare”.].

I massimi esponenti di Scientific Materialism erano pronti a condannare Cairns al rogo!

I risultati di Cairns si ripeterono nel decennio successivo, e da allora la sua idea scioccante e inaccettabile della mutazione orientata si attenuò per diventare mutazione adattiva per poi essere relegata a mutazione benefica. Alla sfida verso la casualità delle mutazioni si aggiunse quella per spiegare il meccanismo con cui tali mutazioni, in primo luogo, si verificherebbero.

[Attualmente è riconosciuto che nei batteri stressati, i meccanismi di feedback selezionano e riproducono attivamente copie di geni associati alla loro particolare disfunzione. Invece di adoperare meccanismi convenzionali che copiano il DNA, i batteri impegnano un unico enzima incline all'errore, e copia il DNA creando mutazioni mentre copia il gene. Una sorta di fotocopiatrice scadente che “sbaglia” intenzionalmente. Usare questo enzima per produrre una grande quantità di copie di geni mutati casualmente permette alle cellule di accelerare intenzionalmente il loro indice di mutazione per aumentare la propria sopravvivenza. Lo sviluppo di queste mutazioni “random” rappresenta la parte Darwniana del processo.]

Ed è con il nome di ipermutazione somatica, si indente quel meccanismo che fornisce batteri debilitati con numerosi geni duplicati, e ognuno esprime una diversa variazione del codice genetico. Quando una variante del gene produce un prodotto della proteina più efficace nel risolvere lo stress dell'organismo, il batterio libera il gene difettoso originale dal suo cromosoma e lo sostituisce con la versione nuovissima. Questa è la parte Lamarckiana del meccanismo, la fase in cui “un'interazione istruttiva” tra l'ambiente e la cellula porta alla selezione della versione migliore del nuovo gene.

Lo stesso meccanismo d'ipermutazione somatica viene usato dai nostri sistemi immunitari per produrre le apposite proteine dell'anticorpo che ci proteggono da virus, batteri e parassiti invasivi.

La tecnologia ha tratto profitto da questi meccanismi di mutazione per progettare batteri in grado di “digerire” fuoriuscite di olio o estrarre certi minerali grezzi dalle cave. Nello stesso tempo, la scienza medica è stata confusa e sopraffatta da questo meccanismo che permette ai microbi patogeni di “imparare” a diventare resistenti ai nostri antibiotici più potenti. Il lavoro di Cairns ci introduce alla realtà che l'evoluzione non è solo un caso fortunato ma una danza tra un organismo e il suo ambiente, un processo dinamico in cui gli organismi possono adattarsi continuamente agli ambienti nuovi e debilitanti.

La condivisione dell'informazione genetica

Scienziati che studiano il genoma hanno scoperto di recente un meccanismo supplementare di adattamento evolutivo che rivela una sorprendente collaborazione tra le specie: organismi viventi  che condividono i loro geni. Si riteneva che i geni si trasmettessero solo alla progenie di un organismo individuale attraverso la riproduzione. Ora gli scienziati ritengono che i geni si condividono non solo tra membri individuali all'interno di una specie, ma anche tra membri di specie diverse. La condivisione dell'informazione genetica attraverso il trasferimento genetico accelera l'evoluzione poiché gli organismi possono acquisire, sottoforma di geni, esperienze “apprese” da altri organismi. Stabilita questa condivisione di geni, gli organismi non si possono più considerare entità sconnesse; non ci sono muri tra le specie.

La condivisione dell'informazione genetica non è accidentale; è il metodo della Natura per aumentare la sopravvivenza collettiva della biosfera. Lo scambio di geni tra individui, recentemente riconosciuto, diffonde l'informazione che influenza la sopravvivenza di tutti gli organismi facenti parte della comunità vivente. La consapevolezza di questo trasferimento genetico inter e intraspecie mette in evidenza i pericoli dell'ingegneria genetica, poiché i geni umani alterati possono distribuirsi in tutta la biosfera, alterando gli organismi in modo imprevedibile.

Gli evoluzionisti genetici avvertono che se falliamo nell'applicare la lezione del nostro destino genetico condiviso, il quale dovrebbe insegnarci l'importanza della collaborazione tra tutte le specie, mettiamo sotto seria minaccia la vita umana. Dobbiamo prendere le distanze dalla teoria Darwiniana che sottolinea l'importanza degli individui, verso una teoria che sottolinei l'importanza della comunità. A questo scopo, lo scienziato britannico Timpthy Lenton ha fornito la dimostrazione, che le interazioni collettive tra specie sono più importanti per l'evoluzione, dei contributi individuali di una sola specie.

L'evoluzione seleziona la sopravvivenza dei gruppi più idonei e non quella degli individui più idonei. Lenton propone: «Dobbiamo considerare la totalità degli organismi e il loro ambiente materiale per comprendere pienamente quali caratteristiche riescono a perdurare e dominare». La consapevolezza che gli organismi si siano evoluti contemporaneamente e continuino a coesistere in una rete intrecciata(orig. entangled, ndr) di vita richiede una comprensione della vita basata sull'olismo, e non sugli individui.

Nel porre l'attenzione sulla rete della vita, la nuova biologia sostiene pienamente l'ipotesi di James Lovelock (La rivolta di Gaia, Rizzoli 2006), che la Terra fisica e tutti gli esseri viventi costituiscano un organismo collettivo. Interferire con l'equilibrio del superorganismo di Gaia, distruggendo la foresta pluviale e impoverendo lo strato di ozono o alterando la specie con l'ingegneria genetica, minaccia la sua sopravvivenza e di conseguenza la nostra.

Se vogliamo che il nostro mondo cambi, deve prima cambiare quello che ci raccontiamo sul nostro mondo - la nostra storia. Per fortuna, la nuova consapevolezza offerta dalla scienza riscrive profondamente la storia della vita e offre una risposta migliore alle domande paradigmatiche a fondamento della civiltà: Come siamo arrivati qui? Attraverso una serie di mutazioni adattive che ci permettono di equilibrare l'ambiente. Perché siamo qui? Secondo la saggezza dei Nativi Americani, “Siamo qui per curare il Giardino”. E, “Adesso che siamo qui, come possiamo trarne il meglio?” Imparando a vivere in armonia con la Natura e l'uno con l'altro.

