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giovedì 7 maggio 2020

La gestione del respiro



La gestione del respiro tra scienza e tradizione yogica

Consapevolezza e Spiritualità


Il soffio vitale che connette mente e corpo ci permette di modulare ansia e stress e di sondare la natura della coscienza

Redazione Scienza e Conoscenza - 07/05/2020

Articolo di Lorenza Melosini tratto da Scienza e Conoscenza n.72

Che il controllo del respiro sia efficace per modulare l’espressione emotiva è ormai una competenza assodata. Questo è vero nel senso comune o nei semplici consigli che un amico può darci in una situazione di stress – uno tra tutti quello di farsi “un bel respiro” – ma lo è anche, da quasi 40 anni, in più complessi sistemi di terapia come il rebirthing, il training autogeno, la respirazione integrata, tecniche che usano la respirazione per aiutare il paziente a schiudere parti molto profonde del Sé.

Respiro, sistema nervoso simpatico e parasimpatico

Intuitivamente e per molto tempo nell’ambito della ricerca scientifica si è pensato che la respi- razione potesse avere risvolti anche sul corpo e sui processi fisiologici, per documentare i quali però è 1,2 stato necessario attendere gli anni Duemila. Si è quindi scoperto che il respiro lento e controllato interviene – probabilmente mediante lo stimolo del nervo vago – all’interno dell’equilibrio fra le due componenti principali del sistema nervoso autonomo – quella del simpatico, che regola le risposte di attacco e fuga, e quella del parasimpatico che regola il riposo, il recupero e la digestione – spostando l’ago della bilancia verso la seconda, con effetti sulla fisiologia cardiovascolare e viscerale. In ricerca questo ha corrisposto all’individuazione di indicatori nuovi, che rispondessero all’esigenza di misurare concetti di modulazione, come l’Hearth Rate Variability, il rapporto Low Frequency/High Frequency, la Respiratory Sinus Arrhythmia, ed è stata indagata la loro correlazione con stati emotivi, fisiologici e patologici, oltre che con pattern elettroencefalografici (EEG). Non moltissimo invece è ancora noto sui circuiti neurali attivi nelle pratiche respiratorie.

Questo potrebbe essere legato alla limitata diffusione della ricerca di tipo speculativo: lo studio del respiro in campo applicativo è condotto infatti insieme a quello di altre tecniche (meditazione, Hata Yoga) il che rende difficile riconoscere la peculiarità dei suoi effetti e dei propri circuiti centrali. La tendenza è quella quindi di usare dei modelli neurali che basandosi su alcune evidenze consolidate ipotizzano le modalità di funzionamento della fisiologia respiratoria e delle sue relazioni.

ARTICOLO COMPLETO SU SCIENZA E CONOSCENZA N. 72

eBook - Scienza e Conoscenza - n.72 — Rivista >> https://bit.ly/3b3IMu1 
Nuove scienze, Medicina Integrata
Autori Vari

lunedì 23 settembre 2019

Respiro e Mindfulness



Respiro e Mindfulness

Consapevolezza e Spiritualità


Il respiro accade, sempre. È un ponte unico, prezioso. E accade qui, dove la vita accade. Esso è il fondamento di tale succedere: un esercizio di mindfulness sul respiro per imparare a vivere nel qui ed ora

Elsa Masetti - 23/09/2019

Tutto comincia con il primo respiro. Almeno tutto quello che riguarda questo pezzo di vita. E finisce con l’ultimo respiro. Ad occhio e croce, nei primi respiri l’enfasi è sull’inspirazione e negli ultimi sull’espirazione. Ho testimoniato quest’ultima cosa per quanto riguarda il morire. Poco prima l’inspirazione si fa molto corta a favore di una lunga espirazione. Il movimento è a prendere la vita, nel primo caso, e a renderla nel secondo. E il respiro è il veicolo. L’arco della vita, dalla prima inspirazione all’ultima espirazione, si riverbera in modo frattale in tanti, innumerevoli respiri, composti di un prendere e lasciare andare, prendere e lasciare andare, prendere e lasciare andare… Grande lezione di vita, se ne siamo consapevoli.
Tutto quello che alle fondamenta riguarda la continuità della vita è un atto senza volizione, affidato al sistema nervoso involontario. E riesce bene così. Curioso!
È la famosa storia del millepiedi. La conoscete?

Il respiro che accade

Mentre un millepiedi stava camminando qualcuno gli chiese: «Capperi, ma con tutte quelle zampette che hai, come fai a metterle in moto tutte insieme una dopo l’altra?». Da quel momento, le gambette cominciarono a intrecciarsi e il millepiedi a inciampare su se stesso.
Una volta esaurita l’espirazione, il riprendere aria accade da solo (e viceversa) e succede senza alcuna intenzione. A ogni nuova inspirazione do forse il comando: inspira! Caspita, no. Se così fosse, potrei distrarmi, dimenticarmene e soffocare. Si tratta di un atto troppo vitale, per essere gestito dalla mia volontà personale. Pur dimentichi, respiriamo.
Qualcosa sempre all’erta, dedito alla vita, ci vuole respiranti, al punto che il respiratore automatico non prende ferie, neanche quando siamo nel sonno rem. Anzi, durante il sonno profondo, l’essere respirati è quasi tutto ciò che resta. E si dice che in quel caso il ritmo respiratorio dia il meglio di se stesso: profondo, rilassato, libero. La sonorità dipende dai requisiti della cassa armonica.
Una delle condizioni che rendono il sonno rigenerante è, a mio avviso, questo respirare, che riprende totalmente in mano le redini: senza accorgimenti, senza finalità, che non sia quella di fluire, per la vita. Nessuno più è lì per trattenerlo, accelerarlo, forzarlo in qualche modo. Dovrebbe tornare il respiro di un neonato. Lento e profondo. Di pancia.
Respirare, ci dicono gli esperti, non significa necessariamente respirare bene.

Qual è la natura del respiro?

Quello che intendo condividere tuttavia non è ottimizzare, liberare il respiro etc… Lascio questo compito ad altri. Piuttosto vorrei esplorare con voi la sua natura, il suo accadere, così com’è, a ogni istante. Vorrei evidenziare il suo essere risorsa, la sua intelligenza intrinseca, il suo essere àncora costante al momento presente.
E torniamo allora a quella lezione di vita che il respiro dispensa a chi è presente al suo dispiegarsi, una lezione di allineamento – e quindi di partecipazione – alla realtà. Tutti vorremmo essere partecipativi dal momento in cui ci giunge notizia che ciò ci rende influenti, co-creativi. Il primo passo, del resto, è esserci in quella realtà su cui intendiamo influire. E che cos'è la realtà? Ciò che accade ora, nel corpo, nel contatto – attraverso i sensi – del corpo con l’ambiente, nel muoversi e manifestarsi dei pensieri e delle emozioni. E il respiro accade, sempre. È un ponte unico, prezioso. E accade qui, dove la vita accade. Esso è il fondamento di tale succedere.
Il primo successo, in fondo, è respirare e ogni nuovo respiro è un successo. Successo che manchiamo, mancando il suo succedere. Lo so, è un gioco di parole, ma ci sta.
Il primo passo è allora entrare in contatto con il respiro, diventarlo, che è anche un modo per conoscerlo e conoscersi.

Diventare il respiro: un esercizio pratico di mindfulness

All’inizio può essere utile creare dei post it. Disseminarli nell’area del quotidiano, nello spazio di lavoro. Sul pc, sulla scrivania, sul tavolo da lavoro, sul registratore di cassa, sul polso accanto all’orologio, sul cruscotto della macchina… su qualsiasi supporto utile a far cadere lì i nostri occhi. Sul post it, bello fiammante, scriviamo una semplice parola o frase: respira o respirare è naturale o respirando. La parola è solo un espediente per attivare il contatto, per portare l’attenzione al respiro, per sorprenderlo nel suo accadere, per accorgersi che stiamo respirando. Ci riporta in tempo reale a noi stessi e, esattamente dove siamo. Non sempre dove siamo o che cosa sentiamo è di nostro gradimento, per questo preferiamo disconnetterci. Peccato che non funzioni, poiché alla lunga è un disconnettersi dalla vita e dalla sua fonte.
Quando qualcosa o qualcuno non è di nostro gradimento, e, come spesso accade, noi siamo sgradevoli a noi stessi? Quando si dice: va storta, è doloroso, mannaggia quanto è scomoda…
La pioggia per esempio è scomoda, soprattutto se non c’è un riparo e non si ha un ombrello. La stessa cosa non la direbbe un rospo. Per lui è una benedizione. È sgradevole, insomma, quando è diversa da come la vorrei. Legittimo e tuttavia poco funzionale visto che, così è.

Cavalcare il respiro

E cosa accade se torno al respiro? Se lo accompagno, nel suo entrare e uscire, nel suo instancabile viaggio dalle narici a... ?
Al diaframma? Come lo so? Sento i polmoni che assorbono il soffio. Sento il diaframma che si alza.
Alla pancia? Come lo so? Sento la pancia che si riempie e lentamente si svuota in una spinta di ritorno, verso le narici. E nel frattempo come percepisco tutto il corpo?
Senza modificarlo, mi abbandono al fenomeno, all’atto del respirare. Invece di salire in sella al prossimo pensiero, cavalco questo respiro, mentre i pensieri pascolano, sullo sfondo.
Questo contribuisce a dar qualità alla vita. Quando una vita è di qualità? Quando sono sano assai, ho il lavoro che mi piace assai, guadagno bene assai, ho una donna – o un uomo – bella assai, dei figli assai?
Quando è più consapevole, io credo. Quando vivo con qualità ciò che ho e che c’è.
Semplice sì, facile no. E alla fine, che cosa ho da perdere?
E se la consapevolezza si accoppia anche agli “assai”, allora: Bingo!

