mercoledì 6 agosto 2014

Dracontium loretense: la pianta di origine amazzonica che può curare l'AIDS

Dracontium loretense: la pianta di origine amazzonica che può curare l'AIDS

Il dracontium loretense, pianta di origine amazzonica peruviana usata da millenni come antidoto al morso di alcuni serpenti velenosi, possiede straordinarie proprietà antivirali e immunostimolanti.

di Antonio Colasanti - 05/08/2014



Medicina Non Convenzionale

Dracontium loretense: la pianta di origine amazzonica che può curare l'AIDS

E la storia si ripete: le piante non sono brevettabili e se non si riesce a fare la sintesi chimica del principio attivo si abbandona tutto.
È quanto succede per il dracontium loretense, pianta di origine amazzonica peruviana usata da millenni come antidoto al morso di sepenti velenosi per uso sia interno che esterno.

Il dottor Roberto Inchuastegiu Gonzales, studiando il perché la pianta avesse tali proprietà, scopre che il suo principio attivo, la dracontina, è in grado di bloccare l'enzima proteasi, cosa che fanno i farmaci attivi contro l'HIV. Dal 1989 al 1993 il dottor Gonzales conduce uno studio su pazienti ammalati di AIDS somministrando in contemporanea il dracontium e l'uncaria tomentosa, il primo con spiccata attività antivirale e il secondo immunostimolante. Risultato: dopo sei mesi di terapia remissione completa della malattia.

Il meccanismo d'azione è che con il blocco dell'enzima proteasi, il virus HIV produce copie imperfette che non sono piu trasmissibili: siccome il veleno di serpente contiene la proteasi, le piante usate sono dei potenti inibitori di tali enzimi. Dal punto di vista botanico il dracontium o jergon sacha e una pianta con una unica foglia gigante e con un grosso stelo che somiglia a una forma di serpente. Il rizoma contiene alcaloidi, flavonoidi, fenoli, triterpeni, saponine.
Per ora sappiamo che la pianta possiede attività antivirali, immunostimolanti, e anti AIDS: dove arrivino tali proprieta non e dato sapere dato che non ci sono sperimentazioni serie a tal proposito.

È curioso sapere che il frutto somiglia in modo impressionante a quello del nostrano arum maculato che pare sia un cibo dei serpenti. La pianta è velenosa in quanto coniene derivati dell'acido cianidrico, ha però attività antinfiammatoria e vermifuga.

Abbiamo tra le mani un potente antivirale, quasi una soluzione all'AIDS da sperimentare in altre patologie virali, comprese il cancro e altre forme degenerative.
Come accade per numerose altre piante abbiamo a disposizione dalla natura i rimedi, ma non sappiamo sfruttarli.


Antonio Colasanti

Il dottor Antonio Colasanti è nato a Frosinone il 01/03/1952  laureato in farmacia all’università la Sapienza di Roma nel 1977.
Docente in farmacologia presso la stessa università.
Nel 1983 fonda la Omeosalus, azienda distribuzione prodotti omeopatici e fitoterapici.
Iscritto al 5° anno di laurea in medicina.
Esperto in omeopatia-fitoterapia integratori naturali ed alimentazione sportiva.
Specializzato in medicina bioradiante-pranoterapia-massaggio sportivo.
Ha partecipato a numerose trasmissioni televisive e relatore in corsi svolti nell’università la Sapienza.
Ha scritto numerosi articoli di interesse mondiale.
Gli è stato conferito il premio nazionale medicina 2013
Direttore della scuola di naturopatia Elform di Milano.
Per info: erboristeriacolasanti.it


Garabombo Delle Risse
Virus - L'invenzione della realtà. Il caso A.I.D.S. - DVD >> http://goo.gl/0e2kqo
Distribuito da: Macrovideo
Data pubblicazione: Febbraio 2005
Durata: 120 min
Tipo: DVD + libretto


martedì 5 agosto 2014

L'intenzione e le scelte della nostra vita

L'intenzione e le scelte della nostra vita

L’ideale di vita che noi scegliamo è una destinazione, ma nel contempo è anche un faro che illumina i possibili percorsi, ma sta a noi camminare nella vita con “intenzioni appropriate” per raggiungere la nostra destinazione desiderata

