Visualizzazione post con etichetta medicina non convenzionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta medicina non convenzionale. Mostra tutti i post

mercoledì 5 giugno 2019

Akasa e la Teoria delle Stringhe




Akasa e la Teoria delle Stringhe

Medicina Non Convenzionale


Dall’antica sapienza indiana alla fisica dei quanti, la dimostrazione che niente è separato, tutto è collegato, tutto è una cosa sola

Antonio Morandi - 05/06/2019

L’idea originaria di Ākāśa la troviamo espressa nei Veda, il cuore della tradizione sapienziale dell’India da cui si è sviluppata tutta la vasta letteratura scientifica e spirituale che sta alla base della cultura indiana.

Per meglio comprendere il grado di complessità del tema è importante precisare che nella cultura indiana il concetto di Ākāśa è utilizzato in svariate modalità: in Āyurveda, la più importante Medicina Tradizionale Indiana è uno dei 5 elementi che costituiscono il corpo umano, nella Matematica Vedica è sinonimo di “zero” mentre nel Vastu Śastra, l’antica forma di architettura vedica, indica l’idea dello “spazio” che tutto pervade. Tutto quello che ha una forma, i “mattoni” della materia, gli organismi, le stelle, l’universo intero deriva da Ākāśa.

Che cos’è Ākāśa

Tutto quello che è percepibile dai nostri sensi evolve da Ākāśa, che tuttavia non è percepibile nella sua pura sostanza. L’elemento Ākāśa è l’anello di congiunzione fra uno stato potenziale puramente energetico della materia, il Brahman e l’Ātman della tradizione vedica, e la materia stessa. Da Ākāśa evolvono tutti gli altri elementi, o stati della materia, chiamati Pañca Mahābhūta secondo un ordine ben preciso di densità crescente: Ākāśa (Etere), Vāyu (Aria), Tejas (Fuoco), Jala (Acqua) e Pṛthvī (Terra). Questa sequenza evolutiva, che ritroviamo anche alla base dell’Āyurveda, è ben descritta in tutti i Darśana, i sistemi di pensiero, o se vogliamo filosofici, tradizionali dell’India.

La sequenza a densità incrementale dei Pañca Mahābhūta racchiude in sé un dato di primaria importanza: ogni elemento più denso poiché derivante dal precedente meno denso, ne contiene le proprietà. Quindi l’elemento meno denso ha un’informazione e una potenzialità creativa ed evolutiva, mentre quello più denso contiene l’informazione attuata del sistema. Le proprietà base dei singoli elementi sono progressivamente più complesse man mano che si progredisce nella sequenza. Ākāśa è caratterizzato dalla diffusibilità, Vāyu dalla capacità di pressione, Tejas da calore radiante, Jala dall’attrazione vischiosa e Pṛthvī dall’attrazione coesiva. Attraverso la presenza di Ākāśa in ogni elemento si diffonde quindi l’informazione dell’ordine primigenio. È evidente quindi come Ākāśa sia presente e determinante in tutti i Pañca Mahābhūta. Ākāśa offre il background affinché tutto avvenga.

Ākāśa e PrāṆa e la Teoria delle Stringhe

Secondo alcune correnti di pensiero indiane la spinta propulsiva in questa evoluzione è il Prāṇa. La relazione fra Ākāśa e Prāṇa determina la costituzione dell’universo e di tutta la realtà percepibile. Il Prāṇa è la forza vitale ed evolutiva di ogni organismo vivente, è coincidente con la capacità di esistere attraverso l’armonizzazione degli elementi, i Pañca Mahābhūta, che lo costituiscono. La descrizione di Ākāśa ne evidenzia la superiorità ontologica rispetto agli altri elementi. L’essenza stessa di Ākāśa è quindi un’informazione, una qualità vibratoria primordiale e prototipica che si diffonde e pervade, senza però che ci sia movimento.

È sconcertante come la descrizione di Ākāśa ricordi quanto espresso nella moderna Teoria delle Stringhe sulla costituzione dell’universo. Secondo questa teoria la realtà e le forze fondamentali della Natura possono essere considerate come delle corde, stringhe appunto, monodimensionali vibranti. Le stringhe hanno una dimensione infinitamente piccola, a livello della costante di Planck (10-35m), si diffondono nello spazio definendolo e interagiscono fra loro costituendo la rete della realtà: esattamente quello che secondo la cultura indiana fa Ākāśa. E così come a un livello dimensionale maggiore della costante di Planck le stringhe appaiono come normali particelle, con massa, carica e altre proprietà determinate dallo stato vibrazionale della stringa, Ākāśa a un livello maggiore di complessità si evolve negli altri stati della materia, negli altri elementi o Mahābhūta, per formare la realtà percepibile.

Continua la lettura di questo articolo su

Scienza e Conoscenza n. 68 - Aprile/Giugno 2019 — Rivista >> http://bit.ly/2YKRKHY
Nuove scienze, Medicina Integrata

lunedì 19 novembre 2018

Ho smesso di fumare, ora cosa succede al mio corpo?




Ho smesso di fumare, ora cosa succede al mio corpo?

Medicina Non Convenzionale


Basta smettere di fumare per ripulire il nostro corpo? Purtroppo no, ma conosciamo al giorno d'oggi molti rimedi naturali per ritornare sani e riprendere in mano la nostra vita annebbiata da anni di fumo ossessivo. Scopri insieme a noi come

Andrea Giulia Pollini - 16/11/2018

Sei riuscito a fare il grande passo, hai smesso di fumare e ora? Ora stai cercando di capire tutti i benefici che ti sta portando. Da ex fumatore sai che le difficoltà che hai superato, e che stai superando, in realtà ti hanno reso molto forte. Ti senti molto meglio, stai riacquistando l’uso di gusto e olfatto, ti senti più sano, come guarito da una brutta malattia. Ma sei veramente sicuro che basti smettere di fumare per “guarire” dai problemi che il tabagismo ti ha causato? Purtroppo smettere di fumare non basta, anche se ovviamente è il passo più importante. In questo articolo ti spiegherò come aiutare il tuo corpo a ripulirsi da anni di tabagismo compulsivo.

Cosa succede al nostro corpo quando smettiamo di fumare?

Al nostro corpo bastano venti minuti per riprendersi dal fumo dell’ultima sigaretta: la frequenza cardiaca, alterata dal tabacco, torna alla normalità e la pressione sanguigna inizia a stabilizzarsi, permettendo alla circolazione di migliorare.

Dopo dodici ore senza fumare vengono purificati polmoni e sangue: le tossine rilasciate a seguito della combustione del tabacco non permettono all’ossigeno di arrivare al sangue e ai polmoni.

Per riuscire ad aiutare veramente il cuore bisogna arrivare almeno a ventiquattro ore: a questo punto il rischio cardiocircolatorio inizia a diminuire. Nell’arco di una giornata la pressione del sangue inizia a diminuire e, contestualmente, anche i rischi di coaguli di sangue e ictus.

Dopo quarantotto ore il nostro olfatto e gusto stanno già migliorando e riprendendo vita.

Dopo tre giorni di “astinenza” i livelli di nicotina nel corpo sono pari a zero e anche se questa è una condizione assolutamente positiva può causare mal di testa, malumore e facile irritabilità. Dopo trenta giorni la capacità polmonare è praticamente ripristinata, si possono notare meno tosse e più fiato.

Dopo nove mesi potrai considerarti un vero ex-fumatore: le ciglia all’interno dei polmoni hanno recuperato la loro funzione e aiutano a eliminare il muco e a combattere le infezioni.

Dopo dodici mesi si evidenziano meno rischi cardiaci, la probabilità di malattie cardiache dopo un anno scende del 50%.

Dopo cinque anni il nostro corpo rinasce e arterie e vasi sanguigni riescono finalmente ad allargarsi. Questo ampliamento significa che il sangue ha meno probabilità di coagularsi e che si riduce il rischio di ictus. Per arrivare al pari di un fumatore servono quindici anni di astinenza, ma il vero traguardo sono vent’anni senza fumo momento in cui i medici dichiarano che il rischio di morte per cause legate al tabagismo, tra cui malattie polmonari e cancro, si riduce al livello di una persona che non ha mai fumato nella sua vita.

Cosa puoi fare per pulire i tuoi polmoni?