L'Arte del Respiro — Libro
Il segreto della ''Mindfulness'' per vivere con felicità e senza stress
Danny Penman

La Scienza del Respiro — Libro
Da un campione di apnea la ricetta per dire addio allo stress, migliorare la performance e vivere appieno
Mike Maric

giovedì 21 dicembre 2017

Respirare bene per vivere meglio




Respirare bene per vivere meglio

intervista al campione di apnea e insegnante yoga Federico Mana

da: Redazione Scienza e Conoscenza

Terapie e trattamenti olistici


Respirare bene per vivere meglio: intervista al campione di apnea e insegnante yoga Federico Mana

La profonda correlazione tra respiro, sistema nervoso e rilassamento è nota non solo a chi fa yoga, ma anche nell’ambito di altre discipline incentrate sulla respirazione e della ricerca medica.

Federico Mana è un esperto di respiro: è apneista di profondità, primatista italiano e istruttore di apnea, ma pratica da anni e insegna anche lo yoga, disciplina che propone insieme all’apnea in programmi formativi orientati al benessere. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come è nata la sua passione per il mare e l’apnea, come è riuscito a coniugare una disciplina estrema con i principi e le tecniche dello yoga e come tutti noi possiamo trarre beneficio dalla respirazione diaframmatica, consapevole e controllata.

Per iniziare, parlaci di “Federico Mana l’atleta”: come è avvenuto il tuo incontro con l’apnea, come sei diventato professionista, campione italiano e recordman?

Federico Mana - Ho iniziato come tutti ad amare l’acqua attraverso i corsi di nuoto. A dodici anni mio babbo mi regalò il mio primo fucile subacqueo è da allora non vi è più stato modo di tenermi fuori dall’acqua. La pesca subacquea mi regalava sensazioni di leggerezza e in acqua mi sentivo come pioniere in un mondo misterioso e affascinante.
Trasferitomi a Milano per gli studi universitari scoprii che esistevano corsi di apnea e decisi prendervi parte. La passione per l’acqua si risvegliò più forte che mai, al punto che decisi di approfondire questa disciplina diventando istruttore di apnea per diverse didattiche.
Dopo ben otto anni di vita a Milano l’amore per il mare mi chiamò in una maniera così forte che decisi di lasciare il lavoro e la carriera per tentare di vivere di mare e di apnea in Egitto.
La dedizione alla pratica fu tale da permettermi di stabilire, tra il 2007 ed il 2011, 8 record italiani in apnea e nell’agosto 2009 fui il primo italiano a raggiungere la quota di 100 metri in assetto costante diventando uno degli apneisti più profondi nel mondo.
Oggi l’apnea è per me una filosofia di vita e fortunatamente è anche il mio lavoro. È un lavoro fisicamente sfiancante, ma è anche una lunghissima vacanza che ogni giorno ti dona emozioni fortissime.

Nella percezione comune, la respirazione è vista come un automatismo – tanto che usiamo modi di dire come “naturale come respirare”. Il respiro in quanto funzione fisiologica è una funzione vegetativa autonoma, che avviene senza il controllo della volontà, ma che può essere modificata coscientemente, con un controllo volontario. Cosa significa “gestire con coscienza il respiro”?

Federico Mana - La frase “gestire con coscienza il respiro” ha ben due parole chiave che trovano riscontro nel metodo didattico che ho ideato per i miei seminari. La prima è gestire ovvero amministrare, governare, guidare. Gestire si traduce in un “saper fare” e rispecchia molto la cultura occidentale del fare, dove l’obiettivo principale è il risultato finale. La seconda è coscienza ovvero la capacità di “saper sentire”, in questa fase si ritorna al principio di ascolto, del qui e ora, alla filosofia yogica.
Chi inizia un percorso respiratorio spesso ricerca l’esercizio che lo farà migliorare, ambisce alla ricetta del successo respiratorio, in realtà prima di saper fare, o di fare meglio, è fondamentale sentire ciò che si fa in modo istintivo.
Ecco perché nei seminari che propongo, prima di parlare di “gestione cosciente del respiro”, affronto tutta la parte di “presa di coscienza del respiro istintivo”.
Ogni insegnamento non dovrebbe essere standardizzato per tutti ma dovrebbe partire dalle caratteristiche personali di ogni individuo potenziandone le abilità innate e migliorandone le criticità.

Perché respirare in modo lento e profondo? Quali effetti biofisici ha sull’organismo?

Federico Mana - Tutti hanno sperimentato almeno una volta nella propria vita un momento di agitazione, di ansia, di stress o di panico. Queste particolari condizioni emotive si ripercuotono sul corpo e sulla respirazione con una dinamica ben precisa, ovvero con l’aumento della frequenza respiratoria e la riduzione del volume aereo respirato.
Se una condizione emotiva è in grado di indurre una variazione fisica e funzionale, che in questo caso si traduce in una respirazione frequente e superficiale, è molto probabile che questa relazione funzionale valga anche al contrario.
A questo punto entra in gioco, e a nostro favore, la natura volontaria della respirazione: potendo noi influenzare volontariamente la respirazione possiamo decidere di respirare in modo lento e profondo (ovvero il contrario di frequente e superficiale) confidando che gli effetti si ripercuotano a livello emotivo generando calma, pacatezza, rilassamento e distensione.

Il diaframma è il principale muscolo respiratorio. Cosa puoi dirci sul ruolo della respirazione diaframmatica?

Federico Mana - Negli ultimi anni la “respirazione diaframmatica” è una moda e germoglia nell’immaginario collettivo senza delle concrete fondamenta, un po’ come quelli che “rinnegano l’olio di palma” senza sapere realmente il perché.
Infatti, ci si dimentica di dire che ogni respirazione è diaframmatica, anche quella più inconsapevole. Può essere una respirazione che coinvolge più o meno bene il diaframma ma comunque lo coinvolge sempre. È come parlare dell’importanza dei muscoli addominali e lombari nel sorreggere la parte alta del corpo: chi li ha poco potenti, elastici e mobili con maggiori probabilità potrà incappare in dolori della schiena più o meno importanti, chi invece li allena in modo adeguato potrà godere di una maggiore salute e di una migliore postura.
Allo stesso modo migliorare e allenare la diaframmatica ci permette di ottimizzare le capacità ventilatorie, di recuperare meglio la fatica e di ottimizzare la salute vascolare.



giovedì 31 marzo 2016

Pranayama



Pranayama

Esercizi e Tecniche di Respirazione

di Swami Kuvalayananda



Pranayama - Libro

Swami Kuvalayananda è stato il primo ad iniziare e promuovere la ricerca scientifica applicata agli aspetti tradizionali dello yoga. Il suo lavoro verrà sempre ricordato nel mondo yogico.

Pranayama è tuttora considerato il libro migliore su questo argomento: contiene le tecniche descritte nel modo più sistematico e scientifico possibile, in un linguaggio semplice e chiaro. L’opera contiene disegni e foto originali impagabili che accompagnano la lettura. Il manuale, inoltre, contiene tre importanti appendici che lo rendono utile ad ogni praticante di yoga.

Lo sviluppo spirituale di uno studente di yoga dipende da due cose: egli deve innanzi tutto eliminare ciò che oscura la luce spirituale e secondariamente riuscire a fermare la sua mente vagante. Attraverso la pratica di Pranayama uno studente di yoga riesce a iniziare il cammino in entrambe le direzioni.

Dalla quarta di copertina

Dalla saggezza dell'India antica e contemporanea, un preziosissimo manuale di Pranayama, la sofisticata tecnica di controllo del respiro che lo yoga propone quale importante mezzo di guarigione.

Una guida completa e sicura per tutti i praticanti: infatti tutte le principali tecniche sono descritte in maniera sistematica e con un linguaggio semplice.

Disegni e foto originali confermano la sua autenticità e autorevolezza, e ci rendono partecipi della storia dello yoga.

Kuvalananda propone le posizioni e tutti i principali Pranayama nei dettagli; inoltre ne indica i benefici per il nostro organismo, in particolare per i sistemi nervoso, endocrino, respiratorio, circolatorio e digestivo. Il manuale comprende anche importanti e utili appendici tra cui:

un corso di cultura fisica yogica completo di tanti importanti suggerimenti
il glossario che fornisce la traduzione di molti termini sanscriti e fondamentali informazioni anatomiche e fisiologiche utili per la pratica.
I veggenti yogici dell'antica India consideravano il Pranayama come l'esercizio in grado di rendere sommamente sano ogni processo vitale. Alla luce della nostra esperienza possiamo dire con sicurezza che nessun altro esercizio fisico può avere neanche un centesimo dell'efficacia del pranayama.


Leggi in anteprima il capitolo 1 del libro di Swami Kuvalayananda "Pranayama"

Respirazione - Estratto da "Pranayama" libro di Swami Kuvalayananda

Il Pranayama è un esercizio yoga di respirazione. Pertanto è consigliabile per chi voglia praticarlo conoscere alcuni importanti dettagli del sistema respiratorio. In questo capitolo descriveremo quindi alcune conoscenze generali dell’anatomia e fisiologia della respirazione.

La respirazione consiste nella dilatazione e nella contrazione alternate del torace, per mezzo delle quali l’aria viene inspirata o espirata dai polmoni.

In questo capitolo considereremo dapprima i vari organi direttamente interessati in questo processo di passaggio dell’aria dai e nei polmoni, e in seguito vedremo come tali organi agiscono durante i vari stadi della respirazione.

Gli organi della respirazione possono essere così distinti: naso, faringe, laringe, trachea, bronchi e polmoni. I nervi e i vasi sanguigni connessi con queste parti possono anch’essi considerarsi organi di respirazione. Generalmente il naso non è incluso tra questi organi, ma se vogliamo considerare la respirazione dal punto di vista dello yoga non solo dobbiamo includere il naso, ma dobbiamo studiarlo dettagliatamente. Nella trattazione di tali organi procederemo descrivendo il passaggio dell’aria dall’esterno verso i polmoni e poiché lo si incontra per primo, inizieremo questo capitolo proprio descrivendo accuratamente il naso.