I paradigmi di base formano il carattere e il destino della civiltà. Quando la nuova consapevolezza scientifica farà il suo ingresso nella corrente principale di pensiero, ci libererà dai vincoli della vecchia storia del Materialismo Scientifico basata sulla mancanza di uno scopo, la lotta e la competizione. Il nuovo paradigma emergente rivela che non siamo qui per caso, ma con uno scopo e un progetto intenzionale della Natura. Dal momento in cui vivremo nella nuova storia, l'umanità, come la farfalla, presto sperimenterà il prossimo livello, più alto, della nostra evoluzione. Sarà un volo fantastico!

© 2008 by Bruce H. Lipton Ph.D sulla versione originale.

La Biologia delle Credenze — Libro >> https://bit.ly/3wLb1MT

Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula - Con musica a 432 Hz di Emiliano Toso

Bruce Lipton

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lunedì 31 gennaio 2022

Il DNA spazzatura? Un'antenna di biofotoni


Il DNA spazzatura? Un'antenna di biofotoni

Medicina Integrata

>> https://goo.gl/QZeXCT

Una scoperta semplice ma rivoluzionaria: le nostre cellule contengono ed emettono luce.

Gli studi pionieristici del Professor Fritz Albert Popp e i suoi successivi sviluppi ci hanno permesso di capire come ogni essere vivente emetta costantemente una radiazione ultra debole chiamata biofotone, così debole da essere equiparata alla visione della fiamma di una candela posta a 20 km di distanza.

Vincenzo Primitivo - 30/01/2022

L’emissione biofotonica del DNA

Ancora più rivoluzionaria è la scoperta che questa emissione ultra debole origina nel DNA.

Il DNA è stato sempre esclusivamente considerato come la molecola che contiene le informazioni genetiche necessarie per la sintesi delle proteine, gli elementi che sono alla base dell'identità degli organismi viventi.

Queste funzioni vengono svolte in realtà solo dal 5% del DNA esistente mentre il restante 95% veniva definito DNA spazzatura proprio perché non se ne conosceva l'utilità. I nuovi studi e le ricerche più recenti hanno conferito invece dignità biologica a questa porzione, assegnandole un ruolo fondamentale nel funzionamento dei sistemi viventi, come guida per tutti i processi cellulari.

Si è visto come questa parte di DNA agisca come un'antenna ricevendo ed emettendo segnali luminosi, trattenendo ed emettendo fotoni, i quali garantiscono una serie di fondamentali funzioni biologiche: in essi sono contenute e veicolate le informazioni che servono per regolare le attività fisiologiche e i processi cellulari, le reazioni biochimiche, la conduzione degli impulsi nervosi, la regolazione del sistema immunitario, l'alternarsi dei ritmi biologici, in buona sostanza il mantenimento in vita degli esseri viventi. Vita che deriva dalla luce ed è da essa sostenuta grazie a informazioni energetiche ben precise, che non lasciano spazio alla casualità.

L'insieme delle reazioni biochimiche all'interno di un ciclo biologico non avviene in base a incontri casuali fra molecole non collegate fra loro, ma grazie a informazioni provenienti dal vuoto quantistico, che permettono la selezione non casuale del proprio partner di azione all'interno di un numero elevatissimo di altre ipotesi. L'informazione che permette il meccanismo di selezione del partner molecolare riduce il caos che deriverebbe da una selezione casuale della scelta e di conseguenza riduce l'entropia del sistema. Il ricevimento dell'informazione dal vuoto quantico non sarebbe possibile se il sistema vivente non fosse aperto ad uno scambio con l'ambiente esterno.

Continua la lettura dell'intervista completa

su Scienza e Conoscenza 60

Scienza e Conoscenza - n. 60 >> https://goo.gl/QZeXCT

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Autori Vari

www.macrolibrarsi.it/libri/__scienza-e-conoscenza-n-60.php?pn=1567


lunedì 25 maggio 2020

5G: modifica DNA risuonando con strutture frattali



Tecnologia 5G: modifica il DNA risuonando con le sue strutture frattali

Scienza e Fisica Quantistica


Lʼuomo è una sofisticata e delicata macchina elettromagnetica che vive di segnali, frequenze, codici di riconoscimento: in tutto questo come interferiscono i campi elettromagnetici esterni e in particolare la nascente tecnologia 5G?

Fausto Bersani Greggio - 25/05/2020

Il seguente articolo è tratto da Scienza e Conoscenza #72

Lʼuomo è una sofisticata e delicata macchina elettromagnetica che vive di segnali, frequenze, codici di riconoscimento. A un livello molto elementare basti pensare all’attività elettrica del cuore, del cervello o dei muscoli. Tuttavia per capirne a fondo il funzionamento la biochimica non è sufficiente. Ifuturi progressi della medicina saranno possibili se i medici lavoreranno accanto ai fisici. Solo così comprenderemo i livelli più sottili e profondi, i “meccanismi che comandano i meccanismi”.

Il concetto di risonanza

Il problema delicatissimo è quello di determinare come reagisce il campo elettromagnetico endogeno nei diversi distretti del corpo umano quando questo è esposto a un campo elettromagnetico esterno. In questi casi atomi e molecole possono essere distorti nelle loro configurazioni e nei loro equilibri funzionali. I resoconti di vari studi documentano “effetti finestra” in cui si presentano complesse risposte biologiche (bio-effetti) non lineari e selettive: al di fuori di determinati intervalli di frequenze e intensità, in genere, non si ha alcuna reazione. In altre parole, l’effetto accade solo sotto l’influenza di “sottili risonanze” e non necessariamente l’effetto risulta più evidente quando il campo applicato “fa la voce grossa”. Non è un semplice problema di intensità espositiva.

