lunedì 17 febbraio 2020

Medicina Omeosinergica e PNEI



Medicina Omeosinergica e PNEI

Medicina Integrata


La medicina omeosinergetica dice che tutto quello che il corpo crea come reazione non è una reazione casuale, che ci “colpisce” all’improvviso o perché siamo sfortunati o perché non ci meritiamo certe situazioni e certe cose. Nulla è a caso.

Vincenzo Valesi - 16/02/2020

Tratto da I Rimedi Naturali del Medico di Famiglia (Macro Edizioni, 2011).

La medicina omeosinergetica nasce da una realtà biologica, scientifica, anatomica, embriologica, per poi arrivare al senso sia degli organi che delle malattie. La moderna PNEI ci insegna che la maggior parte di quelle che chiamiamo malattie sono condizionate da un’alterazione del sistema PNEI, acronimo che significa psico-neuro-endocrino-immunologia.
Allo scopo di continuare la specie l’uomo ha sviluppato, col passare del tempo, dei programmi biologici di sopravvivenza, che sono diventati automatici e quindi sono inscritti nel suo cervello e nelle sue cellule.

Pertanto tutto quello che il corpo crea come reazione non è una reazione casuale, che ci “colpisce” all’improvviso o perché siamo sfortunati o perché non ci meritiamo certe situazioni e certe cose. Ogni reazione organica o somatica ha una sua logica ben precisa.
Questa visione psicosomatica non può prescindere da quello che viene definito approccio omeosinergetico delle malattie, inquadrato dalle sette leggi qui sotto elencate:

1. Tutto è uno.
2. Tutto è perfetto.
3. Tutto ciò a cui si resiste persiste.
4. Consapevolezza o sofferenza.
5. La malattia è una benattia.
6. Ogni malattia nasce da un rifiuto.
7. Legge del simile o dell’attrazione o dello specchio.

1. Tutto è uno

Questo è un concetto fondamentale, che ha profonde implicazioni filosofiche e religiose, ripreso da Jung nel suo inconscio collettivo, dall’idea dell’universo olografico, da filosofi come Liebniz che parlavano di monadi. Se tutto è uno non esiste la separazione. Di conseguenza tutti gli atti di violenza, di sopraffazione, tutte le azioni traumatiche che rivolgiamo contro gli altri, le portiamo in realtà contro noi stessi.

2. Tutto è perfetto

Se tutto è perfetto non esistono errori e sbagli, e soprattutto non esistono colpe. Niente invece è a caso, tutto ha una sua logica, anche un abbandono, una morte. Una malattia è biologicamente perfetta, utile, necessaria, indispensabile. E allora anche un’esperienza che apparentemente può sembrare negativa, diventa necessariamente perfetta.
Vengono ribaltati i concetti di peccato, errore, sbaglio: ognuno fa quello che può in base al suo livello di evoluzione.
In questa “perfezione” abbiamo diversi livelli di consapevolezza. Per esempio, chi ammazza è ovvio che ha un livello di consapevolezza molto basso. Socrate diceva che non esistono persone cattive, ma solo persone che non conoscono il bene. Soltanto che il livello di coscienza di questo tipo di azioni è molto basso a livello di vibrazione, quindi è molto bassa anche la consapevolezza. Ma se tutto è perfetto, dobbiamo aver paura della malattia? È necessario spaventarsi per i sintomi? Anche gli eventuali “errori” che commettiamo possono essere una soluzione per un problema e rappresentano in ogni caso un’esperienza. Non esistono azioni sbagliate, ma solo diversi livelli di coscienza, dove ogni livello è perfetto e ha un suo scopo.