Il naso

Potremo studiare il naso sia esternamente che internamente con l’aiuto di uno specchio e delle illustrazioni di questo libro. Usando lo specchio dovremmo fare in modo che la luce alle nostre spalle cada sullo specchio tenuto di fronte a noi. Lo specchio dovrebbe essere tenuto in modo che la luce, senza abbagliare gli occhi, si rifletta nelle narici quando la testa è leggermente piegata all’indietro.

Siamo abituati a vedere il nostro naso allo specchio, ma quello che generalmente vediamo ne è solo la parte esterna: diamo ora invece un’occhiata anche alla parte interna delle narici. Troveremo che, nella cavità di ciascuna delle due narici, ai lati della parete che le separa, c’è un’apertura in alto. Si potrebbe pensare che queste due aperture siano una specie di comunicazione tra il naso e qualche altro organo situato all’interno della testa, ma ciò sarebbe completamente errato. Infatti il naso esterno è solo una parte dell’organo anatomicamente conosciuto come “naso”. La sua parte più importante è all’interno della testa, dietro le due aperture che abbiamo visto e al di sopra del palato duro che forma una parte del soffitto della bocca. Ma prima di esaminare l’interno terminiamo la descrizione della parte esterna del naso.

Se lo tocchiamo con le dita, troveremo che gran parte del naso è mobile; la ragione è che questa porzione del naso – incluso il setto divisorio – è costituita da diverse cartilagini, unite le une alle altre da una membrana resistente e ricoperta di pelle. Se guardiamo nuovamente nello specchio ed esaminiamo l’interno delle narici, troveremo che la pelle che ricopre la superficie esterna del naso continua verso l’interno e ricopre anche la cavità inferiore del naso interno, inclusa la parte inferiore del setto.

Sulle pareti di questa porzione inferiore del naso – detta “vestibolo” – si ergono spessi e rigidi peli: quelli che crescono nella parte anteriore sono proiettati all’indietro, mentre i peli che sorgono dalla parte posteriore sono proiettati in avanti. In questo modo formano, proprio all’entrata del naso (da cui il nome di “vestibolo”) una specie di setaccio. Il naso esterno ha due terminazioni: quella superiore, unita alla fronte, è chiamata “volta”, quella inferiore – libera – è denominata “apice”.

Tastando nuovamente la parte flessibile del nostro naso troveremo che i bordi superiori e posteriori sono duri; questo perché la parte elastica del naso è attaccata alle ossa.

Vediamo molto bene questa connessione nella figura 2, che rappresenta una sezione frontale del naso in cui le ossa sono visibili.

Notiamo immediatamente che i bordi delle ossa cui è attaccata la parte flessibile del naso formano un disegno esattamente simile al cuore disegnato sulle carte da gioco. Esaminiamo ora alcuni aspetti di questa apertura ossea, che ci riguardano direttamente. Sotto la fronte e tra gli occhi ci sono due ossa che possiamo sentire esternamente: sono dette “ossa nasali” (1) e formano quello che è conosciuto come “ponte del naso”. Una linea verticale (4), detta “setto nasale” divide l’apertura in due metà esatte. Le curve circolari visibili sul fondo sono formate dalle due ossa mascellari superiori (5). Queste curve segnano i bordi inferiori delle due aperture osservate nella descrizione della parte posteriore del naso esterno.

Abbiamo già detto che il naso esterno è solo una piccola parte dell’organo; la parte più importante si trova all’interno della testa, e ora la esamineremo, sempre con l’aiuto della figura 2.

L’apertura, divisa in due metà dal setto nasale, conduce a due cavità di forma ovoidale. Tali cavità continuano all’interno e si aprono nella gola con aperture simili a quelle presenti sulla superficie ossea di fronte a noi. Ognuna di queste cavità ha un pavimento, un tetto, una parete mediale e una laterale.

Il setto che divide queste due cavità forma la parte mediale di entrambe. È formata da ossa anche alla base, eccetto che nella parte frontale, dove una larga cartilagine chiude l’apertura. Il pavimento è osseo. La figura 1a mostra questa base in sezione: è formata da due ossa, la parte frontale è composta dalle ossa della mascella superiore e la parte posteriore dalle ossa del palato. Ci sono due ossa mascellari e due ossa del palato duro. Le ossa della mascella superiore sono situate l’una di fianco all’altra, a formare l’arcata in cui sono fissati i denti. Dietro la mascella superiore le ossa del palato stanno una accanto all’altra e formano il palato duro. Le superfici inferiori delle due ossa nelle mascelle superiori e le ossa del palato duro formano la “volta” della nostra bocca: se con le dita proviamo a esaminare questo “tetto”, procedendo all’indietro a partire dagli incisivi superiori, troveremo due superfici dure. Una è irregolare e l’altra è liscia. La superficie irregolare che sentiamo appena sopra ai nostri denti è formata dalle ossa della mascella, mentre la superficie liscia che attraversiamo muovendo il dito all’indietro appartiene alle ossa del palato duro, dietro cui possiamo facilmente sentire il palato molle.

La figura 1 mostra che le superfici superiori della mascella e del palato duro sono orizzontali, e questa è la ragione per cui anche la base delle cavità nasali è orizzontale. Così le ossa superiori della mascella e anche del palato formano contemporaneamente il tetto della bocca e la base del naso. Questo significa che le cavità nasali si trovano appena al di sopra del tetto della bocca. Le pareti laterali delle cavità nasali sono piuttosto complicate: formate da ossa, alla loro base sorgono a una certa distanza dal setto, ma subito si inclinano verso il setto, per incontrarlo alla sommità. Si può avere un’idea dell’inclinazione delle pareti laterali nella figura 2: qui l’apertura ossea rappresenta i bordi esterni delle pareti nasali. Queste cavità sono quindi larghe alla base ma si restringono alla sommità. Dalle pareti laterali sorgono all’interno delle cavità delle ossa simili a spirali (cornetto nasale), una delle quali è indicata nella figura 2 (2). Queste ossa si estendono per tutta la lunghezza delle pareti laterali e, dietro, si aprono nella gola.

Ora consideriamo il tetto (o volta): è una struttura ossea arcuata, nonostante la base delle cavità nasali sia orizzontale. Si può avere un’idea di questo arco nella figura 1b, dove si vede che il setto forma un arco alla sommità. Giacché il setto sale fino a incontrare il tetto – o volta – si può dire che l’arco del tetto è rappresentato dalla curva superiore del setto. Le ossa che formano il setto sono le ossa nasali che abbiamo già esaminato e che formano la parte frontale di questa volta ad arco. Dietro le ossa nasali la volta è formata da un grosso osso chiamato “etmoide”, che è allo stesso tempo il tetto del naso e una parte della base del cervello. Questo significa che esso separa le cavità nasali dal cervello; dunque le cavità nasali stanno tra la bocca e il cervello e si aprono posteriormente nella gola, proprio sopra il palato molle.

Finora abbiamo studiato la struttura ossea del naso esterno e le cavità nasali. Noteremo ora come queste superfici dure sono tutte rivestite di mucosa: tale tessuto è continuo e riveste l’interno del naso esterno – eccetto il vestibolo – e riveste anche la base, il tetto e le pareti delle cavità nasali che continuano nella faringe. Esaminando questa mucosa vediamo che funzionalmente possiamo tracciarne due aree: l’area superiore copre 1⁄3 della superficie totale e l’area inferiore i rimanenti 2⁄3. Poiché qui è situato il senso dell’odorato, l’area superiore è detta “regione olfattiva”, mentre quella inferiore è chiamata “regione respiratoria” poiché forma il passaggio attraverso cui l’aria entra ed esce durante la respirazione. Ciò significa che le due cavità del naso hanno due distinti apparati per le due differenti funzioni che svolgono: se dividiamo l’altezza delle narici in 3 parti uguali avremo che la parte superiore è usata per odorare e le due parti inferiori sono utilizzate per respirare. Nessuno dovrà supporre, comunque, che la parte superiore non possa essere usata anche per la respirazione; infatti – sebbene nella respirazione normale e tranquilla si usino solo le due parti inferiori – nella respirazione forzata si utilizza anche il terzo superiore delle cavità nasali. Il senso dell’odorato invece è circoscritto solamente alla terza parte superiore e non ha nulla a che fare con le due regioni inferiori: ciò perché il senso dell’odorato dipende da terminazioni olfattive che sono distribuite soltanto in quella zona, come si può vedere nella figura 1 (4).

Vi sono due aspetti che distinguono la mucosa che copre la regione olfattiva da quella che ricopre il tratto respiratorio, e meritano la nostra attenzione. La mucosa che ricopre il tratto respiratorio è spessa e spugnosa, mentre quella che ricopre la regione olfattiva è più soffice e delicata. L’altro aspetto riguarda la presenza di un ricco plesso venoso che rende la regione nasale molto vascolarizzata, e questi particolari anatomici hanno un’importanza fisiologica. Come abbiamo detto, durante una respirazione tranquilla l’aria passa attraverso i 2⁄3 inferiori dell’area nasale e l’aria nel rimanente 1⁄3 è scarsamente disturbata. Dunque la mucosa che riveste la regione dove passa l’aria dev’essere più robusta di quella che riveste il tratto in cui l’aria “staziona” durante le ore di respirazione normale. Anche la maggiore vascolarizzazione del tratto respiratorio ha uno scopo: i numerosi vasi sanguigni contribuiscono a riscaldare e umidificare l’aria proveniente dall’esterno; se arrivasse fredda ai polmoni potrebbe danneggiarne la delicata struttura.