OGNI SISTEMA, MICROSCOPICO O MACROSCOPICO, È IN GRADO DI OSCILLARE
E LO FA CON FREQUENZE CARATTERISTICHE,
LE COSIDDETTE “FREQUENZE PROPRIE” DI VIBRAZIONE

Proviamo ad approfondire il concetto di risonanza. Partiamo dalla nota storia del ponte Tacoma Narrows Bridge che, il 7 novembre 1940, crol- lò sotto le raffiche periodiche del vento. Non fu certo solo la pressione del vento a farlo crollare, ma la cadenza delle raffiche, cioè la frequenza. Questa frequenza risultò molto vicina alla frequenza di vibrazione “propria” di una delle strutture portanti; in questo caso, la pressione trasmessa dal vento venne amplificata a un livello tale che il trasferimento di energia fece crollare il ponte. È lo stesso fenomeno in virtù del quale se facciamo vibrare un diapason con un martello, altrettanti diapason aventi la stessa frequenza del primo e posti in sua prossimità, risuoneranno senza venire percossi. Analogo è anche il meccanismo uditivo in cui la membrana del timpano risuona con le onde sonore che vengono emesse nell’aria riconoscendole e decodificandole in un linguaggio grazie al sistema nervoso, naturalmente entro un certo spettro di frequenze che rappresenta la nostra capacità uditiva, né più né meno di quanto accade alle cellule della nostra retina (coni) che, come vere e proprie antenne, riconoscono determinate frequenze elettromagnetiche che chiamiamo colori.

In generale si può dire che ogni sistema, microscopico o macroscopico, è in grado di oscillare e lo fa con frequenze caratteristiche, le cosiddette “frequenze proprie” di vibrazione.

La risonanza è la capacità che ha il sistema di aumentare l’ampiezza di oscillazione in corrispondenza di sollecitazioni esterne sintonizzate esattamente sulle frequenze proprie di vibrazione. In questo caso, in modo molto efficiente, il sistema assorbe, amplificandola, l’energia ceduta da una perturbazione...

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Scienza e Conoscenza - n.72 — Rivista >> https://bit.ly/3b3IMu1
Nuove scienze, Medicina Integrata
Autori Vari

mercoledì 29 gennaio 2020

Il DNA impara



Il DNA impara

intervista a Ernesto Di Mauro

Medicina Integrata


I nostri comportamenti modificano l’espressione del nostro DNA e di quello dei nostri figli: quando potremmo tramandare la felicità per via genetica?

Romina Alessandri - 29/01/2020

Pensiamo al DNA come al manuale delle istruzioni di funzionamento dell’essere umano. Frutto di milioni di anni di evoluzione, questo libretto di istruzioni è però una sorta di ipertesto che può essere letto in vari modi: possiamo iniziare la lettura dal secondo paragrafo, decidere di cliccare su un link piuttosto che su un altro, o di non cliccarne nessuno. E qui entra in gioco l’epigenetica che è il modo in cui il nostro DNA si esprime – attraverso specifici meccanismi come la metilazione, la fosforilazione, l’acetilazione ecc. – in risposta a determinati stimoli ambientali e comportamentali. La regolazione epigenetica è la “complessità e il controllo della complessità” – come scrive Ernesto Di Mauro, che è stato professore di Biologia Molecolare all’Università “La Sapienza” di Roma, ora vice-presidente della Accademia Europea Interdisciplinare delle Scienze, e autore del libro Epigenetica. Il DNA che impara: lo abbiamo sentito al telefono per capire fino a che punto possiamo agire consapevolmente sulla nostra biologia e quali le ripercussioni etiche delle possibili future scoperte in campo epigenetico.

SC - Ho letto il suo libro dal titolo Epigenetica: il DNA che impara e una delle primissime frasi che mi ha molto colpito è quella in cui scrive che noi, esseri umani, «siamo informazione, siamo accumulo di energia, organizzazione che si contrappone all’entropia». Ci vuole spiegare meglio questo passaggio?

Ernesto Di Mauro - Qui i concetti da illustrare sono due. Il primo è che l’informazione, per definizione, è energia. La scienza dell’informazione è basata sul lavoro di Shannon – padre della teoria dell’informazione su cui si è sviluppato lo studio e la progettazione dei sistemi informatici – in cui si dimostra questo concetto. In modo esemplificativo, applicandolo alla genetica, si può dire che io sono l’informazione che viene da mio padre e da mia madre, la quale viene dall’informazione dei loro genitori e così via, fino all’origine del sistema vivente. Per cui, l’informazione è l’accumulo di tutta l’energia che è stata necessaria per sviluppare il DNA, che a mano a mano si è evoluto.

L’entropia è il concetto opposto, l’altra faccia della medaglia: è la dispersione di energia, è l’equilibrio finale in cui tutto è uguale, in cui non c’è più differenza, non c’è più informazione.

Io, quindi, sono null’altro che l’informazione che è stata elaborata in precedenza e che ha richiesto energia – sempre usata per adattarsi all’ambiente –, per replicarsi, per riprodursi e, alla fine, c’è un essere vivente definito, che ha richiesto quell’energia.

Dal punto di vista formale, l’informazione è quindi energia, anche se a tal proposito occorre fare un chiarimento. L’informazione, di per sé, non è un’entità fisica, cioè non c’è un’unità di misura per l’informazione. I fisici tendono pertanto a sostenere che l’informazione stessa non sia, in sé, energia. Il problema però è che in effetti, per sviluppare qualcosa, serve l’energia del sistema. Non sono concetti ovvi e semplicissimi; per fare un esempio possiamo paragonare energia e informazione a hardware e software: per fare una macchina è necessaria energia per costruirne i componenti, ma il suo funzionamento seguita a richiedere energia. C’è l’energia per costruire una televisione, ma c’è anche l’energia per farla funzionare. C’è l’energia per fare un corpo, ma c’è anche l’energia per definire le informazioni che fanno funzionare quel corpo.

Nel caso dell’essere umano, l’informazione è il suo DNA, la sua genetica.