di Bruno Fuoco - 04/08/2014



L'intenzione e le scelte della nostra vita

Mentre nella cultura ordinaria, le intenzioni, alla stessa stregua della vita interiore, sono collocate in un territorio privo di concretezza, le più elevate intelligenze dell’umanità, invece, hanno cercato di cogliere, fin dai tempi antichi, la rilevanza dell’intenzione per la vita dell’uomo. La tematica dell’intenzione è infatti oggetto di studio di numerose discipline: filosofia, pedagogia, psicologia, neuroscienze, diritto, gnoseologia ecc. Il termine intenzione, conseguentemente, possiede significati diversi nelle varie discipline. Vi è da aggiungere che la riflessione sulle intenzioni si presenta complessa perchè coinvolge, necessariamente, anche l’analisi dei processi della nostra vita interiore. Per questa ragione, l’intenzione ha interessato anche i mistici, i teologi e gli spiritualisti in generale.
Nella nostra brevissima riflessione (1) interessata agli aspetti pedagogici e morali, l’intenzione rileva, soprattutto, come orientamento delle nostre energie interiori (pensiero e sentimento), anche a prescindere dal successivo compimento di un atto esteriore. D’altronde questo è il significato generico del latino classico “intentio”, in-tendere, cioè “tendere a”.

Osservava il famoso psicologo James che ciò che diciamo sulla realtà dipende dalla prospettiva con cui la guardiamo e il suo contenuto dipende da ciò che scegliamo e la scelta dipende da noi (2). Nella stessa direzione si è rilevato che noi percepiamo al fine di agire, di interagire con gli oggetti e con gli altri; quello che percepiamo non è indipendente dunque dai nostri scopi (3). Anche la postura di un essere umano rifletterebbe una determinata intenzione (4). Potremmo quindi sostenere che le nostre intenzioni condizionano non solo l’attenzione-percezione, ma anche la catena processuale dei pensieri, sentimenti e atti (gesti e parole). Infatti, l'intenzione, osserva Chopra, è “responsabile di tutti i processi legati ad apprendimento, memoria e ragionamento, oltre che delle attività motorie” (5). L’organismo, rileva Rogers, è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa (6).

L’intenzione svolge, dunque, oggettivamente un ruolo strategico nella nostra esistenza e ciò trova conferma sempre di più anche negli studi scientifici, in particolare in quelli relativi ai neuroni specchio. Ma anche in pedagogia si è sostenuto che la costruzione del Sé come soggetto dotato di senso implica il darsi intenzioni e l'organizzarsi secondo intenzionalità (7). Peraltro, alcuni importanti studi di antropologia affermano che proprio la capacità di generare intenzioni e di poter accedere alle intenzioni altrui è alla base della vita sociale e cooperativa“ (8). Nella sostanza, il concetto di intenzione, e per certi aspetti anche il diverso concetto di intenzionalità (9), pongono in luce che il dipanarsi e l’evolversi della vita dell’individuo è oggettivamente condizionata dalle intenzioni, cioè dalle finalità che ciascuno si autoprefigge in quanto queste ultime dànno senso alla nostra interpretazione del mondo, al nostro ruolo nel mondo e quindi al nostri stati interiori tout court.

Peter Deunov ha evidenziato l’importanza per gli uomini di sapere “a quoi devraient-ils tendre”. Egli affermava che la presenza del Principio Divino nell’uomo «lui inspire le désir de tendre vers ce qui est élevé et sublime dans le monde, lui suggère chaque élan noble, chaque impulsion vers la vertu et la grandeur” (10). Anche la parte dell'Anima universale che è in noi, afferma Aïvanhov, tende incessantemente verso lo spazio, verso l'immensità, verso l'infinito (11). Se il tendere “a”, lo slancio “verso”, sono propri anche della nostra natura spirituale, le intenzioni, allora, costituiscono una grande possibilità per riprendere contatto con la nostra cittadinanza celeste. L’intenzione ci “permette come una finestra aperta sull’eternità, di evadere dalla prigione di se stessi” (12). Intensi sono, dunque, i legami tra libertà e intenzione in quanto siamo sempre orientati verso un quid puramente interiore o anche esteriore. In entrambe le situazioni, è in azione la nostra vita, il nostro “io” posto che essere “orientati” significa che ci stiamo spostando verso territori, verso una delle destinazioni possibili dell’esistenza.

Dovremmo allora sempre chiederci: dove stiamo andando con le nostre intenzioni, cioè con i nostri pensieri e sentimenti? Cosa ci porteranno una volta che li abbiamo seguiti? Dove stiamo andando con le nostre azioni? Stiamo generando effetti benefici, oppure, dannosi per noi e per gli altri? Il vuoto intenzionale non esiste, semmai vi è l’assenza di consapevolezza delle proprie intenzioni. Noi, volenti o nolenti, andiamo sempre verso un quid e l’esperienza della vita ci dice che questo quid può portarci gioia o tristezza, infelicità o felicità, benessere o malessere.