Parliamo ora del senso dell’olfatto che, come abbiamo visto, è situato nella parte superiore delle cavità nasali: tale senso è costituito da filamenti nervosi molto sottili, da 12 a 20, distribuiti come una fitta spazzola sia sul setto sia sulle pareti laterali. Da qui tali nervi olfattivi discendono attraverso l’osso etmoide che – come abbiamo visto – separa le cavità nasali dal cervello. Attraverso l’etmoide i nervi olfattivi sono collegati con il bulbo olfattivo, che a sua volta è unito alla base del cervello tramite il tratto olfattivo. La figura 1 illustra i nervi, il bulbo, il tratto olfattivo e la base del cervello. Quando le terminazioni dei nervi olfattivi sono stimolate da particelle che recano con sé degli odori si ha la sensazione dell’odorato.

Osserviamo ora alcune caratteristiche di questo importante senso: la delicatezza dell’olfatto è notevole; si è calcolato che riesca a percepire 2 miliardesimi di grammo di vaniglia in 1 cm3 d’aria! Quando tuttavia le particelle provenienti da una sostanza odorifera sono pochissime, la loro presenza nell’aria può non essere notata durante la respirazione normale, perché passano solo attraverso il tratto respiratorio e non vengono in contatto con le terminazioni nervose della regione olfattiva; in questo caso, se si inspira improvvisamente e intensamente, l’aria è forzata a passare anche dal tratto olfattivo e si potrà percepire così anche un odore debole. Inoltre, pure una gran quantità di particelle odorifere nell’aria può non essere avvertita: affinché si attivi il senso dell’odorato la mucosa dev’essere né troppo umida né troppo asciutta; ecco che quando abbiamo il raffreddore il nostro senso dell’olfatto risulta intorpidito a causa dell’eccesso di umidità (poi c’è un’altra ragione per cui quando siamo raffreddati non percepiamo perfettamente gli odori: la mucosa congestionata e gonfia copre i filamenti nervosi, rendendoli inaccessibili alle particelle odorifere).

È esperienza comune quella per la quale appena percepiti, i profumi, siano molto forti, mentre tendano a indebolire, o addirittura svanire, se rimaniamo a lungo in loro presenza. Questa circostanza può essere spiegata con l’“affaticamento” del senso dell’odorato: l’apparato si esaurisce, impedendo la sua funzione. Se però facciamo un giro all’aria aperta l’apparato si rinfresca e noi possiamo nuovamente apprezzare l’odore.

Faringe

Abbiamo già visto che le cavità nasali si aprono posteriormente nella gola. Queste aperture sono situate al di sopra del palato molle e sotto la base del cranio; qui inizia la faringe.

Guardando nuovamente nello specchio con la bocca spalancata, osserviamo qualcosa di simile a una parete carnosa tutta ricoperta di mucosa, che si allunga dietro la lingua inarcandosi sotto al palato molle, assumendo la forma di una cupola. È esattamente sotto questa “cupola” che sono situate le aperture posteriori del naso. Sotto la lingua la parete discende a forma di un sacco per finire in due aperture, una che conduce all’esofago e l’altra alla laringe (figura 3). Dalle aperture posteriori delle cavità nasali alle aperture inferiori che conducono all’esofago e alla laringe, è un medesimo canale che si allunga in modo continuo ed esso è conosciuto come faringe. Sappiamo già che la bocca è solo un’apertura nella parte anteriore della faringe, dunque finora abbiamo notato cinque aperture della faringe: due nasali, una orale, una all’esofago e una alla laringe. Ci sono poi due altri orifizi situati nelle pareti laterali della faringe, uno a fianco dell’altro, sopra il palato molle: sono gli “orifizi di Eustachio” perché segnano le aperture delle “trombe di Eustachio” che portano alle cavità dell’orecchio interno. La parte della faringe situata sopra al palato molle è detta “parte nasale” della faringe, mentre quella situata dietro la bocca è chiamata “parte laringea”.

La faringe permette il passaggio dell’aria sia verso l’interno sia verso l’esterno. Nell’inspirazione, l’aria respirata attraverso le cavità nasali passa dalle parti nasali e orali della faringe, scende lungo la laringe, va nella trachea e quindi nei polmoni. Nell’espirazione l’aria espulsa dai polmoni segue il percorso inverso. Nella respirazione l’esofago e le trombe di Eustachio rimangono chiusi, evitando così che l’aria prenda una strada sbagliata; e anche tra il palato molle e la parte posteriore della faringe c’è un’apertura sufficiente per il libero movimento dell’aria, che non incontra perciò alcuna ostruzione.

Quando si parla, invece, il palato molle copre completamente la parte superiore della faringe, cosicché l’aria non possa assolutamente risalire nella parte nasale. Ma in alcune persone il palato molle è difettoso e ha una piccola fenditura, così, quando parlano, un po’ dell’aria proveniente dai polmoni passa attraverso quella fenditura e trova la sua via nei passaggi nasali, che sono sempre aperti, aggiungendo una tonalità, appunto nasale, alla loro voce.

Anche per deglutire usiamo una parte della faringe: il cibo passa attraverso la bocca nella faringe laringea e da qui nell’esofago. Come mai il cibo, scendendo lungo la faringe, non entra nella laringe ma è sempre sospinto nell’esofago? A questo proposito ci dobbiamo rivolgere a un piccolo organo, chiamato “epiglottide”.

L’epiglottide è situata alla radice della lingua (figura 3), e serve da riparo per la laringe, quando è necessario. Nell’atto di inghiottire, la laringe si solleva e il boccone discendente abbassa l’epiglottide che, incontrando la laringe sollevata, ne copre completamente l’imboccatura. Pertanto, essendo la laringe chiusa, il cibo trova la sua strada verso l’esofago. Il sollevamento della laringe può essere sentito da chiunque, collocando le dita a metà della gola e imitando l’atto di inghiottire. Se però, per sbaglio, anche una piccola particella di cibo imbocca una strada errata, ossia entra nella laringe, ne segue una violenta tosse, e il sistema cerca di espellere l’“intruso”. Il cibo non può introdursi nella parte nasale perché il palato molle isola completamente quella porzione durante l’atto della deglutizione.

La mucosa che ricopre il naso continua nella faringe, ricoprendo anche tutti i passaggi che partono dalla faringe. Perciò un disturbo iniziato dalla gola molto spesso si propaga al naso, alle orecchie e alla laringe. È per questo che il colare del naso, la sordità delle orecchie e la tosse in molte occasioni arrivano insieme.

Laringe

Abbiamo già notato che la faringe ha due passaggi che si aprono nella sua estremità inferiore: l’esofago e la laringe. Sia l’esofago sia la laringe sono nel collo, il primo situato nella parte posteriore e l’altra nella parte anteriore. La laringe inizia di fronte alla terza vertebra cervicale, estendendosi lungo la quarta, quinta e sesta. L’esofago inizia di fronte alla sesta vertebra cervicale; è chiaro pertanto che la laringe si trova, nel collo, più in alto rispetto all’esofago (cfr. figura 3). Poiché l’esofago rimane costantemente chiuso a eccezione di quando si inghiotte, l’aria proveniente dalla faringe entra nella laringe, che a questo scopo è sempre aperta ed è chiusa solo durante l’atto della deglutizione. Abbiamo già visto che la laringe è situata nella parte frontale del collo, e si estende dalla base della lingua verso il basso. La laringe è una struttura anatomica simile a una scatola fatta di differenti cartilagini, e misura in media 5 cm. Due di queste cartilagini possono essere sentite anche dall’esterno della gola: partendo dall’incavo giugulare saliamo, tastando la superficie della gola con le dita e incontreremo la prima prominenza a breve distanza. Questa è la cartilagine cricoide (cfr. figura 3). Continuando oltre, arriviamo alla prominenza successiva, visibilmente sporgente, specialmente nelle persone magre, questa è la cartilagine tiroidea e la sporgenza è popolarmente nota come “pomo d’Adamo”. Queste e altre cartilagini – inclusa l’epiglottide – sono messe in funzione da muscoli che le muovono secondo la necessità della situazione. Abbiamo già imparato come, durante la deglutizione, la laringe venga sollevata e l’epiglottide abbassata; non appena la deglutizione è cessata la laringe si abbassa e l’epiglottide si solleva, lasciando liberi i passaggi per l’aria che entra ed esce durante la respirazione.

La laringe è popolarmente conosciuta come “la scatola della voce”. Ora dunque vediamo come essa sia responsabile della voce umana. Come la faringe, anche la laringe è rivestita all’interno da una mucosa ripiegata in parecchie pieghe. Due di queste iniziano dalla parte frontale della “scatola” a metà della sua altezza e attraversano la cavità giungendo al lato opposto. Esse sono molto sottili e sono unite nella parte frontale, ma possono essere separate nella parte posteriore, e sono situate proprio dietro la cartilagine tiroidea cui abbiamo già fatto riferimento. La figura 4a illustra queste pieghe vicine tra loro e la 4c come siano separate, mentre la 4b mostra la loro posizione mediana. Le tre figure in cui è suddivisa la figura 4 indicano come apparirebbero le corde guardando la laringe da sopra. Queste pieghe possono venire unite così strettamente da impedire completamente il passaggio dell’aria da sotto, perfino in presenza di una grande pressione e possono avvicinarsi con modalità diverse: durante la respirazione normale sono separate e il passaggio dell’aria è tranquillo e senza suono; ma quando sono ravvicinate l’aria che passa attraverso la stretta fessura le fa vibrare e “vibra” a sua volta: è questo “tremolio” che produce il suono ascoltato dalle nostre orecchie. Essendo perciò queste pieghe responsabili della voce umana sono chiamate le “vere corde vocali”, e lo stretto spazio compreso tra di loro è chiamato “glottide”. Queste corde vocali sono dette “vere” per distinguerle dall’altro paio di pieghe – o corde – simili, situate proprio sopra di loro, dette “false corde vocali”, perché non sono coinvolte nella produzione della voce.