SC - Sempre nel sopra citato libro lei scrive che per tanto tempo si è voluto separare «il corpo dall’anima, la mente dal cervello, il genotipo dal fenotipo». Allo stesso modo, attualmente, spesso si sente contrapporre la genetica all’epigenetica: si tratta di due ambiti di studio separati, in contrasto, o piuttosto due facce della stessa medaglia? Approdando all’epigenetica si rinnega la genetica?

Ernesto Di Mauro - Genetica ed epigenetica sono sostanzialmente la stessa materia di studio. C’è un DNA che è l’informazione scritta sui componenti A, T, C e G, ma è tutto l’insieme delle modificazioni di questi componenti il nucleo del sistema. La genetica è l’informazione contenuta nel DNA e l’epigenetica è l’uso che se ne fa. I due concetti non sono separabili...

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Scienza e Conoscenza n.71 - Gennaio/Marzo 2020 - Rivista Cartacea — Rivista >> http://bit.ly/38ofSnq
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martedì 16 aprile 2019

La “luce” dei simboli: psicoterapia, fotoni e DNA



La “luce” dei simboli: psicoterapia, fotoni e DNA

Neuroscienze e Cervello


Secondo un’ipotesi affascinante l’approccio psicoterapeutico analogico e simbolico potrebbe influenzare l’emissione di fotoni da parte dei microtubuli del cervello e l’espressione del DNA

Redazione Scienza e Conoscenza - 15/04/2019

Tratto dall'articolo La “luce” dei simboli: psicoterapia, fotoni e DNA di Diego Frigoli, apparso su Scienza e Conoscenza 68.

In tutte le civiltà si è sempre celebrata la luce come fenomeno fisico e al contempo come immagine simbolica, dotata di uno spettro di iridescenze metaforiche capaci di parlare a tutte le sfumature dell’anima. Ricordiamo le riflessioni profonde prodotte dalla meditazione Taoista, Induista, Kabbalista, Cristiana, Gnostica, Alchemica, giusto per citare le più note, ma l’esperienza dell’anelito alla luce è così generale nell’essere umano, da qualificarla come una vera e propria istanza archetipica, una tensione cioè, a esprimere l’eterno gioco degli opposti, che nel caso della luce riguarda il suo confronto con l’ombra (Frigoli D., 2017).

Anche nel campo della fisica la costituzione della luce presenta una sua ambiguità di fondo, che sembra sottrarla a una definizione precisa: essa è composta da fotoni, che a seconda dell’osservatore, si comportano come particelle o come onda. Sul piano psicologico questa ambiguità sfuggente, che dipende dal ruolo dell’osservatore, è la stessa che esiste fra la coscienza e l’inconscio (Frigoli D., 2013); questo fatto portò due immensi protagonisti della scienza come Wolgang Pauli e Carl Gustav Jung a confrontarsi sulla realtà della fisica quantistica e la dimensione dell’inconscio e delle sue leggi (Jung C.G., Pauli W., 2015).

Oggi noi sappiamo che la luce è simbolo della coscienza e che la natura della coscienza è “affondata” nella natura del corpo, come ci ricordano Humberto Maturana e Francisco Varela (Maturana H., Varela F., 1987) pertanto l’azione del portare alla luce la coscienza, sottraendola all’ombra dell’inconscio non significa solo un’esplorazione psicologica dei traumi e delle delusioni che hanno costellato la nostra esistenza, ma se si vuole confrontarsi con l’archetipico presente nello studio della luce, occorre, in termini alchemici, sprofondare nel nostro corpo, individuare le forze istintuali che lo sorreggono e trasformare le stesse in metafore adeguate a esprimere la loro “sostanza”, resa finalmente accessibile alla coscienza (Frigoli D., 2017).

A questo e non ad altro si riferisce il processo di individuazione psicologica e ne rappresenta un pallido esempio. Tutti colgono della luce il suo lato psicologico di illuminare l’ignoto, e hanno sempre descritto la dialettica luce-tenebre come un paradigma morale e spirituale, destinato a permettere un dialogo con il divino per sottrarsi a quel mondo di tenebre e di «ombre mortali, paese della caligine e dell’opacità, della notte e del caos, in cui la stessa luce è tenebra fonda» (Giobbe, 10, 21-22, 2010).

In realtà il rapporto luce-tenebre è molto più complesso, perché la relazione fra l’oscurità e la luce non è semplicemente etica – nel senso che l’oscurità corrisponde alla privatio boni degli gnostici, mera essenza del bene cioè, e la luce alla presenza del Logos –, ma semmai è dotata di uno statuto ontologico più vasto, ben espresso dalla dualità simbolica delle divinità Shiva e Parvati (Coomaraswami A., 2011) dell’induismo, unite in una eterna danza cosmica, e dal simbolo più conosciuto, legato al taoismo, dove i principi dello yin e dello yang sono riuniti nel loro eterno movimento in una totalità assoluta, quella dell’Uno che li abbraccia (Granet M., 1971).

Le sfumature del Tao Quale significato attribuire a queste immagini per individuare il loro valore archetipico? È evidente che questa danza di opposti – di come cioè nella Luce sia presente l’Oscurità (l’ombra della luce) e l’Oscurità la Luce (la luce dell’ombra) – sta a significare non soltanto la relatività della dialettica Luce-Ombra, secondo la quale tali opposti non sono mai da considerare assoluti, ma anche la possibilità di poter trasformare tale opposizione apparente in una realtà più sfumata, più duttile, perché aperta alla trasformazione. In termini etici si può parlare di come dal bene possa scaturire il male e di come dal male possa scaturire il bene.

Questa riflessione è la più nota nel mondo occidentale, che però non ha compreso in profondità il valore archetipico di questo simbolo, a differenza dell’Oriente dove il simbolo stesso assume caratteristiche di importanza primaria nel descrivere una “pratica” trasformativa dell’essere umano verso la dimensione della sua totalità (Cooper J.C., 1985).