Ma allora, se siamo sempre orientati verso un qualcosa, perché non dovremmo chiederci in anticipo quali sono le stazioni di arrivo dei vari percorsi cui ci conducono le nostre intenzioni, quali regioni interiori raggiungeremo tramite esse, quale status psico-fisici conquisteremo. Perché attendere, ad esempio, il decorso di una intera vita per toccare con mano ciò che era già contenuto nello sviluppo implicito e necessitato dell’ideale prescelto?

Il problema è che spesso non riusciamo effettivamente a comprendere in anticipo la destinazione finale delle nostre intenzioni. Per superare questa impasse forse dobbiamo partire proprio dalla destinazione finale desiderata. Cioè dovremmo avere chiaro quale ideale di vita perseguire, cioè “le but à atteindre” come spiega efficacemente O.M Aïvanhov nella cui opera (una completa e moderna "scienza dei fini e dei mezzi") è possibile cogliere i nessi eziologici tra le intenzioni coltivate e le stazioni di destinazione cui esse, prima o poi, ci conducono. L’ideale di vita che noi scegliamo è una destinazione, ma nel contempo è anche un faro che illumina i possibili percorsi, ma sta a noi camminare nella vita con “intenzioni appropriate” per raggiungere la nostra destinazione desiderata (13).

Possiamo concludere questa riflessione con due suggerimenti operativi ricavati dalla citata opera:

- il segreto del cambiamento sta nello scegliere un ideale, “but a atteindre” per la nostra vita, il più elevato possibile, in quanto gli Ideali più elevati anche se irraggiungibili sono sempre i più efficaci poiché permettono all’individuo di esprimere il meglio di se stessi;
-occorre amare le intenzioni più nobili altrimenti esse resteranno confinate nella sfera intellettuale:”finché non cercherete di elevare il vostro amore, cioè di far sì che il vostro cuore si leghi agli intenti più nobili e più spirituali, potrete cambiare tutto ciò che vorrete, ma incontrerete le stesse difficoltà e le stesse sofferenze” (14).

(1) La versione integrale del nostro lavoro è nel sito www.codiceolistico.it/intenzioni_fuoco.pdf. Per quanto attiene agli studi scientifici sul potere dell’intenzione sulla materia, cfr. gli articoli pubblicati da numerosi autori su www.scienzaeconoscenza.it.
(2) W. James, Pragmatismo, Aragno, 2007, p. 146.
(3) Così A. M. Borghi, R.Nicoletti, Movimento e azione in R. Cubelli, R. Job, I processi cognitivi, Roma, Carocci, 2012, www. laral.istc.cnr.it.
(4) Sulla teoria secondo la quale anche la postura di un essere umano riflette un’intenzione, cfr. A. Berthoz, Il senso del movimento, McGraw-Hill, Milano, 1998.
(5) Cfr. D. Chopra, Le coincidenze, Sperling & Kupfer, 2004, p.66.
(6) C. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, 1970, p. 293 e segg.
(7) Le intenzioni nel processo formativo. Itinerari, modelli, problemi, Biblioteca di Scienze della Formazione, Edizioni del Cerro, 2005.
(8) M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri, 2010, p.14.
(9) Cfr. nota 1.
(10) P. Deunov, La Clé De La Vie, conference 22 aout 1928, Sofia, www.beinsadouno.net.
(11) Cfr. O. M. Aïvanhov, Vita psichica, elementi e strutture, 2004, Prosveta.
(12) M. Santerini, Educazione morale e neuroscienze: la coscienza dell'empatia, La scuola, 2011, pp. 37-38.
(13) Il ricercatore può trovare un valido supporto per un lavoro di ricognizione e sperimentazione in tema di intenzioni nell’ampia opera di Aïvanhov ove è illustrato come l’intenzione elevata possa far recuperare il senso del sacro degli atti della nostra vita quotidiana, spesso soggetti all’automatismo e all’involontarietà.
(14) O. M. Aïvanhov, Pensieri quotidiani 2014, Prosveta.


Lynne McTaggart
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Wayne W. Dyer
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Data pubblicazione: Marzo 2005
Formato: Libro - Pag 302 - 14x20,5



lunedì 4 agosto 2014

Comunicare Oltre la Morte

Comunicare Oltre la Morte

Il metodo testato clinicamente su oltre 3000 casi per sciogliere il dolore del lutto e ritrovare la serenità.

di Allan Botkin



IADC sta per "Comunicazione Post-Mortem Indotta" ed è una nuova tecnica, che trasforma il dolore del lutto in amore.