3. Tutto ciò a cui si resiste persiste

Ogni patologia cronica, ogni sofferenza cronica è legata al rifiuto dell’esperienza nella fase acuta. Quando noi resistiamo a qualcosa lo alimentiamo. Se vogliamo che una cosa vada via dobbiamo calarci in essa, guardarla in faccia, viverla. E non invece far finta di niente, controllarla, combatterla. Perché tutto ciò a cui si resiste persiste, tutto ciò che noi rifiutiamo, in realtà lo stiamo cronicizzando, stiamo creando le basi perché possa continuare a essere presente nella nostra storia e nella nostra esperienza.

Anche quando ci lamentiamo di un sintomo, stiamo resistendo. Ogni sintomo quando viene accettato va via, perché ogni sintomo nasce per andar via. In biologia esistono solo sintomi acuti, che diventano cronici quando non sappiamo accettarli. Questo concetto vale non soltanto per i sintomi ma anche per le esperienze, nei rapporti di coppia, nei rapporti interpersonali. Pertanto, quando in un rapporto di coppia resisto a qualche cosa, nel senso che non sto accettando un comportamento, non accetto l’atteggiamento di qualcuno, io sto resistendo e purtroppo sto cronicizzando la situazione invece di risolvere il problema. Rimane solo la separazione o simbolica o oggettiva, vera.
Ogni malattia acuta, così come viene così deve andar via. Se persiste è perché c’è un blocco, un rifiuto, una resistenza. Tutto quello che è “anti” blocca. Ogni volta che prendo un “anti” sto resistendo: sul momento il sintomo va via, ma il processo si cronicizza.
Quando per esempio in una malattia acuta febbrile virale io sopprimo la febbre con un antipiretico, non mi rendo conto che la febbre non è una malattia, ma un meccanismo di difesa che serve a facilitare il lavoro di linfociti e macrofagi, indebolisco la reazione favorendo lo sprofondamento del virus e molto facilmente andrò incontro a ricadute, sub-cronicizzazioni e cronicizzazioni le quali hanno lo scopo di finire il lavoro non terminato.

4. Consapevolezza o sofferenza

Ci sono due strade per poter guarire: o ci consapevolizziamo o soffriamo. E questo non deve essere visto come una punizione, del tipo “se non ti consapevolizzi ti punisco con la malattia”. No, la sofferenza o malattia è solo l’ultima occasione che ci viene offerta per poter guarire. Sono due realtà inversamente proporzionali, vuol dire che chi si ammala o chi soffre, anche per pene d’amore oltre che per pene fisiche, è perché non è consapevole del senso di quello che sta vivendo. La vera grande cura di una malattia è realizzare consapevolezza. La malattia può nascere, la sofferenza può esistere solo se non c’è consapevolezza. Prendendo solo il farmaco evitiamo di diventare consapevoli perché trasferiamo al farmaco il potere di farci star bene. Invece se prendiamo consapevolezza, se scopriamo il perché ci ammaliamo, perché quell’organo e non quell’altro, allora entriamo in un percorso attraverso il quale sarà più facile eliminare la sofferenza.

5. La malattia è una benattia

Se la malattia è uno strumento di consapevolizzazione e quindi di guarigione è meglio parlare di “benattia”. Grazie alla consapevolezza va via la sofferenza. Invece spesso per non avere sintomi preferiamo “morire dentro”. I sintomi sono già la dimostrazione di una guarigione biologica in noi.
La malattia è uno step fondamentale per evolverci. Allora che senso ha bloccarla, che senso ha lamentarsi? Dobbiamo entrare invece in questo percorso di conoscenza.
Ogni malattia acuta nasce come sblocco e conseguente guarigione di una malattia cronica. Quando si blocca una malattia acuta nasce una malattia cronica, perché tutto quello a cui si resiste persiste. Viceversa quando nel corso di una malattia cronica compare improvvisamente una malattia acuta, vuol dire che questa malattia acuta sta guarendo la malattia cronica.