Ora che conosciamo le tempistiche della guarigione del nostro corpo possiamo aiutare i nostri organi e il nostro sangue a “ripulirsi” al meglio e più velocemente per farlo possiamo utilizzare alimenti detossificanti come lo zenzero, l’aglio, la cipolla e il peperoncino. Questi alimenti hanno un gusto forte e non sono proprio apprezzati da tutti, quindi se non volete mangiare cipolla e aglio, rischiando di avere anche un alito non piacevole, potete sempre ricorrere ai suffumigi. I suffumigi, o fumi, con oli essenziali di eucalipto, timo, lavanda e menta sono un grande aiuto per il nostro corpo, soprattutto per i nostri polmoni. Inoltre è molto importante praticare con costanza attività fisica all’aria aperta, permettendo ai polmoni di respirare aria “buona”. Esci a fare una camminata in campagna o in un parco, meglio ancora in montagna. Anche bere acqua in abbondanza è molto utile per agevolare l’espulsione delle tossine da parte dell’organismo. Per concludere uno stile di vita sano e una dieta varia sono le basi per ripartire alla grande dopo anni ingrigiti dal fumo di sigaretta.

Le novità che porta la tecnologia

Una cosa molto bella che ho scoperto recentemente, avendo io stessa smesso di fumare, sono delle applicazioni che si possono scaricare sui nostri cellulari e che giornalmente ti seguono nella tua disintossicazione da sigaretta. Generalmente nell’applicazione puoi trovare una chat di supporto, dove si possono raccontare le proprie difficoltà a persone che stanno, come te, smettendo di fumare e dei punti dove ti vengono ricordati tutti i benefici della tua scelta. Utilizzare l’applicazione che aiuta a smettere di fumare è anche una soddisfazione per sé stessi, perché tutti i giorni si possono vedere quante sigarette abbiamo evitato, quanti soldi abbiamo risparmiato, e quanto il nostro stato di salute migliora costantemente.

Quindi, caro lettore, non hai più scuse, rimedi naturali e tecnologia sono dalla tua parte, smetti ora e riprendi in mano la tua vita.

Come Smettere di Fumare
Strategie per liberarsi in tempi brevi dalle dipendenze da fumo
Branka Skorjanec

Ipnosi - Smettere di Fumare - CD
Charlie Fantechi

venerdì 5 ottobre 2018

Disintossicazione e terapia nutrizionale




Disintossicazione e terapia nutrizionale: l'opera di Max Gerson

Medicina Non Convenzionale

Il dottor Gerson è stato tra i primi a mettere a punto un approccio scientifico all’uso della dieta a fini terapeutici: scopriamolo insieme

Redazione Scienza e Conoscenza - 05/10/2018

Tratto da Il Metodo Gerson di Kathryn Alexander

Max Gerson ha sviluppato i principi della disintossicazione e della terapia nutrizionale nella cura delle patologie croniche degenerative, ivi comprese quelle tumorali. Vedendo il fegato come organo primario della disintossicazione, collocò il sostegno e la rigenerazione di quest’organo in cima alle priorità del suo approccio. Con il lavoro di questo grande uomo abbiamo raggiunto le vette della comprensione, e dalla sua morte in poi abbiamo fatto solo piccoli passi avanti, ostacolati soprattutto dall’aumento della tossicità ambientale e dall’approfondirsi delle carenze nutrizionali all’interno della catena alimentare, che si riflettono in una popolazione umana con una resistenza alle malattie ridotta rispetto a quella sulla quale potevamo contare cinquant’anni fa.

Grazie alla grande capacità del dottor Max Gerson di estrapolare dati scientifici dal lavoro che svolgeva con i pazienti terminali di cancro, cosa che ha fornito una base di appoggio alle sue osservazioni cliniche portando di diritto i principi della disintossicazione nell’arena scientifica del Ventesimo secolo, sono in molti, oggi, a utilizzare i suoi studi come punto di riferimento per la terapia nutrizionale e disintossicante. È dal suo lavoro che abbiamo cominciato a comprendere i criteri da soddisfare per avviare la guarigione spontanea dell’organismo e per sostenerla.

Metodo Gerson: le leggi fondamentali per la guarigione

Max Gerson ha fornito al mondo uno schema semplice e basato su criteri specifici.

Ogni terapia olistica dovrebbe puntare a soddisfare questi criteri in quanto leggi fondamentali per la guarigione:

disintossicare l’organismo, perché la guarigione non può avere luogo in un ambiente inquinato;
riempire le cellule di nutrienti;
ripristinare le funzioni del sistema immunitario, in modo che il corpo possa mettere in campo un’infiammazione terapeutica.

La chiarezza con cui il dottor Max Gerson si è accostato al problema della guarigione, accanto alla precisione della sua metodologia, gli ha permesso di lasciare un’eredità che non solo ha resistito alla prova del tempo, ma è stata per diversi aspetti convalidata anche in ambito scientifico. Egli, come molti altri veri medici guaritori, è stato oggetto di denigrazione da parte dei suoi colleghi. Se fosse vissuto un poco più a lungo, avrebbe avuto la grandissima soddisfazione di vedere le sue osservazioni e le sue deduzioni riconosciute grazie ai nuovi progressi ottenuti dalla scienza, in particolare a quelli conseguiti nel campo della risonanza magnetica nucleare (RMN).

Continua la lettura su:

Scienza e Conoscenza n. 63 - Rivista >> https://goo.gl/ddGQ6U
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza
Autori Vari

martedì 25 settembre 2018

Come e quando e' stata scoperta l'Alzheimer




Come e quando e' stata scoperta la malattia di Alzheimer?

Medicina Non Convenzionale      

La malattia di Alzheimer è stata scoperta oltre un secolo fa, grazie alla ricerca di un medico tedesco che non si accontentava delle risposte che la medicina del suo tempo dava alla perdita di memoria

Redazione Scienza e Conoscenza - 25/09/2018

Tratto dal libro Alzheimer e altre malattie del cervello

All’inizio del secolo scorso, il dottor Aloysius “Alois” Alzheimer praticava la professione medica in una grande casa di cura in Germania. Un giorno venne ricoverata una donna di 51 anni, Auguste D., che presentava tutti i sintomi della senilità; tuttavia, vista la sua età, si pensò che fosse troppo giovane per essere affetta da questa patologia. A quel tempo si riteneva che la senilità facesse parte del normale processo di invecchiamento e che, con il passare degli anni, una persona potesse essere soggetta ad amnesie, ripetere verbalmente più volte le stesse cose, diventare più debole e fragile e avere maggiormente bisogno di aiuto da parte della propria famiglia. I casi di senilità aumentarono di pari passo con l’allungarsi della durata della vita, il che portò alla conclusione che doveva necessariamente trattarsi di una problematica legata all’invecchiamento.

Il dottor Alzheimer riuscì a seguire il caso di Auguste D. per parecchi anni, osservandola durante il suo declino. Quando la signora morì, Alzheimer effettuò un’autopsia e rilevò significative patologie cerebrali, che differenziavano la malattia di cui soffriva la paziente dai normali cambiamenti che avvengono nel cervello durante l’invecchiamento. Innanzitutto, scoprì che il cervello di Auguste D. presentava un’eccessiva atrofia. Quando il cervello invecchia, è possibile che si verifichi una certa riduzione della materia cerebrale, ma nel caso della paziente questa caratteristica era molto pronunciata.
In seconda battuta, il medico rilevò che, in confronto a un cervello sano e alla sua tortuosa superficie (le “circonvoluzioni”), i solchi del cervello di Auguste erano diventati molto profondi, e che la porzione interna (dove sono posizionati i ventricoli) risultava scavata. Inoltre si era verificata una vera e propria perdita di materia cerebrale.

Un’altra alterazione significativa era data dagli “ammassi neurofibrillari”. Le sinapsi neurali stavano aggrovigliandosi e morendo e, durante questo processo, non erano più in grado di inviare o assorbire le sostanze chimiche note come “neurotrasmettitori”, per esempio l’acetilcolina, essenziale ad ogni livello di funzionamento. Per finire, A. Alzheimer notò placche amiloidi (dette anche “placche senili”).

In un cervello che invecchia normalmente possono esserci da 3 a 15 placche, prodotte da una proteina chiamata APoe-4. Ma in un cervello colpito da questa malattia ci sono molte placche, che bloccano letteralmente le funzioni cerebrali. Pensate a una sostanza densa, appiccicosa e simile al colesterolo che si deposita a casaccio sulle varie parti del cervello. Alzheimer presentò le sue scoperte a una conferenza tenutasi nel 1906 e, successivamente, alla malattia venne dato il suo nome.

