giovedì 7 gennaio 2016

La fisica quantistica spiegata in modo semplice 2



La fisica quantistica spiegata in modo semplice 2

La dualità onda-particella e l'esperimento della doppia fenditura

di Antonella Ravizza - 29/12/2015



La fisica quantistica spiegata in modo semplice

La fisica quantistica è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e di tutte le loro interazioni viste sia come fenomeni ondulatori sia come fenomeni particellari (dualismo onda-particella), a differenza della fisica classica o newtoniana, basata sulle teorie di Isaac Newton, che vede per esempio la luce solo come onda e l’elettrone solo come particella.

Il dualismo onda–particella

Il dualismo onda–particella è la principale causa della messa in discussione di tutte le teorie della fisica classica sviluppate fino al XIX secolo. Questa teoria si può applicare anche alla luce, infatti Young per dimostrare che la luce si propagava per onde propose un esperimento: un fascio di raggi luminosi colpiva uno schermo in cui erano presenti due fori, o fenditure, molto piccoli, che diventavano due sorgenti omogenee. A questo punto mise uno schermo che raccoglieva la luce proveniente dai due fori e vide nettamente delle frange chiare e scure, molto simili alle onde del mare provenienti da due sorgenti diverse. Questo fenomeno non si può spiegare con la teoria corpuscolare, ma con la teoria ondulatoria. Due onde della stessa ampiezza possono essere in fase e, se interferiscono, originano un'onda sinusoidale che è somma delle sue sinusoidi componenti; possono però essere in controfase e, se interferiscono, originano un'onda nulla. Questo esperimento è molto importante perché verrà ripreso in seguito da Richard Feynman.

Intanto nel 1803 gli atomi erano considerati i costituenti fondamentali della materia. Nel 1874 G. Stoney scoprì l’elettrone e poi Rutherford il nucleo atomico, caricato positivamente, circondato da elettroni carichi negativamente come il sole in mezzo ai pianeti del sistema solare. Però seguendo la teoria elettromagnetica di Maxwell sulle cariche in moto accelerato, si giunse alla conclusione che l’atomo avrebbe dovuto collassare, invece la materia che osserviamo continuamente è stabile. A cavallo tra il XIX e il XX secolo lo studio dell’effetto fotoelettrico mise in discussione la completezza della meccanica classica, suggerendo che la radiazione elettromagnetica avesse il duplice comportamento ondulatorio e corpuscolare durante l’interazione con la materia.

L'effetto fotoelettrico

Infatti in certe situazioni, come messo in evidenza nel 1905 da Einstein con l'ipotesi del fotone nell'effetto fotoelettrico, la luce si comportava decisamente come composta da particelle. L’effetto fotoelettrico è il fenomeno che si manifesta con l'emissione di particelle elettricamente cariche da parte di un corpo esposto a onde luminose o a radiazioni elettromagnetiche di varia frequenza: gli elettroni vengono emessi dalla superficie di un conduttore metallico (o da un gas) in seguito all'assorbimento dell'energia trasportata dalla luce incidente sulla superficie stessa. Come diceva Planck la radiazione luminosa di frequenza ν è composta da particelle corpuscolari (fotoni) di energia E = h ν (h è la costante di Planck). Per riuscire a strappare un elettrone a una superficie metallica, l’energia del fotone deve essere più grande dell’energia di legame dell’elettrone nel metallo (W). Inserendo ora un amperometro fra anodo e catodo si misura così un passaggio di corrente. Se invece l’energia del fotone è inferiore a W non si ha effetto fotoelettrico, e l’amperometro non registra passaggio di corrente. La teoria ondulatoria classica prevedeva però che, all'aumentare dell'intensità della luce incidente, aumentasse l'energia degli elettroni emessi.

Nel 1902, il fisico tedesco Philipp Lenard mostrò invece che l'energia dei fotoelettroni non dipendeva dall’intensità di illuminazione, ma dalla frequenza (o dalla lunghezza d'onda) della radiazione incidente. L’intensità della radiazione determinava invece l’intensità della corrente, cioè il numero di elettroni strappati alla superficie metallica. Il risultato sperimentale era inspiegabile pensando che la natura della luce fosse solo ondulatoria.