6. Ogni malattia nasce da un rifiuto

Dal rifiuto in atto deriva la malattia che serve per sbloccare il rifiuto stesso. Ci sono tanti modi di rifiutare: attraverso la rabbia, la paura, attraverso il giudizio, la critica, l’abbandono, la solitudine, il vittimismo. Le malattie ci offrono la possibilità di prendere consapevolezza di questo rifiuto. La malattia a livello comportamentale non è altro che la conseguenza di un atteggiamento di negazione verso la vita. Ogni volta che io nego la vita mi ammalo. Mi ammalo sempre e comunque di malattie acute perché, biologicamente parlando, l’organismo non conosce le malattie croniche. Ogni malattia cronica è la conseguenza di questa malattia acuta che nasce perché c’è un rifiuto.
Quando rifiutiamo la vita, questo comporta una diminuzione dell’energia e una diminuzione della nostra reattività.

L’organismo, che in conseguenza di questo rifiuto si trova in una condizione di ipoergia, sviluppa allora una reazione iperergica per compensare quello stato di ipoergia iniziale. Infatti quello che caratterizza una malattia acuta e che ha la sua espressione più eclatante nell’infiammazione acuta è la febbre: quindi aumento di temperatura, cioè calore, dolore, tumefazione, limitazione funzionale. Quando abbiamo una malattia acuta si costruisce ATP quindi aumenta l’energia a disposizione. In ogni malattia acuta l’organismo sta reagendo per compensare una situazione di ipoergia che si è creata grazie al rifiuto: ecco perché la malattia acuta è una necessaria benattia, perché “iper” diventa necessario allorché a livello comportamentale abbiamo creato l'“ipo” in conseguenza del nostro rifiuto.
Pertanto in questa ottica, tutte le malattie nascono da pensieri e sentimenti negativi che, come ci insegna la psiconeuroendocrinoimmunologia, alterando il fisiologico comportamento delle ghiandole endocrine portano a una disregolazione del sistema immunitario, del metabolismo e del sistema neurovegetativo.
Secondo questa visione, l’intervento terapeutico non deve essere solo quello di bloccare o annullare dei sintomi, ma di potenziare e supportare i poteri immunitari e le risorse dell’organismo, in modo che sia l’organismo stesso a superare la malattia.

Ci sono due possibilità:

Rifiuto/non accettazione → Conflitto = Distress → Malattia
oppure
Accettazione → Non conflitto → Eustress → Salute

L’intensità del rifiuto, la colorazione dell’emozione provata quando è avvenuto, determinano
l’area del cervello colpita, l’organo fisico corrispondente e la gravità della malattia.
Noi abbiamo quattro possibilità di rifiuto.

I. Rifiuto lieve → Stress lieve → Lieve mancanza di ossigeno, perché ogni volta che io rifiuto mi blocco, diminuisce l’energia, diminuisce l’ossigeno. Quindi c’è una diminuzione dell’ossigeno che sposta il metabolismo verso un atteggiamento anaerobico. L’organismo allora cerca di reagire aumentando l’escrezione, si ha un’iperfunzione e un ipermetabolismo. È la prima fase, quella più banale, lieve e leggera, per cui l’organo aumenta la sua funzione. La maggior parte delle persone si trova in questa fase. Nel caso dell’intestino un po’ veloce, irritabile, siamo a questo livello. Cioè c’è un aumento dell’escrezione, perché stiamo “eliminando” un rifiuto lieve.

II. Rifiuto medio → Stress medio → Media mancanza di ossigeno (non più un ingorgo ma una) → Displasia. Questo significa che a questo punto l’organo aumenta le sue dimensioni nella materia, si crea quella che si chiama ipertrofia e quindi abbiamo le cisti e varie ipertrofie d’organo. Pertanto, quando abbiamo a che fare con delle cisti, che sono un aumento del materiale biologico dell’organo in essere, rappresentano a monte l’effetto di un rifiuto abbastanza importante.