Non a caso la storia di tale simbolo, che si perde nella notte dei tempi, nasce dalle esperienze dei veggenti taoisti, che come i rishi delle Upanishad, sapevano conoscere la natura del Cosmo e dell’Uomo per via intuitiva, attraverso percezioni subliminali in cui la mente, diventata sempre meno opaca grazie al costante immergersi consapevole nell’opacità, procurava un tipo di conoscenza in cui la commistione dello yin e dello yang diventava l’espressione delle infinite forme della realtà, presenti nel corpo dell’uomo sotto forma di forze istintuali. La coscienza consapevole delle forze corporee degli istinti li rendeva progressivamente liberi dal loro automatismo, permettendo alla coscienza rinnovata la scoperta della propria trasformazione.

Per questo il simbolo del tàijítú – come peraltro tutti i simboli in cui si esprime la dialettica degli opposti – è stato assunto dall’alchimia cinese a indicare l’arduo percorso e la pratica operativa di individuazione della scintilla del Sé definita, a seconda delle culture, Embrione immortale e Lapis Philosophorum (Jung C.G., Wilhelm R., 1981).

Scienza e Conoscenza n. 68 - Aprile/Giugno 2019 — Rivista >> http://bit.ly/2YKRKHY 
Nuove scienze, Medicina Integrata

lunedì 4 febbraio 2019

Siamo fatti di microbi



Siamo fatti di microbi: come e' possibile?

Medicina Non Convenzionale


Il nostro patrimonio genetico non è composto solamente dal DNA, come abbiamo sempre pensato: all'interno de nostro corpo convivono batteri e DNA, come? Perché squadra che vince non si cambia

Andrea Giulia Pollini - 01/02/2019

Verso la metà degli anni Cinquanta gli scienziati iniziarono a studiare la composizione del DNA. Lo scopo delle ricerche era decodificare le sequenze del DNA e comprendere perché noi esseri umani riusciamo a essere così diversi gli uni dagli altri.

La ricerca scientifica arrivò alla conclusione che la nostra complessità era data non solo dal nostro DNA, ma anche dal DNA dei batteri che vivono all’interno del nostro corpo. Concentrandosi sui batteri scoprirono che un batterio contiene regolarmente il 15% o più dei geni di altri batteri. Per esempio due batteri classificati come molto diversi sono stati rivelati come geneticamente simili: L’E. coli, innocuo abitante dell’intestino, e la Shigella, responsabile della dissenteria batterica hanno al 100% lo stesso DNA, anche se hanno effetti completamente diversi sul nostro organismo. Gli scienziati compresero che non esistono solamente batteri cattivi, ma che all’interno del nostro organismo vivono anche batteri buoni, responsabili della nostra unicità e della nostra salute.

Le scoperte scientifiche sui batteri intestinali

Gli scienziati fecero una scoperta rivoluzionaria, come ci spiega la Dottoressa Anne Katharina Zschocke nel suo libro I Batteri Intestinali:

«Al contrario di quanto pensavamo, noi esseri umani non siamo in prima linea cellule con un nucleo dalle quali deriva la vita, siamo un insieme vitale di microbi e cellule corporee: senza questi batteri l’essere umano non è niente. Noi pensavamo di essere il risultato dei nostri propri geni originari, mentre la scoperta rivoluzionaria è: grazie ai batteri in noi siamo in correlazione con tutti i microbi della terra e dentro di noi portiamo una specie di organo, che fino a ora non avevamo ancora conosciuto come tale, ovvero la totalità di tutti i batteri compreso il loro patrimonio genetico, le loro capacità di adattamento. Con la loro capacità di scambiarsi tra di loro tutto il possibile e con tutto quello che ancora non conosciamo».

Che cos’è il Microbioma?

I nostri geni uniti ai nostri microbi vengono chiamati “microbioma”, le ricerche scientifiche si sono concentrate sul compito svolto in noi da questi organismi unicellulari. In pochissimo tempo la scienza ci ha dato le risposte che hanno cambiato il nostro modo di guardare tutta la vita umana. La scoperta del microbioma e delle sue funzioni ha alla base un concetto molto semplice: noi esseri umani viviamo di relazioni, a partire dalle più piccole che si svolgono all’interno del nostro organismo, siamo interdipendenti tra di noi. Una vita sana può esistere solo con una convivenza sana che deve partire proprio tra il nostro DNA e i batteri che ospitiamo nel nostro corpo. Negli Stati Uniti sono iniziati dei nuovi progetti, come leggiamo nel libro della dottoressa Anne Katharina Zschocke I Batteri Intestinali:

«Alle origini di questo progetto [Il progetto “Genomic Science Program” ndr] c’è l’idea che esistano principi genetici di base che controllano i sistemi unicellulari e vegetali. La padronanza da parte dell’essere umano su questi principi di controllo dovrebbe rendere possibile dominarli e utilizzarli a seconda delle proprie idee. Un altro programma è lo “Human Microbiome Project”, dal 2008 al 2012, nel quale, allo scopo di comprendere meglio il microbioma, sono stati studiati geneticamente 60 prove microbiche prelevate da quindici parti diverse del corpo di trecento persone. Da tutti questi progetti sappiamo adesso che la prima cosa che ci rende esseri umani completi e che giustifica la nostra salute è proprio il patrimonio genetico dei batteri sul e nel nostro corpo, insieme a quello delle nostre cellule».

Quindi abbandoniamo la brutta abitudine di pensare ai batteri come “qualcosa di negativo” e storcere il naso quando li nominiamo. I batteri non sono tutti “cattivi”, anzi potremmo dire “squadra che vince non si cambia”.

eBook - I Batteri Intestinali >> http://bit.ly/2SpmDBa
Come prevenire, curare e guarire allergie, sovrappeso, diabete, colon irritabile, autismo, depressione e molto altro
Anne Katharina Zschocke

Il nostro sistema immunitario si sviluppa solo in presenza di batteri!

I batteri sono fondamentali per la nostra salute. Da loro dipendono non solo la nostra digestione, il nostro sistema di difesa e il nostro bilancio vitaminico, ma addirittura anche tutta la nostra evoluzione personale, i nostri sentimenti e il nostro comportamento.