La mucosa che forma le corde vocali continua a coprire – sotto forma di due sottili strisce – la parte posteriore della laringe, e si estende nella trachea, dove la laringe si apre.

Trachea

La trachea è una struttura anatomica simile a un tubo lungo circa 10 cm e con un diametro di circa 2,5 cm. Inizia alla base della laringe e dietro la cartilagine cricoide e si estende nel torace proprio dietro lo sterno. Nelle persone magre la parte superiore della trachea può essere sentita con le dita, sotto la cricoide.

Il tubo della trachea è formato da anelli di cartilagine – da 16 a 20 – situati uno sull’altro e tenuti insieme da una membrana fibro-elastica che li unisce. Questi anelli non sono perfettamente circolari, ma appiattiti posteriormente e situati in modo che la parte circolare risulta frontale. Naturalmente la parte appiattita del “tubo” è ricoperta dalla membrana fibrosa che riveste l’intera trachea. La figura 5a rappresenta la trachea vista di fronte, e la figura 5b la rappresenta posteriormente. Abbiamo già visto che l’esofago è proprio dietro la trachea, tanto che le loro due parti membranose decorrono insieme; ed ecco perché ogni ostruzione dell’esofago produce un senso di soffocamento, sebbene il passaggio dell’aria sia libero. Un gran numero di ghiandole è situato nella mucosa sulla superficie interna della trachea. Queste ghiandole in condizioni normali producono del muco per mantenere umido il passaggio, ma se la quantità di muco diventa eccessiva viene immediatamente espulso: la mucosa interna della trachea è rivestita di epitelio ciliato , e queste ciglia si muovono costantemente verso l’alto, così spingono le secrezioni in eccesso verso la laringe, da dove sono espulse mediante la tosse.

Bronchi

La trachea, quando discende nel torace a livello della quinta vertebra toracica, si divide in due diramazioni chiamate bronchi. La diramazione a forma di tubo sul lato sinistro entra nel polmone sinistro ed è conosciuta come bronco sinistro, quella sul lato destro entra nel polmone destro ed è chiamata bronco destro (cfr. figura 5). Dopo essere entrati nei polmoni, i bronchi si dividono in diversi rami che a loro volta si dividono ulteriormente a formare ramificazioni sempre più piccole. Queste suddivisioni continuano a penetrare sempre più profondamente nella massa polmonare, fino a diventare così piccole che il loro diametro misura appena 6 mm. La trachea con i due bronchi e numerosi rami sempre più piccoli che ne dipartono avrebbero, se fossero separati dai polmoni, l’apparenza di un albero rovesciato con il tronco rivolto all’insù (cfr. figura 5). Quando i tubi sono ridotti a 3 mm non si suddividono più. I bronchioli si allargano e terminano in piccolissimi alveoli di diametro appena di 2 mm. Un grappolo d’uva può dare molto bene l’idea grafica delle minute ramificazioni bronchiali con gli alveoli raggruppati intorno. Quando l’aria – attraverso le narici, la faringe, la laringe, la trachea e successivamente i bronchi nelle loro varie diramazioni – raggiunge gli alveoli, a questo livello viene diffusa nel sangue attraverso la parete degli alveoli stessi. Ma prima di studiare questo fenomeno, occorre notare alcuni punti importanti riguardo l’albero bronchiale.

Abbiamo già visto che la trachea è formata da anelli di cartilagine. Parti simili di cartilagine sono presenti lungo tutti i tubi bronchiali, tranne che nelle ultime ramificazioni più sottili. La presenza di questi anelli è assolutamente necessaria a mantenere il lume dei bronchi costantemente aperto per il passaggio dell’aria dall’esterno verso i polmoni e viceversa. In caso contrario i bronchi sarebbero esposti al pericolo di un collasso. Il tessuto fibroso che tiene unite le parti di cartilagine per tutta la lunghezza del tubo bronchiale è molto elastico, e questo permette ai tubi di adattarsi ai movimenti delle pareti anatomiche che li circondano. Come nella trachea, anche nei bronchi la mucosa interna è rivestita di epitelio ciliato, e le ghiandole mantengono umido il passaggio, in condizioni di salute. Ma in caso di malattia, quando la secrezione è eccessiva, i bronchi corrono il rischio di essere bloccati. Qui entrano in gioco le ciglia che con il loro perpetuo movimento verso l’alto spingono la secrezione verso la laringe; a questo livello le terminazioni nervose determinano lo stimolo della tosse, che elimina la secrezione.

Polmoni

Nella parte precedente abbiamo fatto riferimento agli alveoli: questi vengono tenuti insieme da tessuti fibrosi e sono attraversati da vasi sanguigni che si dividono e suddividono in miriadi di capillari, ricoprendone completamente la parete. Anche qui c’è una rete di nervi che si dirama attraverso queste strutture. Tutte queste parti – gli alveoli, i vasi sanguigni, i nervi – si dividono in due masse di sostanza spugnosa, ognuna delle quali costituisce un polmone. Li studieremo ora in maniera più dettagliata.

Tutti gli alveoli si sviluppano intorno a un sottile tubo bronchiale, assumendo l’aspetto di un grappolo d’uva, e formano il così chiamato “lobulo finale”. Diversi lobuli finali costituiscono un lobulo e diversi lobuli sono contenuti in un lobo. Il polmone destro ha tre di questi lobi, mentre il sinistro ne ha due (cfr. figura 6).

Le pareti di questi alveoli, raggruppati intorno alle finissime diramazioni bronchiali, sono costituite di tessuto muscolare elastico, disposto in circolo. Tali pareti sono molto sottili affinché l’aria che fluisce in questa cavità attraverso i condotti aerei possa diffondersi liberamente attraverso di esse, anche se qui il flusso diretto è bloccato. Abbiamo fatto riferimento alle miriadi di capillari che ricoprono gli alveoli: sono le suddivisioni finali, le più sottili, dei vasi sanguigni che arrivano e si dipartono dai polmoni. I vasi che giungono ai polmoni vi portano il sangue impuro proveniente dal cuore, che verrà purificato nei polmoni. Quelli che ne escono portano al cuore il sangue ossigenato. La rete di capillari che ricopre gli alveoli è estremamente fine e le pareti dei capillari sono straordinariamente sottili. Esaminando un alveolo vediamo che al suo interno c’è una riserva d’aria fresca, contenuta in una cavità circondata da tessuto in due sottilissimi strati, uno appartenente all’alveolo e l’altro ai capillari. Al di là di questi strati c’è il sangue che scorre nei capillari in flussi estremamente sottili. I due strati di tessuto sono così sottili da permettere un libero scambio – detto “osmosi” – tra l’ossigeno degli alveoli e l’anidride carbonica dei capillari.

Il numero dei capillari che circonda gli alveoli è così grande che supera ogni immaginazione. Si calcola che i capillari dei due polmoni, se messi su un’unica linea, unirebbero Bombay a Londra! Ma si può capire la necessità di tale enorme lunghezza di capillari pensando alla quantità di sangue che vi transita attraverso per essere portata agli alveoli ed essere qui ossigenata. Se si spargesse in uno strato sottile tutta la quantità di sangue presente nei polmoni in un certo momento, coprirebbe una superficie di almeno 92 m2 . Capiamo così che la disposizione degli alveoli e dei capillari è fatta in tale modo per assicurare una grandissima diffusione polmonare in uno spazio ristretto come è quello del torace.

Questa descrizione dei polmoni non sarebbe completa senza par- lare dei due rivestimenti che li avvolgono, contenendoli in due “sacche” a tenuta d’aria. Tali rivestimenti sono detti “pleure” e consistono in una membrana sierosa liscia e lucente, che secerne un liquido lubrificante. Ogni polmone ha la sua pleura separata, ripiegata in due strati, cosicché i due strati lo ricoprano completamente. In questo modo abbiamo una doppia sacca – a prova d’aria – di membrana sierosa, avente due guaine una dentro l’altra, e ciascun polmone è contenuto in questo sacco. Sappiamo anche che i polmoni sono situati nel torace: lo strato esterno della pleura ricopre la superficie interna della cavità toracica, ed è chiamato strato parietale, mentre lo strato interno che aderisce ai polmoni è detto strato viscerale.

Possiamo farci una discreta idea delle connessioni tra polmoni, pleura e torace, paragonando quest’ultimo a un pallone da calcio. Il sacco di cuoio spesso che forma il rivestimento esterno del pallone è il robusto torace; all’interno c’è la camera d’aria, un sacco di gomma che viene gonfiato quando occorre usare il pallone; ora, invece di una sola camera d’aria, immaginiamo che ce ne siano due, una dentro l’altra, che si gonfiano quando pompiamo l’aria all’interno; la “camera d’aria” esterna aderirà al rivestimento di cuoio – nel quale le sacche sono contenute – e quella interna aderirà alla sacca di gomma esterna. Anche nel corpo umano i due strati della pleura giacciono esattamente l’uno contro l’altro, come due sacchi di gomma. L’unica differenza è che la membrana tra le pleure secernerà sempre un liquido lubrificante che permetterà ai due strati di scivolare facilmente uno sull’altro durante il costante movimento della respirazione. Nel caso del pallone da calcio l’interno è vuoto, mentre negli strati pleurici l’interno è costituito dalla sostanza spugnosa dei polmoni. Inutile dire che il tubo attraverso il quale l’aria viene pompata nel pallone può efficacemente rappresentare la trachea.

Lo spazio tra i due strati della pleura è chiamato “cavità pleurica”. In condizioni normali di salute i due strati aderiscono e non c’è alcuno spazio tra loro, ma in caso di infiammazione della membrana – per esempio in caso di pleurite – la cavità si allarga a causa dell’aumento del liquido ivi contenuto.

Abbiamo già detto che i polmoni sono contenuti nel torace, ma i polmoni non sono i soli organi che si trovano in questa cavità: il cuore, i grandi vasi sanguigni, la trachea, l’esofago, sono situati tra le due pleure – a destra e a sinistra – e la cavità che li contiene è detta “cavità mediastinica”.