III. Rifiuto severo → Stress severo → Severa mancanza di ossigeno → Displasia. Anche qui si verifica displasia, ma solo che stavolta non aumenta più la forma, la materia, ma aumenta il numero, quindi dall’ipertrofia si passa all’iperplasia ed è così che nasce il tumore benigno: fibroma, esostosi, gozzo, fibroadenoma, ipertrofia prostatica, calcolo della vescica biliare o del rene.

IV. Rifiuto grave → Stress grave → Grave mancanza di ossigeno → Atteggiamenti di dedifferenziazione. Sono, quindi, banalmente e semplicemente quattro livelli di intensità dello stesso rifiuto.

7. Legge del simile o dell’attrazione o dello specchio

È la legge per la quale ogni essere umano ha a disposizione l’universo per conoscersi.
Ma come fa a conoscersi attraverso l’universo? Usando la legge dello specchio, della risonanza, dell’attrazione, per cui quello che noi attiriamo dal di fuori lo attiriamo perché è già presente in noi. Ogni volta che attiriamo un comportamento, una persona, un avvenimento, una malattia che ci dà fastidio, in quel momento noi abbiamo l’opportunità, grazie a questa situazione, di conoscerci.
Quando non siamo consapevoli di quello che siamo, la vita attraverso gli altri ce lo manda a dire. Ecco perché allora attiriamo certe esperienze, certi comportamenti, certe modalità, che spesso si ripetono. Non è un caso: se io, rispetto a quell’esperienza che sto attirando e che mi infastidisce, fossi già divenuto consapevole che sono anch’io in quella maniera, quell’esperienza non mi avrebbe dato affatto fastidio.
Questo discorso diventa fondamentale da vivere e da mettere in pratica.

Non esiste la sfortuna, che spesso tiriamo in ballo per giustificarci. Esiste solo un basso livello di consapevolezza. Tutti “pensano” di operare bene, ma poi si lamentano dei risultati. Con umiltà e onestà dobbiamo capire che se raccogliamo male a un qualche livello, anche se non ce ne rendiamo conto, stiamo seminando male. Quindi ciò che vediamo negli altri è la proiezione di ciò che è dentro di noi: il simile attira il simile.
L’occhio è la finestra dell’anima e la bellezza, al pari della bruttezza, è negli occhi di chi la guarda.
Il simile è colui che pur condividendo con un’altra persona il senso della stessa esperienza, manifesta reazioni e comportamenti diversi. La dinamica è la stessa, però la esprimiamo in modo diverso. Ecco perché si parla di simile e non di uguale. Bisogna essere intellettualmente onesti e rivederci tramite questa legge. Se abbiamo attirato quel tipo di comportamento, non c’è possibilità di errore: lì c’è uno specchio.
Questa è una legge universale. Chi vuole sapere e chi non vuole. Chi non vuol sapere va facilmente incontro alla sofferenza, non come castigo, ma come ultima unica occasione per guarire.

Noi tutti attiriamo persone ed esperienze che vibrano alla nostra stessa frequenza. Dobbiamo avere l’onestà di ammetterlo: nulla ci capita per caso, ma attiriamo tutto, inconsapevolmente a livello incosciente, ma consapevolmente a livello animico. Sta a noi portarlo a livello della coscienza, e per fare questo ci sono due strumenti: l’umiltà e l’onestà con se stessi.
Una donna che, nonostante cure specifiche, va continuamente incontro a vaginiti ripetute deve interrogarsi sulla qualità del rapporto col suo partner e su se stessa. I batteri, i bruciori urinari, non sono più un caso. E la guarigione si può raggiungere solo attraverso l’accettazione di questi atteggiamenti o comportamenti altrui. Pertanto, lo specchio diventa indispensabile per portare consapevolezza dove non c’è, per portare la luce dove ci sono le tenebre del giudizio, della critica e della aspettativa.
Senza lo specchio non si può arrivare alla consapevolezza; senza il simile inizia il caso, con il caso inizia il caos, quindi si ha una visione casuale della vita con la perdita di vista del suo significato.
«Dio non gioca a dadi col destino degli uomini» (Albert Einstein).
E, aggiungo io, non ci urla la verità negli orecchi, ma la sussurra delicatamente a chi vuole ascoltarla, dall’ultima cellula ai più elevati livelli di coscienza.