Una nuova rivoluzionaria terapia che ha aiutato migliaia di persone a superare gravi e dolorose perdite. Attraverso una particolare stimolazione del cervello, il Dott. Botkin induce un’esperienza in cui il paziente ha la viva percezione di incontrare la persona per cui sta vivendo un lutto.

L’evidenza clinica deriva da più di 3000 casi documentati dal Dott. Botkin e altri professionisti.

Per chi è utile il nuovo metodo terapeutico dell’IADC?

In caso di perdita di una persona cara
Per chi soffre di un lutto traumatico recente, o subito decine di anni prima.
Per chi ha sentimenti di colpa, rabbia e tristezza per la morte di una persona cara e vuole superarli.
Il libro contiene la descrizione dettagliata di molti casi risolti.

“La IADC guarisce gli elementi più profondi e dolorosi del lutto e l’associato senso di disconnessione, i pazienti sono in grado di ricordare l’evento in modo più astratto ed emotivamente distaccato. Non conosco nessun’altra tecnica psicoterapeutica che possa dimostrare un cambiamento tanto evidente nella funzione cerebrale ed un conseguente marcato passaggio di prospettiva riportato dal paziente stesso”.
Dott. Alan Botkin


Premessa del libro "Comunicare oltre la Morte"

L’esistenza della vita dopo la morte non è stata ancora scientificamente riconosciuta, nonostante determinate esperienze allusive all’esistenza di un post-mortem siano state un’importante questione clinica per un po’ di tempo.

È ben noto, ad esempio, che alcuni pazienti che si sono risvegliati per miracolo dalla morte, abbiano spesso molte stimolanti storie di avventure post-mortem da raccontare e, di conseguenza, occorre che i medici coinvolti nella cura di questa tipologia di pazienti siano in grado di ascoltare con empatia. Chi scampa per miracolo alla morte ha bisogno di essere rassicurato di non essere solo.

Molti studi medici dimostrano che, una considerevole percentuale di coloro che fanno ritorno alla vita, raccontano di essersi liberati del proprio corpo e di essere entrati in una luce d’amore splendente e rassicurante. Questi pazienti parlano inoltre di riconnessioni con i cari estinti avvenute durante tali esperienze extracorporee in grado di trasformare la propria vita.

Anche assistere a delle apparizioni di persone care estinte o sentire intensamente la loro presenza è una sorprendente esperienza comune e quindi, ancora una volta, è importante che gli specialisti siano capaci di discutere di queste esperienze con i loro pazienti. Infatti questi, a volte, hanno bisogno di essere assistiti per poter integrare tali profonde esperienze spirituali nella loro vita di tutti i giorni.

Chiunque lavori con pazienti agonizzanti sa quanto siano comuni le apparizioni di persone decedute e gli psicoterapeuti che si occupano dell’elaborazione del lutto sono generalmente consapevoli del fatto che questi incontri favoriscono in gran misura il processo di guarigione. Questi specialisti potranno testimoniare quanto spesso i pazienti in lutto dicano:

“Se solo avessi avuto altri cinque minuti”

Il lavoro presentato dal dott. Allan Botkin in questo libro porta l’operato clinico condotto con pazienti in lutto ad un livello completamente nuovo.

L’autore si fa testimone dello sviluppo del suo affascinante metodo clinico che offre, a chi ha subito un lutto, esattamente quegli “altri cinque minuti” per dirsi addio, ti voglio bene e le altre cose non dette che mettono ordine a tutte le questioni lasciate in sospeso.

Lascerò a lui il compito di descrivere in dettaglio in questo affascinante libro il metodo da lui impiegato ed i risultati ottenuti.

Per quanto possa risultare incredibile, abbiamo una lunga storia di tecniche documentate che ci permettono di carpire delle informazioni sulle esperienze dei defunti. Gli antichi greci iniziarono ad occuparsi di questa pratica che fu ripresa in seguito da medici di tutta l’Europa già dal medioevo.

Di conseguenza, sebbene il lavoro del dott. Botkin possa far alzare qualche sopracciglio nell’America del ventunesimo secolo, in realtà, si tratta proprio dell’ultima scoperta nell’ambito di una tradizione umana che risale alla preistoria.
Infatti, possiamo persino dire che evocare i defunti è parte dell’eredità culturale collettiva dell’umanità.