I polmoni sono corti davanti e più lunghi dietro: sul davanti arrivano alla sesta costola, mentre dietro si allungano fino all’undicesima. Tale posizione è determinata da quella del diaframma, che forma il “pavimento” del torace. Occorre ricordare che in alto i polmoni salgono un po’ oltre le clavicole. In un adulto il polmone destro pesa in genere 22 once (623 g), il sinistro solo 20 once (567 g).

Finora abbiamo considerato gli organi attraverso cui passa l’aria durante la respirazione. Osserviamo ora i meccanismi muscolari e nervosi responsabili dei movimenti che compiono gli organi della respirazione, studiandone anche i vasi sanguigni connessi.

Il meccanismo muscolare

«La forza usata quotidianamente per dilatare il torace nell’inspirazione sarebbe sufficiente ad alzare una persona all’altezza della cattedrale di San Paul a Londra ed è soltanto circa 1/6 della forza spesa per la circolazione. La respirazione comprende due fasi: inspirazione ed espirazione. L’inspirazione è uno sforzo muscolare forzato eseguito da tre distinti insiemi di muscoli: quelli che agiscono sulle coste, quelli che agiscono tra le coste, e il diaframma, che è la base del torace.

Nell’inspirazione la cavità toracica si fa più larga, più lunga e più profonda. In posizione di riposo le coste, unite posteriormente alla colonna vertebrale e anteriormente allo sterno, si abbassano come l’impugnatura di ferro ai lati di un secchio (cfr. figura 7): se la solleviamo si muove non solo verso l’alto, ma anche verso l’esterno, e lo stesso accade alle coste; anche lo sterno, essendo mobile, si solleva e il torace diventa più profondo e ampio. Diventa più lungo perché – in riposo – il muscolo diaframma forma una base inarcata, che “entra” nel torace come una cupola su cui poggiano i polmoni. Quando questo muscolo si contrae la base si appiattisce e tira verso il basso i polmoni, che così risultano più lunghi, dalla base alla sommità.

I muscoli che sollevano le coste sono divisi in due gruppi: quelli che agiscono sulle coste e quelli che agiscono tra le coste. Le coste superiori sono tirate verso l’alto dall'azione dei muscoli che partono dal collo. Tra una costola e l’altra c’è un doppio strato di muscoli, chiamati intercostali, che contraendosi le sollevano. In particolare le coste superiori – fisse – tendono a sollevare quelle inferiori alle quali sono unite; così – agendo insieme – tutte le coste vengono sollevate una dopo l’altra. Questo costituisce il movimento dell’inspirazione.

Nell’espirazione il torace ritorna senza sforzo alla sua dimensione originale, principalmente grazie a un “ritorno elastico”. I polmoni sono pieni di tessuto elastico che viene stirato quando i polmoni sono espansi; non appena cessa l’azione muscolare, la forza elastica è così grande che i polmoni tirano di nuovo le coste verso il basso e la base del diaframma verso l’alto.

Quando inspiriamo profondamente l’addome si gonfia: ciò è causato dalla contrazione del diaframma, che spinge in basso tutti gli organi della digestione e li spinge anche contro le pareti. Nell’espirazione l’addome torna nuovamente piatto, mentre la base del diaframma si solleva ancora una volta e i muscoli addominali sono contratti.

La forza richiesta per distendere il tessuto elastico in una normale inspirazione corrisponde a circa 170 libbre [1 libbra=453,59 g, quindi circa 77 kg; N.d.R.]; e la forza usata giornalmente per respirare è pari a quella richiesta per sollevare una tonnellata di peso all’altezza di 6 m»13.

In una respirazione straordinaria o forzata la forza richiesta è ovviamente molto maggiore: sia nell’inspirazione sia nell’espirazione si azionano ulteriori muscoli, situati nel collo e nel torace. Nell’espirazione forzata giocano inoltre un ruolo molto importante i muscoli addominali, attivati soprattutto nelle azioni di parlare, cantare, soffiare ecc. – che sono sforzi espiratori volontari – e di starnutire, tossire ecc. – che sono involontari.

Quando si trattiene il respiro dopo una profonda inspirazione, tutti i muscoli dell’inspirazione rimangono contratti e la glottide è perfettamente chiusa. La glottide rimane perfettamente chiusa anche quando si trattiene il respiro dopo una profonda espirazione, ma in questo caso sono i muscoli dell’espirazione che rimangono pienamente contratti. Occorre notare che l’aria esterna comunica liberamente con i polmoni quando la glottide è aperta, e giacché la glottide rimane chiusa solo nel momento della deglutizione, l’aria esterna comunica liberamente con i polmoni durante tutte le 24 ore del giorno. Ora: l’aria esterna è sempre a una certa pressione atmosferica e, se entra in contatto con uno spazio in cui la pressione è inferiore, fluirà in quello spazio finché la pressione esterna e interna siano uguali. Questo è esattamente ciò che accade al momento dell’inspirazione: quando i polmoni diventano più larghi, profondi e lunghi grazie all’espandersi del torace, la pressione all’interno si abbassa e l’aria esterna entra attraverso la trachea, finché la pressione interna diventa uguale a quella dell’atmosfera. E questo costituisce l’atto dell’inspirazione.Nei paragrafi precedenti abbiamo già osservato come nell’inspirazione le coste siano sollevate e il diaframma si abbassi, premendo i visceri addominali e facendo sporgere in avanti la parete addominale. Quando l’intero meccanismo muscolare della respirazione è sano, il sollevamento delle coste e la dilatazione dell’addome sono proporzionati. Ma in caso di meccanismo respiratorio difettoso, il movimento addominale o quello costale sono più pronunciati, e questo ha portato a una distinzione tra i tipi di respirazione: quando predomina il movimento costale la respirazione è detta “costale” o “toracica” e quando è più evidente la dilatazione dell’addome la respirazione è chiamata “addominale” o “diaframmatica”. Il secondo tipo di respirazione ha due nomi perché i movimenti addominali dipendono da quelli del diaframma. A causa dell’età avanzata o di malattia il torace può diventare rigido e la respirazione diverrà addominale; o spesso la gente – con il suo modo di vestire – rende quasi impossibile il movimento dell’addome. Se questa abitudine continua a lungo, la respirazione diventa costale invece che addominale; perciò è consigliabile lasciare grande libertà di movimento al meccanismo della respirazione.

Quando il torace comincia a contrarsi, la pressione all’interno dei polmoni aumenta e diventa maggiore rispetto alla pressione all’esterno. Pertanto l’aria viene espulsa dai polmoni attraverso la trachea, fino a che il movimento elastico di ritorno sia completato e la pressione interna e quella esterna si equivalgono. Ciò costituisce l’atto dell’espirazione.

Qualunque sia il volume d’aria all’interno dei polmoni (sia durante l’inspirazione sia durante l’espirazione), quell’aria esercita un’uguale pressione su ciascun polmone contemporaneamente e li mantiene entrambi, in qualsiasi posizione, strettamente a contatto con le pareti e con la base del torace.

In condizioni normali, una persona esegue dalle 14 alle 20 respirazioni in 1 minuto.

Dopo aver studiato il meccanismo muscolare della respirazione, ora procederemo a studiarne il meccanismo nervoso.

Il meccanismo nervoso

Il centro respiratorio è un meccanismo nervoso situato nella parte posteriore del cervello, quasi alla sua estremità inferiore. Il centro del respiro è responsabile del controllo dell’attività dei muscoli che producono sia l’inspirazione sia l’espirazione, effettuando un controllo di tipo sia volontario sia involontario.

Praticamente la respirazione è sotto il nostro controllo, finché la vita non viene messa in pericolo. Noi possiamo infatti respirare in qualsiasi maniera e a qualsiasi velocità desideriamo: se così non fosse, parlare sarebbe impossibile. Possiamo anche trattenere il respiro fino a un certo punto; ma quando la vita inizia a essere minacciata il controllo volontario termina e, nonostante i più grandi sforzi di volontà, siamo spinti a respirare. Il controllo involontario agisce continuamente, anche quando non pensiamo assolutamente al nostro respiro. Nessuno dei processi vitali richiede la nostra costante attenzione; tuttavia possiamo controllarne qualcuno; fino al punto di pericolo, ma non oltre.

Faremo di nuovo riferimento a questo meccanismo nervoso alla fine di questo capitolo.

La quantità d’aria che respiriamo

La quantità d’aria che respiriamo dipende dalla profondità della respirazione. In una respirazione normale la quantità d’aria che entra uniformemente è di circa 500 ml, la stessa quantità esce in una espirazione altrettanto normale. Quindi il volume di aria che costantemente fluisce dentro e fuori è di 500 ml, ed è chiamato “volume corrente”.

Ma se l’inspirazione dovesse essere più profonda, è ovvio che si immetterebbe una maggiore quantità d’aria: si ritiene che un adulto immetta circa 2500 ml nella sua più profonda inspirazione. Questa è chiamata “capacità inspiratoria” e include il volume corrente.

Ancora: un adulto medio può espellere circa 1300 ml di aria con un’espirazione forzata, contro i 500 ml di una normale espirazione. L’aria supplementare espulsa con un’espirazione forzata è detta “volume espiratorio di riserva”.

È da notare, tuttavia, che anche l’espirazione più profonda non permetterà di svuotare completamente gli alveoli; ci sarà sempre un residuo di aria nei polmoni: è calcolato in 1600 ml e chiamato “volume residuo”.

Al termine di una respirazione tranquilla, i polmoni contengono il volume espiratorio di riserva e la capacità residua (2900 ml).

La quantità d’aria inspirata al minuto è chiamata “volume respiratorio al minuto” o “ventilazione polmonare”. Poiché la velocità respiratoria a riposo è di circa 16 respirazioni al minuto e il volume corrente è di 500 ml, il volume al minuto è di circa 8 l. Nel corso di esercizi fisici può aumentare fino a 70 l.