Ci sono due modi per metterci in rapporto con un’altra persona:

a. giudizio, critica, aspettativa; ciò crea una separazione, quindi un conflitto;

b. specchio, risonanza, accettazione. Quando riusciamo a riconoscerci in qualche cosa capiamo che l’altro non c’entra più niente, è solo un aiuto per scoprire noi stessi, per conoscerci. Questo è il vero significato del porgere l’altra guancia, del dare il mantello a chi ci chiede la tunica, di camminare venti miglia con chi ci obbliga a camminare un miglio.

Il problema non è modificarsi: la gente è abituata a pensare che per poter star bene bisogna fare qualche cosa. Fare psicoterapia, fare un cambiamento ecc. Come dire che se scopro di essere testardo devo diventare elastico. Scopro di essere critico, devo diventare tollerante. No, io non devo niente! Alla tolleranza non si arriva in questa maniera. Tu al positivo non arrivi negando il negativo. Questo è moralismo, non è un processo di consapevolezza e di guarigione. Si arriva alla positività nel riconoscimento e nella accettazione di quello che “consideri” negativo, che è semplicemente quello che sei.
Il cambiamento non deve avvenire mai in base a una scelta morale, o meglio moralistica, per cui ti dici «sono negativo, devo diventare positivo». Perché questo già sottende un giudizio, che è quello che devi evitare.

Anche la scelta delle parole è molto importante. Cerchiamo di eliminare le parole che hanno insito in sé un giudizio.
Diventiamo “armonici” quanto più ci riconosciamo e ci accettiamo in quello che per noi è disarmonico. Non è un problema di etica, ma di conoscenza. Conoscere e accettarci per quello che siamo serve a rendere sopportabile e non patogeno il carico che ci portiamo addosso, serve a risolvere i conflitti.
Stiamo bene quando attiriamo il positivo perché quelle persone non fanno altro che confermare quello che dentro di noi accettiamo, mentre le persone negative ci confermano quello che di noi non accettiamo. Ma se vogliamo evolverci dobbiamo prendere in considerazione non soltanto quelle positive, ma soprattutto quelle che “consideriamo” negative perché ci fanno capire come non ci accettiamo e ci portano pian piano ad accettarci attraverso loro. Ma non si può accettare ciò che non si conosce.
Queste persone sono i veri angeli (dal greco anghelos, che significa “annunciatore”). Esse ci annunziano quello che siamo.

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Consigli e terapie per le malattie più diffuse
Vincenzo Valesi

venerdì 14 febbraio 2020

Effetto placebo e mente



Effetto placebo e mente

Medicina Integrata


Sappiamo che l’effetto placebo funziona. Ma in base a quali meccanismi fisiologici i pensieri, i sentimenti e le convinzioni si traducono in alterazioni fisiologiche?

Lissa Rankin - 14/02/2020

Tratto da La mente supera la medicina di Lissa Rankin

Questo è un argomento dibattuto e finora sono state avanzate diverse ipotesi. Pensieri positivi sulla guarigione potrebbero stimolare le endorfine naturali, le quali a loro volta favoriscono l’alleviamento dei sintomi, la scomparsa del dolore e il miglioramento dell’umore. È vero anche il contrario: quando a pazienti che hanno risposto positivamente al placebo è stato dato l’oppioide antagonista naloxone, che blocca le endorfine naturali, il placebo ha improvvisamente smesso di funzionare.