Attualmente, “demenza” viene considerato un termine generico. Ora sappiamo che, indipendentemente dall’età della persona, la perdita di memoria non è un evento normale. Anche se non conosciamo ancora tutte le cause di questa patologia e il modo per curarla, sappiamo che a provocarla è qualche tipo di alterazione chimica o fisica, e che si tratta di una condizione anomala.

Alzheimer e Altre Malattie del Cervello - Libro
Come portare pace e serenità al malato e in famiglia
Megan Carnarius

Prefazione - Estratto da "Alzheimer e Altre Malattie del Cervello"

di Megan Carnarius

Quest’anno ricorre il mio venticinquesimo anniversario di attività come terapeuta specializzata nella cura di persone cui è stata diagnosticata qualche forma di demenza.

Nei molti anni trascorsi in questo ambito, ho ideato e gestito programmi specifici, servizi e strutture, e ho lavorato con centinaia di famiglie, medici, operatori sanitari e persone direttamente colpite dalla malattia.

A fronte di tale esperienza, a un certo punto molti dei partecipanti ai miei corsi e alle mie conferenze hanno iniziato a chiedermi di scrivere un libro.

Mi sono sempre considerata una persona pratica, abituata a rimboccarsi le maniche; quindi, scrivere un libro è stata per me una vera sfida. Per completarlo ho impiegato 14 anni, sfruttando tutti i ritagli di tempo dopo il lavoro, e intanto continuavo a imparare cose nuove e a sperimentare gli alti e bassi che la vita ci riserva. La mia speranza è che quanto ho scritto sia utile alle famiglie, ai professionisti sanitari e a tutti coloro che soffrono di demenza allo stadio iniziale.

Questo libro spiega a chi assiste una persona colpita dal morbo di Alzheimer, o da un’altra demenza, come cogliere alcuni dei profondi insegnamenti che si celano dietro la malattia. Tutti noi vogliamo che venga trovata una cura.

Ma, nel frattempo, come possiamo garantire ad ogni persona, a qualunque stadio della malattia, una buona qualità di vita? Come possiamo esaminare più in profondità situazioni che di primo acchito possono sembrare disperate e devastanti, e scoprirvi invece opportunità, intuizioni e ispirazioni che ci aiutino a trovare nuovi stimoli e a comprendere maggiormente noi stessi e coloro che amiamo?

Come possiamo vivere queste esperienze al massimo delle nostre possibilità?

Le circostanze traumatiche, che ci mettono a dura prova, racchiudono in sé delle cose positive. Per esempio, nessuno di noi vorrebbe mai vivere situazioni di emergenza, ma certamente siamo contenti di sapere che qualcuno sa cosa fare in quei casi.

Se non esistessero le emergenze, i paramedici e gli infermieri del pronto soccorso non potrebbero sviluppare le proprie capacità ed essere d’aiuto agli altri. Il fatto di aver affrontato in precedenza altre situazioni problematiche permette loro di destreggiarsi nel momento presente e di riportare la stabilità.

Questi aspetti positivi, queste grazie inaspettate (definite Yods nella tradizione ebraica) talvolta impiegano molto tempo prima di rivelarsi o di germogliare dentro di noi, mentre altre volte si manifestano quasi istantaneamente e sono immediatamente comprensibili a un livello profondo. Che si tratti di un’emergenza lunga e complessa o di un evento che ci sorprende come un fulmine a ciel sereno, spesso queste benedizioni hanno su di noi un impatto fondamentale, e hanno il potere di trasformare la nostra vita.

A tutti coloro che si prendono cura di una persona che sta affrontando il difficile percorso della demenza, auguro di cuore di riuscire a lottare con forza per non lasciarsi travolgere dagli eventi, e di rimanere vigili e aperti alle benedizioni che questa esperienza porta con sé.

Svolgiamo una professione, che è al tempo stesso una vocazione, in cui possiamo riconoscere e apprezzare pienamente i doni che gli altri ci offrono, in modo che questa esperienza così intensa per l’anima avvii un processo di iniziazione e di crescita che apra il nostro cuore, nutra la nostra compassione e, in definitiva, permetta a ciascuno di noi di diventare un essere umano migliore.

A tutte le persone coraggiose che sono state colpite da una malattia che provoca la perdita della memoria, auguro di sentirsi aiutate e sostenute, di vivere questa esperienza secondo le proprie modalità uniche e individuali, di riuscire a esprimere se stesse, di amare ed essere amate, e di sentirsi al riparo da qualunque pericolo.

Durante le fasi finali della malattia, queste persone non saranno più partecipi dell’esperienza terrena e si troveranno in un profondo stato interiore che, di solito, noi che le assistiamo non siamo in grado di raggiungere e condividere.

La demenza avrà innalzato un muro intorno a esse, come fossero entrate in un convento di clausura.

Invece di pensare a questo muro come a una prigione, io lo considero l’omaggio finale alla vita che la persona ha vissuto, e al suo corpo, il contenitore che l’ha ospitata. Ora che alla persona viene concesso il tempo necessario per raccogliersi in se stessa, la sua anima potrà occuparsi degli aspetti spirituali del “sé”.

Infine, la mia speranza è che, al termine del suo percorso, quando è pronta e sente che è giunto il momento, la persona possa andarsene, e che le venga consentito di farlo.

Descrizione libro

Una guida completa per aiutare i familiari e gli operatori professionali nell'assistere le persone colpite da Alzheimer e altre malattie degenerative del cervello.

E' ricca di consigli pratici a supporto della sfera emotiva e spirituale per affrontare la malattia.

Un percorso che apre il cuore, nutre la compassione e permette a ciascuno di noi di diventare un essere umano migliore.

Leggendo queste pagine scoprirai:

le caratteristiche dell'Alzheimer e degli altri tipi di demenza;
quali sono le varie fasi della malattia e come riconoscerle;
come assistere il malato nei suoi bisogni più importanti;
i consigli per essere resilienti come assistenti;
in che modo la comunicazione minima e interpretare i desideri del malato;
gli strumenti utili alla migliore assistenza (dalla musica agli odori, dai disegni agli animali da compagnia);
quanto sia importante l'umorismo nel rapporto con i malati;
le modalità per affrontare gli ultimi istanti e la fine;
la dimensione più sottile e spirituale di questa malattia e nuovi punti di vista riguardo ad ambiti finora rimasti inesplorati.
Contiene anche una guida sui medicinali più utilizzati con descrizione degli effetti e dei limiti.

 Indice

Prefazione

Capitolo 1 - La cura per la perdita della memoria. Fondamenti e visione globale

Capitolo 2 - Passato e presente. Il modello medico e la cura a lungo termine

Capitolo 3 - Introduzione a un approccio filosofico

Capitolo 4 - La malattia come condizione di disagio

Capitolo 5 - Affrontare la malattia cronica

Capitolo 6 - Gli anziani e la demenza

Capitolo 7 - Un sistema di cura più umano

Capitolo 8 - Ricapitolare e lasciare andare

Capitolo 9 - Gli stadi della demenza

Stadio 1 - Perdita delle capacità acquisite in età adulta
Stadio 2 - Perdita delle capacità acquisite durante l’adolescenza: fase iniziale - intermedia
Stadio 3 - Perdita delle capacità acquisite durante l’infanzia: fase intermedia - avanzata
Stadio 4 - Perdita delle capacità acquisite nel periodo neonatale e di prima infanzia: fase avanzata
Fase terminale - prepararsi alla transizione: fare ritorno a casa
Capitolo 10 - La qualità della vita: criteri e confini

Capitolo 11 - L’Alzheimer per vivere più vite nel corso di una sola esistenza

Capitolo 12 - L’Alzheimer per tramandare i ruoli di matriarca e patriarca

Capitolo 13 - L’Alzheimer per essere accuditi e condividere il ruolo di custodi del tempo

Capitolo 14 - L’Alzheimer per sottrarsi a una situazione insostenibile

Capitolo 15 - L’Alzheimer come opportunità di trasformazione: la ruota di medicina

Capitolo 16 - L’Alzheimer per rifiutare il cambiamento

Capitolo 17 - L’Alzheimer per consentire agli altri di proseguire con la loro vita

Capitolo 18 - L’Alzheimer per imparare la compassione

Capitolo 19 - L’Alzheimer per insegnare agli altri compassione e introspezione

Capitolo 20 - Prendersi cura di se stessi

Capitolo 21 - L’importanza dell’umorismo

Capitolo 22 - Quando sarà tutto finito?