A partire dalla nascita, in particolare con parto il naturale e con l'allattamento al seno, il bambino acquisisce tutta una serie di batteri che sono previsti per lui dalla natura e che gli sono indispensabili per la sua salute.

Un'eccessiva igiene, l'assunzione di antibiotici, un'alimentazione errata possono ridurre notevolmente il numero dei batteri e inibire in maniera gravosa la loro interazione nell'intestino.

Per curare molte malattie (allergie, diabete, colon irritabile, sovrappeso e addirittura disturbi psichici come la depressione, ADHD o disturbo da deficit di attenzione/iperattività e l'autismo) è necessario ristabilire un sano microbioma, ovvero avere una buona quantità di batteri nella giusta composizione e una buona mucosa intestinale.

Partendo dalle ricerche scientifiche più recenti, l'autrice mostra quanto siano estese le correlazioni tra la flora intestinale e un buono stato di salute e in che modo sia possibile prendersi cura di intestino e corpo fornendo un apporto ottimale di microbi.

Queste scoperte rivoluzionarie sono in grado di spiegare l'origine di molte malattie e di conseguenza portano a nuovi trattamenti efficaci e a nuove vie di guarigione. L'autrice suggerisce, infatti, l'utilizzo di cibi fermentati, microrganismi effettivi e fornisce consigli e trucchi alimentari da seguire.

La dottoressa ANNE KATHARINA ZSCHOCKE ha studiato medicina, omeopatia e naturopatia a Friburgo e a Londra. Dopo una breve attività clinica ha seguito la sua vocazione e si è fatta un nome a livello internazionale come libera docente specializzata e autrice di libri. Le sue competenze come medico e le conoscenze ottenute nei 15 anni di ricerca sui microoganismi efficaci le hanno consentito di avere una visione unica nelle relazioni profonde del microbioma umano. In conferenze, seminari e libri trasmette ad altri il proprio vasto sapere.

venerdì 20 luglio 2018

Il DNA e il "dogma" della biologia molecolare




Il DNA e il "dogma" della biologia molecolare

Nuova Biologia      

Dalla genetica all’epigenetica: la dottoressa Debora Rasio ci spiega come le scelte dei genitori – dall’alimentazione, alle emozioni, alla gestione dello stress – influiscono sul destino dei figli

di Debora Rasio - 20/07/2018

Il colore dei capelli, degli occhi, della pelle, l’altezza, la struttura fisica e altri caratteri somatici sono chiaramente codificati da precise sequenze genetiche presenti nel nostro DNA. Ci si è spinti fino a ritenere che la predisposizione alle malattie, l’intelligenza, la capacità di procreare, persino il carattere dipendessero da quel filamento lungo circa 2 metri che risiede nel nucleo delle nostre cellule, “impacchettato” e superavvolto in particolari strutture proteiche chiamate istoni. Non a caso, oggi si ricorre diffusamente all’analisi del DNA per misurare la predisposizione alle malattie. È la naturale conseguenza del determinismo biologico che vede l’uomo come il prodotto dell’espressione dei suoi geni, il suo presente e il suo futuro deducibili dalla lettura del suo DNA.

Una visione così semplicistica del mondo è andata sgretolandosi allorché gli stessi scienziati, progredendo nella conoscenza dei meccanismi che regolano le funzioni cellulari, hanno scoperto che il cosiddetto “dogma centrale della biologia molecolare” secondo il quale il flusso di informazioni viaggia solo in una direzione – dal DNA verso le proteine, senza possibilità di un percorso inverso – fosse, semplicemente, falso. Il flusso di informazioni, infatti, viaggia in entrambe le direzioni e, se è vero che nasciamo con un determinato corredo di geni, è pur vero che sarà l’ambiente a decidere quali esprimere e quali no, in una continua relazione adattativa con il mondo circostante.

Il DNA spazzatura non è affatto da buttare

Fino alle fine del secolo scorso si pensava che noi esseri umani, le creature più intelligenti del pianeta, avessimo un numero di geni di gran lunga superiore a quello di qualunque altra specie.

Abbiamo dovuto attendere il completamento del Progetto Genoma Umano, nei primi anni 2000, per apprendere la verità: nel nostro DNA si trovano solo circa 20.000 geni che codificano informazioni per la sintesi di proteine, più o meno lo stesso numero di quelli che possiede un topo, corrispondenti all’1,5 percento di tutto il nostro DNA. 

Oggi sappiamo che la differenza sostanziale fra noi e le altre specie non risiede in queste regioni codificanti, ma nella restante parte del DNA, cioè in quel 98,5 percento considerato per lungo tempo privo di funzioni e per questo denominato “DNA spazzatura”. Tutt'altro, proprio questa parte “non codificante” decide quali, e in quanta parte, geni esprimere e quali no. E ci rende “unici” e diversi da tutti gli altri e dalle altre specie. Ma le sorprese, in quanto a scoperte, non finiscono qui.

Continua la lettura di questo straordinario articolo inedito su:

Scienza e Conoscenza n. 65 - Luglio-Settembre 2018 >> https://goo.gl/oH72LH
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

venerdì 13 luglio 2018

Epigenetica: un viaggio oltre il DNA




Epigenetica: il nuovo numero di Scienza e Conoscenza e' uno straordinario viaggio oltre il DNA

Nuova Biologia


Molte delle nozioni che fino ad oggi abbiamo imparato sulla dipendenza della nostra vita e salute dal nostro DNA possono essere messe in discussione: il nuovo numero di Scienza e Conoscenza dedicato all'EPIGENETICA ci spiega come

di Romina Alessandri - 11/07/2018

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un video-documentario realizzato dagli studenti del terzo anno della Civica Scuola di Cinema di Milano sull’Epigenetica e ne sono rimasta affascinata.

Mi ha stupito profondamente come questo video, così dettagliato e approfondito sull’argomento, spiegasse però in maniera semplice e immediata l’EPIGENETICA.