Essere convinti di guarire e ricevere le cure di medici premurosi favorisce anche la scomparsa dello stress fisiologico – il quale notoriamente predispone il corpo alla malattia – e la sua sostituzione con il rilassamento fisiologico, indispensabile per il corretto funzionamento dei meccanismi di autoguarigione del corpo. Come è stato detto per la prima volta dal professore di Harvard dottor Walter Cannon, il corpo è dotato di una “reazione di stress”, anche nota come la reazione lotta-o-scappa, un meccanismo di sopravvivenza che si attiva quando il cervello percepisce una minaccia. Se tale reazione ormonale a cascata viene innescata da un pensiero o un’emozione nella mente (come la paura), l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) si attiva, stimolando l’iperattività del sistema nervoso simpatico, il quale innalza i livelli corporei di cortisolo e adrenalina. Con l’andare del tempo, riempire il corpo di questi ormoni dello stress può causare sintomi fisici, predisponendolo alla malattia.

Ma se esiste la reazione di stress quale meccanismo di sopravvivenza per aiutarci a sopravvivere nelle situazioni di emergenza, esiste anche una reazione equilibratrice: quella di rilassamento. Quando viene prodotta la reazione di rilassamento, gli ormoni dello stress diminuiscono, mentre quelli benefici del rilassamento (contrari a quelli dello stress) vengono rilasciati. Il sistema nervoso parasimpatico prende il sopravvento e il corpo torna all’omeostasi. Solo in tale stato di riposo e rilassamento il corpo è in grado di curarsi. Tutto ciò che riduce lo stress e causa una reazione di rilassamento non solo allevia i sintomi che la reazione di stress può causare, ma mette anche il corpo nelle condizioni di fare ciò che per esso è naturale: guarirsi da solo.

Convinzioni positive e cure premurose possono persino alterare il sistema immunitario. La funzione immunitaria di pazienti trattati con placebo potrebbe diventare molto più attiva, perché viene disattivata la reazione di stress e attivata quella di rilassamento. I placebo possono anche sopprimere il sistema immunitario. In uno studio, ai topi di laboratorio venne somministrato il farmaco immunosoppressivo ciclofosfamide (miscelato con acqua e saccarina). Poi il farmaco venne eliminato e i topi furono alimentati soltanto con acqua e saccarina (un placebo). Stupore: il sistema immunitario rimase oggettivamente soppresso, anche quando i topi non ricevevano più il farmaco, facendo pensare che persino i topi rispondevano alle convinzioni positive e alle cure premurose con reazioni immunitarie fisiologicamente misurabili.
Inoltre, le convinzioni positive e le cure premurose possono attenuare la fase di reazione infiammatoria acuta, la quale provoca dolore, rigonfiamento, febbre, letargia, apatia e perdita di appetito.

Il legame corpo/mente potrebbe anche essere mediato da funzioni esecutive della corteccia prefrontale del cervello. Il fatto che le risposte al placebo scompaiono nei pazienti di Alzheimer supporta questa teoria. Molti pazienti di Alzheimer non rispondono al placebo, rafforzando l’ipotesi che un’area del cervello collegata alle convinzioni (la quale potrebbe venire lesionata da una patologia neurologica) possa essere determinante nel meccanismo di risposta a un placebo. Il biologo evolutivo Robert Trivers sostiene che le aspettative del cervello sull’immediato futuro hanno ripercussioni sul suo stato fisiologico. Trivers ipotizza che i malati di Alzheimer non rispondano al placebo in quanto incapaci di pensare al futuro: pertanto, la loro mente non può fisiologicamente prepararsi a esso.

La reattività al placebo si ricollega anche all’attivazione della dopamina nel nucleus accumbens, una regione cerebrale attiva nei meccanismi di ricompensa. Alcuni scienziati hanno studiato cosa accadeva al cervello delle persone dopo che avevano ricevuto dei soldi, per vedere quanta dopamina rilasciavano nel nucleus accumbens. Più quest’ultimo rispondeva alla ricompensa monetaria, più era probabile che quei pazienti migliorassero con un placebo.
Qualunque sia il meccanismo, è chiaro che mente e corpo comunicano attraverso neurotrasmettitori che nascono nel cervello e si diramano in altre parti del corpo, trasmettendo segnali. Dunque, non dovrebbe sorprenderci se le cose che pensiamo e sentiamo possono tradursi in alterazioni fisiologiche nel resto del corpo.
Ed è ciò che avviene, non è vero? Non siamo abituati a parlare molto del modo in cui pensieri e sentimenti influenzano la salute del corpo. Ma se questo avviene, perché non facciamo più attenzione a ciò che immettiamo nella nostra mente?

