martedì 14 agosto 2018

Dilemma su coscienza e cervello olografico




Il dilemma sulla coscienza e il cervello olografico

Neuroscienze e Cervello       

Che cos'è la coscienza? Che rapporto c'è tra mente e cervello? È possibile parlare di processi quantistici e olografici della mente? Ce ne parla Alberto Lori, giornalista e divulgatori scientifico, nel suo ebook Coscienza Quantica.

di Alberto Lori - 10/08/2018

Tratto dal libro Coscienza Quantica di Alberto Lori

Che la coscienza sia un fenomeno complesso di difficile soluzione sul piano strettamente scientifico non lo scopro certo io. È materia di studio che richiede l’interdisciplinarietà di diversi settori di ricerca, dalla filosofia alla psicologia, dalla medicina alla psichiatria, ma anche di una scienza esatta come la fisica.

Senza dubbio è un fenomeno soggettivo che ognuno può interpretare come vuole, ma che non può in alcun modo essere negato, poiché è davvero una riserva inesauribile di sensazioni, emozioni, intuizioni, ispirazioni, attraverso cui, ciascuno è in grado di discernere il bene dal male, il vero dal falso, ma soprattutto ciascuno, grazie ad essa, trova in sé la potenzialità per costruirsi una realtà scevra dai condizionamenti, dalle credenze limitanti, dai pregiudizi, dalle manipolazioni vere e presunte di chi controlla i nostri modelli mentali.

In ogni caso, sono troppe le evidenze grazie alle quali la coscienza non può essere considerata come una “semplice” manifestazione della neocorteccia cerebrale. Anzi, quelle stesse evidenze dimostrano come essa, lo afferma il fisico Luigi Maxmilian Caligiuri, «sia caratterizzata da un’esistenza propria, con tutta probabilità attinente a un livello più profondo di realtà, e sia in grado di interagire con la materia. Ciò è indicativo di come la coscienza potrebbe avere essa stessa una connotazione materiale, ma di quale tipo di materia possa trattarsi e a quale dinamica essa risponda sono interrogativi tutt’altro che semplici cui rispondere».

Sulla natura della coscienza: Eccles e Dobbs

Nonostante ciò sono molti i ricercatori che hanno tentato di dare una risposta alla natura della coscienza. Per essi, a cominciare dal neurofisiologo John Eccles (1903-1997), coscienza e mente sono la stessa cosa, in ogni caso differenziata dal cervello. In altre parole, abbiamo la mente, una struttura fisica ancora sconosciuta, e il cervello che ha il compito di garantire ed eseguire le attività fisiologiche necessarie alla vita dell’organismo cosciente.

Nel 1967 il matematico inglese A. Dobbs ha proposto un modello fisico della mente secondo cui la materia pensante sarebbe costituita da un sistema complesso composto di unità quantistiche elementari denominate “psitroni”, ovvero particelle, simili ai tachioni, aventi massa propria immaginaria e, di conseguenza, caratterizzati da una velocità superiore a quella della luce nel vuoto.

La coscienza secondo Roberto Assagioli

Lo psicologo transpersonale italiano, Roberto Assagioli [fondatore della Psicosintesi: 1888-1974; N.d.A.], fa ricorso all’archetipo uovo per rappresentare l’essere umano come un microcosmo.

Nella sua Psicosintesi, Assagioli vede la psiche umana come una figura ovoidale galleggiante nel grande mare dell’inconscio collettivo. Il cerchio tratteggiato al centro della figura rappresenta il campo di consapevolezza. Tutto ciò che non appartiene al campo, secondo Assagioli, è il subconscio e ancor più in basso l’inconscio profondo. È l’oceano tumultuoso nel quale sono immersi gli impulsi primari, le nostre abitudini, gli automatismi, i programmi autobloccanti, i problemi irrisolti. È la sede da cui originano spesso i nostri pensieri e stati d’animo negativi. C’è poi tutta una zona superiore al campo dell’Ego, che è dominio del super conscio, il livello dal quale provengono creatività, genialità, intuizioni, illuminazioni. «È qui che risiedono allo stato potenziale», dice Assagioli, «le energie superiori dello Spirito».