Capitolo 23 - Conclusione

Bibliografia
Ulteriori informazioni
Ringraziamenti
Appendice

Megan Carnarius, specialista in Alzheimer, è rinomata per l'umanità che la contraddistingue nel suo approccio con le persone colpite da demenza e le loro famiglie. Infermiera professionale, responsabile di una casa di riposo ed esperia di massoterapia, Megan ripercorre i suoi 25 anni di esperienza nella realizzazione e gestione di case di cura per anziani affetti da perdita di memoria.

Alzheimer e Altre Malattie del Cervello - Libro
Come portare pace e serenità al malato e in famiglia
Megan Carnarius

lunedì 3 settembre 2018

L'energia che cura: scopriamo la pranoterapia




L'energia che cura: scopriamo la pranoterapia

Medicina Non Convenzionale      

Parliamo di energie sottili e discipline energetiche che possono integrarsi alla medicina tradizionale per migliorare il benessere e la qualità della vita di molte persone

Carmen Di Muro - 27/08/2018

Da quando le discipline psicologiche, sociologiche e fisiche hanno cominciato ad interessarsi al tema della malattia come fatto non esclusivamente fisiologico, da quando gli studi di F. A. Popp ci hanno permesso di capire come ogni essere vivente emetta costantemente una radiazione ultra debole chiamata biofotone, e da quando la medicina quantistica ha documentato che l’essere umano è governato da una fittissima rete di segnali elettromagnetici che fanno dialogare tutte le cellule, il complesso fenomeno della salute è divenuto sempre più condivisibile interdisciplinarmente aprendo gli scenari verso un nuovo approccio integrato di fare medicina, in cui nessuna branca esclude l’atra, ma al contrario l’arricchisce potenziandone i benefici.

In questa prospettiva maggiormente estesa in cui la ricerca di frontiera ha fatto passi da gigante sull’impalpabile mondo della coscienza, le “discipline energetiche” o “pratiche del benessere”, così come le cosiddette medicine altre, acquistano un nuovo statuto culturale che vede al centro l’uomo nella sua multidimensionalità di anima, mente, spirito e ambiente. Tra corpi ed universo non esiste dualità, ma un unico infinito campo di risonanza che li unisce. È questo a gestire le funzioni più alte della mente, nonché la fonte delle informazioni che governano la crescita degli organismi. È il nostro cervello, il nostro cuore, la nostra memoria e, al contempo, l’impronta genetica del mondo in tutta la sua storia.

Tutto ciò sta pian piano conducendo sull’orlo di una rivoluzione, profonda e coraggiosa, e le più recenti acquisizioni scientifiche relative alla psiconeuroimmunologia, all’epigenetica, come pure ai fenomeni quantistici non-locali nei sistemi viventi offrono le premesse per una possibile chiave esplicativa dei processi che regolano la cura e il miglioramento, in termini di benessere, attraverso chi opera utilizzando l’energia. Ne è esempio Nelli Giorgio, consulente energetico e pranoterapeuta che con grande amore ha messo le sue doti al servizio delle persone. E seppure la strada verso la scoperta delle leggi sottili che animano l’esistenza è ancora lunga, la sua esperienza e le sue osservazioni, non possono far altro che aprire nuovi orizzonti e dialoghi maggiormente integrati tra scienza, coscienza ed etica della salute.

Nelli lei è un consulente energetico. Potrebbe spiegarci meglio di cosa si occupa e cosa si intende con questo termine?

Il consulente energetico è un esperto di discipline energetiche e dei tipi di tecniche che possono essere usate per aumentare il benessere personale che includono una serie di pratiche che vanno dal reiki, al karuna reiki, al theta healing, al pranic healing, alla pranoterapia, al trattamento dei corpi astrali, all’aura, ai chakra, agli ambienti e al come informatizzarli e caricarli. Io mi occupo di questo, infatti tutto ciò che energia è il mio settore, svolgendo questa particolare professione presso il mio studio privato di Milano e di Treviso, nonché collaborando con l’EFP group, il Centro di Terapie Integrate della dott.ssa Poli e con vari primari dell’Istituito Clinico Zucchi e del Policlinico di Milano, come pure con professionisti sanitari tra cui psicoterapeuti, osteopati, ortopedici e ginecologi.

Come ha scoperto di avere queste doti e come si è indirizzato verso la conoscenza e l’utilizzo di queste pratiche?

Ho studiato molto, nonostante nascessi come perito metalmeccanico e avessi lavorato a lungo nel settore tecnologico occupandomi di programmazione analogica basata sulla trigonometria. All’età di 33 anni emerse improvvisamente questa mia sensibilità per cui sentivo profondamente il dolore negli altri. Infatti, tutte le volte che avevo davanti una persona capivo cosa gli faceva male e lo sentivo su di me. Da lì, dopo una lunga ricerca interiore, ho deciso di indagare sottoponendomi alla misurazione del mio stato energetico attraverso una strumentazione basata sulla digitoscopia superando il valore massimo di 24 con un valore supernormale di 30 e la fotografia Kirlian. Decisi così di accrescere questa mia naturale predisposizione, frequentando la A.MI. University, la scuola di pranoterapia a cui sono iscritto nel relativo albo da 15 anni, ulteriori corsi di specializzazione e approfondendo, altresì, lo studio di discipline come anatomia, medicina, ortopedia e tutto ciò che potesse arricchire la mia conoscenza, collaborando attivamente con la dott.ssa Rosi Coerezza, medico esperto in Terapie Naturali, che da allora mi orienta per la parte prettamente medica. Non faccio diagnosi né prescrivo farmaci, ma mi limito a supportare la persona, integrando queste “pratiche di benessere” ai processi di cura medica in atto.  

Tra le varie tecniche del benessere lei utilizza una specifica metodologia?

Opero utilizzando diverse tecniche che possano favorire e migliorare il benessere, in base a ciò che reputo in linea con l’unicità del cliente e con la diagnosi o il problema con cui mi arriva. Posso utilizzare, per esempio, la pranoterapia, ossia passando le mani sulla persona dove si avverte la variazione di energia lavoro in scarico e in carico, ma non solo. Di solito, quando ho davanti qualcuno che ha un disturbo, punto a riportarlo in equilibrio reinformando la sua coscienza in modo tale che si riorienti in un contesto che gli appartiene. Quando la coscienza viene reinformata viene portata al suo equilibrio naturale e automaticamente ciò si riflette nell’ambiente in cui vive facilitando il benessere psico-fisico su più livelli.

Quali sono gli effetti principali di queste pratiche sull’organismo? Ci sono disturbi in cui sortiscono maggiori risultati?

È molto soggettivo e dipende dalla persona. Cistiti, e infiammazioni a livello intestinale come colon irritabile, gastrite, ernia iatale, ossia tutto ciò che è gastroenterico ha un ottimo risultato in termini di benessere personale. Anche sulle ossa, sulle ernie, sulle protrusioni, sulla rottura dei legamenti è stata accertata un miglioramento nella velocità di cicatrizzazione, evidenziabile attraverso successivi esami clinici di riscontro rispetto alla situazione di partenza.

Nel corso della sua lunga esperienza ha notato che migliorano più quelli che credono o quelli che non credono?

Quelli che credono hanno i maggiori risultati in termini di incremento del benessere psico-fisico e in questo l’amore è fondamento. Di tecniche ce ne son tante ed io ne ho studiate altrettante, ma se non si è allineati all’amore e alla verità non si può niente. Questa è la base. Perché è proprio l’autenticità che permette di manifestare l’energia migliore necessaria per la salute. 

Biopranoterapia
Teoria, pratica e metodologia terapeutica
Gabriele Laguzzi

venerdì 17 agosto 2018

La parola del medico



La parola del medico: comunicazione e medicina narrativa nel rapporto medico-paziente

Medicina Non Convenzionale      

La comunicazione medico-paziente, la medicina narrativa, l'ascolto empatico e le cure amorevoli svolgono un ruolo determinante in ogni tipo di cura e terapia: scopriamo perché

Redazione Scienza e Conoscenza - 17/08/2018

Tratto dal libro Ascoltando la pelle di Antonio Del Sorbo.