Nell’antica Grecia l’evocazione degli spiriti veniva praticata in istituzioni sotterranee note come psicomantei o, come viene spesso tradotto, oracoli dei morti, cioè luoghi costruiti interamente sotto terra in cui le tenebre fornivano le condizioni ideali di deprivazione sensoriale.

Leggendo testi greci antichi e collegando quello che ho letto con le mie conoscenze psichiatriche in materia di elaborazione del lutto, ho sviluppato un metodo per preparare i pazienti a questa esperienza.

Tale metodo consiste fondamentalmente nel farli parlare e fare in modo che si lascino andare al ricordo di un caro estinto che vorrebbero rivedere. Dopo aver fatto riaffiorare il ricordo del defunto, gli interessati si siedono in una cabina predisposta, si rilassano e guardano in uno specchio in una stanza con una luce soffusa.

In queste circostanze circa la metà o più dei soggetti hanno incontri vividi e realistici con gli spiriti dei defunti, riuscendo a vederli tridimensionalmente, a colori e con un aspetto vibrante di vita. Circa un terzo dei soggetti che hanno fatto tale esperienza afferma di aver sentito le voci udibili del defunto.

Quasi tutti gli altri affermano che, pur non avendo sentito alcuna voce udibile, hanno sperimentato in prima persona delle forme di comunicazione da cuore a cuore, durante le quali sentivano di essere in contatto con il defunto. La cosa più importante è che questi soggetti affermano di sentire che la loro esperienza li ha portati più vicini all’elaborazione del lutto.

In seguito al mio lavoro, molti psicologi hanno ricreato la mia procedura ottenendo risultati identici. Chiunque di noi abbia lavorato con tale metodo, concorda nel definirlo promettente in quanto tecnica utile per aiutare chi è in lutto.

Il dott. Allan Botkin ha messo a punto una diversa procedura psicologica per ottenere esperienze evocative del defunto.

Sono rimasto affascinato quando l’ho sentito descrivere tale metodo per la prima volta e sono sicuro che lo sarete anche voi.

Ciò che gli fa merito è il fatto che il dottor Botkin non presenta il suo lavoro come una “prova scientifica dell’esistenza della vita oltre la morte”.

Sia io che lui siamo d’accordo sul fatto che per la scienza è prematuro affrontare le più grandi domande relative all’esistenza e al sommo mistero del genere umano, tuttavia è lieto di rendere pubbliche le sue scoperte, con la speranza che possano essere di utilità clinica per coloro che hanno perso una persona cara e che lottano contro il proprio dolore.

Per tale ragione lo ammiro e spero che il suo emozionante nuovo metodo possa ispirare nuove ricerche. Credo inoltre che i suoi lettori trarranno da questo libro tanto piacere e tanto stimolo quanto ne ho avuto io.

Raymond A. Moody,
Jr., Ph.D., M.D.


Indice

Prefazione del dottor Raymond A. Moody
Prefazione dell'autore
Prefazione dell'autore all'edizione italiana

Ringraziamenti

1. Una comunicazione post-mortem avviene inaspettatamente durante la terapia
2. Come ho imparato a indurre la comunicazione post-mortem
3. Insegnare agli altri psicoterapeuti a indurre la comunicazione post-mortem
4. Nuove idee nella cura del dolore
5. Osservazioni comuni nelle IADC
6. Casi straordinari di IADC
7. IADC che si sottraggono a teorie psicologiche note
8. LADC condivisa e ADC concomitante
9. Professionisti e accademici sperimentano delle IADC
10. Nelle IADC il perdono guarisce la rabbia e il senso di colpa
11. LADC con i reduci di guerra: fare Pace con la Guerra
12. Prerequisiti di una LADC
13. Profonde similitudini tra ADC e NDE
14. La buona notizia è che ora puoi dare un'occhiata tu stesso
15. Il futuro della terapia IADC - Dove arriveremo partendo da questi presupposti?
16. Una considerazione personale
17. Un'importante nota sul suicidio

Appendice

A - Glossario
B - La procedura di IADC per psicoterapeuti
C - Che cosa ho imparato dai primi 84 casi
D - Aggiornamento dati


Allan Botkin
Comunicare Oltre la Morte - Libro >> http://goo.gl/Zwq0b5
Il metodo testato clinicamente su oltre 3000 casi per sciogliere il dolore del lutto e ritrovare la serenità.
Editore: Uno Editori
Data pubblicazione: Maggio 2014
Formato: Libro - Pag 320 - 14x20 cm