Se osserviamo bene la figura ovoidale, ci sono altri due punti degni di considerazione. Il puntino al centro del campo di consapevolezza rappresenta l’Io cosciente, autoconsapevole della propria individualità. L’Io cosciente, tuttavia, è soltanto un pallido riflesso dell’Io universale, la Coscienza primaria, l’Osservatore del Tutto, la vera essenza del nostro essere. Assagioli la descrive come una stella sulla punta dell’uovo, a metà sommersa nell’ovoide psichico individuale e metà partecipe del “Campo di coscienza universale” o “Inconscio collettivo”, dove esiste tutto ciò è stato, è e sarà.

La coscienza per Antonio Damasio

Per Antonio Damasio (1944), brillante neuroscienziato portoghese, la coscienza è un particolare stato della mente in cui vi è consapevolezza dell’esistenza propria e dell’ambiente circostante. La conoscenza del proprio esistere è determinata dal lavoro di concerto di aspetti diversi del Sé che Damasio definisce Proto-Sè (alla cui base sono le emozioni, sulle quali a loro volta si sviluppano i sentimenti), il Sé nucleare (è ciò che fornisce all’organismo il senso del qui e ora), il Sé autobiografico (livello di coscienza che richiede l’uso del linguaggio giacché solo grazie ad esso è possibile formulare la propria storia personale, fatta di ricordi, rimpianti, speranze). Il Sé, pur nelle sue diverse estensioni, è in ogni caso una manifestazione del corpo e in questo caso va riconosciuto a Damasio il merito di avere introdotto il corpo nella discussione scientifica sulla coscienza.

L'ipotesi olografica di Karl Pribram

Di grande fascino è poi stata la teoria olografica di Karl Pribram (1919-2015): secondo lo psichiatra austriaco, il cervello funziona in maniera olografica grazie alla presenza di cellule specializzate. Pribram ipotizzò nel 1960 che le informazioni non risiedessero nei neuroni o in reti neurali, ma nell’intreccio degli impulsi elettrici cerebrali lungo la superficie del cervello. L’esempio che fa è quello dell’ologramma creato allo stesso modo dall’intreccio dei raggi laser.

Una spiegazione agevole se si considera sia la mole d’informazioni che un cervello umano è in grado di immagazzinare, sino a dieci miliardi; sia che gli ologrammi in un centimetro cubo riescono a riporre miliardi di informazioni grazie a delle minime variazioni degli angoli di intersezione dei laser. Abbastanza agevole anche perché il modo in cui la mente è capace di richiamare istantaneamente sensazioni e ricordi per associazioni la fa sembrare molto simile a un sistema di correlazione incrociato. Agevole anche perché la mente è un grande elaboratore, decodificatore e codificatore di frequenze in immagini.

L'ordine implicato di Bohm

L’idea dell’ologramma, in ogni caso, non era nuova. Secondo il fisico americano David Bohm (1917-1992), la realtà stessa della nostra vita quotidiana è una sorta d’illusione. Sotto di essa vi è un altro livello di realtà, più vasto e profondo, che dà origine a tutti gli oggetti e alle apparenze del nostro mondo fisico, in modo molto simile a quello con il quale una porzione di pellicola olografica dà origine a un ologramma.

Bohm definisce il livello di realtà più profondo ordine implicato, nel senso di celato, mentre chiama ordine esplicato, nel senso di svelato, il nostro livello di esistenza. L’universo e la coscienza sono considerati da Bohm come un unicum indiviso, un ologramma, nel quale la registrazione fotografica degli oggetti reali contiene in ogni sua parte l’informazione relativa all’intero oggetto.

La forma e la struttura dell’oggetto sono inviluppate in ogni porzione della lastra fotografica e quando queste sono sviluppate forniscono un’immagine tridimensionale dell’intero oggetto. Queste due realtà si fondono l’una nell’altra, interagendo. Il cervello umano le rappresenta entrambe. L’ordine esplicato è costituito dai neuroni. L’ordine implicato è costituito dalla coscienza.

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Alberto Lori

giovedì 9 agosto 2018

Che cos'e' la Medicina Narrativa




Che cos'e' la Medicina Narrativa e che ruolo svolge in un paradigma terapeutico di tipo olistico?

Medicina Non Convenzionale

Nella Medicina Narrativa la narrazione della patologia ad opera del paziente al medico è considerata fondamentale, al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa: scopriamo meglio di cosa si tratta

di Carmen Di Muro - 04/08/2018

Il concetto di Medicina Narrativa si è affacciato sulla scena internazionale verso la fine degli anni ‘90 grazie agli studi compiuti dai medici R. N. Remen e R. Charon. Il loro lavoro aveva come scopo principale quello di sensibilizzare il mondo medico verso l’utilizzo di un approccio narrativo ed empatico nella relazione con gli assistiti, dove i “racconti di malattia” fatti non solo dai pazienti, ma anche da medici, psicologi, infermieri e da quanti operavano nel sistema sanitario, assumevano un basilare valore terapeutico, divenendo il mezzo più diretto e veritiero per dare spazio al vissuto del soggetto e della sua famiglia, per comprenderne il significato in un quadro complessivo, sistemico e rispettoso della persona.