Sia in termini di efficacia che di effetti collaterali, la parola del medico può essere equiparata a un farmaco, e va pertanto utilizzata con attenzione, dal momento che i possibili effetti indesiderati non sempre sono reversibili nel breve periodo. Anche quando dobbiamo comunicare una diagnosi, una prognosi o una terapia importante, occorre farlo con tatto8, ricorrendo a una comunicazione empatica e non invasiva, ed evitando, quando possibile, la traumatica violazione dell’aspettativa.

Comunicazione verbale e non verbale vanno modulate a seconda della persona che abbiamo di fronte, dato il loro potenziale ipnotico e subliminale su individui particolarmente sensibili. Gli strumenti diagnostici utilizzati per misurare lo stato di salute della pelle (dermatoscopia, corneometria, sebometria, evaporimetria, spettrocolorimetria, biopsia, penoscopia, vulvoscopia), alcuni dei quali utilizzati anche in dermatologia sperimentale, perdono man mano di importanza se non incrociamo quei dati numerici9 con il riscontro clinico dello stato di salute del nostro interlocutore.

Il paziente non va soltanto osservato e misurato, ma soprattutto ascoltato, insieme con il bagaglio di sofferenze, aspettative, vulnerabilità, delusioni, dubbi e paure che porta con sé al momento della visita. Se la quantità di sebo può essere misurata, la sofferenza deve essere raccontata.

Con gli strumenti attuali possiamo quantificare una risposta biologica di un singolo tessuto, ma non possiamo certamente accedere al vissuto emozionale della persona che abbiamo di fronte, se non attraverso un profondo ascolto attivo, captando informazioni qualitative preziose ai fini terapeutici anche quando di tipo non numerico o difficilmente convertibili in dati statistici.

Man mano che ci spostiamo dalla gestione dell’individuo al dosaggio del singolo enzima, la Medicina inizia a sbriciolarsi in settori sempre più specialistici e poco comunicanti sia tra di loro, che con il paziente. La pelle è una finestra socchiusa che si apre sul nostro universo interno, e rappresenta per il medico un osservatorio privilegiato, poiché facilmente accessibile attraverso una semplice visita. Stiamo barattando l’insostituibile capitale umano con una Medicina dei servizi sempre più tecnocentrica e farmacocentrica, rischiando di smarrire per sempre l’unica chiave che ci consente di accedere a un mondo soggettivo, così ricco di informazioni e istruzioni, tuttora ancora poco esplorate. [...]

La medicina narrativa è tra i pochi aspetti che ancora differenziano noi medici da Internet. Sulle nozioni tecniche i motori di ricerca ci hanno ormai già superato da tempo.

Nessun medico ricorda a memoria la struttura dell’enzima telomerasi. Invece il dottor Internet la rammenta perfettamente, insieme alle formule chimiche di tutto ciò che ci circonda. Sa più cose di noi, è sempre aggiornato, risponde gratis in tutte le lingue del mondo, notte e giorno, non è mai stanco, non si arrabbia, non si ammala e non va neppure in vacanza. Fantastico! È il medico ideale. Ma è anche per gli aspetti umani e relazionali della medicina che il paziente si reca ancora dal medico e non si affida unicamente al fai da te online. E in cambio noi medici continuiamo a trascurare proprio la qualità della relazione umana, confondendo la medicina narrativa con le pratiche alternative.

Stiamo dimenticando gli aspetti umani della nostra professione rimpiazzandoli con linee guida standardizzate che trasformano noi medici in rigidi calcolatori. Di contro stiamo perfezionando software di intelligenza artificiale con algoritmi che conferiscono alle macchine sembianze quasi umane, con quell’apertura, pazienza, reciprocità e disponibilità che noi umani stiamo disimparando. Forse un giorno saremo visitati da macchine che rispetto a noi saranno dotate di una maggior intelligenza (gentilezza artificiale).

Comunicare con il paziente non è sinonimo di interrogare (anamnesi) ed è molto più che informare, per esempio, come assumere un farmaco.

Comunicare significa entrare in relazione con il nostro interlocutore e creare con lui un clima di apertura, serenità, reciprocità e fiducia, importante anche in termini di alleanza terapeutica (compliance).

La medicina narrativa è una medicina di contesto (biologico, sociale) poiché consente un approccio sistemico al paziente, durante il quale anche il sintomo isolato viene narrato all’interno della propria biografia, fatta non solo di momenti bui ma anche di nuove opportunità di ripresa, da cui ripartire.

Anche in quelle persone che in maniera saccente e frettolosa definiamo “malati immaginari” vi è sempre tanta sofferenza, reale e per niente immaginaria. Possiamo liquidarle in trenta secondi, etichettandole come persone ipocondriache, malati mentali o immaginari perché in assenza di segni clinici, oppure provare a ricordare di essere innanzitutto dei medici e che la sofferenza umana è il segno clinico più importante in Medicina, forse quello per il quale alcuni di noi hanno scelto proprio questa missione tra decine di altre professioni.

Ascoltando la Pelle - Libro
Il dermatologo risponde
Antonio Del Sorbo

lunedì 9 luglio 2018

Il senso del cancro




Il senso del cancro: intervista a Mario Soliani

Medicina Non Convenzionale      

La malattia può essere un’opportunità per far riemergere le ragioni più profonde dell’Anima capaci di spingerci al cambiamento: ne parliamo con Mario Soliani autore del libro Cancro. Scienza, Mito e Destino

di Carmen Di Muro - 07/07/2018

Ogni giorno nella mia esperienza clinica mi trovo a far fronte al dolore. Una lama ardente che punge l’anima dei pazienti che accolgo. Sofferenze psichiche che muovono il corpo, sofferenze fisiche che impattano sulla mente. Esse non sempre si radicano nelle parole, ma nella memoria somatica che ne conserva le tracce. Una ruota che gira su sé stessa, in cui ogni elemento è responsabile dell’origine e del punto d’arrivo in un’interrelazione costante. Ma uno più di tutti è il nome greve e acre che pervade, invade e muta il panorama di esistenza di chi ne fa esperienza: il cancro.

Già solo la matrice di senso che sottende questo termine ha il potere invisibile di evocare scenari psichici privi di qualunque possibilità d’uscita. Infatti a causa del significato rigido attribuito a questa parola emergono credenze limitanti che conducono, tutt’oggi, a considerare questa patologia come l’unica faccia di una medaglia che invece può celare un risvolto diverso, più ampio. Piuttosto che avvicinarci al mondo, il cancro ci allontana, facendo sì che tra noi ed esso venga posto un filtro ovattato attraverso cui vediamo, interpretiamo e viviamo gli accadimenti reagendo all’etichetta e non alla profonda ricchezza insita nell’esperienza, anche la più dolorosa. Molte persone, infatti, si rassegnano e si trascinano. Sopravvivono, ma non vivono. Ma è bene non dare nulla per scontato. A volte basta cambiare parole per cambiare il senso di una vita, e le parole giuste per scrivere del cancro non sono solo quelle che spiegano o narrano della malattia, ma quelle che accolgono e danno forma al senso che assume nella nostra vita, che amplificano la nostra conoscenza, conducendoci verso orizzonti trasversali di osservazione capaci di lenire il peso della sofferenza fisica, psichica e morale e di aprire le porte della guarigione.

Ed è questo che trapunta e orienta il lavoro clinico, le opere e la personalità del dottor Mario Soliani, medico pediatra, omeopata specializzato in psicoterapia junghiana che nel suo saggio Cancro. Scienza, Mito e Destino ci invita a vedere la malattia come metafora del nostro tempo, affrontando il tema dei tumori con uno sguardo esteso che abbraccia il vissuto del malato ricomprendendolo da una prospettiva multidimensionale e multidisciplinare, con lo scopo di imparare a guardare questa patologia con occhi diversi rispetto a quelli che ci hanno fatto ammalare. La lettura polimorfica del cancro, che coniuga categorie concettuali, mediche e psicologiche, si propone l’arduo quanto luminoso obiettivo di raggiungere chi sceglie di darsi il tempo di riflettere, pensare e ascoltare; e ha bisogno di tempo e silenzio per poterlo fare. Per noi le sue parole divengono fonte preziosa che distilla conoscenza, perché la via della guarigione c’è e può essere battuta partendo dalla più vera e profonda accoglienza che passa dal sapere e forse, anche, dal sapere di non sapere. Da qui origina la verità che consente di essere liberi di indirizzare le nostre forze per la ricerca e per la lotta verso le cause e non verso gli effetti. Così facendo sicuramente cambierebbe la medicina e cambierebbe anche il mondo.