Nel 1905 Albert Einstein spiegò l'effetto fotoelettrico con l'ipotesi che i raggi luminosi trasportassero particelle, chiamate fotoni, la cui energia è direttamente proporzionale alla frequenza dell’onda corrispondente: incidendo sulla superficie di un corpo metallico, i fotoni cedono parte della loro energia agli elettroni liberi del conduttore, provocandone l'emissione. Allora l'energia dell'elettrone liberato dipende solo dall'energia del fotone, mentre l’intensità della radiazione è direttamente correlata al numero di fotoni trasportati dall’onda, e dunque può influire sul numero di elettroni estratti dal metallo, ma non sulla loro energia. Era difficile credere che la luce presentasse una specie di dualismo, apparendo come onda o come particella a seconda degli esperimenti. De Broglie nel 1924 ipotizzò che tutta la materia manifestasse lo stesso dualismo.

L'esperimento della doppia fenditura

Nel 1927 Davisson e Germer ebbero la prova sperimentale di tale comportamento: osservarono figure di diffrazione facendo attraversare un cristallo di nichel da un fascio di elettroni (la diffrazione è un fenomeno associato alla deviazione della traiettoria di propagazione delle onde quando queste incontrano un ostacolo sul loro cammino). Nasceva da qui la possibilità di utilizzare fasci di particelle per eseguire esperimenti di interferenza con due fenditure, proprio come Young aveva fatto con la luce.

L’esperimento delle due fenditure permette di dimostrare la dualità onda-particella della materia. Richard Feynman ripeteva che questo esperimento era la chiave per comprendere la meccanica quantistica. Questa volta vennero usate lastre rilevatrici moderne e una sorgente estremamente debole di luce o elettroni. Aprendo soltanto una fenditura (ad esempio, quella di sinistra), sulla lastra fotografica si ottiene la proiezione della fenditura. Aprendo ora solo la fessura destra si forma una figura speculare a quella precedente. La luce risponde quindi perfettamente alla teoria corpuscolare di Newton. Ora, provando a prevedere che figura risulterebbe dall’apertura contemporanea di entrambe le fenditure, secondo la teoria corpuscolare si verificherebbe la semplice sovrapposizione delle due figure precedenti. In realtà, quella che si genera è una figura di interferenza, ovvero in questo caso la luce si comporta come un’onda meccanica: sulla lastra fotografica avremmo in alcuni punti sovrapposizioni di picchi o ventri, in altri cancellazioni. Ciò dimostra inequivocabilmente l'esistenza del dualismo onda-corpuscolo, sia della materia che della radiazione elettromagnetica.

Niels Bohr introdusse anche il principio di complementarità, secondo il quale i due aspetti, corpuscolare e ondulatorio, non possono essere osservati contemporaneamente perché si escludono a vicenda, ovvero il tipo di esperimento determina il successivo comportamento delle particelle in esso coinvolte.

Il fenomeno dell'entanglement

Ma com’è possibile che un singolo elettrone si comporti come un’onda e faccia interferenza con se stesso?! Fino a quando l’elettrone non viene rivelato sul bersaglio, esso non si trova mai in un punto preciso dello spazio, ma esiste in uno stato potenziale astratto descritto da una funzione di probabilità, che si propaga come un’onda e non secondo una traiettoria definita.

De Broglie e Schrödinger tentarono di descrivere tutto il mondo quantistico in termini di onde, abolendo il concetto di particella. Ma per cogliere l’elettrone sul fatto, dobbiamo rivelarlo. La meccanica quantistica non ci permette di avere contemporaneamente la figura di interferenza e la conoscenza del singolo foro da cui l’elettrone è passato. O l’uno o l’altro: o l’elettrone viene rivelato come particella oggettiva, e quindi non produce interferenza, o è un’onda estesa, ed in tal caso non passa da un solo foro, bensì da tutte e due: è come se fosse passato da tutte e due.

Questo è un po’ come il conosciutissimo paradosso del gatto di Schrödinger: gatto vivo o gatto morto; non si sa fino a che non si vede il gatto effettivamente aprendo la scatola, altrimenti si considera vivo e morto contemporaneamente.
Erwin Schrödinger nel 1935 introdusse il termine di entanglement: se due particelle si fanno interagire per un certo periodo e quindi vengono separate, quando si sollecita una delle due in modo da modificarne lo stato, istantaneamente si manifesta sulla seconda un’analoga sollecitazione a qualunque distanza si trovi rispetto alla prima.

Il fenomeno dell'entanglement viola il «principio di località» per il quale ciò che accade in un luogo NON può influire immediatamente su ciò che accade in un altro. Ecco un esempio: due particelle vengono lanciate in direzioni opposte. Se la particella A, durante il suo tragitto incontra una carica magnetica che ne devia la direzione verso l’alto, la particella B, invece di continuare la sua traiettoria in linea retta, devia contemporaneamente la direzione assumendo un moto contrario alla sua gemella. Questo esperimento dimostra che le particelle sono in grado di comunicare tra di loro trasmettendo ed elaborando informazioni e dimostra anche che la comunicazione è istantanea.