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Nuove scienze, Medicina Integrata
AA. VV.

La Mente supera la Medicina — Libro
La prova scientifica che si può guarire da soli
Lissa Rankin

mercoledì 12 febbraio 2020

Il potere di guarigione della paura



Il potere di guarigione della paura

Consapevolezza e Spiritualità


"Il Potere di Guarigione della Paura" parla della lotta con un angelo, un angelo chiamato Paura. La via alla libertà consiste nel ricevere la benedizione che solo quest’angelo può impartirci. Tra le mani avete un libro che può aiutarvi a trovare tale libertà, affinché possiate essere davvero vivi sino in fondo.

Lissa Rankin - 12/02/2020

Estratto dal libro "Il potere di guarigione della paura" di Lissa Rankin

La prima volta che udii la storia di Giacobbe e l’angelo ero molto piccola. Era uno dei tanti racconti biblici che il mio adorato nonno – un rabbi ortodosso e appassionato studioso di Cabala – mi raccontava. Il nonno la presentava così: Giacobbe stava viaggiando da solo, quando l’oscurità lo costrinse a fermarsi per mangiare qualcosa e dormire fino all’alba. Il posto gli era sembrato abbastanza sicuro, ma così non era. Nel buio della notte si accorse che braccia muscolose lo avevano afferrato e lo schiacciavano a terra. Il buio era tale che egli non riusciva a vedere l’aggressore, ma ne sentiva la forza. Anche Giacobbe però era molto robusto, per cui cercò di liberarsi. Senonché il suo aggressore era almeno altrettanto forte e finirono con il rotolarsi al suolo tutta la notte.

Infine, la notte cessò e alle prime luci dell’alba Giacobbe si accorse di aver lottato contro un angelo. Quando il sole sorse, l’angelo abbandonò la presa e cercò di andarsene, ma Giacobbe lo tratteneva. «Lasciami andare», disse l’angelo a Giacobbe, «è spuntata la luce». Ma Giacobbe lo teneva fermamente. «Non ti lascerò andare fino a quando non mi avrai dato la tua benedizione», disse. L’angelo si dimenò, ma Giacobbe non lasciava la presa. E così l’angelo dovette impartire a Giacobbe la propria benedizione.

Da bambina, tutto ciò per me non aveva senso. Giacobbe aveva lottato tutta la notte per liberarsi, perché non aveva lasciato che l’angelo se ne andasse? Io avrei fatto così. Inoltre, da amante degli angeli, non capivo come qualcuno potesse non vedere la differenza tra un angelo e un nemico. Ma il fatto più strano di tutti era che un nemico finiva con il darti la sua benedizione. Le mie domande facevano ridere il nonno. «La gente confonde sempre un angelo con un nemico» - mi disse. «Giacobbe non lascia andare l’angelo prima di aver ricevuto la sua benedizione, perché è quest’ultima a rendere libero Giacobbe».

Mi ci vollero anni per comprendere questo racconto. All’epoca mi tenevo ben stretta alle mie paure. Pensavo che l’unico modo di stare al sicuro fosse avere paura.