Dottor Soliani, da quanto si evince dalla sua poliedrica formazione, lei integra con sofisticata eleganza l’approccio scientifico con quello umanistico, concretizzandoli in un fare medicina che si occupa non soltanto della patologia in sé, ma dello scenario di senso profondo che assume per l’individuo nell’adesso della sua esperienza. Quali sono i principi cardine del suo lavoro clinico?

Bisogna considerare che l’uomo in quanto soggetto del dolore, la malattia in quanto sofferenza, il contesto in quanto elemento ambientale, sociale e culturale, si sono contratti, specie dalla seconda metà del Novecento, alla sola visione di malattia come patologia d’organo. Forse rammentare il senso del fare clinica, dal verbo klìno - abbassarsi, a cogliere il “volto” che sta dietro la diagnosi, è un buon modo per dare spessore e qualità al “campo terapeutico” che ci vede coinvolti.

Lei nasce come pediatra per poi approdare all’omeopatia e alla psicoterapia junghiana, fino a suggellare la sua eccletticità nella stesura del libro Cancro. Scienza, mito e destino, un saggio fatto di parole, immagini e significati dove la patologia neoplastica viene riletta come metafora del nostro tempo. Cosa ha motivato il suo viaggio epistemologico che sviluppa e abbraccia vari registi semantici?

È una domanda complessa e proverei a rispondere con un sogno, uno dei miei primi sogni “d’analisi”, tanto tempo fa: “Stavo salendo su di una montagna innevata e vedevo nel cielo azzurro il sole e la luna insieme. Mi soffermavo a guardare quell’immagine numinosa rapito dalla sua bellezza, quando scosso da un brivido mi accorsi che stava facendo sera e dovevo rientrare a valle. Mi ritrovai allora sulla cuspide della facciata di una chiesa con la croce al centro, e io appoggiato alla croce, avevo a destra il mio zaino arancione da viaggio e a sinistra la mia borsa da medico”.
Il sogno, di natura prospettica, contiene credo ragioni che ancora mi eccedono.

Nel suo libro oltre a descrivere il profilo sistemico della malattia, passando in rassegna le cause, la prevenzione, gli strumenti diagnostici e terapeutici insieme ai percorsi di assistenza, pone l’accento sui vissuti personali che si consumano nelle stanze interiori, aprendo le porte verso una visione più allargata per prendersi davvero cura di sé. Può parlarcene meglio?

Le stanze interiori sono abbastanza simili per tutti, diverso è il modo in cui le abitiamo, come diverso è il modo con cui ci rapportiamo a noi stessi.
Qui si pone una questione rilevante che investe la sfera del “simbolico”, inteso come ponte tra il concreto e i suoi rimandi o rinvii, in cui gli argomenti della nostra coscienza dialogano con le immagini interiori che ci abitano per congiungersi in forme condivise di consapevolezza. Semplifico: nelle malattie gravi, cancro in primis, la struttura dell’Io come centro ordinatore della coscienza tende a ledersi e in queste “crepe” possono filtrare potenzialità dialogiche profonde a autentiche col mondo interno. Questo dialogo, che ci rende recettivi alle “ragioni dell’Anima” ci avvicina a noi stessi e pur nella densità del concreto, fa riemergere l’essenziale che può essere accolto nella nostra vita.

Diceva M. Foucault che “il corpo è il punto zero del mondo, laddove i percorsi e gli spazi si incrociano”. L’anima respira attraverso il corpo e l’esperienza della sofferenza avviene nella carne. Divenire consapevoli di quel pezzo di esperienza che ci abita fa la differenza nella patologia tumorale?

Dipende dal tipo di consapevolezza. Come vittime del destino non c’è differenza, se invece si assume il corpo come soggetto di conoscenza e non solo come organismo da curare si modifica, e di molto, lo sguardo su noi stessi. Il “sentire” del corpo non disgiunto dal riverbero emozionale che lo accompagna è un tratto essenziale da recuperare nella medicina moderna.
Ciò che il “corpo significa” è parte del rimosso del pensiero medico, chiuso nella dimensione dell’uomo come “rappresentante d’organo”, direbbe Galimberti, al di fuori di ogni significazione che la dimensione corporea contiene, ove la crisi del corpo traduce e tradisce il rapporto col mondo mutandone la prospettiva.

Continua la lettura su:

Scienza e Conoscenza n. 64 - Rivista Cartacea
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza
Autori Vari

mercoledì 9 maggio 2018

Che cos'e' la Matrice Extracellulare?




Che cos'e' la Matrice Extracellulare?

Medicina Non Convenzionale      

Ne sentiamo parlare sempre più spesso: la Matrice Extracellulare (MEC) svolge una funzione fondamentale nel mantenimento della salute. Ma di cosa si tratta?

Federico Perinelli - 09/05/2018

In biologia quando si parla di Matrice Extracellulare (MEC) ci si riferisce a tutto ciò che circonda le nostre cellule. Il nostro organismo è costituito da diversi tessuti. Ognuno di essi è composto da un network di cellule che sono tenute insieme in maniera diversa a secondo di quale tessuto prendiamo in esame. Una delle funzioni della MEC è proprio quella di svolgere un ruolo fondamentale nell’organizzazione di ogni tessuto.

È costituita principalmente da due classi di macromolecole, le quali sono prodotte localmente. Queste particolari molecole subiscono un turnover mediante il quale avviene una completa degradazione e una nuova sintesi. La prima classe delle macromolecole è rappresentata dai GAG o Glicosaminoglicani. L’acido ialuronico è un GAG che compare nella terza settimana dello sviluppo embrionale. I Glicosaminoglicani, tranne appunto l’acido ialuronico, sono catene polisaccaridiche unite in modo covalente a proteine a formare PROTEGLICANI. L’altra classe è costituita da PROTEINE FIBROSE come ad esempio elastina, collagene, fibronettina e laminina con funzioni sia strutturali che adesive. Il collagene è quella più abbondante che conferisce integrità, elasticità e stabilità.

Descrizione e funzione dei GAG

I GAG rappresentano < 10% del peso delle proteine fibrose, ma riempiono la maggior parte dello spazio extracellulare. La funzione principale dei GAG è di creare nello spazio tra una cellula e l’altra la giusta idratazione, andando a formare un “gel” di fondamentale importanza per il traffico di molecole, nutrienti,  ormoni e segnali chimici tra una cellula e l’altra. Un’altra importante funzione pone alcuni proteoglicani come componenti integrali nelle membrane cellulari con funzioni da co-recettori.

Descrizione e funzione delle proteine fibrose

Collageni: rappresentano le proteine più abbondanti che possiamo trovare nei mammiferi sono circa il 25% totale. Sono le componenti principali dei tessuti di pelle e osso. La loro principale funzione è di tipo strutturale ed adesiva.

Elastina: è la proteina per eccellenza che determina l’elasticità dei tessuti. Per capirci meglio questa particolare proteina nei tessuti come vasi sanguigni e i polmoni creano una rete di fibre elastiche che donano al tessuto l’elasticità necessaria per accorciarsi dopo uno stiramento.

Fibronettina e laminina: sono particolari proteine glicosilate che troviamo nella matrice extracellulare le quali concorrono a favorire l’ancoraggio delle cellule e ad organizzare la MEC. Sono coinvolte in questo importante processo perché la maggior parte delle cellule per crescere e proliferare, e molte volte anche per sopravvivere, devono aderire alla Matrice Extracellulare.


lunedì 23 aprile 2018

Scienza e Conoscenza n. 64 - Rivista



Scienza e Conoscenza n. 64 - Rivista

Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

Autori Vari


Chiaroveggenza, psicocinesi, telepatia: ognuno di noi ha una o più storie da raccontare relative alla percezione di accadimenti avvenuti in altri tempi e in altri luoghi, alla capacità di influenzare con la mente eventi fisici e alla comunicazione diretta da mente a mente.

Pensiamo intensamente a una persona, squilla il telefono ed è lei. Ci focalizziamo su un’intenzione di guarigione per un caro parente malato e il sofferente percepisce un sollievo. Sogniamo un accadimento in maniera dettagliata e alcuni giorni dopo si verifica. Coincidenze? Semplice caso? Illusioni di una mente e una coscienza che credono che il cervello sia molto più di un semplice computer di carne, come alcuni neuroscienziati meccanicisti amano definirlo?

Fenomeni come la chiaroveggenza, la preveggenza, la telepatia, la psicocinesi, la guarigione a distanza accompagnano l’uomo dall’alba della sua storia ai giorni nostri: ne troviamo traccia anche nelle grandi culture spirituali orientali, come i Siddhi della tradizione yogica.