Che cos'è la Medicina Narrativa

Da qui nacque l’acronimo NBM (Narrative Based Medicine), dove la narrazione della patologia ad opera del paziente al medico è considerata fondamentale, al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa. La NBM non è in contrapposizione all’EBM (Evidence Based Medicine), ma entrambe si completano, non si elidono né si svalutano reciprocamente, ma si integrano rendendo le decisioni clinico-assistenziali più complete, efficaci ed appropriate.

Infatti, nell’incontro clinico avviene uno scambio di narrazioni e una negoziazione di significati che stimola la co-costruzione di una storia di cura, nonché il senso di identità della persona stessa. E poiché ogni storia esprime una prospettiva, la narrazione diviene il modo che dà senso ai fatti, mettendoli in ordine, in una trama specifica, sulla cui soglia vigila la coscienza riflessiva che permette non solo di ricomporre le proprie tracce, ma anche di raggiungere gli altri, coinvolgendoli attivamente.

Questo modello empatico, sviluppato presso la Harvard Medical School da B.J. Good, sottolinea, dunque, l'importanza delle “storie” nel valutare il rapporto medico-malato, prevedendo anche una ricerca qualitativa, attraverso la raccolta di dati sui vissuti del paziente (in termini di tristezza, sentirsi soli, provar dolore, sconforto) e sulla modulazione delle relazioni che egli vive nell’ambiente di cura. Il costrutto narrativo, che produce la sofferenza, presenta una ricchezza semantica che va oltre la valutazione delle peculiarità dell’attenzione sentita dal paziente (soddisfazione/insoddisfazione), ma mira a ridefinire la pratica clinica nel suo complesso. Le narrazioni di malattia sono, quindi, uno strumento di comprensione della relazione del paziente con la patologia stessa.

L'obiettivo è clinico-assistenziale e permette non solo di sviluppare un percorso di cura personalizzato, appropriato e in linea con le indicazioni dell'Evidence Based Medicine, contribuendo a migliorare la prognosi e l'alleanza terapeutica, ma diviene un potente strumento di trasformazione.

La Medicina Narrativa è una vera e propria metodologia

La pratica Narrativa non si limita a esortare i sanitari a un atteggiamento accogliente e solidale nei confronti del bisogno di raccontare che può avere il malato (e che questi può soddisfare attraverso altri canali, come quelli riconducibili alla “conversazione” o allo scambio sociale), né può essere confinata nella formula semplicistica di un tempo supplementare da dedicare alle narrazioni. Richiede, piuttosto, una competenza per discriminare le narrazioni funzionali da quelle disfunzionali, al fine di promuovere una medicina “sobria-rispettosa-giusta” in linea con la Slow Medicine (il movimento che si occupa della persona considerandola nella sua integrazione esistenziale a 360 gradi). La Medicina Narrativa, quindi, non richiede solo buona volontà, ma apprendimento metodico.

La metodologia narrativa, infatti, ha una precisa articolazione che procede per stadi: stimolare la narrazione, raccoglierne i contenuti, marcare e indicizzare gli stessi, costruire dei significati, elaborare il linguaggio narrativo, valutare in base all’impatto. Il professionista, oltre ad avere specifiche competenze comunicative e relazionali, deve essere opportunamente preparato così da analizzare preventivamente il contesto specifico, in modo da adottare lo strumento più idoneo e in linea con la persona per costruire un percorso di cura appropriato e condiviso.

Avere un’adeguata conoscenza delle metodologie e degli strumenti è il presupposto fondamentale, che mira non solo a rispondere al bisogno d’individuazione di una linea comune che permetta di fronteggiarne l’uso improprio, ma che soprattutto possa essere esperibile ai fini della ricerca, rispettando i princìpi di efficacia ed efficienza. Dato l’ampio spettro di esperienze analizzate nella relazione, non c’è un unico strumento per l’utilizzazione dell’approccio narrativo nel processo di care.