Faremo nuovamente riferimento a questo meccanismo nervoso alla fine di questo capitolo.

Finora abbiamo visto come respiriamo e quanto respiriamo. Ora vedremo perché respiriamo.

Perché respiriamo

Si può avere una risposta a questo quesito confrontando la qualità dell’aria che inspiriamo e quella che espiriamo. Parlando approssimativamente, la composizione dei due tipi di aria è la seguente:

Vediamo subito che l’aria espirata ha perso 4,94 parti di ossigeno e ha guadagnato 4,34 parti di anidride carbonica nell’entrare e uscire dai polmoni. Dov’è andato l’ossigeno e da dove è venuta l’anidride carbonica? L’ossigeno è stato assorbito dal sangue che circola attraverso i capillari polmonari e l’anidride carbonica lo ha sostituito per la medesima via.

Se uniamo due recipienti contenenti due diversi gas, in modo che non vi sia divisione tra loro, i gas si mescoleranno accuratamente. E questa stessa cosa avviene anche nel caso che i due gas siano separati da una sottile membrana.

Ora noi sappiamo che il sangue che circola attraverso i capil- lari intorno agli alveoli e l’aria ivi contenuta sono separati solo da membrane, costituite dalle pareti stesse di capillari e alveoli. Così i gas dell’aria e il sangue si mescolano liberamente. Ciò è chiamato “diffusione dei gas”. Nelle cifre indicate nello schema a p. 35 troviamo che la quantità di ossigeno sostituita dall’anidride carbonica è maggiore dello 0,60 rispetto all’anidride carbonica. Ciò perché l’ossigeno è usato non solo nel formare anidride carbonica, ma anche per alcuni altri scopi fisiologici.

Ora vedremo perché il sangue circolante nei capillari dei polmoni necessita di ossigeno e cede anidride carbonica. A questo proposito dobbiamo ricordare che il corpo umano è costantemente al lavoro, anche quando apparentemente riposa. Il sistema circolatorio, il sistema respiratorio, il sistema digestivo ecc. non conoscono riposo, lavorano incessantemente. Questo lavoro perpetuo significa un continuo logorio dei tessuti corporei coinvolti, e la perdita di tessuto dev’essere compensata e le scorie devono essere rimosse ed espulse dal corpo. Per compensare la perdita, occorre portare nutrimento ai tessuti, e questo si fa non solo con cibo e bevande, ma anche con l’aria inspirata in forma di ossigeno. Anzi l’ossigeno rappresenta il più importante fattore di nutrimento. Noi non possiamo vivere senza ossigeno, neppure per pochi minuti. Dunque quando il sangue entra nei polmoni assorbe l’ossigeno dall’aria e lo porta alle diverse parti del corpo, attraverso il sistema circolatorio. Il sangue, nel percorso di ritorno, è pieno di anidride carbonica raccolta dai tessuti di tutto il corpo è cioè pieno di un prodotto di scarto derivante dal lavoro della “macchina corporale”. Se a questo gas fosse permesso di rimanere nel sistema, avvelenerebbe il corpo. Pertanto bisogna liberarsene. L’aria inspirata è più povera di anidride carbonica, pertanto la assorbe dal sangue e la porta via con l’espirazione. Ora sappiamo perché respiriamo. Respiriamo per assorbire ossigeno e per espellere anidride carbonica, essendo entrambi i processi assolutamente essenziali per la vita di un essere umano. Il sangue venoso, quando assorbe ossigeno e si libera di anidride carbonica è detto sangue arterioso. Il sangue venoso è prima raccolto nel cuore e da qui viene sospinto nei polmoni, dove diventa arterioso e viene nuovamente inviato al cuore per essere distribuito alle diverse parti del cuore come sangue venoso.

Il sangue venoso è violaceo a causa dell’anidride carbonica e il sangue arterioso è rosso scarlatto a causa dell’ossigeno. Ciò può essere provato con un esperimento. Se una certa quantità di sangue venoso viene messa in una bottiglia contenente ossigeno e agitata, diventerà rosso scarlatto; al contrario, se il sangue arterioso è messo in una bottiglia contenente anidride carbonica e agitato, diventerà violaceo.

Abbiamo detto che saremmo tornati al meccanismo nervoso della respirazione alla fine di questo capitolo. Ciò che vogliamo dire a questo riguardo è che la quantità di ossigeno e di anidride carbonica, e specialmente di quest’ultima, presente nel sangue ha una grande influenza sul centro respiratorio. Se la quantità di anidride carbonica, presente nel sangue supera la sua normale percentuale, il centro respiratorio diventerà subito più attivo e la respirazione più rapida. Ciò può essere osservato chiaramente quando una persona fa un faticoso esercizio muscolare. Al contrario, il centro si calma se la quantità di anidride carbonica presente nel sangue scende al di sotto della misura normale, con il risultato che la respirazione diventa più lenta del solito. Sebbene il fattore più importante nella regolazione della respirazione sia la quantità di anidride carbonica nel sangue che passa nel centro respiratorio, gli impulsi che raggiungono questo centro dalla carotide, dal seno carotideo e dal nervo del seno sono anch’essi responsabili del cambio di attività del centro respiratorio. Per capire gli effetti di questi impulsi, leggere Jalandhara-Bandha (Capitolo 2).


Indice

Prefazione (Sw. Kuvalayananda)
Prefazione (O. P. Tiwari)

Respirazione

Asana adatti al pranayama

Pranayama in generale

Ujjayi
Kapalabhati
Bhastrika
Suryabedhana
Sitkari
Sitali
Brahmari
Murccha
Plavini
Valori fisiologici e spirituali del pranayama

Appendice I
Appendice II
Appendice III

Note
Glossario

Indice delle illustrazioni

Indice delle illustrazioni

Fig. 1 - Sezione mediana della testa indicante il tratto respiratorio ecc.
Fig. 2 - Visione frontale del naso interno, con ossa, cavità nasali, mascella superiore a vista
Fig. 3 - La faringe
Fig. 4 - Le corde vocali
Fig. 5 - La trachea e i bronchi
Fig. 6 - Il torace
Fig. 7 - Le costole
Fig. 8 - Nasagra-Drishti o sguardo concentrato alla punta del naso
Fig. 9 - Bhrumadhya-Drishti o sguardo concentrato al centro della fronte
Fig. 10 - Uddiyana-Bandha da seduti
Fig. 11 - Uddiyana-Bandha da seduti (vista laterale)
Fig. 12 - Uddiyana-Bandha in piedi
Fig. 13 - Jalandhara-Bandha o Blocco del mento (vista frontale)
Fig. 14 - Jalandhara-Bandha o Blocco del mento (vista laterale)
Fig. 15 - Le carotidi
Fig. 16 - Preparazione per Padmasana
Fig. 17 - Padmasana o posizione del loto
Fig. 18 - Preparazione per Siddhasana
Fig. 19 - Siddhasana o posizione perfetta
Fig. 20 - Preparazione per Svastikasana
Fig. 21 - Svastikasana o posizione augurale
Fig. 22 - Preparazione per Samasana
Fig. 23 - Samasana o posizione simmetrica
Fig. 24 - Corretta posizione in piedi per Ujjayi
Fig. 25 - Jnana-Mudra o Simbolo della conoscenza
Fig. 26 - Preparazione per la chiusura delle narici
Fig. 27 - Brutte contorsioni del viso
Fig. 28 - La narice destra chiusa
Fig. 29 - La narice sinistra chiusa
Fig. 30 - Entrambe le narici chiuse
Fig. 31 - Entrambe le narici aperte
Fig. 32 - Iniziare l’inspirazione con muscoli addominali controllati (vista frontale)
Fig. 33 - Iniziare l’inspirazione con muscoli addominali controllati (vista laterale)
Fig. 34 - Inspirazione completa con muscoli addominali controllati (vista frontale)
Fig. 35 - Inspirazione completa con muscoli addominali controllati (vista laterale)
Fig. 36 - Inspirazione completa con addome protratto (vista frontale)
Fig. 37 - Inspirazione completa con addome protratto (vista laterale)
Fig. 38 - Espirazione completa (vista frontale)
Fig. 39 - Espirazione completa (vista laterale)
Fig. 40 - Addome e torace alla fine di Puraka in Kapalabhati
Fig. 41 - Addome e torace alla fine di Recaka in Kapalabhati
Fig. 42 - La bocca aperta
Fig. 43 - La lingua disposta come il becco di un uccello


Swami Kuvalayananda
Pranayama - Libro >> http://goo.gl/PekkQ0  
Esercizi e Tecniche di Respirazione


giovedì 14 gennaio 2016

Qual è il modo giusto di respirare?



Qual è il modo giusto di respirare?

Lo sapevi che il nostro modo di respirare è fondamentale? Cosa accade se respiriamo bene? E se invece respiriamo male?

di Ludmilla Weidner - 11/01/2016



Qual è il modo giusto di respirare?

Estratto dal libro “Rigenera le tue cellule” di Lumira

Il modo giusto di respirare

Il respiro ci collega a noi stessi e con il mondo esterno.
Mediante il respiro possiamo entrare in contatto con tutte le nostre cellule e nello stesso tempo anche con tutto ciò che ci circonda, nonché con gli elementi visibili e invisibili in noi.
Con il nostro respiro possiamo andare ovunque, sganciati dallo spazio e dal tempo, poiché il respiro è come un mezzo di trasporto che ci conduce dappertutto, anche in ogni organo e in ogni cellula del nostro corpo.

Una respirazione consapevole non solo nutre il nostro organismo, ma favorisce anche la nostra evoluzione spirituale, ed è il portale per l’eterna giovinezza e la vera salute.
Purtroppo, abbiamo disimparato il ritmo naturale del respiro: non sfruttiamo tutta la capacità dei nostri polmoni, e questo riduce l’apporto di ossigeno all’organismo ed è causa di invecchiamento.