I fenomeni PSI sono stati a lungo relegati nella sfera del parapsicologico da baraccone: rifiutati dalla scienza anche solo come oggetto di studio, sono stati classificati come le fantasie di menti deboli e facilmente autosuggestionabili. Ma le cose stanno veramente così? Secondo alcuni scienziati, medici e ricercatori no.

In questo numero di «Scienza e Conoscenza» andiamo alla scoperta dei poteri straordinari della mente e cerchiamo di capire cosa la scienza può dirci su questi fenomeni bizzarri: il loro attento e rigoroso studio può gettare una nuova luce sulla natura del cervello, della mente e della coscienza?


Per capire se i fenomeni paranormali sono realtà o illusione, e per comprendere cosa ancora non sappiamo del rapporto tra mente e materia, abbiamo incontrato i maggiori esperti nazionali e internazionali in materia. Vi invitiamo alla lettura di questo straordinario numero di Scienza e Conoscenza, certe che a fine rivista i vostri dubbi saranno ancora più profondi e con essi il vostro desiderio di conoscenza.


Indice

POTERI STRAORDINARI DELLA MENTE

Supernormale - Intervista a Dean Radin a cura della Redazione
Guarigione a distanza e Fisica Quantistica, Gioacchino Pagliaro
La Telepatia: fenomeno reale o suggestione?, Luigi Maxmilian Caligiuri
Mente Sanscrita, Antonio Morandi
Il potere della preghiera e dei luoghi sacri, Carmen Di Muro

CERVELLO IN SALUTE

Pineale, l'orologio del corpo, Paolo Giordo
Il Cervello Anarchico - Intervista a Enzo Soresi a cura di Marianna Gualazzi

MEDICINA NON CONVENZIONALE

La medicina che sussurra alle cellule - Intervista a Max Corradi a cura della Redazione
Il simile cura il simile, Diego Tomassone
La salute ritrovata - Intervista a Maria Cristina Minniti, a cura di Romina Alessandri

ALIMENTAZIONE E SALUTE

Bambini: la prevenzione comincia a tavola, Sabina Bietolini

SCIENZA

Curati da un robot, Maurizio Di Paolo Emilio
La Fisica che rende bella la vita - Intervista a Ignazio Licata a cura della Redazione
Dalla "Maestà" di Simone Martini alla Fisica Quantistica, Davide Fiscaletti


Scienza e Conoscenza n. 64 - Rivista Cartacea
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza
Autori Vari

lunedì 16 aprile 2018

Guarire dalle malattie croniche: e' possibile?




Guarire dalle malattie croniche: e' possibile?

Intervista al dottor Paolo Giordo

Medicina Non Convenzionale

Guarire dalle malattie croniche: è possibile? Intervista al dottor Paolo Giordo

Oggi assistiamo al dilagare di malattie croniche che colpiscono fette sempre più ampie di popolazione e in età sempre precoce: diabete, ipertensione, problemi legati al colesterolo, malattie degenerative del cervello e sistema nervoso. È possibile prevenire e guarire da queste condizioni? Alimentazione, stile di vita e medicine non convenzionali sono una strada efficace

Redazione Scienza e Conoscenza - 14/04/2018

Ciao Paolo, sei laureato in medicina e chirurgia, in filosofia, specializzato in neurologia e hai diplomi in Medicina Psicosomatica, in Bioenergetica Medica, in Omeopatia e Omotossicologia, hai studiato Ayurveda e Floriterapia di Bach. Ci racconti come è nato il tuo interesse per le Medicine Non Convenzionali?

Il mio interesse per le medicine non convenzionali è nato dopo l’osservazione, nei primi anni della mia carriera di medico, che la medicina convenzionale di fatto difficilmente curava ma era tesa a sopprimere o tacitare i sintomi senza quasi mai intervenire sulle cause. Questo portava ad un ripensamento della medicina e di cosa si intende per curare e così ho fatto.

Oggi assistiamo al dilagare di malattie croniche che colpiscono fette sempre più ampie di popolazione e in età sempre precoce: penso al diabete, ipertensione, problemi legati al colesterolo, malattie degenerative del cervello e sistema nervoso, e tanto altro: ci puoi dare qualche dato rispetto a queste “epidemie”?

Partiamo dal presupposto che spesso sono le cure convenzionali a cronicizzare le malattie nel tentativo incongruo di curarle. Oltre a ciò tutte le malattie degenerative autoimmuni e neurodegenerative sono aumentate esponenzialmente talvolta presentandosi “croniche” sin dal loro esordio e manifestando un’incapacità dell’organismo di fronteggiarle.

Secondo te quali sono i fattori che portano all’aumento di queste patologie?

L’argomento è complesso. Sicuramente le profonde modificazioni ambientali, l’inquinamento fisico ed elettromagnetico, lo stravolgimento di ogni canone alimentare e nutrizionale, lo stress cronico e la sua cattiva gestione hanno portato ad un grave aumento di queste patologie.

È luogo comune che le Medicine Non Convenzionali siamo di aiuto per piccolo problemi e disagi e che possano far poco per patologie più gravi e spesso ritenute “incurabili” come il diabete ad esempio: è un mito da sfatare?

Spesso le medicine non convenzionali sono considerate “leggere” e utilizzabili per patologie lievi o funzionali. Questo è una mitologia creata da chi considera quella convenzionale la vera medicina ma purtroppo non ne considera il fallimento su moltissimi fronti. Le MNC devono essere considerate con una nuova visione antropologica dell’individuo per cui è la stessa terapia che si basa su principi diversi olistici, e non frammentati e inconcludenti.

Oggi si parla sempre più spesso di malattia e sempre meno di salute: quante e quali malattie potremmo prevenire con la prevenzione primaria?

Con la prevenzione primaria si possono prevenire la gran parte delle patologie, ma forse questo non è lo scopo principale dei nostri sistemi sanitari basati su screening di massa o ipotetiche diagnosi precoci le quali statisticamente non hanno mai portato ad una modificazione del decorso delle malattie.

Ci sono strategie di prevenzione primaria valide per la maggior parte delle patologie che ti senti caldamente di consigliare?

Le strategie di prevenzione primaria sono principalmente basate su un cambiamento delle principali convinzioni alimentari, nella lotta vera (e non fittizia) all’inquinamento ambientale, alle polveri sottili, killer invisibili ma letali, all’inquinamento elettromagnetico (mentre si va nella direzione opposta) alla diminuzione dello stress sociale, lavorativo, ma qui si entra nel campo socio politico.

Parliamo di salute e alimentazione: quello che vorrei capire è in che  modo la malattia può dipendere dalla cattiva qualità del cibo che mangiamo... Non parlo solo di cibo spazzatura – ormai lo sanno tutti che quello fa male – ma del fatto che il nostro cibo non ha più le qualità nutritive di quello ingerito solo dai nostri nonni. È così? Da cosa dipende questo svilimento nutrizionale? Ci sono cibi che mantengono intatte le loro proprietà nutritive, quali sono?

L’alimentazione è quella che ha subito i maggiori cambiamenti nell’ultimo secolo. La Dott.ssa Kousmine diceva che la nostra salute era legata al modo di mangiare dei nostri nonni che era stato profondamente stravolto dai fast food e dai cibi preconfezionati. Gli alimenti stessi non sono più quelli di una volta, il loro contenuto vitaminico, minerale o enzimatico è drasticamente diminuito, senza contare la presenza di una miriade di sostanze chimiche aggiunte come additivi che popolano e inquinano i nostri alimenti mettendo a dura prova il nostro sistema immunitario.

Il tuo ultimo libro uscito con Terra Nuova Edizioni è dedicato alla Vitamina D: ci spieghi perché questa “falsa vitamina” è così importante per il buon funzionamento del nostro organismo?

La vitamina D è la grande assente dal panorama terapeutico moderno: purtroppo la sempre maggiore mancanza di esposizione solare ce ne ha privato e con essa la sua fondamentale capacità di immunoregolazione. Inoltre la sua capacità di regolare l’espressione di una molteplicità di geni fa di questo ormone (infatti è un ormone) uno dei più potenti mezzi di prevenzione primaria “dimenticata” della nostra epoca.

Parliamo di megadosi di vitamina D: per quali patologie sono efficaci?