Vorrei quindi ispirarmi alla semplicità narrativa della Prof.ssa Altucci in questo video per introdurvi l’argomento.

Il nostro genoma, fin dalla nascita, risponde e interagisce con il tempo e con lo spazio in cui viviamo, quindi dialoga continuamente con l’esterno. Minuto dopo minuto, giorno dopo giorno si modifica e si plasma secondo le memorie e le esperienze acquisite e da qui nasce la parola EPI-GENETICA – che deriva dal greco EPI “al di sopra” – che significa andare OLTRE LA GENETICA.

Immaginiamo il nostro genoma come un libro da cui le cellule prendono le informazioni per agire e lavorare nel nostro corpo. Ora immaginiamo che su quel libro man mano vengano presi appunti, messi dei post-it, e sottolineati interi capitoli: bene, tutte queste informazioni aggiuntive sono l’EPIGENOMA. Il genoma è fisso, ma l’epigenoma si modifica in base all’ambiente e all’esperienza, quindi ognuno di noi è, semplicemente, la memoria del mondo.

Cosa significa tutto questo? Beh, significa che molte delle nozioni che fino ad oggi abbiamo imparato sulla dipendenza della nostra vita e salute dal nostro DNA possono essere messe in discussione.

È quello che facciamo in questo meraviglioso e illuminante numero di «Scienza e Conoscenza»: mettiamo in discussione e cerchiamo di aprire nuovi orizzonti su diversi argomenti, dalla genetica ai bio-fotoni, dall’intelligenza artificiale ai misteri delle piramidi in Bosnia.


Il nostro genoma, fin dalla nascita, risponde e interagisce con il tempo e con lo spazio in cui viviamo, quindi dialoga continuamente con l’esterno. Minuto dopo minuto, giorno dopo giorno si modifica e si plasma secondo le memorie e le esperienze acquisite e da qui nasce la parola EPI-GENETICA – che deriva dal greco EPI “al di sopra” – che significa andare OLTRE LA GENETICA.

Immaginiamo il nostro genoma come un libro da cui le cellule prendono le informazioni per agire e lavorare nel nostro corpo. Ora immaginiamo che su quel libro man mano vengano presi appunti, messi dei post-it, e sottolineati interi capitoli: bene, tutte queste informazioni aggiuntive sono l’EPIGENOMA.

Il genoma è fisso, ma l’epigenoma si modifica in base all’ambiente e all’esperienza, quindi ognuno di noi è, semplicemente, la memoria del mondo.

Cosa significa tutto questo? Sicuramente ci porta a mettere in discussione molte delle nozioni che fino ad oggi abbiamo imparato sulla dipendenza della nostra vita e salute dal nostro DNA.

In questo numero di Scienza e Conoscenza ci chiediamo se:

sono davvero i geni a guidare la nostra vita;
le relazioni sono più forti della genetica;
i campi elettromagnetici e le sostanze inquinanti modificano l’espressione del nostro genoma;
l’alimentazione ha un effetto sui nostri geni;
la musica modifica le nostre cellule.


INDICE

EPIGENETICA
Epigenetica: oltre il DNA
Di Valerio Pignatta

I campi elettromagnetici modificano i nostri geni?
Di Andrea Cormano

Relazioni: più forti della genetica?
Intervista a Giovanni Abbate Daga a cura di Marianna Gualazzi

Epigenetica e alimentazione
Di Debora Rasio

Musica per le cellule
Di Emiliano Toso

MEDICINA NON CONVENZIONALE
La Narrazione che Cura
Di Carmen Di Muro

Capire la sofferenza
Intervista a Guido Giarelli a cura della Redazione

Omeopatia: non è effetto placebo
Di Diego Tomassone

Cibo per la tiroide
Intervista a Simone Grazioli Schagerl a cura della Redazione

Ayurveda Italiana
Intervista ad Anna Camatti a cura di Marianna Gualazzi

La Guarigione Quantica
Intervista a Flavio Burgarella a cura di Emanuele Cangini

SCIENZA
Biofotoni: un mistero da risolvere
Di Luigi Maxmilian Caligiuri

Progetto SETI: incontri ravvicinati del terzo tipo
Di Maurizio Di Paolo Emilio

ARCHEOLOGIA
Piramidi della Bosnia: macchine di energia
Intervista a Sam Osmanagich a cura della Redazione

Scienza e Conoscenza n. 65 - Luglio-Settembre 2018 >> https://goo.gl/oH72LH
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

mercoledì 7 febbraio 2018

Talento, frequenze e DNA





Talento, frequenze e DNA

Scritto da: Carmen Di Muro

Psicologia Quantistica

07/02/2018


Talento, frequenze e DNA

La scienza oggi ha scoperto come le sole indagini molecolari del DNA non siano in grado di svelare la moltitudine di fenomeni biologici che avvengono nel nostro corpo. Esiste un’informazione sovraordinata, molto più sottile, che controlla l’accensione e lo spegnimento dei geni. Il nostro DNA non solo è depositario dell’informazione necessaria per il funzionamento cellulare dell’organismo, ma in realtà è una struttura di risonanza elettromagnetica dinamica in grado di immagazzinare, trasmettere e modificare informazioni essenziali che riguardano ogni dimensione della nostra esistenza.

Esso, infatti, funge da internet biologico e può essere attivato dalle frequenze a cui, quotidianamente, siamo sottoposti. Campi elettromagnetici di intensità e frequenza ultrabassa possono modulare l’attività proliferativa cellulare, nonché l’azione di anticorpi e neurotrasmettitori. Le cellule del corpo umano hanno codice genetico identico che fa di ciascuno di noi un individuo unico e diverso da tutti gli altri, ma pur contenendo identico DNA, sono differenti tra loro proprio grazie all’azione del codice epigenetico, ossia l’insieme di quei segnali mediati dall’ambiente e, più significativamente, dalle nostre percezioni di quell’ambiente che veicolano e modificano l’informazione all’interno dei nostri geni. Questi segnali non sono soltanto di natura chimica, ma soprattutto elettromagnetica.