La respirazione corretta è una medicina potente che abbiamo sempre a disposizione e non costa nulla! Non appena avrai capito come funziona, potrai ripeterla in qualsiasi momento, finché non avrai imparato a respirare automaticamente nel modo giusto. […]

Respirare correttamente non è difficile, dopotutto i neonati e i bambini piccoli lo fanno ancora in modo spontaneo. In seguito, il bambino si chiude in se stesso, si crea delle paure, si muove troppo poco… E il respiro diventa gradualmente più piatto. Alla fine difficilmente raggiunge l’addome e negli adulti spesso non percorre nemmeno tutta la cavità toracica.

Per questo dobbiamo in primo luogo imparare a respirare consapevolmente, aiutandoci con gli esercizi di respirazione. L’obiettivo è riprendere a respirare automaticamente in modo profondo e rilassato.

Non appena il tuo respiro riprenderà a muoversi con la sua naturale armonia all’interno del tuo corpo, ti accorgerai di non stancarti più tanto facilmente.
Un effetto particolarmente piacevole della respirazione corretta è la sensazione di maggior vitalità, insieme a un aspetto più giovane e fresco, che è proprio quello che ci interessa.

Esercizio: respirare correttamente
Siediti in una posizione comoda, ma con la colonna vertebrale diritta. Ora concentrati sul tuo respiro. Inspira a fondo nell’addome, poi fai un’espirazione lenta e profonda. Mentre inspiri, l’addome si espande naturalmente, durante l’espirazione sei tu a contrarlo leggermente verso l’interno, in direzione della colonna vertebrale. Esercitati da uno a cinque minuti, poi fai un pausa.
 
Consiglio: maggiore sarà la consapevolezza con cui svolgerai i tuoi esercizi di respirazione e più rapidamente il tuo corpo si abituerà alla nuova modalità di respiro. Esercitati sempre in condizioni di rilassamento interiore ed evita ogni pressione.

Lumira
Rigenera le tue Cellule - La Guarigione Sciamanica - Libro + CD >> http://goo.gl/zOSk8n
Per guarire il corpo e fermare l'Invecchiamento
Editore: Macro Edizioni
Data pubblicazione: Febbraio 2014
Formato: Libro + CD audio - Pag 224 - 13.5x20.5 cm

Federico Mana
Il Respiro - Libro >> http://goo.gl/E2MLHT
Essere in perfetta salute e cobattere lo stress attraverso una respirazione consapevole


lunedì 28 ottobre 2013

Respiro e Mindfulness

Respiro e Mindfulness

Accompagnare con attenzione il movimento respiratorio, è una risorsa alla portata di tutti, per vivere con qualità

di Elsa Masetti - 24/10/2013



Respiro e Mindfulness

Tutto comincia con il primo respiro. Almeno tutto quello che riguarda questo pezzo di vita. E finisce con l’ultimo respiro. Ad occhio e croce, nei primi respiri l’enfasi è sull’inspirazione e negli ultimi sull’espirazione. Ho testimoniato quest’ultima cosa per quanto riguarda il morire. Poco prima l’inspirazione si fa molto corta a favore di una lunga espirazione. Il movimento è a prendere la vita, nel primo caso, e a renderla nel secondo. E il respiro è il veicolo. L’arco della vita, dalla prima inspirazione all’ultima espirazione, si riverbera in modo frattale in tanti, innumerevoli respiri, composti di un prendere e lasciare andare, prendere e lasciare andare, prendere e lasciare andare… Grande lezione di vita, se ne siamo consapevoli.

Tutto quello che alle fondamenta riguarda la continuità della vita è un atto senza volizione, affidato al sistema nervoso involontario. E riesce bene così. Curioso!
È la famosa storia del millepiedi. La conoscete?

Il respiro che accade

Mentre un millepiedi stava camminando qualcuno gli chiese: «Capperi, ma con tutte quelle zampette che hai, come fai a metterle in moto tutte insieme una dopo l’altra?». Da quel momento, le gambette cominciarono a intrecciarsi e il millepiedi a inciampare su se stesso.
Una volta esaurita l’espirazione, il riprendere aria accade da solo (e viceversa) e succede senza alcuna intenzione. A ogni nuova inspirazione do forse il comando: inspira! Caspita, no. Se così fosse, potrei distrarmi, dimenticarmene e soffocare. Si tratta di un atto troppo vitale, per essere gestito dalla mia volontà personale. Pur dimentichi, respiriamo.

Qualcosa sempre all’erta, dedito alla vita, ci vuole respiranti, al punto che il respiratore automatico non prende ferie, neanche quando siamo nel sonno rem. Anzi, durante il sonno profondo, l’essere respirati è quasi tutto ciò che resta. E si dice che in quel caso il ritmo respiratorio dia il meglio di se stesso: profondo, rilassato, libero. La sonorità dipende dai requisiti della cassa armonica.
Una delle condizioni che rendono il sonno rigenerante è, a mio avviso, questo respirare, che riprende totalmente in mano le redini: senza accorgimenti, senza finalità, che non sia quella di fluire, per la vita. Nessuno più è lì per trattenerlo, accelerarlo, forzarlo in qualche modo. Dovrebbe tornare il respiro di un neonato. Lento e profondo. Di pancia.

Respirare, ci dicono gli esperti, non significa necessariamente respirare bene.
Quello che intendo condividere tuttavia non è ottimizzare, liberare il respiro etc… Lascio questo compito ad altri. Piuttosto vorrei esplorare con voi la sua natura, il suo accadere, così com’è, a ogni istante. Vorrei evidenziare il suo essere risorsa, la sua intelligenza intrinseca, il suo essere àncora costante al momento presente.
E torniamo allora a quella lezione di vita che il respiro dispensa a chi è presente al suo dispiegarsi, una lezione di allineamento – e quindi di partecipazione – alla realtà. Tutti vorremmo essere partecipativi dal momento in cui ci giunge notizia che ciò ci rende influenti, co-creativi. Il primo passo, del resto, è esserci in quella realtà su cui intendiamo influire. E che cos'è la realtà? Ciò che accade ora, nel corpo, nel contatto – attraverso i sensi – del corpo con l’ambiente, nel muoversi e manifestarsi dei pensieri e delle emozioni. E il respiro accade, sempre. È un ponte unico, prezioso. E accade qui, dove la vita accade. Esso è il fondamento di tale succedere.
Il primo successo, in fondo, è respirare e ogni nuovo respiro è un successo. Successo che manchiamo, mancando il suo succedere. Lo so, è un gioco di parole, ma ci sta.
Il primo passo è allora entrare in contatto con il respiro, diventarlo, che è anche un modo per conoscerlo e conoscersi.

Diventare il respiro: strategie pratiche

All’inizio può essere utile creare dei post it. Disseminarli nell’area del quotidiano, nello spazio di  lavoro. Sul pc, sulla scrivania, sul tavolo da lavoro, sul registratore di cassa, sul polso accanto all’orologio, sul cruscotto della macchina… su qualsiasi supporto utile a far cadere lì i nostri occhi. Sul post it, bello fiammante, scriviamo una semplice parola o frase: respira o respirare è naturale o respirando. La parola è solo un espediente per attivare il contatto, per portare l’attenzione al respiro, per sorprenderlo nel suo accadere, per accorgersi che stiamo respirando. Ci riporta in tempo reale a noi stessi e, esattamente dove siamo. Non sempre dove siamo o che cosa sentiamo è di nostro gradimento, per questo preferiamo disconnetterci. Peccato che non funzioni, poiché alla lunga è un disconnettersi dalla vita e dalla sua fonte.

Quando qualcosa o qualcuno non è di nostro gradimento, e, come spesso accade, noi siamo sgradevoli a noi stessi? Quando si dice: va storta, è doloroso, mannaggia quanto è scomoda…
La pioggia per esempio è scomoda, soprattutto se non c’è un riparo e non si ha un ombrello. La stessa cosa non la direbbe un rospo. Per lui è una benedizione. È sgradevole, insomma, quando è diversa da come la vorrei. Legittimo e tuttavia poco funzionale visto che, così è. E cosa accade se torno al respiro?
Se lo accompagno, nel suo entrare e uscire, nel suo instancabile viaggio dalle narici a... ?

Al diaframma? Come lo so? Sento i polmoni che assorbono il soffio. Sento il diaframma che si alza.
Alla pancia? Come lo so? Sento la pancia che si riempie e lentamente si svuota in una spinta di ritorno, verso le narici. E nel frattempo come percepisco tutto il corpo?
Senza modificarlo, mi abbandono al fenomeno, all’atto del respirare. Invece di salire in sella al prossimo pensiero, cavalco questo respiro, mentre i pensieri pascolano, sullo sfondo.
Questo contribuisce a dar qualità alla vita. Quando una vita è di qualità? Quando sono sano assai, ho il lavoro che mi piace assai, guadagno bene assai, ho una donna – o un uomo – bella assai, dei figli assai?
Quando è più consapevole, io credo. Quando vivo con qualità ciò che ho e che c’è.
Semplice sì, facile no. E alla fine, che cosa ho da perdere?
E se la consapevolezza si accoppia anche agli “assai”, allora: Bingo!


Questo articolo è tratto dalla rivista 46 (in uscita) >>> http://goo.gl/x9qlFp


Shauna L. Shapiro, Linda E. Carlson
L'arte e la Scienza della Mindfulness + CD - Libro >>> http://goo.gl/Kh1eAs
Editore: Piccin Nuova Libraria
Data pubblicazione: Dicembre 2012
Formato: Libro - Pag 224 -


Daniel J. Siegel
Mindfulness e Cervello >>> http://goo.gl/XzDU0n
Editore: Raffaello Cortina Editore
Data pubblicazione: Dicembre 2009
Formato: Libro - Pag 363 - 15x23