Nell'Ottobre del 1998 il fenomeno dell’entanglement è stato definitivamente confermato dalla riuscita di un esperimento effettuato dall'Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, in California. In conclusione, la meccanica quantistica nel microscopico ci ha condotto ad abbandonare la descrizione della fisica classica deterministica, per arrivare a una descrizione probabilistica in cui gli stati e le proprietà del mondo microscopico non sono determinati, a priori, intrinsecamente, ma acquisiscono realtà solo se vengono misurati o se entrano in contatto con altri “oggetti”.

Questo stravolge la descrizione di un mondo che fino al secolo scorso sembrava sensato e ragionevole. Chissà quali altre stravolgenti scoperte ci riserverà il futuro!

Frank Kinslow
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martedì 5 gennaio 2016

Buddhismo, fisica quantistica e guarigione



Buddhismo, fisica quantistica e guarigione

La rottura dell'armonia tra macrocosmo universale e microcosmo individuale è all'origine della malattia

di Gioacchino Pagliaro - 25/12/2015



Buddhismo, fisica quantistica e guarigione

Il buddhismo ritiene che la mente di ogni individuo (mente) sia parte inseparabile di un livello mentale sovraordinato (Mente) e che la condizione naturale della mente di ogni persona sia quella di stare in questo senso di unità e di fusione.
In tale condizione la mente è in armonia, quieta e chiara, ovvero in grado di comprendere la vera natura delle cose senza condizionamenti mentali o peggio offuscamenti mentali.
Il Sé dell’individuo è esteso oltre i confini corporei. Ricomprende l’ambiente in cui vive e l’intero universo. Il Sé esteso è la persona che sente gli altri e l’intero ecosistema come un'unica entità di cui prendersi cura, con cui cooperare, solidarizzare per aiutare gli altri a liberarsi dalla sofferenza e a raggiungere questa condizione di quiete ed armonia.

L’ignoranza intesa come l’offuscamento di questo tipo di mente porta l’individuo a sviluppare una mente confusa, inqueta e insoddisfatta che crea il senso di separazione e contribuisce alla creazione di un Io separato e proteso a rincorrere, in una logica esclusivamente materiale, un irraggiungibile senso di realizzazione e di felicità.
Tale stato indebolisce l’organismo e crea le condizioni per l’insorgenza di alcune malattie.
Nella concezione meccanicistica della vita l’organismo umano è considerato un’entità separata dalle altre e definita entro i confini corporei della pelle.
La pelle indica il confine tra l’interno e l’esterno, tra l’organismo, il Sé e lo spazio vuoto che ci separa dagli altri e dall’ambiente circostante.

Nella concezione olistica e quantistica della vita, lo spazio vuoto non è più tale e la separazione dagli altri e dall’ambiente non esiste, in quanto il corpo, essendo energia, interagisce attraverso campi elettromagnetici e vibrazioni con tutte le altre entità.

L’organismo umano è costituito da sistemi biologici, costituiti da cellule che a loro volta sono composti da molecole, costituite da atomi che sono a loro volta composti da fotoni e quindi da energia. Ogni forma materiale ha anche una manifestazione immateriale vibrante.
La materia in quanto energia vibra, trasmette e riceve informazioni. L’organismo umano è costituito da questa energia/informazione che interagisce con l’intero universo e con la Mente.
Ogni entità materiale, attraverso l’energia di cui è dotata è interrelata con tutte le altre, è interconnessa e interdipendente ed è parte costitutiva della Mente.
Questo livello di interconnessione e di interdipendenza della realtà subatomica, caratterizzato dalla non località e dalle comunicazioni non locali, vede le particelle subatomiche dei nostri organismi interagire tra loro, e con quelle dell’universo, simultaneamente generando la realtà dell’entanglement.

Nella realtà dell’entanglement, dove spazio e tempo sono convenzioni ritenute anch’esse illusioni, non c’è separazione tra le entità viventi e non viventi, ma esiste un vasto sistema di campi vibrazionali e di comunicazioni non locali. Pertanto, nell’organismo umano, non ci sarebbe solo una comunicazione molecolare ma anche comunicazioni verso l’interno e verso l’esterno, costituite dalle vibrazioni, dai processi di risonanza e dall’entanglement.