Che cos'è il talento?

Ciò è di fondamentale importanza nella comprensione che nella profondità della materia vivente, dove alberga la sequenza prima che determina la nostra unicità genomica, non c’è trascritta soltanto l’informazione che permette al nostro organismo di funzionare in modo perfetto. In essa sono contenute delle tracce vibrazionali di individualissime capacità che ogni individuo di per sé possiede. Esse altro non sono che singolari e sconosciuti talenti, potenzialità racchiuse nel nostro essere, che possono restare sommerse per tutta la vita senza manifestarsi se non vengono opportunamente stimolate nel corso del tempo. Il talento è un’energia creativa che vive dentro ognuno di noi che, lasciata libera, porta ogni persona alla sua piena e spontanea realizzazione. È l’attitudine a seguire il proprio destino, al quale si può accedere in qualsiasi momento. Ognuno è portatore di questa straordinarietà che ci rende individui unici e irripetibili. Il saper fare una cosa in modo migliore rispetto ad altre persone, implica che tali sequenze si siano attivate nel corso della nostra vita, perché sono state stimolate dalla giusta frequenza informatizzata che ha permesso loro di esprimersi spontaneamente.
Siamo network biologici in grado di captare, immagazzinare e modificarci in virtù dell’incessante flusso di informazioni a cui siamo esposti nel corso della nostra esperienza di vita.

Siamo come antenne che captano segnali

Nel momento in cui frequentiamo determinati contesti in modo continuativo, la nostra sfera profonda si adatterà inscindibilmente alle frequenze maggiormente presenti intorno a noi. Il problema sorge quando l’ambiente è carico di frequenze basse e disarmoniche. Per esempio, ambienti poco stimolanti, trapuntati da sentimenti di bassa intensità causeranno sin dall’infanzia un addensamento energetico, facendo sì che le vibrazioni personali si adattino radicalmente alla vibrazione dominante del contesto di appartenenza. La familiarità con vibrazioni di polo negativo, a lungo andare causerà inevitabilmente una sofferenza dell’anima che non sarà più in grado di esprimere pienamente le sue potenzialità, e questa disarmonia si riverserà sul corpo, alterando pian piano la struttura e le catene di congiunzione del DNA.
Si attivano, così, sequenze genomiche disfunzionali, piuttosto che geni funzionali a mobilitare e far emergere i nostri talenti sconosciuti. L’ambiente in cui cresciamo influenza il nostro destino risvegliando geni “addormentati” o lascandoli per sempre “silenti”. Ai geni serve solo tempo per sincronizzarsi l’uno con l’altro e con l’ambiente, e un talento può modificarsi in un altro, nel momento in cui l’ambiente esterno fornisce le frequenze armoniche adatte al risveglio di geni fino a quel momento addormentati. Nulla impedisce quindi che un artista diventi uno scienziato, o viceversa, o che si possano scoprire delle capacità anche in tarda età.

Per approfondire l’argomento leggi

Anima Quantica - Libro
Nuovi orizzonti della psiche e della guarigione
Carmen Di Muro

giovedì 4 maggio 2017

Il DNA spazzatura e' un'antenna di biofotoni




Il DNA spazzatura e' un'antenna di biofotoni

Scritto da: Vincenzo Primitivo

Medicina Non Convenzionale



Il DNA spazzatura è un’antenna di biofotoni

Una scoperta semplice ma rivoluzionaria: le nostre cellule contengono ed emettono luce. Gli studi pionieristici del Professor Fritz Albert Popp e i suoi successivi sviluppi ci hanno permesso di capire come ogni essere vivente emetta costantemente una radiazione ultra debole chiamata biofotone, così debole da essere equiparata alla visione della fiamma di una candela posta a 20 km di distanza.

L’emissione biofotonica del DNA

Ancora più rivoluzionaria è la scoperta che questa emissione ultra debole origina nel DNA.
Il DNA è stato sempre esclusivamente considerato come la molecola che contiene le informazioni genetiche necessarie per la sintesi delle proteine, gli elementi che sono alla base dell'identità degli organismi viventi. Queste funzioni vengono svolte in realtà solo dal 5% del DNA esistente mentre il restante 95% veniva definito DNA spazzatura proprio perché non se ne conosceva l'utilità. I nuovi studi e le ricerche più recenti hanno conferito invece dignità biologica a questa porzione, assegnandole un ruolo fondamentale nel funzionamento dei sistemi viventi, come guida per tutti i processi cellulari.

Si è visto come questa parte di DNA agisca come un'antenna ricevendo ed emettendo segnali luminosi, trattenendo ed emettendo fotoni, i quali garantiscono una serie di fondamentali funzioni biologiche: in essi sono contenute e veicolate le informazioni che servono per regolare le attività fisiologiche e i processi cellulari, le reazioni biochimiche, la conduzione degli impulsi nervosi, la regolazione del sistema immunitario, l'alternarsi dei ritmi biologici, in buona sostanza il mantenimento in vita degli esseri viventi. Vita che deriva dalla luce ed è da essa sostenuta grazie a informazioni energetiche ben precise, che non lasciano spazio alla casualità.

L'insieme delle reazioni biochimiche all'interno di un ciclo biologico non avviene in base a incontri casuali fra molecole non collegate fra loro, ma grazie a informazioni provenienti dal vuoto quantistico, che permettono la selezione non casuale del proprio partner di azione all'interno di un numero elevatissimo di altre ipotesi. L'informazione che permette il meccanismo di selezione del partner molecolare riduce il caos che deriverebbe da una selezione casuale della scelta e di conseguenza riduce l'entropia del sistema. Il ricevimento dell'informazione dal vuoto quantico non sarebbe possibile se il sistema vivente non fosse aperto ad uno scambio con l'ambiente esterno.

Continua la lettura dell'intervista su Scienza e Conoscenza 60

Scienza e Conoscenza - n. 60 >> https://goo.gl/QZeXCT
Nuove scienze, Medicina non Convenzionale, Consapevolezza
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