Le alte dosi di vitamina D sono indicate principalmente per le patologie autoimmunitarie. Infatti queste ultime soffrono di un problema di disreattività legata al meccanismo autoimmune che solo la vitamina D, potente immunoregolatore , può riequilibrare ma per far questo sono necessarie alti dosaggi per superare la “resistenza” genetica delle persone affette da tali malattie. Questo metodo è stato inaugurato circa 16 anni fa dal Dott. C.G. Coimbra, neurologo brasiliano per cui spesso queste cure prendono il suo nome.

Per evitare il fai da te, sempre pericoloso, a chi ci possiamo per questo tipo di terapia preventiva o curativa?

Per la prevenzione delle persone sane è sufficiente una corretta informazione ma per l’uso di alte dosi di vitamina D è strettamente indispensabile essere seguiti da un medico esperto e competente onde evitare possibili effetti collaterali anche seri.

Oggi si parla tantissimo di PNEI ed epigenetica: penso che queste due chiavi siano quelle giuste per interpretare la malattia e trovare nuove strategie di cura?

La PNEI ci riporta al fatto che il nostro organismo è interamente collegato e interattivo ai massimi livelli; non esistono più i vari sistemi (digerente, nervoso, immunitario, ecc.) se non per comodità didattica ma il nostro corpo è una mirabile comunicazione interattiva tra tutti e ognuno contiene l’altro. L’epigenetica ci ha dimostrato che il nostro non è un destino inscritto nei nostri geni ma che questi possono subire attivazioni e interventi dall’ambiente esterno cioè noi siamo in comunicazione con il tutto. Questo pensiero di sfondo deve orientare anche il pensiero medico contemporaneo e cambiare l’attuale paradigma scientifico statico.

Che tipo di medicina sogni per le generazioni presenti e future?

Sogno un ripensamento del concetto di salute come armonia fisica, psichica e spirituale in un mondo altrettanto armonico. La medicina non deve abdicare al suo ruolo educativo, esplicativo, orientativo verso modelli interattivi e non frazionati. Questo per il sogno ma nella realtà basterebbe che le medicine non convenzionali facessero parte integrante del sistema medico e terapeutico e si aprissero maggiori spazi di riflessione e di confronto non belligerante perché la medicina è una sola e l’unico interesse è portare sollievo e giovamento a chi soffre e mantenere sano chi ancora lo è.

Chi è Paolo Giordo

Nel 1979 si laurea in medicina e chirurgia presso l’Università Cattolica di Milano con sede a Roma, Pol. A. Gemelli.
Nel 1983 consegue la specializzazione in Neurologia presso la stessa Università.
Nel 1984 consegue il diploma del corso quadriennale di Medicina Psicosomatica istituito dalla SIMP (Soc. Italiana di Medicina Psicosomatica), presso l’Università di Roma.
Nel 1988 si perfeziona in Storia della Medicina presso l’Università di Roma “La Sapienza”.
Nel 1992 consegue il diploma del corso quadriennale di Bioenergetica Medica (Omeopatia e Agopuntura) presso il Centro Internazionale della Medicina Integrata di Bologna.
Nel 1994 ottiene il diploma del Corso Triennale di Omeopatia e Omotossicologia organizzato dall’AIOT (Ass. Medica Italiana di Omotossicologia).
Studia Ayurveda tradizionale presso il centro Cilus e massaggio Ayurvedico con il Maestro Govindan ottenendo i conseguenti attestati finali.
Nel 1996 frequenta il corso di II livello in Floriterapia di Bach presso la sede di Roma del Bach Centre di Londra.
Nel 1996 cosegue la Laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Siena discutendo una tesi di Filosofia della Medicina.
Nell’anno accademico 1999/2000 consegue il diploma quadriennale di specializzazione in Biotipologia e Medicina Omeopatica presso la Scuola Superiore di Medicina Olistica dell’Università degli Studi di Urbino.
Nel 2003 si perfeziona in Terapia Gerson presso il Gerson Institute di San Diego (USA). Nel 2004 si perfeziona in Psico-Oncologia presso l’Università Cattolica di Roma.
Nel 2006 completa il corso triennale di Fitoterapia Clinica presso l’Università della Tuscia di Viterbo. È membro della Sitec (Soc. Italiana di Terapia Chelante) Esercita la libera professione nell’ambito delle MnC (Medicine non Convenzionali).
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni su riviste su argomenti riguardanti l’alimentazione naturale, la medicina olistica e la filosofia della medicina.
Fa parte del comitato scientifico della rivista Scienza e Conoscenza.

Attacco alle Malattie del Cervello - Libro
Prevenire e curare con metodi naturali Sclerosi Multipla, Parkinson, Alzheimer, Miastenia Gravis, Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), Fibromialgia, Sindrome da fatica cronica
Paolo Giordo

venerdì 9 febbraio 2018

Le emozioni ci fanno davvero ammalare?





Le emozioni ci fanno davvero ammalare?

Scritto da: Redazione Scienza e Conoscenza

Medicina Non Convenzionale

09/02/2018


Le emozioni ci fanno davvero ammalare?

Tratto da Il Libro della Medicina Orientale

Quando parliamo di salute, uno degli aspetti più importanti dei cinque elementi riguarda le nostre emozioni. Ciò che proviamo e sentiamo può davvero farci ammalare.

Ciascun elemento e organi associati possono essere fortemente colpiti da un’emozione specifica.
Di solito, in una persona sana questo avviene per un breve lasso di tempo; ma se le emozioni rimangono inespresse per lunghi periodi, ciò può portare a un’intera gamma di disturbi e malattie.
Di frequente le persone lamentano un disturbo che ha avuto inizio a seguito di una forte problematica emozionale, ad esempio un problema alla pelle subito dopo la morte di un proprio caro.

Oppure disturbi intestinali dopo che la propria unica figlia è andata via di casa per frequentare l’università. E ancora, indolenzimento a collo e spalle dopo una settimana lavorativa particolarmente stressante e frustrante. Il collegamento tra questi eventi e i disturbi che ne derivano non sempre viene compreso e riconosciuto o, nel caso lo fosse, spesso non viene preso in considerazione e lo si accantona come “coincidenza” perché non può essere facilmente spiegato in termini convenzionali.

Per molte persone sembra essere molto più semplice trattare un eczema con una pomata a base di steroidi piuttosto che interpretarlo come la manifestazione fisica di un dolore, un lutto o un dispiacere. È difficile riconoscere che quel dolore, lutto o dispiacere ha distrutto l’equilibrio nell’elemento Metallo e nei suoi due organi correlati, Polmoni e Intestino Crasso; che lo squilibrio a livello dei Polmoni è “tracimato” trasformandosi in un problema dermatologico poiché, per la medicina orientale, i Polmoni hanno il compito di controllare la pelle; e che un aspetto fondamentale per curare quell’eczema consiste nel rafforzare l’elemento Metallo, in modo da elaborare il dolore (lutto o dispiacere) e permettere alla pelle di guarire.

Analogamente, qualche pastiglia può servire ad alleviare per un po’ l’ansia e la preoccupazione di una madre, ma alla radice dei suoi disturbi ansiosi c’è una debolezza dell’elemento Acqua; quindi, rafforzare Stomaco e Milza con l’alimentazione e le cure appropriate è di gran lunga preferibile rispetto al danno che i farmaci potrebbero causare alla mucosa gastrica.

Anche indolenzimenti e rigidità al collo e alle spalle possono essere trattati con medicine e iniezioni per ottenere un sollievo temporaneo. Tuttavia, finché non si comprende che la frustrazione subita sul luogo di lavoro sta rallentando e (a causa di uno squilibrio nel Fegato) bloccando il flusso del qi nei meridiani che interessano proprio collo e spalle – e finché non si procederà con la giusta cura indicata dalla medicina orientale – il problema potrebbe non risolversi mai del tutto.

In genere, le emozioni vanno e vengono, e nella maggior parte dei casi non si verificano problematiche dovute a uno stato emotivo persistente; per alcune persone, invece, specialmente quando uno degli elementi è più debole rispetto agli altri, un’emozione può essere difficile da lasciar andare.

Più a lungo un’emozione rimane irrisolta dentro di noi, maggiori possibilità ci sono che internamente si verifichino disagi e malattie. Il problema è che, a quel punto, qualunque collegamento tra il disturbo e l’emozione che l’ha causato difficilmente verrà individuato come tale.

Il Libro della Medicina Orientale              
Clive Witham
Guida completa all'autoguarigione
Macro Edizioni