Continua la lettura di questo articolo su:

Scienza e Conoscenza n. 65 - Luglio-Settembre 2018 >> https://goo.gl/oH72LH
Nuove Scienze, Medicina non Convenzionale, Coscienza

giovedì 2 agosto 2018

5 alimenti amici del cuore




5 alimenti amici del cuore

Cosa può e non può mangiare chi soffre di problemi cardiovascolari? Il nuovo libro di Jane Esselstyn e Ann Crile Esselstyn è un manuale pratico con tantissime ricette per iniziare subito a prendersi cura del proprio cuore

Redazione Scienza e Conoscenza

Pioniere nella scoperta delle relazioni tra alimentazione e malattie cardiovascolari, il dottor Caldwell B. Esselstyn in oltre trent'anni di attività, ha messo a punto un programma alimentare per prevenire e curare le patologie legate al sistema cardiovascolare.

I principi su cui si basa la sua dieta sono 12: semplici passi da tenere sempre a mente per iniziare un percorso di guarigione dalle straordinarie potenzialità. Le linee guida per i cardiopatici sono semplici: niente carne; niente latticini; niente olio, neanche extra vergine di oliva, né semi oleosi; pochissimi sale e dolcificanti. Cosa possono mangiare? Un delizioso e colorato assortimento di ortaggi, frutta, legumi e cereali integrali, straboccanti di fibre, nutrienti e antiossidanti, tutti ottimi nutrimenti per il cuore e la salute in generale.

Qui di seguito trovate alcuni cibi permessi e salutari per il cuore, che vi aiuteranno ad affrontare con gioia un nuovo percorso alimentare.

Lievito di birra alimentare

L’abbiamo sempre in casa. È molto diverso da quello che si immagina. Il lievito alimentare è asciutto, in fiocchi o scaglie e di colore giallo chiaro. Lo si trova normalmente in confezioni nelle erboristerie e nei negozi di alimenti bio. È un’ottima fonte di proteine e ha un gradevole sapore di noce. Lo usiamo come si fa di solito con il parmigiano: mescolato ai cibi o sparso sopra. Dà loro più gusto e una consistenza cremosa.

Aceti aromatici

Il nostro arsenale è ben fornito di aceti: quelli che troviamo, quelli che ordiniamo apposta, quelli che ci regalano e quelli che usiamo quotidianamente. Quando cuociamo senza sale, l’aceto è utilissimo per esaltare il gusto, e lo si può trovare di vari tipi in molti negozi. Se non si vuole il colore scuro dei tradizionali aceti balsamici, si può utilizzare l’aceto aromatico bianco: è eccezionale sulle Bistecche di cavolfiore e sulla Vellutata di mais e scalogno. È bello trovare un negozio specializzato nell’aceto e gustarne la stupefacente varietà. Il vero balsamico tradizionale è di alta qualità, ma costoso; per l’uso quotidiano possono bastare buoni prodotti di base, anche aromatizzati in casa (la procedura è semplice).

Tofu

l tofu ha un alto contenuto di grassi, perciò lo usiamo con parsimonia e soprattutto nei dessert. In alcune ricette di dolci è fondamentale usare il tipo adatto per essere certi di ottenere una consistenza liscia ma soda. Noi usiamo il tofu seta (o tofu vellutato). Il tofu normale è più granuloso e alcuni tipi morbidi sono della consistenza di uno yogurt: nel libro non usiamo questi due.

Semi di lino macinati e semi di chia

Mangiateli ogni giorno spolverizzati sui cereali o nelle insalate per rifornirvi di acidi grassi omega 3. I semi di lino vanno sempre macinati prima del consumo, e dopo questa operazione dovrebbero essere conservati al fresco o congelati. I semi di chia non hanno bisogno di essere macinati né refrigerati. Entrambi i semi sono buoni addensanti. Per sostituire un uovo, mescolate 1 cucchiaio di farina di semi di lino e 3 di acqua, oppure 1 cucchiaio di semi di chia e circa 50 ml di acqua.

Latte vegetale

Ci sono molti tipi di latte vegetale: cercate quello più adatto per voi. Noi vi raccomandiamo il latte di mandorla o di avena non dolcificati. Si trova anche il latte di soia senza grassi, ma attenzione agli zuccheri aggiunti. Sconsigliamo il latte di riso, contiene olio aggiunto.

Cibo per il Cuore - Libro
L'alimentazione che cura - Menu completi per prevenire e guarire le malattie cardiache
Jane Esselstyn, Ann Crile Esselstyn