Il ruolo comune della paura

Di fatto, la mia famiglia promuoveva la paura di noi bambini. Dopo essere stata morsa da un cane randagio e aver dovuto subire una serie di dolorose punture antirabbia, sviluppai una fobia per tutti gli animali. I miei genitori incoraggiavano questa paura, convinti che mi avrebbe tenuto al sicuro. Il risultato fu che la mia paura degli animali si trasformò velocemente in fobia.
Avevo 27 anni quando arrivai in California per proseguire la mia formazione medica. All’inizio vivevo con degli amici che avevano molti bambini e un grande cane pastore i cui denti gialli mi terrorizzavano. Gli amici provarono a dirmi che il cane era buono e innocuo, ma non avevo il coraggio di affrontare le mie paure. Nelle settimane in cui fui ospite in quella casa, tutta la famiglia fece in modo che ci fosse sempre una porta tra me e quel cane. Di notte, però, il cane vagava libero per la casa e io tenevo la mia stanza chiusa a chiave.

Un mattino mi alzai presto perché avevo bisogno di usare il bagno. Erano le sei del mattino, troppo presto perché il resto della famiglia fosse in piedi, quindi ero intrappolata nella mia camera da letto. Ma se qualcun altro si fosse già alzato?... Aprendo cautamente la porta, fui contenta di sentire Bridget, la bambina di 4 anni, cantare in salotto. Se riuscivo a raggiungerla prima che il cane mi trovasse, avrebbe potuto farlo uscire. Nonostante la mia paura, percorsi in punta di piedi il corridoio e socchiusi la porta del salotto. Bridget non stava canticchiando tra sé e sé. Il cane pastore era sdraiato sullo stomaco insieme a Bridget, che nella sua piccola vestaglia rosa gli stava lavando i denti con dentifricio e spazzolino, cantando: «Ti chiederai dove se ne sarà andato il giallo dei tuoi denti dopo che li avrai lavati con Pepsodent». La bocca del cane era piena di schiuma e la sua coda sbatteva con tanta forza che faceva un tonfo sul pavimento. Feci un respiro profondo e scoppiai a ridere.

In un batter d’occhi mi ero liberata da una paura che mi aveva paralizzato per più di vent’anni. In quel momento seppi che non avevo paura degli animali che vivevano nel mondo, ma di quelli che vivevano nella mia mente. La mia paura non mi aveva tenuto al sicuro dagli animali, mi aveva solo separato dal loro amore. Più tardi, quando trovai il mio appartamento, salvai un grande gatto rosso. Da quel momento, vivo sempre con qualche animale. Quel momento nel salotto risale a cinquant’anni fa: da allora sono stata benedetta da un angelo tutti i giorni.

La paura e il coraggio

Molti credono di non avere il coraggio di affrontare le proprie paure, ma forse hanno più coraggio di quanto pensino. Se hai molte paure, ci vuole coraggio anche solo per parlare con uno sconosciuto, rispondere al telefono, andare al mercato a comprare il pane o parlare a voce alta. Come un muscolo che venga usato giorno dopo giorno, il coraggio cresce se viene usato. Un giorno, quando attingerai deliberatamente al tuo coraggio perché in ballo ci sarà qualcosa di davvero importante, ne scoprirai il potere e la forza per la prima volta.

Un’altra cosa che scoprirai, leggendo "Il Potere di Guarigione della Paura", è che sorprendentemente il coraggio non è l’opposto della paura. L’opposto della paura è la gioia. Avevo creduto che la gioia fosse la stessa cosa della felicità, ma la prima è molto più durevole della seconda. La capacità di provare gioia sembra venire da una relazione incondizionata con la vita, la capacità di aprirsi e affrontare tutto ciò che è. Si tratta di un’apertura che ci porta oltre il desiderio di controllare la vita, fino alla capacità di celebrare quest’ultima. Ci sposta da una relazione antagonista con la vita a quell’esperienza del mistero e della meraviglia che è al cuore della vita. Alla fine può guarirci.

Il Potere di Guarigione della Paura — Libro >> http://bit.ly/2vo9z5e
6 passi per sviluppare il coraggio come medicina per il corpo, la mente e l'anima
Lissa Rankin