Il senso di separazione dell’uomo dall’ambiente e dall’universo, come sostenuto anche da alcune recenti teorie della Fisica Quantistica sarebbe solo un’illusione. Probabilmente un errore di percezione/rappresentazione della realtà dovuta al condizionamento della cultura materialista.
Il senso di separazione, lo spirito competitivo distruttivo in cui veniamo educati causa, secondo alcune importanti medicine orientali, la rottura di quell’armonia tra il macrocosmo universale e il microcosmo individuale, tra il livello sovraordinato della mente e le menti individuali, provocando sofferenza e malattia.

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lunedì 4 gennaio 2016

Sai che cos'è l'alimentazione morfofisiologica?



Sai che cos'è l'alimentazione morfofisiologica?

Scopri cosa significa mangiare in accordo con la fisiologia del nostro organismo

di Rocco Palmisano - 26/12/2015



Sai che cos'è l'alimentazione morfofisiologica?

L’alimentazione morfofisiologica è l’unica in grado di dare all’organismo il vero e completo sostentamento. Morfofisiologico è quel cibo specie specifico che animali e umani, allo stato naturale, possono procurarsi e la cui digestione avviene esclusivamente grazie ai propri succhi digestivi.
Per noi umani, che abbiamo perso l’istinto alimentare, è alquanto difficile mangiare solo quello che ci fa bene. Inevitabilmente, stimolati dalla visione di tanta varietà di cibo, siamo indotti a mangiare più del necessario.
Inoltre, le grandi industrie agroalimentari hanno saputo brillantemente portarci alla dipendenza verso un’innumerevole varietà di cibi privi di principi nutritivi.

La società odierna, che va sempre di corsa, preferisce utilizzare alimenti di facile preparazione.
Nelle famiglie ove lavorano marito e moglie, il più delle volte si preferiscono cibi precotti da riscaldare velocemente per mancanza di tempo. Se già i cibi cotti hanno poco valore nutritivo, voi pensate che quelli precotti possano essere migliori? Alcuni scienziati hanno condotto un esperimento su tre gruppi di topi i quali hanno mostrato i gravi danni provocati dall’assunzione di cibo cotto e riscaldato dopo solo qualche ora. Provate a immaginare ciò che possono procurare sulla salute umana i cibi precotti e surgelati di cui si fa largo consumo oggigiorno.

Ribadiamo che il cibo morfofisiologico ideale è quello che può essere mangiato tal quale come è stato prodotto dalla Natura. Se per mangiare e gustare un cibo dobbiamo intervenire con la cottura, i condimenti o altri artefizi, ciò significa che quel cibo non è compatibile con la nostra fisiologia oppure le condizioni morfofisiologiche dell’apparato digestivo sono alterate. Quando, per esempio, alcuni organi digestivi non sono completamente efficienti, possono essere d’aiuto piccole quantità di cibo cotto che può essere “digerito” meglio del cibo crudo, anche se a discapito di molte sostanze nutritive.

Infatti, quando c’è carente capacità digestiva, preferire un cibo cotto può essere d’aiuto. Un altro compromesso alimentare è necessario per coloro che soffrono di colon irritabile o di colite ulcerosa. Costoro non possono mangiare fibre (frutta e verdura) crude senza rischiare di soffrire di forti disturbi intestinali.
Un’altra eccezione alla regola principale di mangiare il proprio cibo tal quale come prodotto dalla Natura è determinata dalla necessità di riscaldare il corpo nei mesi o luoghi freddi. Ma anche questa eccezione si giustifica per la nostra inefficiente capacità digestiva. Infatti, molti mammiferi trascorrono gelidi mesi invernali senza cuocere o riscaldare il proprio cibo.

Voi mi direte che il metabolismo degli animali non è identico al nostro. È vero che non è identico, allora come mai gli Eschimesi di un tempo, pur non potendo cuocere il proprio cibo sul ghiaccio, sopravvivevano agli intensi inverni artici senza cuocere il cibo? Certo, non mangiando frutta e verdura, cereali e legumi ma mangiando quello che il luogo offriva loro! Mangiando nel rispetto della loro fisiologia vivevano finanche 80 anni senza problemi cardiovascolari, pur assumendo un elevato quantitativo di grassi animali. Questo perché mangiavano carne e pesce crudo e il rumine delle renne che di tanto in tanto ammazzavano. Gli Eschimesi odierni, invece, hanno la vita media più bassa del mondo perché mangiano prevalentemente cibi in scatola (cibo precotto).

Giuseppe Palmisano, Rocco Palmisano
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Consigli e ricette per un'alimentazione sana, gustosa e rispettosa dei bisogni fisiologici